LIVIO GAMBARINI e ALEX CALVI.
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OTTONE. Il primo dei Visconti.
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2021. PIEMME/Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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UNA CITT PRONTA A RIBELLARSI AL SUO SIGNORE.
UN UOMO DI DIO DISPOSTO A TUTTO PER OTTENERE CI CHE GLI SPETTA.
LA NASCITA DEL POTERE DEI VISCONTI, I PADRONI DI MILANO.
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Anno Domini 1262. Dalle mani di papa Urbano quarto, Ottone Visconti riceve finalmente il pastorale di arcivescovo di Milano e, con esso, la cattedra ambita e ricchissima di sant'Ambrogio.
 il coronamento di una vita di intrighi e menzogne, che Ottone ha condotto al fianco del diabolico cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Ma c' chi non vede di buon occhio questa investitura: i potenti guelfi della Torre irrompono armati in chiesa al termine della consacrazione. Sono loro a dominare sulla citt meneghina, e non intendono rinunciare allo scranno vescovile nemmeno a costo di disubbidire al papa. Ottone, esiliato dalla citt che dovrebbe guidare come arcivescovo, comprende di avere solo una via per ottenere ci che gli spetta: radunare con l'astuzia e la diplomazia tutti i nemici dei della Torre e prendersi Milano con la forza.
Nel corso dei quindici lunghi anni di conflitto riemergono i ricordi del passato del Visconti: la sua giovinezza nel monastero di Piacenza tra fughe rocambolesche, i primi amori e le severe punizioni per il rifiuto dell'autorit. L'incontro con il Cardinal Ubaldini, eminenza grigia della sua epoca, che indirizza l'originaria vocazione di Ottone verso una carriera di sottigliezze, ricatti politici e tradimenti, sullo sfondo di un amore tormentato. Ma tra guerre continue, sangue versato per ambizione e una crescente solitudine, Ottone dovr iniziare a fare i conti anche con s stesso, e solo un gesto di vero coraggio gli permetter di comprendere per quale motivo stia affrontando quella lotta, e decidere se ne valga davvero la pena.
Un romanzo storico appassionante e magistralmente costruito che ci rimanda la figura di un uomo oltre che di un simbolo, dove la fragilit e l'umanit sono proprio lo spunto per farne emergere la grandezza.
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GLI AUTORI.
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LIVIO GAMBARINI, Bergamasco classe 1986,  scrittore e divulgatore di Medioevo italiano. Da anni insegna narratologia e tecniche di scrittura in corsi, seminari e sessioni di mentorship; fondatore della realt per aspiranti scrittori di Rotte Narrative,  docente al corso di Alta Formazione Il Piacere della Scrittura dell'Universit Cattolica di Milano. Gi noto per Eternal War, la sua saga fantasy-storica su Dante e Guido Cavalcanti, tra i suoi altri interessi figurano la narrazione di GDR e i videogiochi.
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ALEX CALVI, Pavese, classe 1980,  scrittore e professore alle medie. Da sempre appassionato di Storia e di storie in tutte le forme: libri, film, serie tv, fumetti, cartoni animati. Suoi racconti sono apparsi in numerose antologie, tra cui Scorrete lacrime, disse lo sceriffo, curata da Valerio Evangelisti, e sulla prestigiosa rivista digitale www.carmillaonline.com. Collabora con articoli e recensioni a www.truemetal.it e www.fantasymagazine.it. Con il suo primo romanzo, Il tessitore di sogni, ha vinto il PremioIo Scrittore nel 2014.
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OTTONE. Il primo dei Visconti.
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CAPITOLO 1.
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OTTONE VISCONTI.
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La cerimonia. Sabato 22 luglio 1262. San Flaviano a Montefiascone.
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Il mezzogiorno arroventava la discesa davanti alla basilica.
L'ora ormai era giunta, ma le grandi porte di quercia non accennavano a schiudersi. Quanto tempo ci voleva, ancora? I patriarchi intagliati nei battenti scrutavano il sagrato con aria torva; sopra le loro teste, il riflesso del sole trasformava il rosone in un'abbagliante lastra bianca.
Ottone Visconti socchiuse le palpebre, si asciug la fronte e abbass lo sguardo.
Ai fianchi della grande ogiva d'ingresso s'allungava una folla di straccioni.
Una donna a cui era stato tagliato il naso schioccava la lingua agitando una ciotola scheggiata; un vecchio con le orbite vuote soffiava: Misericordia e stringeva le spalle di un fanciullo col costato nudo e inciso dalla fame. Un'orrenda mescolanza di fetori spirava da quei miserabili: cipolla
marcia, sudore, polvere, pelle sudicia d'anziano, carni enfie di febbre bovina. La canicola estiva aggravava il puzzo, rendendolo insopportabile.
Ottone ebbe una vertigine: il sagrato, le case e i castagni gli vacillarono attorno. S'appoggi al battente e si tapp il naso con l'altra mano. Il suo stomaco ebbe uno spasmo, il sapore acidulo della colazione gli risal la gola.
Nel seguito a lui assegnato serpeggi un mormorio.
State bene, padre?
Ottone non rispose. Per la Vergine. Aveva i visceri sottosopra, non poteva vomitare in pubblico! Nulla e nessuno doveva permettersi di interferire, non quel giorno. A troppe cose aveva rinunciato, per arrivare dov'era; la mano
corse al sacchetto di cuoio che portava legato al polso.
Chiuse gli occhi e mormor: Pater noster, qui es in caeli.... Prese un respiro profondo, ma il puzzo lo aggred di nuovo e gli allag la bocca di saliva amara.
Doveva fare qualcosa. Poggi entrambe le mani sugli intagli della quercia, punt i piedi sul gradino e spinse.
Il pesante battente si spalanc.
Avanz con falcate lunghe, sforzando le ginocchia sull'interno della veste. La fresca penombra profumava d'incenso e cera d'api. Ottone riemp i polmoni con gratitudine: dopo un paio di respiri, la nausea svan.
Il canto liturgico riempiva il buio: dopo il fulgore dell'ora sesta, i suoi occhi impiegarono qualche tempo a scorgere, in alto, le tre navate a crociera sorrette da arcate di pietra grigia e capitelli a foglie d'acanto. Nel buio rarefatto, teorie di candele gettavano baluginii sui magnifici paramenti rossi di cui la basilica era drappeggiata per la celebrazione.
Uno a uno, dall'oscurit emersero i profili dei prelati.
In molti erano convenuti, e d'alto rango, dal poco che riusciva a scorgere dei loro abiti; pi d'uno aveva il capo rivolto verso di lui.
Ottone si sent sprofondare: era entrato in chiesa prima del momento della convocazione! Una gelida stretta gli afferr il petto. C'era anche il papa, in quella basilica.
S'impose contegno, con sforzo temprato dall'abitudine.
Il canto degli officianti non s'era interrotto, perci poteva semplicemente far finta di niente. Chi mostrava disinvoltura dopo un crimine o un'infrazione, secondo la sua esperienza, raramente veniva punito.
Col cuore che gli tamburellava nelle orecchie, Ottone congiunse le mani sul petto e chin il capo, ostentando un fervore meditativo degno di un santo. I membri del suo seguito gli si affollarono attorno e lo imitarono in un silenzio atterrito.
Ottone attese due intere avemarie, poi sbirci i membri del concistoro: un tripudio di vesti ornate sfilava nelle navate laterali; doppi menti, stole ricamate, pappagorge, crocifissi lucidi, nasi rubizzi, cappellini foderati di pelliccia, borse gonfie sotto gli occhi. A ciascun volto familiare, Ottone prese ad associare un nome, un titolo ecclesiastico e un peccato.
Simonia, fornicazione, ruberia, rovine di beni, assassinio di rivali, pederastia, violazione carnale di monache e monaci; aveva dedicato quasi dieci anni a scoprire, amministrare e catalogare le cento e cento impronte che i piedi di quei sant'uomini avevano impresso nei pantani della turpitudine. Nessuno desiderava che il fango finisse sotto gli occhi dei propri nemici: Ottone aveva una leva su ciascuno di quei serpenti ingioiellati.
Il battito del suo cuore torn calmo.
Quel giorno sarebbe diventato un arcivescovo di Santa Madre Chiesa, e il merito era tutto della depravazione dei preti. Certo, anche al Cardinal Ubaldini era molto grato: non sarebbe sopravvissuto a lungo in un tale nido di vipere, senza i consigli della pi velenosa di tutte.
Lo cerc con lo sguardo, ma non riusc a individuarlo.
Dall'abside, un presbitero con due verruche al sopracciglio s'avvicin e gli fece un ampio gesto col braccio.
Era il momento.
Ottone scacci i brividi, si raddrizz e avanz sotto l'ampia navata, lo sguardo dritto e il passo misurato.
Una colonna tortile sorgeva a destra dell'altare, una liscia a sinistra; sull'abside erano affrescati il Cristo pantocratore e san Flaviano in armatura su un cavallo bianco, con la bandiera in pugno.
Davanti all'altare, papa Urbano quarto sedeva su un trono laminato d'argento.
Per la prima volta lo vedeva di persona.
Era un anziano minuto, che scompariva sotto tutti gli strati di lana, pelliccia e velluto damascato che indossava.
La pianeta pontificale, spessa e rigida per le filigrane d'oro e le pastiglie di vetro, gli avvolgeva le spalle e il petto come un guscio di testuggine. Delle mani artritiche, Sguainate in chiroteche color panna, spuntavano appena le dita.
Sul marmo davanti a lui era posizionato un cuscino; Ottone lo raggiunse, s'inginocchi e alz con solennit il capo.
Era proprio al cospetto del pontefice: il peso della mitra d'oro e turchesi gravava sul collo settuagenario al punto che il mento sfiorava quasi il torace; gli occhietti velati lo scrutavano di sottecchi.
In piedi alla sinistra del Servo dei servi di Dio, il Cardinal Ubaldini indossava il piviale del ministrante tra due diaconi in stola.
Oh, ecco dov'era! S'era assicurato un ruolo centrale per assistere al trionfo del suo protetto.
Incroci il suo sguardo per un istante; sul viso di Ubaldini non ci furono reazioni, nemmeno il pi piccolo cenno d'intesa. Come sua consuetudine, rest composto e distaccato come un evangelista di marmo, la folta barba ben curata e i baffi castani che si arricciavano sulle guance, attenuando la durezza degli occhi grigi.
Il papa apr bocca, ma la sua voce si ruppe subito in un attacco di tosse. Prosegu a lungo, scosso dai colpi nel sontuoso abito cerimoniale. La mitra gli ondeggi alcune volte sulla fronte, poi cadde in avanti. Il tonfo riecheggi in ogni direzione.
Un vescovo coadiutore accorse, s'afferr l'orlo della dalmatica e si chin a raccogliere il copricapo. Il papa toss ancora alcune volte, mostrando a Ottone la caverna contratta della gola; infine, recuper il controllo. Un assistente gli port una sputacchiera di bronzo, egli vi scatarr dentro e attese che un panno candido gli pulisse le labbra. Il coadiutore gli rimise la mitra sulla prugna del cranio.
Ottone bad che l'espressione umile e serena non vacillasse sulle sue labbra. Quel maledetto vegliardo cagionevole quanto ci avrebbe impiegato a iniziare la cerimonia?
Nel silenzio si lev la voce malferma del papa: In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti....
Amen rispose Ottone, in coro con gli altri presenti.
Gratia Domini nostri Iesu Christi, il papa deglut et caritas Dei, et communicatio Sancti Spiritus sit cum omnibus vobis.
Et cum spiritu tuo risposero in monotonia.
Il pontefice parlava con fatica. Dapprima biascicava solo le t e le d, poi inizi a mangiare le ultime sillabe tra un respiro e l'altro. Ottone rimase inginocchiato per tutto il tempo, ascoltando e partecipando. Che quel vecchio potesse avere un malore prima della fine della cerimonia?
Presto, pi nemmeno le piume del cuscino riuscirono ad alleviare il fastidio della posizione genuflessa. La sua insofferenza crebbe. Ora che aveva raggiunto il traguardo, il tempo si dilatava per impedirgli di allungare finalmente la mano al premio a cui ambiva da quindici anni.
La liturgia e i canti parevano essersi tramutati nelle filastrocche
canzonatorie dei goliardi universitari, che potevano essere prolungate a volont semplicemente aggiungendo nuove parole alla ghirlanda metrica, con lo scopo di oltraggiare le orecchie di chi ascoltava.
Promise a se stesso che, se mai un giorno fosse diventato papa, avrebbe dato un taglio alle consacrazioni episcopali e le avrebbe rese meno intollerabilmente lunghe. Il canto del graduale termin; era il turno dell'ammonizione.
Ottone Visconti di Milano, chiam il Cardinal Ubaldini figlio di Uberto dei Visconti, signore di Massino, Albizzate e Besnate. Giuri tu fedelt eterna a Sua Santit il papa e alla Chiesa?
Giuro, padre.
Sei tu ortodosso nella credenza della parola di nostro signore Dio padre onnipotente e degli insegnamenti di suo figlio, il Cristo?
Lo sono, padre.
Prometti tu solennemente di adempiere ai gravi doveri inerenti al ministero episcopale?
Prometto, padre.
Il Cardinale alz entrambe le braccia, segnando l'inizio della litania dei santi.
I due diaconi si disposero accanto a lui, uno per parte.
Armeggiarono sopra la sua testa. Ottone non guard. La cerimonia prevedeva che a quel punto gli officianti aprissero l'evangeliario sopra il suo capo, col testo rivolto verso il basso, cos che la parola di Dio pendesse sopra di lui.
Alcuni vescovi raccontavano che, infallibilmente, nell'apertura casuale di quelle pagine, Dio nascondesse sempre una profezia sull'episcopato che attendeva il consacrando.
Ottone batt le palpebre e tenne gli occhi ben fissi su Sua Santit. Quant'era bruciante la tentazione di alzare lo sguardo sul sacro testo! Ma Ubaldini l'aveva ammonito di non farlo per nessun motivo: oltre che di superstizione, sarebbe stato visto come un atto di superbia e di ribellione.
Gli balen in mente la spada di Dionigi di Siracusa, sospesa sul capo di Damocle secondo le Tusculanae Disputationes a simboleggiare il destino e la responsabilit; chiss quanti altri incipienti vescovi avevano rammentato gli scritti di Cicerone, prima di lui.
Papa Urbano quarto s'alz a fatica e zoppic verso di lui.
Gli si fece davanti, curvo e affaticato. Lo scrut per un attimo e poi alz gli occhi al cielo.
No, si sbagliava. Sua Santit non guardava la volta, ma...l'evangeliario.
Un brivido scese tra le scapole di Ottone. Nella luce delle candele, il papa stava sbirciando le pagine che descrivevano il suo futuro episcopato?
Alz gli occhi quant'era possibile senza sollevare il mento. Le radici dei bulbi oculari presero subito a bruciargli.
Mancava ancora un bel tratto per scorgere le pagine del testo sacro; doveva accontentarsi dell'espressione sbalordita del pontefice.
Che aveva visto?
Il papa abbass la testa e lui fece altrettanto.
Ci fu un lungo, immobile silenzio. Sui capelli radi di Ottone si pos il tocco delle chiroteche papali.
Accipe Spiritum Sanctum.
Il tocco svan, mentre il papa tornava a sedersi. Anche gli episcopi coadiutori si fecero avanti e gli imposero a turno le mani sul capo, pronunciando: Accipe Spiritum Sanctum.
Cos'aveva visto il papa sull'evangeliario? Perch aveva esitato tanto, prima di toccare il suo capo? Oh, che oppressione al petto non saperlo! Il viso del papa aveva avuto una strana reazione... come di delusione, o di sbigottimento.
Con voce ormai smorzata, il papa ricominci: Propitiare, Domine....
L'aria si fece tesa, l'eccitazione lav i dubbi dai nervi di Ottone. Era il momento della consacrazione!
Deus honorum omnium, Deus omnium dignitatum, quae gloriam...
Il Cardinal Ubaldini venne in avanti. Gli unse la fronte e la sommit del capo con l'olio santo, lo ricopr con una pezzuola. Fece altrettanto con le sue mani.
Era fatta.
Era vescovo!
Fremette di giubilo.
La cerimonia non era ancora finita ma, da l in poi, erano solo formalit. Ormai era consacrato! Ce l'aveva fatta, aveva innalzato i Visconti dal rango di nobilucci del Lago Maggiore a una grandezza mai raggiunta prima. Il nome dei suoi avi annoverava ora tra le proprie fila un nuovo vescovo, e non certo di una diocesi minore come quella di Ventimiglia, di cui suo fratello Azzone s'era vantato fino alla morte. No: lui era un arcivescovo. A lui avrebbero fatto riferimento, da l in avanti, tutti e quattordici i vescovi delle terre di Lombardia!
Le mani tremanti di Urbano quarto gli porsero l'anello del suo ruolo. Ottone si rese conto che i suoi polsi, solitamente fermi, erano scossi quasi quanto quelli del pontefice.
Infilare l'anello richiese quattro tentativi, ma infine eccolo l, luccicante, sul suo dito.
Era pesante, consistente; un blocchetto d'oro lucido con un sigillo per imprimere e convalidare la ceralacca di editti, missive e altre funzioni del suo alto compito.
Ottone apr e richiuse la mano, ammirando il monile.
Che splendore! Da quel momento, l'anello diventava una parte di lui. Era un'estensione del suo essere, come un dito o una falange, ma molto, molto pi preziosa.
Allung l'altra mano verso l'episcopo che gli porgeva il pastorale. Nell'afferrarlo gli parve che il bastone si adattasse alla sua mano con mirabile perfezione. Da quel momento, quei fulgidi attributi di potere l'avrebbero accompagnato ovunque e sarebbero rimasti per sempre insieme alla sua persona, fino alla fine dei tempi.
Trattenere l'euforia divenne uno sforzo cosciente. Avrebbe voluto saltare in piedi e gridare la sua vittoria all'intera basilica, esultando e danzando. Ma doveva contenersi.
Almeno fino a quella sera: poi avrebbe festeggiato come si conveniva, con vino, una donna e un banchetto degno di Trimalcione.
Il papa prese poi l'evangeliario dalle mani dei diaconi, lo chiuse e glielo porse. Ottone ricevette il tomo con un brivido: aveva i piatti in ulivo, avvolti in cuoio e fasce d'oro ageminato di quarzi, agate e cristalli di zolfo paglierino; lo scintillante memento del suo nuovo ruolo di diffusore di fede e sapienza.
Era prezioso e bellissimo.
Ora, nel momento dell'offertorio, toccava a lui recare dei doni simbolici: due candele accese, due pani e due barilotti di vernaccia lombarda con le assi effigiate dalla vipera azzurra col moro tra le fauci, insegna di casa Visconti.
Nel vedere l'emblema araldico della sua stirpe natale, gli occhi di Ottone pizzicarono di commozione.
Quando i rintocchi delle campane segnarono la fine della celebrazione, il novello arcivescovo non sentiva pi le ginocchia. Issarsi in piedi fu una tortura. Rimase malfermo sulle caviglie, appeso al pastorale con l'evangeliario stretto al petto, sorretto per un braccio dal pi giovane dei diaconi. I formicolii ci misero un secolo a smettere di tormentare le sue povere gambe.
Era davvero il caso che Ottone iniziasse a moderarsi nel cibo. Come suo padre e gli zii di Arona, anche lui aveva sempre portato bene l'et: le sue spalle e le mani racchiudevano una forza non comune, e la sua resistenza in sella era ancora l'invidia di cavalieri dieci anni pi giovani. Tuttavia,
ora che aveva varcato i cinquanta, le sue membra diventavano ogni inverno pi molli e ingombranti.
Consegn i doni a un coadiutore e allarg le braccia: i diaconi gli calzarono i guanti e posero la mitra sul suo capo. Ora la vestizione era completa.
Urbano quarto s'alz e gli cedette il posto sulla cattedra. In ossequio alla consuetudine, Ottone raggiunse lo scranno e sedette: non era comodo, ma poggiare la schiena sulla liscia lastra d'argento gli diede comunque un gran sollievo.
Tir un sospiro a fior di labbra, appoggi gli avambracci, rimir gli astanti da quella posizione.
Molti dei prelati raccolti ostentavano l'aria compassata e benevola che conveniva all'abito e all'occasione, ma di certo non lo ingannavano: il loro risentimento era inciso nelle palpebre strette, nei solchi sotto le labbra, nei lievi fremiti delle narici.
Lo biasimavano. Lo invidiavano. Lo odiavano.
Lui aveva messo le grinfie sulla cattedra di Milano, sogno di qualunque prete ambizioso. Le spettanze materiali del successore di sant'Ambrogio erano cos abbondanti da far impallidire i guadagni di qualunque conte, barone o marchese; senz'altro, sotto le venerabili barbe, quei sacerdoti
bestemmiavano i sacramenti e lo maledicevano per esserci riuscito al posto loro.
Troppo presto dal coro si levarono le note del Te Deum: Ottone sarebbe rimasto l a gustare il trionfo per ore. Rassegnato, s'alz e ricevette dai diaconi il pennello e l'ampolla dell'ultima fase del rito. Avanz tra i presenti, distribuendo stille d'acqua santa. Gli spruzzi scintillarono del lume delle candele.
Senza preavviso, una luce abbagliante s'accese sotto il rosone. Ottone smise di camminare, interdetto.
In fondo alla basilica, i battenti d'ingresso erano stati spalancati: nere sagome di uomini si stagliavano nella cornice luminosa, spade in pugno. Entrarono in chiesa.
I peli gli si rizzarono sulla nuca.
Chi osa? La voce del pontefice tuon sopra il trapestio degli stivali, pi squillante di quanto Ottone lo credesse capace. Chi entra armato nella casa del Signore?
Un brusio spaventato serpeggi tra i preti rimasti di sasso; alcuni arretrarono verso l'altare. Anche Ottone arretr, ma una mano gli blocc la spalla.
Rimani qui, sciocco mormor Ubaldini alle sue spalle.
Prendi l'iniziativa, prima che lo faccia qualcun altro.
Ottone torn in s. Il Cardinale aveva ragione: si schiar la voce, gonfi il petto e marci dritto verso quella gente.
Folli! La sua voce riecheggi tra i pilastri. Non avete udito Sua Santit? Chi siete voi, che sfidate il Signore entrando in armi nella sua casa?
Il gruppo di armigeri rallent sotto il transetto e si assiep davanti a lui. Avevano vesti di lino a tinte sgargianti, speroni agli stivali, guance ben nutrite: quelli non erano bruti, n mercenari forestieri. Erano nobili in armi.
Una morsa gelida afferr la pancia di Ottone: si era trovato un'altra volta in una situazione simile, in passato. E non era finita bene.
 una farsa, gli sussurr il Cardinale non verseranno sangue in chiesa.
Come faceva Ubaldini a non perdere mai la calma?
Nella basilica era sceso un silenzio carico di minaccia. I soldati formarono una linea.
Siamo qui per cercare una persona. Un uomo tra i pi alti si stacc dal gruppo e avanz con una lentezza fuori luogo. Era deliberato? Lasciava a tutti il tempo di osservarlo?
Aveva una faccia lunga, con baffi che parevano due pennellate d'inchiostro e una cicatrice sul sopracciglio sinistro.
Una massa di ricci cadeva sulle spalle spioventi, da cui pendevano braccia muscolose e rigate di vene. La veste viola cupo era fermata in vita da una cintura; la sua spada era l'unica dentro il fodero; sull'elsa cesellata scintillavano tre gemme verdi. Un'arma ornamentale, ma pi minacciosa di tutte quelle gi sguainate. Un ago d'invidia lo punse: voleva anche lui una spada simile!
L'uomo si ferm davanti a lui. Occhi piccoli e ravvicinati lo scrutarono. La tua faccia non m' nuova, prete.  te che cercavo. Tu sei Ottone Visconti.
Non fosse stato per la presenza inamovibile di Ubaldini alle sue spalle, Ottone avrebbe forse vacillato.
Io invece non mi ricordo di voi disse, anche se un sospetto l'aveva eccome.
Che fosse quella cicatrice?
Senza cambiare espressione, l'uomo ravvi il mantelletto dietro la spalla a scoprire lo stemma araldico cucito sul cuore: una torre rossa in campo argenteo, sormontata da una croce di bastoni d'oro con gigli alle estremit.
Io sono Napoleone della Torre, detto Napo, primogenito del conte Pagano. Il mio casato controlla Milano.
Il sangue afflu alle gambe di Ottone. I Torriani avevano gi agito!
Napo scrut la folla di preti col suo sguardo vitreo.
Questa cerimonia viola le consuetudini canoniche disse con voce asciutta e priva di passione. L'elezione dell'arcivescovo di Milano spetta al capitolo ambrosiano e a nessun altro. I costumi del rito si osservano da secoli. E poi il titolo di arcivescovo  gi stato assegnato: ricoprire il mandato non spetta a questo impostore, figlio d'un uomo irreligioso, ma a mio fratello Raimondo, proclamato regolarmente pochi giorni or sono.
Ottone si sent mancare. No, era impossibile. Non poteva essere vero, non stava accadendo realmente.
Si volt a guardare Ubaldini, in piedi alle sue spalle.
Era di tre quarti, gli occhi di ghiaccio inchiodati sul pontefice,
proteso sul trono.
Ogni cosa era in mano a Urbano quarto, ora; il suo intero futuro dipendeva da lui. Ottone era senza fiato. Il papa e Ubaldini avevano avuto un abboccamento segreto, una settimana prima, al termine del quale il pontefice aveva acconsentito alla sua consacrazione. Ma nessuno, nemmeno lui, sapeva cosa si fossero detti. Quant'era salda realmente la sua posizione? Il papa stava per revocargli la nomina?
Per san Flaviano, cosa ne sarebbe stato di lui? 
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CAPITOLO 2.
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CARDINAL UBALDINI.
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L'abboccamento. Una settimana prima, domenica 16 luglio 1262. Rocca dei Papi di Montefiascone.
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Ubaldini tacque. Dalla bifora entr in volo una grossa cicala bruna, che plan sul pitale di Sua Santit e si mise a frinire. Che razza di baccano.
Il papa alz le palpebre spesse e pesanti; sembrava mezzo addormentato. Spiegatevi meglio, eminenza biascic.
Ubaldini era stato gi sufficientemente chiaro. Pi di una volta. Parlare con il vegliardo era una fatica di Sisifo, e il loro colloquio s'era protratto in modo sgradevole, tra flatulenze e continue richieste di ripetere.
Il Cardinale aveva le labbra riarse dalla sete. Si sporse dal seggio, recuper la brocca di acqua e aceto e se la vers nel calice: ne erano rimaste solo poche gocce. Oh, l'acqua posca  terminata.
Il papa non chiam il servo, non rispose; non batt nemmeno le palpebre. Era presente a se stesso? Aveva seguito una sola parola di ci che aveva detto?
La cicala sul pitale friniva con enorme insistenza e dedizione, nello studiolo del Palazzo dei Papi.
Ubaldini volt il capo e scrut attraverso la bifora. Ai piedi del colle si stendevano a perdita d'occhio campi d'orzo, cascine, frutteti, filari del vino Est! Est! Est! e terrazzamenti a secco, che correvano lungo l'intera valle di Faul. Sopra l'orizzonte che celava il lago di Bolsena, i ciuffi
di nuvole erano infiammati dal sole del vespro. La tranquillit e amenit dei paesaggi erano le ragioni per cui il papa frequentava quel palazzo, e per cui lui aveva dovuto viaggiare fino a Viterbo per incontrarlo.
Sciocco imbecille. Il fulcro della politica ecclesiastica era il palazzo del Laterano, a Roma: non esisteva ragione alcuna per un papa di risiedere da nessun'altra parte.
Sua Santit inizi a oscillare il ginocchio. Dunque, anche lui era stanco. S'avvicinava ormai l'ora del pasto serale: se non avessero concluso a breve, il pontefice avrebbe domandato di proseguire il discorso in un'altra occasione, che non sarebbe giunta mai. Non doveva permetterglielo.
Santit, disse con calma Ottone Visconti  la miglior soluzione al problema della cattedra di Milano. La congregazione ha gi dato parere favorevole, e le indagini del nunzio apostolico non hanno rinvenuto traccia di colpe, in lui. Al contrario, sono emerse grande carit cristiana,
nobilt d'animo, una fede profonda e priva di esitazioni.
Il volto di Urbano quarto seguitava a essere intagliato nella cera.
Il nunzio continu Ubaldini ha passato in rassegna anche tutta la sua famiglia e non ho dubbi che l'abbia trovata a dir poco esemplare. Non vi  un solo Visconti che...
Questo l'avete gi detto, mi pare. La voce arriv in un sussurro. Parlatemi dell'altra questione, quella dei due candidati alla cattedra arcivescovile.
Sar un piacere ripetervelo, Santit. Chin il capo in segno di rispetto. La diocesi di Milano, per tradizione, sceglie da s il proprio vescovo.
E perch io dovrei interrompere questa tradizione?
Intanto perch  un costume pericoloso ribatt senza esitazione. E poi per la situazione della politica cittadina.
Vedete, sono mesi che infuria una contesa tra il candidato del capitolo ecclesiastico, Francesco De Settala, e il candidato dei Torriani, gli aristocratici che controllano la citt.
Gi diversi dei canonici, in questa incresciosa situazione, sono stati costretti a scegliere tra una borsa di monete o una mano spezzata.
Sotto le palpebre gonfie, gli occhi di Urbano quarto si strinsero.
Non m' chiaro, balbett il pontefice perch questo dovrebbe essere un problema per noi... I della Torre sono guelfi, ci sono fedeli.
Un'altra obiezione stupida: la sua pazienza era agli sgoccioli, come l'acqua posca nella brocca. Santit, la citt di Milano primeggia per abbondanza di genti e ricchezze; se oltre al controllo secolare i Torriani incamerassero
anche le rendite della cattedra episcopale, quanto tempo passer prima che possano sfidarvi? Gli uomini empi osservano la fedelt solo a chi  pi potente di loro.
Invero. Il papa toss alcune volte. Siete piuttosto abile a calarvi nei panni degli uomini empi.
Ubaldini consider l'idea di cacciare un tovagliolo nella bocca sdentata di Urbano quarto e di spingerlo gi, nella vecchia gola fetida, fino ad ammazzarlo. Oppure frantumargli il cranio con la brocca, o ancora afferrare lo spiedo dal vassoio di formaggi e pugnalargli entrambe le orecchie e poi l'ano, alla maniera dei torturatori nomadi di Mauritania.
Fiss il papa dritto negli occhi. Il mio unico obiettivo, Santit,  la grandezza della Chiesa. Se tuttavia questo fa di me un uomo empio, mi riformer e far ammenda.
Il papa distolse lo sguardo e sollev l'indice e il medio dal bracciolo destro. Ma no, cardinale, ma no. Non sia mai. Voi siete l'emblema del decoro e dell'integrit, non badate ai miei vaneggiamenti. Voglio solo conoscere le vostre conclusioni.
Una frecciata oziosa? A che pr? Che uomo futile. Disgustoso.
 presto detto, Santit: stando ai registri, le rendite dei beni diocesani di Milano superano ogni altra diocesi della cristianit, persino Parigi, Colonia e Benevento. Soltanto Roma la sopravanza ancora, ma di poco.
Stavolta, Urbano inizi a tamburellare col dito. Una scarica di gratificazione attravers i nervi di Ubaldini: le sue parole stavano finalmente avendo effetto. Doveva incalzarlo.
Converrete che sia pericoloso, in una terra tanto copiosa, lasciare che una singola famiglia detenga sia il potere temporale che quello religioso. Inoltre, i della Torre si sono gi macchiati di ingiurie e prevaricazioni contro altre famiglie locali: ci a cui aspirano  un regno incontrastato, una signoria sul modello dell'empio Ezzelino da Romano.
Voi non dovete permetterlo, altrimenti presto non saranno pi loro a dover temere voi, ma l'opposto.
Il papa inclin il capo. Dunque voi suggerite di prender posizione nella diatriba tra il clero milanese e i della Torre per imporre un terzo candidato, esterno alle brighe di potere di Milano e a noi fedele.
Alla buon'ora, dannazione! Il ludo del demente senile era un'accortezza buona per esasperare gli sprovveduti e spingerli a esporsi, ma che per tutto quel tempo il papa si fosse ostinato a usarla anche con lui era stato un insulto al suo intelletto.
Ubaldini sorrise: Vostra Santit  saggio, quando ricorda di esserlo.
Il papa lasci cadere la sua frecciata. Davvero voi proponete il vostro segretario come candidato per una posizione cos prestigiosa?
Non propongo lui perch  il mio segretario, Santit.
 il contrario. Anni fa compresi che ci sarebbe servito uno strumento da usare a Milano. L'ho selezionato, educato e preparato appositamente per tale compito.
Il pontefice tacque per un istante. E cosa vi fa pensare che ci far un buon servizio?
Ottone Visconti ha le virt pi adatte per il ruolo.  scrupoloso, ma non santo. Ambizioso, ma non imprudente.
Intelligente, alz l'indice inanellato ma non pericoloso.
Soprattutto,  esperto nelle questioni secolari e fedele alla Chiesa. Vi sono anche ragioni di opportunit politica: a Milano la sua famiglia  ben integrata nella piccola nobilt, perci nessuno lo considerer un estraneo. Ubaldini accompagn le parole con movimenti circolari delle mani.
Designandolo, vi presenterete come un giudice al pari di Salomone, perch scontenterete entrambi gli schieramenti, sia i della Torre che i sostenitori del canonico Settala, senza apparire come un partigiano degli uni o degli altri.
Cos rimetterete in riga i della Torre e impartirete loro un esempio della virt sublime dell'umilt.
Urbano quarto si gratt la pelle cascante sotto il collo. Sapete,
Cardinal Ubaldini, biascic voi avete l'anima pi nera della pece. Ma avete l'ingegno pi acuto di uno spillo.
Ascolter i vostri consigli nonostante mi diate il disgusto.
Ubaldini sorrise. Al contrario, io per voi nutro solo devozione e rispetto, Santit. Avete fatto la scelta giusta.
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CAPITOLO 3.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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La consacrazione interrotta. Il giorno della consacrazione, sabato 22 luglio 1262. San Flaviano a Montefiascone.
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Senza una parola, il papa raddrizz il corpo scintillante contro la seduta del trono. Il mento sfuggente fece un cenno.
Il sollievo allegger il petto di Ottone: il papa aveva lasciato
la questione nelle loro mani! Si volt subito verso gli armigeri e allarg le gambe sotto la veste: Voi, sciagurati!
Parlate di Dio e delle sue regole, eppure vi presentate armati nella sua casa. Come osate?.
Quel po' di sicurezza ritrovata si infranse sulla totale assenza di espressioni dell'uomo di fronte a lui.
Il reverendo padre dice il vero, disse Napo piegando il capo mettete via le spade. Non ci sar bisogno di usarle.
Tutti rinfoderarono, scoccando a Ottone occhiate di scherno.
Nella sua mente biancheggi un orribile vuoto di idee.
Gli pareva di avere il petto stretto da giri di fune. Cosa doveva dire adesso? Cosa doveva fare, cacciarli? E se non l'avessero ascoltato?
Si volt verso Ubaldini in cerca di aiuto.
Il suo titolo  eccellenza, non reverendo padre sentenzi il Cardinale. L'unzione episcopale ha gi avuto luogo.
Giusto.
Napo gli aveva teso una trappola verbale, negandogli lo status di vescovo e mascherando la mossa come un atto distensivo. E lui non se n'era accorto! Satanasso, era troppo agitato.
Ubaldini spost su di lui gli occhi grigi: un'esortazione silenziosa a continuare da l.
Ottone scosse il capo in modo appena percettibile. Non se la sentiva. Con l'agitazione che aveva in corpo, avrebbe senz'altro commesso qualche altro errore.
Con una lieve smorfia, il Cardinale si volt verso Urbano quarto.
Santit. Il Visconti  stato consacrato. In presenza di due investiture per il medesimo ruolo, il primato petrino causa l'immediata decadenza dell'altra nomina senza possibilit di remissione.
Seduto sul trono, il pontefice tossicchi: Tuttavia a questa vicenda va trovata una qualche composizione.
Pieg di lato la testa coronata. Qual  il vostro consiglio, eminenza?
La gola di Ottone era secca. Adesso quello esposto era Ubaldini, e nessuno meglio di lui sapeva quanto il Cardinale odiasse l'attenzione diretta. Preferiva muovere i fili dall'ombra. Per le spine del Golgota, come se la sarebbe cavata?
Dopo un istante di completa immobilit, Ubaldini congiunse le mani sotto la barba castana e assunse un'aria dolente. Santit, la famiglia della Torre non  solo una delle pi illustri d'Italia. E anche una delle pi devote e degne di lode. Se noi ora avessimo la facolt guard i prelati l attorno di scegliere il candidato pi degno a questo ruolo in base ai meriti verso la causa guelfa, senza dubbio sarebbe un della Torre a ricevere il pastorale. Ma questi prodi cavalieri sono purtroppo giunti a recarci la
novella soltanto ora, al termine della celebrazione, quando l'unzione era gi avvenuta.
Napo s'intromise: Abbiamo cavalcato giorno e notte, per venire qui da Milano, appena c' corsa voce di quel....
Le parole di Ubaldini si sovrapposero a quelle del milanese e le soverchiarono: ...Come possiamo considerare questo semplice e inoppugnabile fatto, se non una manifestazione della volont di Dio, che tutto vede e tutto dispone?.
Alz con amarezza il braccio verso l'affresco del Cristo.
Napo prov di nuovo a parlare, il Cardinale alz il tono della voce. Ciascuno di noi  inerme nelle mani del Creatore.
Tuttavia, io non credo che egli approverebbe se noi lasciassimo andar via il prode ser Napo senza poter recare a suo fratello una compensazione per la sua devozione e fedelt alla causa. M' giunta voce che di recente sia rimasta vacante la sede vescovile di Como, a poca distanza da Milano. Ebbene, Santit, il mio consiglio  di assegnare a Raimondo della Torre la guida pastorale di quella diocesi e del suo florido contado.
Ottone strabuzz gli occhi. Per la Maddalena, che maestria.
Con quel discorso, Ubaldini aveva blandito l'orgoglio familiare di Napo mentre squalificava la sua richiesta, sottolineando intanto la sua fedelt al papato, cos da obbligarlo ad accettare l'alternativa, che era piuttosto cospicua.
La scaltrezza e la rapidit di cogitazione del suo mentore era sempre prodigiosa.
Mi pare un consiglio assennato sentenzi papa Urbano quarto.
 Cos sia disposto!
Ottone rivolse gli occhi a Napo. Aveva il capo chino e lo fissava di sottecchi; una vena pulsava sopra la tempia.
Intendeva forse insistere? Ma cos avrebbe contraddetto la rete di complimenti in base ai quali il Cardinale giustificava l'offerta. Il della Torre alla sua sinistra, un ventenne slanciato con un cespuglio di capelli rossi, gli mise sulla spalla una mano guantata.
Fratello, vuoi che scanno il porco? disse tranquillo, gli occhi rivolti a Ottone.
Una morsa gelida strizz il ventre dell'arcivescovo.
Aveva udito bene?
Non ora, Paganino disse Napo.
Ma non dicevo mica adesso. Un sorriso inquietante scopr i denti del giovane. Lo faccio seguire, scopro dove dorme e poi una di queste notti vado a sgozzarlo.
Senza rispondergli, Napo fece un passo in avanti. Santo Padre, vi chiedo di ripensarci! Nessuno merita quella carica pi di noi della Torre. Le sue parole riecheggiarono tra i pilastri e i mormorii dei prelati. La mia stirpe  rigogliosa di virt. Prendete il mio avo Martino, detto il Gigante: fu paladino nelle Crociate e rese l'anima ai piedi di Damasco, portando con s pi di cento mori. Senza contare le gesta di mio padre Pagano, che soccorse i milanesi dopo la sconfitta di Federico secondo e venne scelto come anziano della Credenza di Sant'Ambrogio per acclamazione popolare. Alz le grosse braccia. Pensate alle origini della mia famiglia, la pi nobile e antica che calchi le terre di Lombardia! Noi non siamo vermi strisciati fuori da un lago, gett a Ottone un'occhiata di disprezzo n amici degli eretici...
Ottone non poteva credere alle sue orecchie. Che c'entravano ora le simpatie di sua madre per i Poveri di Concorezzo? Lei non era mica una di loro!
...Noi discendiamo in linea diretta dal marchese d'Ivrea e dai nobili di Borgogna. M' testimone Domineddio se dico che nelle mie vene scorre il sangue dei discendenti dell'imperatore santo, Carlo Magno!
Brividi freddi frullarono sulla schiena di Ottone. Volse il capo verso Urbano quarto: il pontefice era ancora incassato negli abiti cerimoniali, la testa schiacciata dalla mitra, le palpebre spesse. Se non l'avesse sentito parlare appena poco prima, avrebbe creduto che fosse addormentato o morto.
Voi mi fate un torto, Napo della Torre. La risposta del Santo Padre, per quanto flebile, nel silenzio basilicale fu chiarissima. Ottone si concesse un sorriso: la rovina di alcune famiglie era cominciata con frasi pi lievi di quella.
Santit, le nostre consuetudini... inizi Napo.
Tacete! tuon il papa. Avete detto anche troppo.
Urbano quarto s'appoggi ai braccioli e s'iss in piedi. Voi sembrate supporre la sua voce tremolava che il successore di san Pietro e vicario di Cristo in Terra debba prendere decisioni sulla base di consuetudini. Nobile Napo, noi non dobbiamo sottostare ad alcuna consuetudine di questa terra, bens a decisioni provenienti da ben pi in alto. Quanto fatto  fatto: sic res est. Andate in pace.
Quelle parole ponevano fine alla questione: erano un suggello.
Diversi della Torre si scambiarono occhiate e strusciarono
i piedi a terra. Napo rimase immobile a due passi da lui, con un fremito che contraeva in piccoli spasmi il lato destro dello strano viso privo d'espressioni.
Si volt verso di lui.
Le mani di Ottone tremavano. Con le dita cerc la scarsella di cuoio che portava sempre allacciata al polso, la strinse tra le dita. Dal cupo turbine che gli ululava nella mente emersero i lontani pomeriggi di Piacenza; si aggrapp ai ricordi come una vela al pennone in una tempesta di maggio. Ne trasse conforto bastevole da sostenere lo sguardo del nobile.
Della Torre fece un altro passo, si ferm a un palmo dal suo petto e gli alit in faccia odore di arrosto e chiodi di garofano. Ascoltami,  Visconti. La sua voce era piatta e dura come una mola per affilare. Oggi vinci la pugna perch questo serpaio  territorio tuo. Ma Milano no.
Quello  territorio nostro. Mettici un piede, prova ad avvicinare le tue truppe al Lambro e al Ticinello, e ti schiaccio la testa sotto il calcagno come la vipera velenosa che sei. Addio, arcivescovo.
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CAPITOLO 4.
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OTTONE ACCOLITO.
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Pomeriggi piacentini. Molti anni prima, gioved 27 aprile 1223. Monastero di San Sisto, Piacenza.
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Ottone guard fuori dalla finestra. Non si vedeva granch.
Non aveva prestato attenzione alle campane, ma il sole era gi a met strada verso i tetti di coppi: doveva essere l'ora nona passata. Dopo le piogge, che erano andate avanti per quasi due mesi, l'azzurro splendente del cielo e il profumo di primavera lo riempivano di energia.
Che voglia di sgranchirsi, di esplorare i dintorni! Poteva liberare di nuovo il cane del porcaro Currado e rincorrerlo sui prati di trifoglio, tarassaco e violette di l dal fiume Trebbia, dove pascolavano vacche e pecore, e nei boschetti
c'erano more e fragole selvatiche.
No. Non poteva.
Il priore era stato molto chiaro circa le sue scappatelle: ormai non era pi un fanciullo, le punizioni per aver violato le regole sarebbero state ben pi severe che in passato.
E doveva impegnarsi nello studio individuale: essere dispensati dai compiti comunitari per approfondire le materie pi avanzate era un privilegio che spettava a pochi, nel monastero. Riabbass gli occhi sul De consolatione philosophiae di Severino Boezio, che aveva aperto davanti.
Quid igitur, o mortales, extra petitis intra vos positam felicitatem? Error vos inscitiaque confundit.
Sbuff. Solo a guardare quelle lettere gli veniva il mal di testa: le righe della scrittura gotica gli sembravano sempre un canneto palustre, con le aste verticali troppo spigolose e i trattini d'unione sottilissimi, meno eleganti della carolina e meno pratici della notarile. Perch buttava via il suo tempo con quella roba? Agli altri non era richiesto di impararla.
Guard di nuovo fuori dalla finestra.
No, cos non si poteva proprio andare avanti.
Chiuse il libro. Non avrebbe commesso una simile ingiustizia
verso Dio: aveva creato un cielo troppo bello per sprecarlo chiusi in cella a rovinarsi gli occhi sui ghirigori di gente morta da un millennio.
Balz in piedi, si sfil il camicione e rimase nudo nell'aria mite a scegliere quali calze indossare. Quell'anno, gli aristocratici piacentini avevano preso il vezzo di indossarne due di differenti colori; l'avrebbe fatto anche lui. Calz a destra un vinaccia, a sinistra un cupo verde pino, se le leg sopra il ginocchio. Erano attillate e comode, inoltre facevano risaltare i muscoli che continuavano a ingrossarsi sulle cosce e sui polpacci.
Dalla cassapanca pesc la veste di lino col biscione di famiglia sul cuore e la ferm in vita con la cintura del nonno, stringendo bene la fibbia d'argento massiccio. Calzari, cappellino e mantella. Era pronto; mancava solo una cosa.
Usc dalla cella ed entr in quella a fianco senza nemmeno bussare. Tedaldo?
La celletta era vuota.
Dov'era finito? Avrebbe dovuto essere l a studiare anche lui. Forse era sceso alla biblioteca? Valeva la pena di controllare.
Scese i gradini a due a due, sperando che le suole di cuoio indurito non facessero troppo rumore. Aveva una voglia matta di tirare con l'arco. Tedaldo gli doveva una rivincita.
Al pianterreno si crucesign davanti al crocifisso ligneo, schizz a sinistra, varc con due balzi il cortiletto delle piante aromatiche e s'infil nella porticciola che dava in biblioteca.
Dalle finestre di ponente, la luce del pomeriggio tracciava linee nella polvere tra i banchi di scrittura. Un alluminatore e un calligrafo alzarono il viso per una rapida occhiata e tornarono al loro lavoro. In fondo alla corsia, appollaiato sul suo sgabello come un falcone, fratello Michele alz la fronte sporgente da nano in un gesto interrogativo.
In silenzio, Ottone s'inchin, sorrise e fece un cenno vago con le mani: non era l per chiedere dei libri in prestito.
Si mise a cercare Tedaldo senza aspettare altri comandi, confidando nella pigrizia del bibliotecario; gli occhietti sospettosi di quello gli punsero la schiena per tutto il tempo, come due piccoli pugnali tra le scapole. Chiss se tutti i nani erano astiosi e  scorbutici come Michele, o se quelle caratteristiche derivavano pi dal costante timore che qualcuno rubasse i suoi libri.
Ecco suo cugino, finalmente! Sedeva al tavolo dei copisti, davanti a un leggio con un codice aperto; inzupp nel calamaio una lunga penna di fagiano e l'accost a una pergamena scritta per met.
Psst, Tedaldo! S'avvicin a lui. Che stai copiando?
L'amico ebbe un sussulto. Gli lanci uno sguardo di sottecchi, strinse le labbra e continu a scrivere. Poverino: gi era l'unico secco tra tutti i Visconti, se in pi se ne fosse rimasto cos curvo si sarebbe presto trasformato in un uncino, con quel naso adunco che si trovava.
Ottone gir attorno alle sue spalle ossute e sbirci il testo che stava sul leggio.
20 Eruditorem insipientium, magistrum infantium, habentern formam scientiae, et veritatis in lege.
21 Qui ergo alium doces, teipsum non doces?
Ehi, perch stai ricopiando la lettera di san Paolo ai Romani?
Sono in punizione bisbigli Tedaldo. Devo ricopiarla per intero, poi raschiare la pergamena e rifarla daccapo, per venti volte.
Venti volte? E per cosa?
Intemperanza alle regole.
Silenzio, voi due l in fondo rampogn fratello Michele dal trespolo.
Perdonate disse Ottone, e attese che il nano si voltasse di nuovo. Che hai combinato?
Tedaldo sbirci il bibliotecario e sussurr: Per l'ultima uscita... Credo che il cellario mi abbia riconosciuto alla locanda. L'ha detto a fratello Aimone.
T'ha riconosciuto? Con gli abiti di casata addosso?
Te lo dicevo che non  fesso quanto sembra...
Ma  impossibile! L'altra sera era sbronzo come un'anguilla alla vernaccia!
Abbassa quella voce, razza di scemo. Tedaldo aveva le labbra contratte. Non mi avrebbe nemmeno guardato, se tu non ti fossi messo a cantare a squarciagola.
Ehi, io non c'entro. Se fosse come dici, avrebbe dovuto riconoscere me, non credi?
No, perch tu gli davi le spalle. Non rammenti?
Ottone si sfreg il naso. Aveva ricordi sfumati di quella sera, a parte che s'erano divertiti in compagnia di alcuni coetanei. Tedaldo gli punt la penna che aveva in mano.
Hai la faccia di quando ti accorgi di essere colpevole. E fai bene, ubriacone disgraziato.
Una lieve stretta di colpa gli prese la gola. Come dargli torto? Nelle scappatelle notturne alla locanda dei Tre Re aveva scoperto la passione per il vino, e non era la prima volta che esagerava.
Va bene, va bene. A proposito... quando Aimone ti ha sgridato, gli hai detto per caso che eri con me...?
Tedaldo mise il broncio, intinse la penna e ricominci a scrivere. Gli ho detto che ci sono andato da solo.
Uh, meno male! Mi hai tolto un peso dallo stomaco.
Il cugino continu a scrivere, rapido come al solito. Ottone si sedette sullo sgabello l accanto; avrebbe fatto la stessa cosa per Tedaldo, ma continuava a sentirsi in colpa.
Non era giusto che venisse castigato lui soltanto; d'altra parte, non aveva molta voglia di essere punito. Era pur sempre una giornata troppo bella da passare al chiuso.
E se ce ne andassimo?
Tedaldo lo guard come se fosse impazzito. Che hai detto?
Dai, mi hai sentito. Usciamo!
Non posso, devo finire questo... Sono solo alla terza copia.
Che cambia? Terza o ventesima  sempre lo stesso brano sulla stessa pergamena. Quella talpa di Aimone non se ne accorger mai!
Questa... sarebbe un'infrazione grave.
Di una punizione ingiusta.
Non  vero...
Di' un po', il bibliotecario sa perch sei qui?
A furia d'insistere, Tedaldo aveva incassato la testa tra le spalle. No, non credo. Gli ho solo chiesto il volume.
Perfetto. Allora restituisciglielo e di' che hai finito.
Passiamo dai lavacri a recuperare i tuoi vestiti e lasciamo il monastero dal lato dell'orto, cos Aimone non ci vedr neanche tornare alle celle. Penser che tu sia ancora qui a svolgere l'esercizio.
Basta bisbigli, voi due! tuon fratello Michele, brandendo
un lungo righello scanalato. Almeno dieci teste si voltarono verso di loro. Certo che urlare per tacitare dei bisbiglii era proprio una mossa astuta! Stupido nano.
Avanti sorrise Ottone, senza darsi per vinto. Vuoi rimanere rinchiuso qui tutto il giorno?
Tedaldo esit, sotto gli occhi degli amanuensi. Poi asciug la penna nella pezzuola, richiuse la boccetta e pass
un velo di sabbia sul foglio, per seccare l'inchiostro appena
vergato. Ci soffi sopra con cura, richiuse il codice e se lo mise sottobraccio. Trionfante, Ottone lo prese per mano e lo tir fino al trespolo del nano.
Ho terminato, ecco bisbigli Tedaldo, rosso e con le ciglia basse. Perdonate per il trambusto.
Mmm. Il bibliotecario gli strapp il volume dalle mani
come se si riappropriasse di un articolo rubato e lo fece sparire sotto al bancone.
Ottone guadagn la porta della biblioteca. Gli scappava
da ridere. Gli sembrava di avere nell'anima un branco di puledri.
D'accordo, razza di scellerato stridette suo cugino.
Adesso che si fa?
Ottone si gir con una piroetta che un a un inchino affettato.
Un giorno saremo abati o arcipreti, compare mio, e anche noi saremo ligi, intransigenti e noiosi come fratello Aimone. Ma oggi no: oggi andiamo a divertirci!
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CAPITOLO 5.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Contromisure. L'indomani dell'affronto di Napo, domenica 23 luglio 1262. Rocca dei Papi di Montefiascone.
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Per tutta la notte, Ottone si rigir sul materasso di piume, con la bile che gli bruciava lo stomaco e la faccia smorta di Napo della Torre che affollava gli affreschi mutevoli del dormiveglia.
Al primo chiarore, si strapp di dosso il lenzuolo ricamato e usc dalla stanzetta di pietre a vista. Sul cocuzzolo del colle soffiava la brezza: congiunse le mani dietro la schiena e cammin avanti e indietro sotto il terrazzo loggiato. La carezza del vento gli avrebbe asciugato le membra e i crucci.
Nel cortile l sotto, due domestiche civettuole attingevano
acqua dal pozzo, fingendo di non notare le occhiate del garzone, che distribuiva forcate di fieno alle mangiatoie dei cavalli. La torre della cappella papale diede un rintocco, che dest uno stormo di colombe dal gran noce l davanti. Cantarono in risposta le campane delle chiese di Montefiascone, seguite dagli squilli lontani delle pievi sparpagliate ai piedi del colle, tra i lecceti e i campi.
Un armigero usc sbadigliando dalla torre orientale, lev la sbarra dal portone e apr i battenti. Un mulo con due sacchi sulla groppa lo varc, seguito da un villano con una cuffia.
Finalmente era l'ora prima: Ottone poteva andare a colloquio da Ubaldini. Avanz fino al suo uscio, batt tre volte le nocche. Cardinale, sono Visconti.
Attese pi di quanto si aspettasse.
La porta si apr, il paffuto Ignazio lo introdusse prima in un'anticamera, poi in un appartamento con un baldacchino e uno scrittoio, dove il suo mentore era gi al lavoro.
Quella stanza era molto pi grande della sua, e i muri non erano di pietre a vista, ma ricoperti da arazzi di lana dai magnifici colori; e s che con la consacrazione del giorno prima, avrebbe dovuto essere un ospite di speciale riguardo.
Ebbene, che c'? chiese il Cardinale, senza alzare gli occhi su di lui.
Ottone fiss il segretario finch non se ne fu tornato in anticamera.
Magister, dobbiamo parlare.
E allora parlate. Ubaldini prese un breve sorso da un calice fumante. Ma  tempo che smettiate di chiamarmi maestro. Se persino voi dimenticate di essere diventato vescovo, come pretendete che se ne ricordino gli altri?
Il fastidio punse Ottone. D'accordo, la forza dell'abitudine gli aveva causato un lapsus linguae, ma non gli sembrava il caso di sottolinearlo in quel modo, vista la situazione.
Vedo che siete impegnato, disse e neanch'io sono in vena di convenevoli. Perci andiamo al punto: i della Torre. Immagino che abbiate una contromisura adatta per questo intoppo. Dunque?
Ubaldini alz gli occhi grigi su di lui. Dunque che?
Come sarebbe, dunque che? La stizza di Ottone crebbe. Voi avete un piano. Avete sempre un piano, senn non sareste voi. Perci non perdiamo tempo: ditemelo, cos che possa mettermi subito all'opera. Non posso starmene
con le mani in mano.
Il Cardinale rimase a fissarlo in silenzio.
Ma che gli prendeva? Tutt'un tratto gli andava di giocare burle? Aveva voluto umiliarlo, prima esortandolo a trattarlo come un pari, per poi mostrarsi duro e superbo in quella maniera?
Da quanto tempo ci conosciamo, Ottone?
Quasi quindici anni. Perch?
Quindici anni, ripet il Cardinale in cui siete stato mio camerlengo e ambasciatore. Perch pensate che, in tutto questo tempo, io abbia continuato a istruirvi, favorirvi e educarvi alla lucidit di pensiero?
Perch un giorno fossi pronto per compiti pi alti di quelli riservati a un abate o un arciprete.
Il Cardinale batt le ciglia con lentezza affermativa.
Quel giorno era ieri. Ve lo domando chiaramente: siete pronto? Gli occhi grigi parevano scavargli dentro.
Certo che lo sono. So di aver fatto la figura del fesso, ieri, ma voi sapete di quanto sia davvero capace.
Ubaldini pieg la mano. E perch siete qui, allora?
Perch bramate un mio comando come un cagnolino beneducato?
Se avete imparato, non avete bisogno di me.
Fu come uno schiaffo. Ottone deglut a forza; non s'era aspettato un trattamento simile; Ubaldini stava forse tagliando i ponti? Davvero voleva che iniziasse a camminare con le sue gambe, o c'era sotto dell'altro?
Io vi chiedo consiglio come si fa con un amico rispose dopo una pausa. Ma se non l'avete in animo, me la caver da solo. Sono del tutto in grado di farcela.
Il Cardinale torn a leggere la pergamena arricciata sullo scrittoio. L'avete gi detto.
Ottone cambi piede d'appoggio. Stava cercando di irritarlo apposta? Era un gioco che conosceva anche lui.
Ditemi, eminenza, non sar che persino voi avete paura dei della Torre?
Ubaldini sospir, s'appoggi allo schienale dell'alto scranno e intrecci le mani sul petto. Per quale motivo volevate divenire vescovo di Milano, Visconti?
Che c'entra, ora?
Su, su, fatemi contento. Assecondatemi e rispondete sinceramente. Oscill le mani con fare incoraggiante.
Come desiderate... ebbene, noi sottoline Ottone volevamo che diventassi vescovo di Milano per salvaguardare i beni della diocesi dall'avidit dei Torriani, che reggono la Credenza di Sant'Ambrogio con la connivenza del capitano del popolo.
E questo cosa ci dice dei della Torre?
Che al momento dispongono di grandi ricchezze.
Corretto. Ora ditemi, in cosa credete che verr adoperata una simile fortuna?
Ottone si strinse nelle spalle. Per saziare gli appetiti del corpo e per ingaggiare soldati mercenari, che altro?
Esattamente.
Ubaldini tacque. A che gioco stava giocando?
Hanno un esercito. Bene, e quindi? Tutti hanno un esercito; ora perch anche i Torriani avranno delle truppe dovremmo lasciar perdere ogni cosa? E questo che mi state consigliando?
Ubaldini alz un poco il mento, la sua espressione si fece seccata. Dite che tutti hanno un esercito. Il vostro dov'?
Io sono un religioso... non ho un esercito.
Il papa  un religioso eppure ne ha pi d'uno. Il Cardinale si tocc il petto. Io sono un religioso, ma mi basterebbe inviare tre missive per averne uno a mia volta, in attesa di ordini alle porte di questo ameno paese di vacche e bovari. Voi, invece? Gli punt addosso l'indice. Dov' il vostro esercito, arcivescovo?
Ottone non s'era accorto di stare tormentando la scarsella di cuoio con l'unghia del pollice.
Il problema, Visconti,  che voi siete arrivato disarmato a un duello confidando che l'avversario non si presentasse, e senza predisporre alcun piano di riserva. Non  certo quel che avete imparato da me. Siete uno sprovveduto.
Ubaldini prese con noncuranza uno dei rotoli di pergamena ammucchiati sullo scrittoio, ne ruppe il sigillo e lo srotol. Si mise a leggerlo, senza pi badare a lui.
Ottone batt le palpebre. Era stato congedato?
La rabbia che aveva trattenuto dal giorno precedente ruppe le chiuse e gli schium in corpo e in gola, fino al cervello.
Non vi azzardate a scaricare tutta la colpa su di me, Ubaldini! Trattenne a fatica un insulto, s'attorcigli la lingua. Mi avete persuaso voi a questo corso d'azione, l'avete dimenticato? Dicevate che nessuno avrebbe contestato la decisione del papa, invece quelli si sono presentati
armati in chiesa! Avete sentito cosa hanno avuto il coraggio di dire? Hanno dato del plebeo a me e alla mia famiglia di fronte a tutti!
Un accenno di sorriso comparve sulle labbra del Cardinale, o forse era un ghigno.
Si pu sapere cos' che vi diverte, adesso?
Ottone sbatt le mani sullo scrittoio di Ubaldini. Il portapenne
sobbalz, il calice d'alabastro si rovesci a terra con uno schianto, schizzando vino fumante sulle piastrelle di terracotta.
Io contavo su di voi grid, roco. Vi rispettavo! E invece, ecco che nella difficolt mi mollate, come un cane da scacciare a calci. E sia, non mi serve il vostro aiuto: non so ancora come, ma distrugger i della Torre da solo! Si raddrizz, riguadagn il contegno e si aggiust la veste.
Il ghigno di Ubaldini s'era allargato: ora era un sorriso vero e proprio. Sembrava quasi soddisfatto.
Era troppo. Le mani di Ottone presero a formicolare.
Se non vi togliete quel sorriso dalla faccia, ringhi lo far io.
Il Cardinale pos la pergamena sulle altre e batt piano le mani. Bene, amico mio. Molto bene disse, posato come al solito. Questa  esattamente la furia che volevo da voi. Sono felice che siate capace di attingere forza dalla vostra rabbia, perch sar necessario per sconfiggere i della
Torre. Ci che spetta di diritto va sempre preso con la forza.
Ottone era basito. Cosa volete dire?
Che avete superato il mio esame. Dopo la magra figura che avete fatto ieri, temevo che gli anni di diplomazia e amministrazione dei segreti avessero spento il fuoco che avevate in giovent. Sono lieto che non mi abbiate deluso, Ottone. Tenete, ora potete leggere questi.
Ubaldini gli porse le quattro missive impilate sul suo scrittoio. Ottone le prese, combattuto tra sospetto e sollievo.
Appena comprese cos'erano, un brivido gli rotol lungo la schiena.
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CAPITOLO 6.
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OTTONE ACCOLITO.
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Serate piacentine. Molti anni prima, gioved 27 aprile 1223. Vicoli tra San Sisto e la cattedrale di Santa Giustina, Piacenza.
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Tedaldo gli mise di colpo una mano sul petto. Fermo. Lo senti?
Ottone si arrest e tese l'orecchio.
Oltre l'angolo tra la bottega vasaia e la via dei vignaioli, un coro cantava la famosa lauda spirituale di Francesco d'Assisi; le voci erano parecchie e si avvicinavano.
Quella canzone... rantol il cugino la canta sempre mastro Leone. Se  lui, potrebbe riconoscerci.
Mastro Leone era l'architetto toscano che alloggiava al monastero di San Sisto, mentre lavorava alla costruzione di Santa Giustina; era a causa del suo cantiere che Ottone e Tedaldo studiavano al monastero e non nel capitolo della cattedrale.
Evitiamolo. Ottone si cal il cappuccio sulla fronte e s'infil in un vicolo fetido tra due palazzi, seguito da Tedaldo.
Un'anziana imbacuccata svuotava un vaso da notte in un pozzetto di mattoni addossato al muro; alz lo sguardo con timore. Lo spazio era strettissimo; Ottone la sfior col mantello e prosegu oltre senza rallentare.
Fah! gracchi la vecchia. Dov' finita la creanza?
Domandiamo licenza! le rispose senza voltarsi. Abbiamo
fretta, il re non aspetta! Dietro di lui, Tedaldo ridacchi.
Il vicolo s'immetteva in una piazzola buia, dominata dalla carcassa sbilenca di un vecchio carro. L accanto, due figuri chini rovistavano dentro un sacco. Smisero di confabulare di colpo e volsero i cappucci verso di loro.
Tedaldo si ferm dietro di lui. Ottone...
Non essere pavido ribatt, col cuore che accelerava: aggir i due uomini cercando di ostentare baldanza. Il signore vi accompagni disse senza guardarli.
Quelli non risposero, ma non fecero nulla per ostacolarlo.
Ottone li super e s'infil sotto un portico schiacciato tra due file di case; rallent in attesa di Tedaldo.
Dopo mezza avemaria, il cugino lo raggiunse ed eruppe in un lungo sospiro. Che fifa! tremol. Chi saranno stati quei due? Hai visto che aria losca?
Tagliaborse, o qualcosa del genere. Non  gente che cerca rogne da due studentelli come noi. A ogni buon conto, Ottone si guard alle spalle: nessuno li seguiva nella galleria, grazie a Dio.
Da quell'asfissiante angiporto tornarono nel sole del tardo pomeriggio.
Aria salubre! esclam Tedaldo, alzando le braccia in segno di lode. Che aspetti? Sbrigati! Si lanci sulla corta
discesa di terra battuta. Ottone sorrise.
L'insegna in ferro battuto dei Tre Re cigolava sotto l'aggetto della camerata del primo piano; nel praticello fiorito di fronte all'ingresso, un uomo russava a faccia in gi tra i cespugli, con le calzabraghe alle caviglie e il sedere villoso al vento.
Ottone e Tedaldo esplosero in risate e varcarono la porta, tenendosi la pancia.
Nonostante il bel tempo e l'orario, quasi tutte le panche della sala comune erano gi occupate. Una meretrice
ancheggiava tra i tavoli di plebei e mercanti girovaghi, che bevevano e mescolavano il volgare di Piacenza ad accenti lombardi e toschi, intervallati dai colpi di tosse della primavera. C'erano anche due uomini in eleganti tuniche
lunghe, che giocavano a scacchi in un tavolino appartato.
Ottone giunse le mani al petto. Ti rendiamo grazie, Signore, per non aver creato il mondo intero a modello del monastero!
Non nominare il suo nome invano. Tedaldo lanci un'occhiata a una chiazza di catarro e storse il naso. A
me veramente l'ordine e la pulizia di San Sisto non dispiacciono.
Perch, credi che a me facciano orrore? Tutt'altro, per non li apprezzerei altrettanto se non facessimo un salto qui di quando in quando!
Questo  vero, finch non si eccede.
Ottone s'avvi al banco; il cugino gli tenne dietro.
Bentornati, messeri! url Gustavo Al Gigei, alzando
il braccio grosso come un tronco.
Ave a te, mio buon Gaidolfi. Ottone cav due monete
d'argento. Ecco, tramuta questo sterco del demonio in due coppe di vernaccia buona!
Servo vostro. Vi mando subito Agnese.
Le viscere di Ottone si strinsero, ma tent di non darlo a vedere: Molto bene. Dove ci mettiamo a sedere?.
L'oste si guard attorno. Vediamo... l c' un posto solo.
Laggi due gentiluomini come voi starebbero stretti. Laggi
rischiereste di farvi vomitare addosso da Giovanni.
Vediamo, quasi quasi... Ma s, in via eccezionale potete sedervi al tavolo del re.
Quale onore! disse Ottone.
S'avvi insieme a Tedaldo nella parte del salone dove si giocava a zara: sui tavolacci, tra boccali, briciole, fettine di cacio e mucchietti di monete di vario conio, il rotolare
dei terzetti di dadi scandiva scoppi di giubilo e di bestemmie.
Tedaldo sedette sulla panca tra il muro e l'ultimo tavolo; Ottone s'accomod di fronte a lui e fiss lo sguardo sul rex ribaldorum, seduto al posto d'onore a capotavola, in una nicchia del muro.
Sotto il cappello piumato, una maschera di seta gialla nascondeva le fattezze della met superiore del viso, sottile
e decorato di barba argentea, del sovrano dei biscazzieri
e dei barattieri di Piacenza. Su di lui circolavano storie d'ogni tipo: chi diceva fosse un negromante, chi un ciarlatano,
chi Belzeb in persona. Era la prima volta che lo vedeva cos da vicino. Con la destra raccoglieva le puntate e con la sinistra faceva vorticare i dadi in una scodellina di terracotta. Era un movimento che doveva richiedere un'enorme
perizia, eppure nelle fessure della maschera gialla gli occhi del re erano placidi, quasi trasognati: cantava a mezza voce dei versi d'amore provenzali, e pareva badare pi a quelli che alle partite.
Era un incanto da osservare. Tuttavia, dov'era Agnese?
Ottone volt il capo verso la porta del retro, dov'erano cucina e dispense. Era chiusa.
Ehm, Ottone. Sono un po' in impaccio, qui disse Tedaldo.
Stai stretto?
No. E che una cosa  vedere i giocatori da lontano, un'altra  sedere al loro tavolo, in mezzo a loro. Hai letto anche tu il De aleatoribus: queste persone si stanno dannando l'anima.
E con ci? Cristo non s' fatto alcun problema a sedere
a mensa con i peccatori.
No, ma... Tedaldo abbass lo sguardo.
Ma, cosa? Cugino, devi accogliere la vita con pi letizia!
Questo posto  fantastico, guardati attorno. Ottone si volt di nuovo verso la porta del retro e preg che si aprisse in quel momento.
Per divina opera, la preghiera venne esaudita. Agnese comparve sulla soglia, alta, bionda e robusta come la mezza
alemanna che era; scrut il salone.
Ottone si sbracci due volte: lei sorrise. Ai lati delle gote paffute, due indomabili boccoli biondi sfuggivano alla cuffietta e le ricadevano sulle spalle scoperte.
Venne verso di loro aggirando i tavoli. Ma buongiorno, miei chierici!
Dio sia con te borbott Tedaldo, guardandosi attorno.
Con destrezza non minore a quella del re, la fanciulla pos fra loro due calici, un tagliere di pane nero a fette, un vasetto di confettura e un'intera brocca di vino color rubino, che provvide poi a versare nelle loro coppe.
Quanto ben di Dio fischi Ottone. E ben pi di quanto abbiamo ordinato.
Lo so. Omaggio della casa! Agnese strizz l'occhio azzurro e tondo come un'acquasantiera. Quella complicit
riemp Ottone d'allegria: l'entusiasmo e il buonumore di quella fanciulla erano sempre contagiosi.
Tedaldo alz appena il grosso naso, come se d'improvviso si fosse fatto pi pesante del solito. E a che dobbiamo un trattamento cos privilegiato?
La gratitudine di una cristiana a due venerandi futuri prelati ridacchi, infilando una mano nella tasca del suo grembiule. Tir fuori un voluminoso oggetto rettangolare avvolto di tela grezza. Lo pos accanto al tagliere. E poi volevo ringraziarvi per questo.
Agnese, sbrigati! rimbomb il vocione di Gustavo.
Sei qui per lavorare, non per civettare!
Pap! Sulle guance della ragazza sbocci un campo di efelidi. Volt le spalle e marci coi pugni chiusi fino alla porta aperta, sbattendola dietro di s.
Con le sopracciglia aggrottate, Tedaldo sollev a fatica la caraffa e vers il vino a entrambi. Cosa c' in quel pacchetto?
Niente di importante. Ottone si port la coppa alle
labbra: il vino era aspro e rinfrescante, lo tracann con gratitudine, diede un sospiro di apprezzamento e si lecc le gocce dalle labbra. Questo s che  schietto! Non come
il piscio che servono a noi.
Tedaldo sciolse l'involto di tela e sgran gli occhi. Un libro? Sei impazzito? L'hai rubato al monastero?
Ottone s'affrett a scuotere la mano. Macch rubato...
Lo riconsegner gi stasera.
Che diavolo, ecco perch fratello Michele  sempre guardingo. Tedaldo prese un sorso di vino a sua volta.
Apr la copertina e scorse l'interno con aria grave. Una grammatica... Non mi dirai che Agnese vuole imparare a leggere?
S. E davvero sveglia, sai. Ti ricordi cosa ci disse quest'inverno? Suo padre non avrebbe mai speso denaro per l'istruzione di una donna. Insegnarle a scrivere  stato un atto di bene.
Tedaldo richiuse il libro e lo fiss. Un atto di bene?
Appropriarsi degli averi del monastero  un'infrazione grave. Ben pi grave che sgattaiolare qui a farci un bicchiere
di nascosto...
Ottone batt la mano sulla copertina di pelle. Ma un'infrazione per una causa giusta  un atto di bene!
proruppe. Tutta la biblioteca, inutilizzata, vale meno di questo singolo libro prestato ad Agnese.
La paura lampeggi negli occhi di suo cugino. Hai perduto il senno?
Non s'era aspettato una reazione cos vigorosa. Forse aveva parlato con troppa enfasi? Ottone si guard attorno:
nessuno prestava attenzione a loro.
Senza preavviso, gli arriv un pugno sulla spalla. Ahi! Ma che accidenti fai?
Lo so io. Tedaldo lo fiss con occhi severi e gli riemp di nuovo il bicchiere. Ora noi due sar bene che parliamo.
Ma, per prima cosa, bevi.
Come prescrivete, padre Visconti. Ottone raccolse
una fetta di pane, si crucesign, l'inzupp nel bicchiere e se la spremette tra i denti. Ringrazi Cristo per quel sapore
e quella consistenza. Sciacqu la mollica con un'altra sorsata, e asciug il vino con altro pane tenero e confettura.
Il bicchiere fu presto vuoto, e lo stomaco iniziava a scaldarsi.
Anche Tedaldo bevve e il suo naso cominci a rosseggiare.
Mi vuoi dire che ti prende? Non ti avevo mai visto andare oltre il primo calice...
Per il cielo, Ottone, sei cotto di lei!
Ottone trasecol. Di chi parli? Di Agnese?
Lui lo fiss con due fessure d'occhi, come se fosse un ladro colto in flagrante.
Guarda che qui il pazzo sei tu, e anche smemorato.
Ogni volta che veniamo lei si trattiene un po' a discorrere, perch  simpatica. Non  nient'altro che un'amica.
Ah s? Ma se non le stacchi mai gli occhi di dosso.
Be', ma quello perch  graziosa. Che vuol dire? O
forse a te pare brutta?
Tedaldo scosse il capo. Non cambiare discorso. Sei stato qui altre volte anche senza di me, non  vero?
Uno strano disagio si diffuse dentro Ottone. S, un paio.
Che male c'? Vers altro vino a s e al cugino, che continuava a fissarlo.
Quando?
Quando accompagnavi tuo padre ammise Ottone.
Raccontavo ai tutori che ero insieme a te. Essere parente del podest cittadino, per quanto di un ramo diverso, ha i suoi vantaggi.
Quindi anche la nem... menzogna comment Tedaldo.
E perch non l'hai detto nemmeno a me?
Gi, in effetti quella era una buona domanda. Controll il vino nella brocca: ce n'era ancora parecchio. Rabbocc in silenzio entrambe le coppe, e si rigir nel palmo la sua.
Non lo so il perch, di preciso.  che sembrava una cosa molto stupida, all'inizio. Uno svago ozioso. Voglio dire, insegnare a una popolana a leggere? Ma quando mai s'era sentito?
Suo cugino esit, prese un breve sorso e fece una smorfia;
doveva gi essere vicino al limite. Mi stai dicendo che invece ha imparato?
Se ha imparato? Dovevi vederla! Ci teneva moltissimo, ha assorbito con una rapidit che non credevo nemmeno possibile.
Tedaldo si agit sulla panca e borbott: M' sempre parsa una fanciulla sveglia.
Invero, cugino! Pensa che dopo due sole settimane aveva gi imparato l'alfabeto e leggeva le parole da sola.
Le ho lasciato il libro per esercitarsi, deve aver fatto pratica
giorno e notte... Se oggi me l'ha restituito, scommetto che sa gi scrivere parole e frasi di senso compiuto.
Suo cugino fiss l'interno del suo calice: L'ammiri proprio
come si ammira un'amica. Lasci cadere l l'argomento
e si chiuse in un silenzio ostinato.
Ottone prese un altro piccolo sorso; dentro di lui aveva preso ad attorcigliarsi uno strano malessere, simile al biscione
sull'insegna della loro casata. Non era sicuro che c'entrasse il vino, ma pensarci in quel momento lo metteva a disagio.
Nascose il libro tra la veste e la pancia, astioso con la sorte per aver rovinato una giornata del genere.
La situazione inizi a migliorare quando il vociare nella taverna cal all'improvviso e l'attenzione di tutti venne catturata dall'ultimo arrivato nel salone: aveva una guancia sfregiata e una spada al fianco.
Finalmente t'ho ritrovato, brutto figlio di puttana disse, e marci fino al tavolo del rex ribaldorum. Gli gett davanti una borsa di monete e sibil: Ti sfido un'altra volta. Ma stavolta, useremo i  miei dadi.
Mormorii carichi di tensione attraversarono l'aria, le panche sfregarono sul pavimento, due decine di giocatori d'azzardo s'accalcarono attorno al tavolo del re.
Ottone e Tedaldo vennero spintonati indietro, ma riuscirono comunque a vedere qualcosa offrendo una coppa ai loro vicini di panca, Tano e Luca.
Iniziarono subito a circolare delle storie sullo sfidante del re, ma fu impossibile capire quali fossero vere, sempre che ce ne fossero; ben presto Ottone si accorse di non riuscire nemmeno a seguire la zara, perch l'intera locanda aveva preso a ondeggiare tutt'attorno. Suo cugino aveva problemi anche peggiori: non riusciva a computare le frasi per intero, era rosso come il vino e per reggersi in piedi s'appoggiava ai mattoni del muro.
In seguito, Ottone fu sul punto di dar di stomaco, mentre
una baldoria festosa esplodeva tutt'attorno. I suoi ricordi
sfumavano.
Quando torn in s, la locanda s'era quasi svuotata, Tedaldo
era riverso sulla panca con un filo di bava sulle labbra
socchiuse e Agnese gettava segatura sulle pozze del pavimento. Ben svegliato, chierico usignolo! gli disse.
Come facessero le fossette sulle sue guance a essere cos carine era un assoluto mistero, ma in quel momento l'agitazione
gli premette sullo stomaco scombussolato. Agnese?
Io... stavo dormendo?
Il sorriso di lei si affievol. Annu, si strinse il manico di scopa al grembiule e sbirci verso la porta del retro. Ho paura di aver sbagliato a regalarvi tutto quel vino. Volevo sdebitarmi, invece ho combinato un pasticcio... Dovete rientrare, ora. S' fatto molto tardi.
Ottone si stropicci gli occhi e guard fuori dalla finestrella.
Era buio pesto.
Misericordia celeste! Quanto tempo  passato?
Diede uno scossone a suo cugino, che gemette e strisci con la guancia contro il legno. Destati! Destati, Tedaldo!
Il cugino apr le palpebre gonfie e si drizz a fatica, rantolando.
D-dove siamo?
Ai Tre Re,  passato il vespro. Dobbiamo rientrare subito
a San Sisto!
Per due battiti di ciglia non ci furono reazioni, poi anche negli occhi rossi di Tedaldo s'allarg la medesima paura che sentiva lui stesso. Non si erano presentati alle preghiere serali. Il rischio di incappare in grossi guai era altissimo.
Ottone scatt in piedi e ci manc poco che non finisse lungo disteso. Dunque  cos l'ebbrezza, vista dal di dentro...
Aveva le gambe molli, la testa leggera e un calore appiccicaticcio in tutto il corpo. Agnese soffoc una risata e riprese a spazzare la segatura bagnata.
Ottone s'appoggi a Tedaldo per ritrovare l'equilibrio, ma l'amico si reggeva in piedi a malapena. Ce la fai?
S biascic l'altro, per nulla convincente.
Ottone si butt un suo braccio sulle spalle e l'aiut ad alzarsi e a imboccare l'uscita. Fuori, l'oste stava gettando una secchiata d'acqua su un angolo sozzo presso l'uscita.
Ottone gl'indirizz un saluto, ma le parole uscirono impastate
dalla gola, come se in bocca avesse avuto un ciottolo felpato.
Mastro Gaidolfi rispose soltanto con uno sguardo di riprovazione. Non c'era tempo per curarsene: dovevano tornare subito al monastero, e pregare che nessuno si fosse
accorto della loro assenza.
La paura e la leggera frescura della sera diradarono le nebbie dalla testa di Ottone. Il pallido spicchio di luna disegnava
appena i contorni degli edifici; in quel buio, la strada
era infida e pericolosa. E se si fossero imbattuti nei due rapinatori del vicolo? Se quelli avessero deciso di depredarli?
Non sarebbero riusciti a sottrarsi, n a chiamare aiuto.
Potevano finire come quei poveri diavoli che i vuotapozzi rinvenivano certe mattine agli angoli della strada, nudi e con le gole tagliate da un orecchio all'altro. Un vicolo pieno
di tenebre e scricchiolii s'apr accanto a loro.
Svelto, Tedaldo mormor col cuore in gola. Dobbiamo far presto!
Ho capito, rantol lui appeso alla spalla non fai che ripeterlo. Il cugino inciampava di continuo; Ottone aveva
le spalle indolenzite per il suo peso. Per due volte rischi
di stortarsi un piede e finire lungo disteso.
 colpa tua, biascicava Tedaldo trascinando i piedi
se ci ammazzano, sappi che  colpa tua.
Ma se ti sto portando di peso! Sarebbe colpa mia se tu non reggi il vino, mingherlino ingrato?
 colpa tua ripet lui con cocciutaggine. Tu mi hai trascinato fuori dalla biblioteca. Tu hai voluto andare ai Tre Re. Agnese ci ha portato cos tanto vino per colpa del libro che tu le hai pr...
Per la Madonna! Fu come se il terreno fosse svanito sotto i piedi di Ottone. Il libro!
Non bestemmiare, stupido!
Non ce l'ho pi. Dov'? Dev'essere rimasto in taverna!
Chiss quando mi  scivolato. Ottone si mise le mani tra i capelli finch i polpastrelli toccarono la chierica. Santi del cielo, fate che non l'abbiano rubato...
Tedaldo si divincol e si stacc da lui. Barcoll, ma in qualche modo riusc a rimanere sulle gambe; pareva furioso.
Oltre il muro l accanto, risuonava un coro attutito di voci maschili. La sorte era con loro: erano arrivati al monastero,
e con un po' di fortuna avrebbero ancora potuto sgattaiolare in cella e fingersi malati. Ottone si guard alle spalle: era pi conveniente tornare ai Tre Re da solo e cercare
il libro? No, forse no.
Senza preavviso, Tedaldo s'avvent su di lui, gli afferr la sovracotta ricamata e lo stratton. Che ti salta in mente?
Ottone arretr e mulin le braccia per non perdere l'equilibrio.
Ehi, lasciami!
No, adesso tu mi ascolti. Stai per diventare un uomo di chiesa, te ne rendi conto? Che intendi fare? Il suo fiato
pareva un catino di fermentazione. Ottone gli afferr i polsi.
Ma di che diavolo stai parlando?
Di questa pazzia con Agnese esclam Tedaldo. Lo dico per il tuo bene, visto che tu non stai ragionando. E a ben guardare anche per il bene di lei.
Ancora? Ottone sbuff e smise di agitarsi. Ti pare il momento adatto? Dobbiamo rientrare. Non avremo un'altra occasione.
Suo cugino strinse pi forte. Sta' a sentire, t'ho detto.
Io e te siamo nobili, m'intendi? Nobili. Forse non figli di duchi e di marchesi, ma comunque privilegiati: non ci mancheranno mai vesti, cibo e argento per ludi e prelibatezze.
Ci sono cose a questo mondo che noi possiamo prendere con leggerezza. Per i plebei non  cos. Capisci?
Ci sono errori che possono costare cari, soprattutto per le donne.
Il nodo da malessere senza nome ricominci a torcere le interiora di Ottone.
So che tieni molto ad Agnese, prosegu Tedaldo  una brava fanciulla, con diverse virt. Se non vuoi metter giudizio per te stesso, fallo per lei: prosegui per questa strada e le rovinerai la vita.
Quelle parole lo fecero stare malissimo. Lo colsero di sorpresa. Era troppo: suo cugino aveva davvero passato il segno. Come si permetteva? Fare la paternale a lui, che gli era anche maggiore per et?
Non sar ligio come te, ma non sono un furfante.
Ottone gli torse le mani e se le stacc dalla veste; Tedaldo gemette di dolore. Ho una morale. Non ho la minima intenzione di svergognare Agnese! So cosa le accadrebbe. Ho solo piacere a passare il tempo insieme a lei.
Il consanguineo barcoll indietro, massaggiandosi i polsi. Promettilo.
Come?
Prometti che non farai niente di sconsiderato.
Ottone esit. Non gli piaceva fare promesse, e in teoria era pure proibito. Ma quell'argomento l'aveva punto nel vivo.
Giuro sulla mia anima che non far niente di sconsiderato con Agnese.
Tedaldo rimase fermo nella penombra davanti a lui, con le gambe larghe e il fiato corto per l'ebbrezza. Un gatto pass tra loro, indifferente e silenzioso.
Sappi che m'hai offeso disse Ottone. E io non dimentico certe cose.
Senza attendere risposta, gir l'angolo e avanz fino alla parete esterna dell'orto monastico. L, nascoste sotto un viluppo di edere rampicanti, c'erano delle nicchie scavate in verticale a distanza regolare, che permettevano di scavalcare.
Era un segreto che i giovani chierici si passavano di generazione in generazione.
Ottone trov le insenature a tentoni e s'iss tra i rami e le foglie. Chiss quante persone li avevano usati nel corso degli anni per entrare e uscire dal monastero in segreto.
Ottone scavalc senza difficolt e si cal sul lato interno.
Tutte quelle emozioni avevano spazzato via l'ebbrezza dai suoi movimenti. Guadagn il suolo cercando di non calpestare
le piante officinali e si nascose dietro alcuni sai e lenzuoli stesi ad asciugare tra l'orticello e il chiostro. Per Tedaldo and diversamente: giunto in cima, si blocc e non riusc a trovare il coraggio di oltrepassare il muro con la gamba, per scendere all'interno.
Ben ti sta gli bisbigli Ottone. Per un istante s'interrog
se aiutarlo o meno: lasciarlo lass sarebbe stato un buon modo di fargliela pagare.
Dietro l'alloro l accanto ci fu un movimento.
Ottone sobbalz.
Tra le fronde aromatiche, dritto come un fuso, stava padre Arnaldo.
Il priore del monastero.
Il suo volto pareva una raffigurazione dell'ira di Nostro Signore alla fine dei tempi. Dunque, ecco dove eravate finiti.
Oh, santissimo Iddio balbett Ottone.
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CAPITOLO 7.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Lungimiranza. L'indomani dell'affronto di Napo, domenica 23 luglio 1262.
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Rocca dei Papi di Montefiascone, stanze del Cardinal Ubaldini.
Ma queste lettere sono...
Casate milanesi disposte a sostenere la Chiesa nella guerra contro i della Torre, disse il Cardinale sono le prime risposte alle mie missive. Confido che altre ne arriveranno
nei giorni e nelle settimane a venire.
Ottone sbatt le palpebre, incredulo. Risposte a lettere...
che dunque voi avevate inviato prima che Napo della Torre comparisse alla mia consacrazione.
Ubaldini alz l'indice. Le inviai prima che sua Santit l'approvasse, la tua consacrazione. La politica  un duello di lungimiranze.
Per la Gerusalemme celeste, il Cardinale era davvero un portento! Che sciocco era stato a dubitare di lui: dietro quegli occhi grigi e la fluente barba color castagna, striata appena di grigio, si celava un ingegno torreggiante e calcolatore
cui nulla poteva sfuggire. Tuttavia, qualcosa non gli era chiaro.
Ottone dispose le missive una accanto all'altra sullo scrittoio e le studi pi in dettaglio. Aliprandi, Litta,
Pirovano, l'aristocrazia di Milano e dintorni... Aveva gi incontrato alcuni di loro. A queste persone non interessa chi sieda sulla cattedra ambrosiana, ma evidentemente non vogliono che sia un della Torre. Prosegu nella lettura;
Ubaldini suon una campanella e chiese all'assistente
un'altra coppa di ippocrasso.
Queste famiglie accettano di appoggiare militarmente il campione del papa nella guerra per la rivendicazione dei diritti ecclesiastici, e in pi assicurano di convincere altre casate a fare altrettanto.
C'era qualcosa che non tornava.
Era meglio tacere?
No, dopo tutti gli errori recenti, non voleva passare per stupido un'altra volta. Anche se forse non sarebbe mai stato un sarto d'intrighi del livello di Ubaldini, non voleva nemmeno apparirgli come un mentecatto. Chiss, forse lo stava mettendo alla prova persino in quel momento.
Ubaldini un le punte delle dita davanti al mento.
Qualcosa vi turba, arcivescovo?
Ottone riguard le lettere. Solo due di esse riportavano la data di stesura: 23 e 28 giugno.
Queste missive sono del mese scorso. Cavalcando di sprone, un messaggero pu raggiungere lo Stato Pontificio
da Milano in dieci giorni. E, solo una settimana fa, noi ancora non sapevamo se il papa avrebbe accolto la mia candidatura. Ne consegue che voi non avete soltanto inviato
le richieste di sostegno prima dell'abboccamento con Sua Santit. Voi avete atteso di ricevere le risposte, prima di perorare la mia causa. Vi siete mosso con il pontefice
solo una volta certo che avremmo avuto appoggio militare in caso di resistenza dei della Torre.
Ubaldini rimase impassibile. Corretto. Questo  il modo
di assicurarsi che un progetto riesca: non bastano preghiere
e pie speranze. Dovete capire che, nel disegno di Dio, tutto ci che viene lasciato alle circostanze andr storto. L'Onnipotente apprezza che ogni possibile problema sia valutato in anticipo, e la sua contromisura intrapresa
prima ancora di muovere un passo. Ricordatevelo, perch questa  l'ultima volta che curer i vostri interessi per voi. Da ieri avete cessato di essere una mia pedina, ricordate?
Siete sempre un amico, ma ora siete diventato un giocatore.
Un altro moto di ammirazione e gratitudine sorse nel petto di Ottone, ma lo represse: c'era ancora qualcosa di taciuto, da sollevare. Scelse con cura le parole.
Eminenza, avete compiuto un'altra opera degna del vostro nome. Tuttavia, non posso fare a meno di notare che in nessuna di queste risposte epistolari compare il mio nome.  piuttosto curioso, visto che con un paio di costoro
ebbi dei trascorsi, quand'ero canonico a Desio. Mi viene
il sospetto che le vostre missive tralasciassero di menzionare
la mia identit. Senza volerlo,. il suo tono era andato via via indurendosi.
Ubaldini non si scompose nemmeno stavolta. Ovviamente
non v' il vostro nome. Era prematuro, non conoscendo
ancora la scelta del papa. Inoltre, non potevo escludere che qualcuna delle casate milanesi avesse da ridire
sulla scelta del candidato: era pi saggio rivelare chi fosse solo una volta conclusa l'alleanza.
La spiegazione del Cardinale era ragionevole, ma c'era un sottinteso inquietante; Ottone si morse le labbra. Bussarono
alla porta.
Ignazio entr con una coppa d'alabastro tra le mani, identica a quella che lui aveva appena fracassato. Ubaldini indic lo scrittoio: l'assistente la pos esattamente sulla traccia circolare lasciata dall'altra.
Ottone non riusc pi a trattenere la lingua.
Eminenza, disse appena Ignazio li ebbe lasciati di nuovo soli voi m'insegnate che, affinch un piano sia gradito
a Dio e abbia successo, occorre predisporre una soluzione
a ogni possibile ostacolo lungo il cammino. Se il papa non avesse accettato la mia nomina, significa forse
che voi avreste inviato dai milanesi un altro campione, mettendo da parte me?
Pu darsi.
Oh. Il fastidio pizzic la gola di Ottone. Per voi sarebbe
cambiato ben poco, in effetti. Posso chiedervi chi avreste scelto per rimpiazzarmi?
 una domanda futile. Non  successo, dunque non  rilevante.
Io scommetterei su vostro nipote Ruggeri degli Ubaldini. Ottone si tamburell il labbro inferiore. A quanto mi risulta, sono anni che si impratichisce nella curia di Bologna, in attesa di vostre disposizioni. Ormai dovrebbe aver raggiunto i quaranta, perci avrete predisposto qualcosa
anche per lui. L'arcivescovato di Ravenna, forse, o magari quello di Pisa.
Basta cos, Visconti.
Il risentimento di Ottone avvizz. Per un fugace istante, dalla limpida tranquillit di Ubaldini era affiorato qualcosa
di totalmente diverso: una lieve, inconsueta increspatura
della voce, nient'altro che questo. Ma per lui che lo conosceva a fondo, fu come scorgere sotto il pelo dell'acqua
un colossale scheggione di granito, pronto a sventrare la carena di qualunque nave avesse avuto l'ardire di avvicinarsi
troppo.
Cerc una frase per cambiare rotta prima del disastro.
Prima di trovarla, il Cardinale disse: Non arrovellatevi sui cocci rotti della Storia, amico mio. Voi non rientrate fra essi, n ora n mai. Voi siete la mia prima scelta per cotanta posizione, nonostante i pericolosi sodalizi di vostra
madre, e anche oggi avete dato prova che la mia fiducia
nelle vostre capacit  ben riposta.
La nota agghiacciante era scomparsa dalla sua voce. Ma l'aveva udita davvero? Non ne era pi cos sicuro. Forse era stata solo immaginazione.
Non ho nulla a che vedere con le frequentazioni di mia madre
e di mia sorella, protest Ottone persino mio padre si
accorgeva a malapena della mia esistenza. Non mi giudicate in base alla mia famiglia, ci che conta  ci che sono ora, ci che sono in grado di fare.
Vero. Ma le capacit non bastano, riprese Ubaldini dopo una pausa perci ora tocca a voi. Io vi ho preparato il terreno, fornendovi un contatto con coloro che dispongono
delle risorse necessarie a obbligare i della Torre a piegarsi al nostro volere. Ma so che non commetterete la leggerezza di pensare che queste lettere siano vincolanti: spetta a voi conquistare i nobili milanesi e trasformarli da sostenitori di pergamena a veri alleati di spada. Non sar facile: sono uomini abituati a comandare, e voi dovrete riuscire a comandarli. Credete di farcela?
Una morsa di paura attanagli il petto di Ottone. La combatt gonfiando il petto. Ci riuscir, eminenza. Grazie
per la vostra saggezza, e per la fiducia che riponete in me.
L'iniziativa  tutto. Ubaldini prese la coppa e sorb, composto. Ricordatevene, da adesso in avanti. Muovetevi
in modo avveduto, e ricordate sempre quel che vi attende
se non vi dimostrate all'altezza del disegno di Dio.
Con lo scarpino, tocc uno dei cocci d'alabastro sul pavimento;
l'ippocrasso tinse di rosso la pelle di camoscio.
A Ottone pareva che il cuore volesse saltargli nel petto.
Eminenza, i nobili di Milano non mi impensieriscono ment, sperando che la sua voce non vacillasse. Domani stesso partir per la Lombardia: organizzer l'incontro il prima possibile, per sancire la coalizione e abbattere il potere dei Torriani.
Il Cardinale annu e alz il dorso della mano. Dio v'accompagni.
Ottone gli baci l'anello e lasci la stanza.
Raggiunto di nuovo il loggiato ventoso sul cortile di Rocca dei Papi, s'appoggi a un pilastro e annasp. C'erano
diverse cose che non aveva mai raccontato a Ubaldini: fallimenti, ingenuit ed errori di cui l'aveva tenuto
accuratamente all'oscuro. E ora che doveva presentarsi alla nobilt
milanese, per una crudele beffa del destino, alcuni dei suoi trascorsi pi vergognosi sarebbero giocoforza tornati a galla.
Forse, per, i Torriani avevano gi sguinzagliato i loro uomini per arrecar danno alla sua famiglia e a chiunque avesse la sfortuna d'esser loro amico. Non poteva tirarsi indietro.
Raddrizz la schiena, impose il tempo ai suoi polmoni impazziti e si riscosse. Era venuto il momento di affrontare
le onte del passato o il suo futuro sarebbe rimasto un miraggio per sempre.
...
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CAPITOLO 8.
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NAPO DELLA TORRE.
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Notte di sangue. Un mese dopo, gioved 31 agosto 1262. Casaforte dei Borri, Santo Stefano Ticino.
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Il maledetto cane non la smetteva di abbaiare. Non si scorgevano lumi accesi nel cascinale ma, se quella bestiaccia
avesse continuato cos, i villici avrebbero capito che non si trattava di una volpe di passaggio.
Per essere piccolo come un sorcio ne hai di voce. Napo gli s'avvicin e sfoder la spada. Nella luce argentea della luna biancheggiarono zanne.
La massa di pelo arruffato gli salt addosso e addent lo spesso cilindro di cuoio che gli proteggeva l'avambraccio.
Bestiaccia. Napo gli afferr la collottola, se lo strapp
di dosso e lo zitt con un fendente al cranio. Le zampe posteriori ebbero piccoli spasmi. Gett la carognetta floscia
in un abbeveratoio per le vacche. Per fortuna non sembravano essercene altri, nei paraggi.
Respir l'aria che puzzava di letame e si stacc dal petto il corpetto di cuoio incollato dal sudore. Anche se era notte, faceva un caldo d'inferno. Le armi e l'armatura non aiutavano, e neppure camminare chino, appiattito come un felino. Il frinire dei grilli, interrotto dal baccano del botolo, ricominci a vibrare nei campi argentei; gli alberi avvolti di vigne gettavano ombre dense sugli argini dei fossi.
Il paese di Santo Stefano era un grumo di casupole abbarbicate a una vecchia chiesa in quel nulla campagnolo che si stendeva tra Magenta e i confini del contado milanese; un vero porcile. Non ci avrebbe mai messo piede, se non fosse stato per il cascinale fortificato l davanti. Ormai i suoi uomini dovevano gi averlo circondato.
Un'ombra gli si fece vicino, camminando piano. La luna disegn il naso aquilino e la fronte bassa di suo fratello Francesco, su cui erano appiccicati i capelli paglierini. Gli mormor qualcosa, che si perse nel fracasso di quei grilli del demonio.
Cosa?
Francesco s'avvicin a un passo da lui. Ho detto,  davvero necessario tutto questo?
Di nuovo con quegli scrupoli? Napo raggiunse il riparo di un capanno, a un tiro di sasso dal portone inchiavardato
del cascinale, e volt il capo verso il fratello. Sono gli ordini di nostro cugino. Cos' che non ti convince?
Sai come la penso. Francesco s'acquatt al suo fianco e si pass il guanto sulla fronte. Un conto  uccidere di giorno, in battaglia. Ma cos...
Oltre l'angolo del muro comparvero quattro sagome incappucciate; due rimasero l, le altre s'avvicinarono al portone.
Erano tutti pronti. Napo strinse l'elsa della spada.
Puoi svegliarne qualcuno prima di accopparlo, se vuoi.
Ora taci e seguimi. Lasci il riparo del capanno e avanz col busto chino. La ghiaia scricchiol sotto le suole dei suoi stivali, ma il frinire dei grilli l'avrebbe coperto.
Appoggi la schiena al muro di cinta, i soldati incappucciati lo raggiunsero. Seguite lo stemma del bue quando
lo vedete. Martino vuole che eliminiamo per prima cosa i Borri, perci quelli fateli fuori tutti. Ai contadini penseremo dopo.
Tutti? Francesco inarc le sopracciglia. Le donne e i bambini li possiamo risparmiare.
Gli incappucciati cercarono il suo sguardo, in attesa di una conferma. Napo sput un grumo di catarro in terra.
Ogni moccioso che sopravvive diventer un nuovo nemico.
Bisogna farli fuori tutti.
Le labbra di Francesco tremolarono, ma non aggiunse altro. Napo lanci un'occhiata ai soldati, che annuirono e fecero ampi gesti con le mani. Le tenebre attorno al cascinale
vomitarono altri uomini armati di scale, che appoggiarono
al muro. Napo attese che il primo di loro sparisse oltre il bordo del tetto e inizi a contare nella mente.
Il grosso dello squadrone gli si radun attorno in uno scalpicciare di piedi e in un borbottio diffuso. Perch facevano
tanto chiasso? Era cos difficile seguire gli ordini?
L'azione era cominciata, e met del. gruppo d'assalto era sotto il suo comando: non avrebbe deluso suo cugino.
Spost il peso da un piede all'altro. Quanto ci mettevano ad aprire quella dannata porta?
Con uno scatto, alla buon'ora, il portone si apr.
Napo entr per primo nell'androne deserto della motta, seguito dalla truppa. Il cortile era un quadrato quasi perfetto,
con tre carri sotto una tettoia, un fienile e una stalla da cui risuon lo sbuffo di un cavallo. Ancora nessuno in vista: l'infiltrazione stava riuscendo alla perfezione.
Napo marci spada in pugno verso la casaforte, porticata
di colonne avvolte da rose rampicanti, che salivano fino alle finestre del piano superiore. I suoi uomini sciamarono
in ogni direzione, disordinati come le formiche a cui lui e Paganino, da bambini, si divertivano a dar fuoco.
A proposito, dov'era finito l'altro suo fratello?
Napo si guard attorno. Francesco era rimasto indietro,
la spada ancora nel fodero. Voleva perdersi la parte divertente? La sua debolezza andava raddrizzata al pi presto, o sarebbe cresciuto come una donnicciola.
Varc il porticato e attravers una nuvola di profumo dolciastro. Con l'afa che c'era, il soffitto di travi faceva ristagnare l'odore delle rose. All'interno, tutto taceva ancora.
Che razza di stolti! Nemmeno un cane in tutto il cortile.
Meritavano di morire come i vermi che erano, cos imparavano ad appoggiare i Visconti!
Ecco la porta d'ingresso. Un motivo a losanghe cremisi la incorniciava da tutti i lati, facendola risaltare anche in quella penombra.
La sfond con un calcio, risal i gradini a due a due. Il sangue prese a pulsargli nelle orecchie come un tamburo.
In cima alle scale gir a sinistra in un salone con un tavolo, qualche sedia e un camino, illuminata solo dalla luce che filtrava dalle finestre. Una voce allarmata di donna si lev dall'altro lato della stanza, oltre una porta chiusa. Marci in quella direzione, l'arma gi sollevata e bramosa. Erano mesi che non stuprava e uccideva!
Abbass la maniglia. Non si apr. Era sprangata?
Fu una secchiata d'acqua fredda, un coito interrotto.
Grida femminili si levarono dietro l'uscio. Altre grida s'alzarono da tutto il cascinale.
Diede una spallata alle assi, che vibrarono sotto la sua forza ma ressero. Gliene assest un'altra, imbufalito.
Un dolore acuto gli esplose sulla schiena, strappandogli un gemito. Qualcuno l'aveva colpito alle spalle?
Si volt di scatto: una figura lattiginosa e spettrale gli cal addosso un oggetto che scintill nella penombra. Lo par con il braccio, la botta riverber attraverso il cuoio fin dentro le ossa. Un terzo colpo gli colp il dorso della mano destra, la spada sfugg e rimbalz sulle assi. Con cosa lo stavano percuotendo, con un pezzaccio di ferro?
Dannazione! Il dolore gli intirizziva il braccio e gli bloccava la mano, impedendogli di chiuderla.
L'arma s'abbatt di nuovo e di nuovo. Incastrato nel vano della porta serrata, Napo si ripar il viso con le braccia.
Era un candelabro, quello che lo stava colpendo. Napo pieg in
avanti il busto e caric alla cieca la figura spettrale.
Travolse il suo aggressore senza difficolt e lo sped contro le sedie e il tavolo in mezzo alla stanza. Stridii di legno risuonarono nella penombra. Ora lo vedeva meglio: era un vecchio canuto, con indosso un camicione da notte che lo faceva somigliare a un fantasma scheletrico.
Non osare toccare le mie figlie! farfugli.
A Napo scapp da ridere: che stupido, si era fatto disarmare da un vegliardo con un piede nella fossa!
L'uomo s'aggrapp al bordo del tavolo, barcoll sulle ginocchia sottili e si rimise in piedi, alzando sopra la testa il candelabro di ferro. Si lanci di nuovo verso di lui con occhi spiritati.
Napo fint a destra, scart per evitare il fendente e assest
uno spintone al vecchio, che vol contro lo spigolo del vano della porta e rimbalz a terra, con un largo sbrego
tra le rughe della fronte. Napo si chin e raccolse il candelabro
con la mano sinistra.
Da oltre la porta impervers una deliziosa ondata di grida e pianti.
Sei stato bravo, vecchio sogghign. Sollev il candelabro
e glielo abbatt sulla testa. L'uomo emise un grido rauco, simile a quello del cagnaccio che aveva provato ad avvertirlo. Lo colp di nuovo. Una macchia scura comparve
tra i capelli canuti. Chiss, magari era stato lui il padrone
dell'animale: anche altre volte aveva notato che i cani tendevano ad assomigliare ai loro padroni. Abbatt ancora
il candelabro. Che meravigliosa sensazione, le ossa del cranio che si spaccavano! La testa dell'uomo s'apr come un fico maturo, schizzando sangue sulle assi della porta e colando materia molliccia.
Napo lasci cadere il candelabro e s'asciug il viso nel cuoio ruvido che gli fasciava il braccio. Torn di fronte alla porta; oltre quell'ultimo ostacolo lo attendeva un caldo
branco di traditrici. Dalla finestra balugin luce di fiamme: nel fienile in fondo al cortile era scoppiato un incendio. Stivali pestarono le assi delle scale; un pugno di soldati incappucciati con spade e torce sciam nella stanza del camino.
Buttate gi la porta.
S, mio signore!
Napo si tolse di mezzo e apr e richiuse la mano destra;
formicolava, ma aveva ripreso a funzionare. Recuper la spada, ne saggi il filo. Era ancora perfetta e illibata, vergine
com'era uscita dalla forgia. Si era offerto volontario per ripulire le terre dalle famiglie vicine ai Visconti anche per battezzarla.
I cardini si strapparono dal muro, la porta cadde intera
verso l'interno. Dava su un'ampia stanza con mobili di legno massiccio e grandi letti con le coperte gettate di lato.
Le donne erano rannicchiate nell'angolo pi lontano dalla finestra, e tremavano nelle vesti da notte. C'erano anche un poppante e un marmocchio. Sulla parete principale,
lo stemma del bove si stagliava placido su un grosso gonfalone. Lo stemma dei traditori.
Una vecchia alta e coi capelli scarmigliati s'alz e gli and incontro a mani tese.
Vi prego, fate di me ci che volete, ma risparmiate le mie figlie e i bambini! lo implor, gettandosi ai suoi piedi.
Aveva lineamenti nobili; doveva essere stata bella, vent'anni prima. Napo si chin e le sollev il viso con una mano.
Vedete, madonna, avete ragione. Mio padre mi diceva sempre che nella vita la famiglia viene prima di tutto.
Gli occhi sbarrati si accesero. Li lascerete andare, dunque?
Forse non ci siamo capiti. La mia famiglia viene prima di tutto. Si gust la speranza sgretolarsi nello sguardo della donna. La vostra non  che marciume cacato dalle pudenda di qualche cagna traditrice.
Gli uomini accanto a lui scoppiarono a ridere. Vacca, mio signore, non cagna! comment uno, indicando lo stemma alla parete.
Napo gir piano il volto a fissare l'uomo che lo aveva contraddetto. Non era mai stata sua abitudine tollerare l'insolenza, n dai pari n dai subalterni.
Sui volti accesi di tutti i soldati, i ghigni sparirono. L'armigero
che aveva parlato impallid e abbass lo sguardo.
P-perdonate, mio signore balbett.
Bene cos. Napo lo scrut ancora un istante per accrescerne
il timore, poi torn a guardare la matrona e sorrise.
Vacca, esatto.
Schiocc le dita e indic le donne Borri. Un ululato di giubilo si lev dai soldati. Alcuni si slacciarono i cinturoni,
altri si calavano gi le braghe.
No! grid la donna anziana e, sfilato un pugnale nascosto
nella camicia da notte, si avvent contro di lui.
Le afferr il polso magro e lo torse, finch non sent il dolce scrocchio delle ossa rotte e lo strillo acuto del dolore.
Era gracile, nonostante il seno ancora abbondante che riempiva la camicia. La matrona fece un passo indietro
e lo inchiod con lo sguardo furente della nobilt oltraggiata.
Napo si sent ribollire il sangue, il membro gli ingombr le braghe. Aveva ben diritto anche lui a un po' di divertimento
prima di finire il lavoro, no?
Inizi a slacciarsi il cinturone.
I pianti e le grida della matrona inerme si mescolarono a quelli delle figlie. Un soldato punt la spada alla gola di una fanciulla, un altro le strapp il neonato dalle braccia e lo scagli gi dalla finestra. Quella grid, agit le braccia e fin sgozzata.
Gli altri armigeri si divertivano gi con il resto delle nobili, chi sulle cassapanche, chi contro la calcina bianca delle pareti. Tutto quel trambusto aumentava ancora di pi la sua eccitazione. Era il rumore della vittoria.
Prendetele come le vacche da monta che sono! url.
Afferr i capelli della donna, la gett di pancia sul letto e le alz la vestaglia sulle natiche floride.
Le affond dentro il membro, e dopo appena un paio di colpi le riemp il ventre con un rantolo di piacere.
Svuotato, le accost la lama alla gola. Lei non lott e non si divincol; che delusione. La sgozz senza soddisfazione,
fiotti scarlatti inondarono il letto. Non era divertente
uccidere un corpo gi fermo; si tir su le braghe, riallacci
il cinturone e con un calcio spinse la matrona gi dal letto, accanto ai cadaveri delle sue figlie.
Lui amava le donne reattive, dal sangue caldo!
Torn nel corridoio sbuffando, rinfoder la spada insanguinata
e prosegu il giro di perlustrazione. Era molto pi facile, ora che l'incendio di l dal cortile gettava un lucore vivido nelle stanze. In fondo alla sala del camino c'era un'altra porta chiusa, che gli era sfuggita.
Afferr una sedia poco distante e ve la scagli contro;
lo schienale si spezz, ma l'uscio rimase saldo. Inizi a tempestarlo col pomello della spada, usandola come un martello. Erano robuste, quelle dannate porte.
Un rumore di chiavistello tintinn dall'altra parte. Napo si blocc e fece un passo indietro, allarg i piedi e brand
l'elsa a due mani.
L'uscio si apr, rivelando il fisico taurino e la barba grigia
di Oberto Pelavicino. Il sangue deflu dalle tempie di Napo. Generale, siete voi?
Abbass la spada e si scost.
Eccovi finalmente, Napoleone. Il comandante dell'esercito
milanese entr nella sala, seguito da alcuni membri del gruppo d'assalto secondario.
Avevamo bisogno di voi nel cortile, il Pelavicino digrign
i denti perch diavolo vi siete rintanato qui sopra?
Pulizia. Napo fece un cenno verso il vecchio col cranio
sfracellato. Da queste parti tutto a posto. Voi come siete messi?
Il generale storse il naso. Qualche uomo s' allertato, abbiamo incontrato resistenza presso le stalle. Uno di loro,
un certo Squarcino, ha ucciso uno dei nostri e ne ha feriti altri due. Gli altri li abbiamo massacrati.
Il resto del gruppo di Napo si radun nella sala. Anche loro avevano finito.
Bene. Possiamo andare.
Scesero le scale fino alla corte interna, dove stavano confluendo
anche i soldati che uscivano dalle altre parti dell'edificio.
Alcuni di loro avevano sacchi in spalla.
Francesco gli and incontro; era coperto di sangue come
un macellaio al mattino di Pasqua.
Madre di Dio, come sei conciato?
Che pretendi, fratello, Francesco sorrise che esca dal massacro lindo e profumato?
Era un po' troppo allegro. Qualcosa non tornava.
Datti una pulita alla faccia, almeno. Sembra che tu abbia
fatto il bagno nelle viscere di qualcuno.
Nelle cervella, per la precisione. Francesco si strofin
la faccia contro una spalla. Ho fatto strage di quei luridi bovi dei Borri!
Gocciolava sangue dalle maniche e dai capelli. Ma quanto ne aveva addosso? Stava addirittura formando una piccola pozza sulla terra battuta. Non poteva essercene
cos tanto, in una testa umana.
Napo lanci uno sguardo alla direzione da cui era sbucato
Francesco: le stalle. A terra, mal celato dalla porta socchiusa, intravide un bove scannato.
Altro che cristiani: suo fratello se l'era presa con il simbolo
della casata dei Borri. Ma davvero pensava di farlo fesso a quel modo?
In mezzo al cortile, il generale alz gli occhi dal corpicino
di un neonato e sput di lato.
Una fitta di fastidio punse lo stomaco di Napo; avrebbe pensato pi tardi a quello smidollato di suo fratello.
Qualcosa vi turba, Pelavicino?
Il generale alz il mento. Vi siete divertiti con donnette
e bambini, e ci avete lasciati quaggi a fare il lavoro duro.
Lo stava sfidando? Eravamo pronti a combattere quanto voi. Voi piuttosto, avete eseguito gli ordini di mio cugino Martino? Potete confermare che tutti gli esponenti
della famiglia Borri sono morti?
Il Pelavicino storse il naso e guard altrove.
Nascondeva qualcosa. Napo fece un passo verso di lui.
Parlate. Ora.
Il generale batt il palmo sul pomello della spada. Sono
morti tutti, tranne un uomo che portava un infante, quello Squarcino di cui v'ho parlato prima. Hanno preso un cavallo e sono fuggiti.
Spero che abbiate fatto qualcosa, in merito intervenne
Francesco.
Il Pelavicino si tocc il naso e annu. Tre dei miei cavalieri
li stanno inseguendo. Li prenderanno, ma questo contrattempo sarebbe stato prevenuto se met della truppa
non fosse stata impegnata anzitempo nei sollazzi.
Ecco perch il generale di famiglia era tanto infastidito.
Datemi notizia, quando li acchiappate. Napo si gir di nuovo verso suo fratello e lo prese per un braccio. Vieni, torniamocene a Milano. Ma prima ho un atto di misericordia
che voglio che tu compia, per lavarti dal sangue di cui ti sei macchiato.
C-cosa? balbett Francesco.
Metti fine alle sofferenze dei feriti. Dare conforto ai morenti  un atto di piet cristiana, no?
Francesco lanci un'occhiata ai corpi martoriati che i soldati avevano iniziato ad ammassare: uomini, donne, vecchi, bambini.
Che Dio ci perdoni disse baciando il crocifisso che aveva al collo.
Napo gli diede una pacca sulla spalla.
Tranquillo, fratellino. Dio  dalla nostra parte, la nostra
famiglia  unta dal Signore, fa tutto parte del suo disegno.
Questi cani meritavano la morte, come tutti gli amici del Visconti che osano alzare la testa contro di noi.
E ora sbrigati col tuo daffare! Poi andremo a celebrare...
ammazzare e chiavare mette appetito.
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CAPITOLO 9.
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TEDALDO ACCOLITO.
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Mattinate piacentine. Una settimana dopo la scappatella ai Tre Re, gioved 4 maggio 1223. Monastero di San Sisto, Piacenza.
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L'erborista aveva appena terminato di pestare le piante nel mortaio: le vers in una scodella invetriata e gliela porse;
muoveva le labbra senza emetter voce.
Grazie, fratello Tufo mormor Tedaldo. Posso chiedervi
anche dei bendaggi e del lenitivo?
Senza una parola, l'anziano sacerdote apr una scansia e gli diede quanto richiesto.
Dio vi benedica due volte.
Tedaldo torn nel chiostro e and al pozzo. L'aria era mite, due lucertole si scaldavano al sole mattutino e una nidiata di pulcini di rondine strideva in un foro pontaio sul fianco della chiesa.
Riemp d'acqua una brocca scheggiata, cambi mano per riuscire a trasportare tutto e s'avvi su per le scale, attento a non far cadere nulla. Nel corridoio delle cellette, super un monaco incappucciato e raggiunse l'ultima porticciola, quella oltre la sua. Senza fare movimenti bruschi,
la spinse con il fianco: quella s'apr cigolando.
Suo cugino giaceva nel letto, rannicchiato su un fianco.
Buongiorno Ottone, come ti senti?
Il cugino alz piano il viso pallido. Hai ricominciato a parlarmi, alla fine?
Non era mica per tigna, che tacevo. Tedaldo pos brocca e scodella e gli sedette accanto. Il priore mi ha imposto il castigo del silenzio per sette giorni. Oggi  scaduto.
Tieni, prendi queste pidae.
Pidae? Ottone scrut il suo palmo teso con occhi cisposi
di febbre. Cosa sono?
Pallottole d'erbe curative, impastate con pozioni e miele.
Lui allung la mano, se le fece sparire in bocca e deglut.
Una smorfia gli contrasse il viso largo. Disgustose.
Sicuro che non le abbiano impastate con lo sterco?
Non devono essere grate al palato. Devono alleviarti il dolore mentre ti cambio la fasciatura. Come ti senti?
Come uno che stia iniziando ora a riprendersi da dieci nerbate sul groppone.
Una stretta di piet prese il cuore di Tedaldo.
Fatti forza, cugino, e rivolgi le tue sofferenze al Signore.
Prima cominciamo, prima finiamo. Alzati e siediti di spalle,
ce la fai?
Ottone sollev il torace e gli porse la schiena, rigido come un san Papino di legno.
Con tutta la delicatezza di cui le sue dita erano capaci, Tedaldo inizi a rimuovere la vecchia fasciatura.
Silenzio a parte, disse Ottone grazie per avermi accudito
nell'ultima settimana.
Dovere.
In che senso? T'ha costretto il priore?
No,  stata una mia iniziativa. Esistono doveri anche di natura morale, sai?
Mi fai di nuovo la paternale? Ottone lev gli occhi.
Come non detto, ritiro i ringraziamenti.
Tedaldo si ferm. Il magone gli faceva tremare le mani.
Che hai? Ottone gir un poco il capo. Ti sto celiando,
sciocco.
Scusami, gli rispose, riprendendo il lavoro  che...
insomma, quello che ti  successo  colpa mia. Non credevo
che ti saresti addossato la colpa per entrambi; non dopo la reprimenda che ti avevo appena fatto riguardo Agnese. Avevo passato il segno.
Ottone sputacchi una fibra d'erba pestata.
Non hai nulla di cui scusarti. La volta prima t'eri preso
tu la colpa di tutti e due, no?
S, ma...
E allora niente ma.  stato giusto cos.
Tu per sei stato fustigato, non hai solo copiato le Scritture.
Chi primo arriva  sempre privilegiato, no? Non ti serbo
rancore.
Tedaldo strinse le labbra. Non era quello l'unico motivo:
lui era figlio del podest Oberto, che a Piacenza era noto a tutti. Ottone, al contrario, era un Visconti del ceppo
settentrionale, e veniva dalle contrade nebbiose attorno
al Lago Maggiore.
La rilevanza dinastica locale era l'unico aspetto su cui Tedaldo lo sopravanzava, per la verit. Era abbastanza onesto da ammetterlo con se stesso. Certo, Ottone poteva non avere un perfetto contegno, ma per doti e perseveranza
era chiaro chi tra loro due avrebbe fatto strada nei ranghi
della Chiesa, e chi invece si sarebbe adagiato in un ruolo tranquillo, dove condurre una vita di sapienza e meditazione.
Era uno dei motivi che lo avevano spinto a decidere
di cambiare vita... Ma ora doveva concentrarsi.
Ci siamo, arriva la parte brutta. Ora staccher il bendaggio
dalla ferita. Vuoi una cinghia da mordere?
No, vai.
Tedaldo trattenne il respiro e rimosse l'ultimo giro. Le tracce amaranto delle fustigate comparvero sul dorso pallido
e bluastro di Ottone: che vista orribile! I coaguli trattennero
i bendaggi molto meno di quanto si aspettasse, ma Ottone gemette come se l'avesse trafitto con una picca.
Ecco fatto, cerc di confortarlo ora ti laver le ferite.
Sar rinfrescante.
Raccolse il secchio, v'inzupp un panno e inizi l'operazione.
Misericordia celeste, che dolore. Ottone sbuffava come
un toro. Fa male quasi quanto le staffilate! Ti prego, fa' in fretta. La sua larga schiena era scossa dai tremiti.
Dio santo, non pensavo di vivere un dolore simile senza morire...
Tedaldo decise di abbonargli l'imprecazione. Controll la suppurazione nel modo prescritto dagli antichi sapienti e rifece subito la fasciatura.
La pelle di Ottone s'era velata di sudore lucido, il suo respiro era spezzato come quello di un coniglio preso in trappola.
Ecco fatto. E finita.
Ottone si volt a guardarlo: aveva gli occhi stralunati, come di un uomo fuor di s. Fa male, fratello mio... fa male! si rannicchi, con le braccia che tremavano. Non avrei mai pensato che le nerbate fossero cos.
Vederlo in quello stato era lancinante. Forse non dovrei
dirlo, ma... il priore ha voluto che tu soffrissi il pi possibile.
Ottone alz su di lui le ciglia umide. Che v-vuol dire?
Be'... di solito a questo scopo si usano legni leggeri. La betulla, il salice... spaccano la cotenna, ma non martoriano
le carni. Per la tua punizione, invece, pare che il priore abbia usato il nocciolo.
Perch mai? Lo sguardo di Ottone pareva sinceramente
sbigottito.
L'hai contraddetto davanti a tutto il capitolo. Non dirmi
che non pensavi che ci sarebbero state conseguenze.
Ma io non l'ho contraddetto... Gli ho detto solo che sbagliava a prendersela con te, che era colpa mia.
Che vuoi che dica? Le tue parole devono averlo indispettito.
Comunque, ho udito i confratelli pi anziani dire
che non  la prima volta. A chi non lo tratta con la deferenza
che pretende, la fa pagare.
Sulla fronte di Ottone comparve una piega di rabbia e indignazione; dur un istante soltanto, assorbita dalla smorfia di dolore che gli contrasse il viso e lo rese paonazzo.
Lacrime spuntarono sulle ciglia.  ingiusto sussurr.
Tedaldo esit, indeciso su cosa dire. Ottone non era lucido: se in quello stato d'animo avesse germogliato pensieri
di ribellione? Poteva passare altri guai.
Be', no, ingiusto no. In presenza di violazioni, comminare
punizioni corporali rientra nelle prerogative del priore;
sono le consuetudini monastiche.
Cugino... Sei un bravo cerusico, ma nel confortare sei davvero pessimo. E non hai capito un fico di quel che intendevo.
Tedaldo si morse le labbra.
Se padre Arnaldo tiene in tale considerazione il suo ruolo, al punto da arrivare a farmi questo... gli occhi di Ottone scintillarono di fermezza. Vuol dire che non  degno dell'abito che indossa. Ci penser Dio a punirlo.
Gli affamati di potere sono la rovina della Chiesa.
Non l'aveva considerata sotto questi termini; certo, da quella prospettiva il suo consanguineo aveva indubbiamente
ragione. Gli mise una mano sulla fronte: la febbre stava tornando, meglio lasciarlo riposare.
Se non hai bisogno d'altro, io prendo commiato. Ripasser
tra poco a portarti una scodella di zuppa.
Ti sono grato; stai facendo gi fin troppo.
Dovere.
Ottone si gir con cautela, iss i piedi nudi sul letto e si rimise sul fianco. Dovere, dovere, dovere... Puoi anche fare qualcosa perch ne hai voglia! lo canzon. E ricordati
che giustizia e misericordia sono pi importanti del dovere, senn prima o poi finirai come quell'escremento del priore.
Tedaldo forz un sorrisetto, raccolse le sue cose e raggiunse
la porta.
Che disdetta, neanche quella volta era riuscito a raccontare
a Ottone il suo segreto! E s che nei giorni precedenti
aveva provato e riprovato il discorso ogni notte, nella
mente, prima di addormentarsi. Si morse di nuovo le labbra.
Poco male... ci sarebbero senz'altro state altre occasioni.
...
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CAPITOLO 10.
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OTTONE ACCOLITO.
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Una visita inattesa. Medesimo momento, gioved 4 maggio 1223. Monastero di San Sisto, Piacenza.
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Ottone ascolt la porta richiudersi con un cigolio, e i passi dell'amico allontanarsi lungo il corridoio. Sotto la fasciatura alla schiena, il bruciore pulsava in modo lancinante.
Gli intrugli erboristici di fratello Tufo non erano serviti a granch. Ora che era solo, si trov a rimpiangere che il cugino se ne fosse andato.
La porta della cella scricchiol di nuovo.
Oh, Tedaldo? Che succede, hai dimenticato qualcosa?
Non ci fu risposta.
Ottone attese per due battiti di ciglia, poi si rassegn a puntare di nuovo il gomito sul letto e voltarsi.
Nella celletta era entrato un monaco che non aveva mai visto. Il cappuccio calato gli nascondeva il viso fino al mento glabro; non era un compagno chierico degli Ordini Minori, o l'avrebbe riconosciuto.
Possibile che il priore fosse una persona cos vendicativa
da aver mandato qualcuno a dargli un'altra lezione?
Chi siete? C-che fate qui?
Il monaco si serr la porta alle spalle, afferr il cappuccio
e lo rivers indietro, rivelando un volto roseo e una massa di capelli biondi.
Il cuore di Ottone salt un battito per la sorpresa.
Agnese?
Ssst!
Ottone aveva urlato senza accorgersene. Appena si rizz
a sedere, le ferite gli diedero una staffilata: Che ci fai dentro il cenobio? Sei folle! Come sei entrata?.
Lei sedette in fondo al giaciglio.
Quella  stata la parte facile, sussurr lei con un sorriso
da folletto mi avevate detto di una scaletta segreta sotto l'edera del muro di cinta, quindi ho girato qui attorno
finch non l'ho trovata.
Ottone era senza parole. Era forse un sogno?
Una volta scesa nell'orto, ho visto che c'erano degli abiti monastici appesi ad asciugare, cos ne ho preso uno.
Col cappuccio calato e andando un po' china, nessuno s' accorto che sono una donna! La parte difficile  stata trovare
la tua cella. Questo posto  intricatissimo.  dall'alba che gironzolo sperando di incontrarti, o di origliare qualche
conversazione; un paio di volte mi hanno quasi scoperta.
Poi, lode al cielo, ho visto Tedaldo che camminava carico di cose e l'ho seguito. Quando ho capito che eri qui, ho aspettato che se ne andasse.
Agnese era incredibile! Che coraggio, che intraprendenza;
e ora era l, proprio accanto a lui, ai piedi del suo giaciglio! Quelle che premevano sotto il saio erano le sue ginocchia; quelli avvolti nel pannolana delle calze erano i suoi polpacci, le sue caviglie. Una gradevole euforia gli morse l'addome e si diffuse per tutto il corpo.
Perch sei venuta?
Gli occhi celesti si abbassarono. Dovevo restituirti questo. Da sotto l'abito cav il libro di grammatica. La settimana scorsa l'hai dimenticato alla locanda, e da allora non ti sei pi fatto vedere... Ho temuto che ti fosse accaduto
qualcosa per causa mia. E non mi sbagliavo, a quanto
vedo. Pieg il busto generoso verso di lui.
Ottone rimase immobile, atterrito come un capriolo preso al laccio.
Agnese s'allung a toccare il fianco fasciato: aveva mani
robuste da massaia, ma le sue dita erano lievi come piume di colomba.
Hai corso un rischio enorme a riportarmi il libro.
E tu a prestarmelo. La piet si disegn sul viso di lei.
Cosa ti hanno fatto?
Ottone si tir sui gomiti e si mise a sedere; la sofferenza alla schiena era molto diminuita, rispetto a poco prima: forse gli intrugli di Tufo iniziavano a fare effetto, ma poteva
anche essere la presenza di Agnese. Buon Signore, poteva
percepire la sua presenza attraverso la pelle, persino con la stoffa di mezzo! Non gli era mai capitata una cosa simile, era strano e perturbante.
Rispondimi.
Ottone trasecol e la guard negli occhi. Cosa mi hai domandato?
Lei ridacchi, ma sembrava a disagio. T'ho chiesto cos' successo.
Dieci carezze di nocciolo sulla groppa.
Agnese si copr le labbra, le sue sopracciglia bionde s'aggrondarono di colpevole rammarico.
Ottone agit le mani. No, tu non c'entri, nulla, davvero!
Il priore  un improbo, un mucchio di sterco assetato
di potere.  vero, io ho infranto una regola monastica, ma lui ne ha approfittato per i propri scopi. Mi ha punito per dare un esempio. E una lezione che non scorder, puoi star sicura.
Mi dispiace... Cos tante carezze di scudiscio... e nemmeno
una carezza di donna sussurr lei, con voce incrinata.
Ottone la guard. Era cos bella, con gli occhi che brillavano
alla luce fioca della piccola finestra.
Senza sapere cosa stesse facendo, le prese il volto tra le mani.
Era calda; le sue guance arrossirono, rivelando la distesa
di piccole efelidi.
Ottone sarebbe rimasto per tutta la vita a fissarla, senza fiatare e col cuore che batteva a mille.
Ma lei lo tir a s e lo baci.
Una vampata di calore gli attravers il corpo.
Non aveva mai baciato, prima. Chiuse gli occhi e inspir
l'odore di Agnese, una fragranza calda e inebriante che si levava dal collo sotto il saio.
Lei gli afferr le spalle. Nelle sue dita c'era un fremito d'urgenza, che gli risuon dentro come un accordo crescente
di liuto. La testa aveva preso a girare; il suo cervello
pareva zuppo di vino caldo.
Ma cosa stavano facendo? No! Era proibito.
Si ritrasse.
Riprese fiato, la scrut negli occhi, a un palmo dai suoi.
Quegli zaffiri meravigliosi parevano lo specchio dei suoi stessi pensieri.
Agnese...
Ottone deglut lei, col petto che s'alzava e calava in un ritmo rapido. Le slacci i cordini che chiudevano il saio prima ancora di rendersene conto.
La fanciulla lo assecond: si tolse lo scapolare monastico,
sciolse del tutto i lacci e allarg l'abito con rapidi strattoni,
finch una spalla nuda sbuc nello scollo, simile a una grossa perla. S'alz in piedi, si tolse il saio e la veste, lasciandoli cadere a terra. Sopra le calze suolate, fermate sulle cosce da stringhe sottili, ormai indossava soltanto una camiciola senza maniche. Sotto la stoffa leggera si disegnarono
i volumi colmi dei seni. Il sangue deflu dalla testa di Ottone.
Lei lo guard, ansimante. Che facciamo?
Non sapeva cosa risponderle. Si inumid le labbra secche,
batt le palpebre molte volte. Faticava a concentrare il pensiero; doveva calmarsi, raffreddare gli spiriti. Non potevano continuare, l'aveva promesso. Ora era sicuro di amare Agnese. L'ardore che lei gli ispirava era tale da non sentire pi nemmeno il dolore della ferita. Ma non era soltanto il suo corpo: lei era desiderabile sotto ogni aspetto,
nei piccoli difetti e nei pregi. Era la creatura pi perfetta
mai concepita dalla divina intelligenza; ma lui ormai doveva cominciare a comportarsi come un uomo di Chiesa.
Non sarebbe stato un accolito per sempre.
Una volta ordinato diacono, non avrebbero pi potuto sposarsi. Continuare avrebbe significato gettare fango su se stesso e soprattutto su di lei, creatura meravigliosa.
Non possiamo, mormor con la gola strozzata non potrai avere un matrimonio onorevole, se lasci che io... ti disonori.
Lei si irrigid e rimase zitta per un lungo istante, poi sbuff seccata dalle narici: Disonorarmi?. Pieg le ginocchia
e lo osserv con un sopracciglio alzato, canzonatorio.
Ottone, io vivo in una taverna. Ho la sventura di essere graziosa agli occhi degli uomini. E ormai ho quasi sedici anni; davvero mi credi ancora una pulzella?
Fu una stilettata al cuore.
Agnese aveva gi giaciuto con un uomo? Con chi? E
quando? Una fossa si spalanc nel suo petto. Si guard i piedi. S'era fatto un'idea sbagliata su di lei. Forse avrebbe dovuto immaginarsi qualcosa del genere. Che ingenuo era stato...
Dita calde gli presero gli zigomi e lo obbligarono con delicatezza a sollevare il capo.
Non darti pensiero per me gli sussurr lei a un palmo dal viso. Io ti desidero da mesi. Ma non intendo irretirti: voglio che tu scelga per te, e che consideri cos'accadr se infrangi le regole un'altra volta.
Il cuore di Ottone aument di nuovo i battiti. La voce di lei tremava dal desiderio, ma lo stava esortando alla ragione; significava che teneva a lui, dunque. Che non si concedeva con leggerezza.
Ottone aveva voglia di piangere, urlare, correre; prese un respiro profondo. Io penso che questa volta il priore potrebbe
scuoiarmi e strapparmi la carne dalle ossa, disse con voce arrochita ma non m'importa uno iota. Se ti avr, morir ringraziando Dio d'averti messa sul mio cammino.
Lei diede un gemito e gli baci le labbra con pi ardore di prima. Poi arretr, si sfil la camiciola e rimase nuda dalle cosce in su.
Ottone non pot respirare. Le statue greche e romane non erano nulla a confronto della perfezione di quel corpo.
Non puoi appoggiarti sulla schiena in quelle condizioni
disse Agnese, infilandosi nel letto e tirandolo a s.
Ottone sal sopra di lei, circond le sue spalle con i gomiti
e affond le dita nella massa dei suoi capelli. Dio onnipotente,
il profumo della sua pelle... Era calda sotto di lui, soda, muscolosa e vivace. Quando torn a baciarla, lei gli morse il labbro, con una piccola fitta di delizioso dolore.
Sospiri, piccole risa.
La fasciatura lo ingombrava, ma persino in quella posizione
le ferite sotto i bendaggi non erano che un fastidio remoto: Agnese era un balsamo fatto carne.
Non l'avrebbe mai lasciata. Non importavano i voti e le promesse; nemmeno le gerarchie ecclesiastiche contavano,
n il suo futuro. Gli stava a cuore solo lei. Ges aveva affermato che il suo comandamento superava tutti e dieci quelli di Mos. Affermava la forza dell'amore, che ora finalmente
Ottone comprendeva. Non sarebbe mai stato capace di amare nessun'altra, a parte lei.
Agnese si irrigid all'improvviso. Fermati.
Ottone si blocc. Le aveva fatto male, con la foga del suo corpo ingombrante? No. Lei volt il capo verso la porta. Non era sofferente, era in allerta.
A Ottone si gel il sangue nelle vene. Hai udito qualcosa?
Rimasero entrambi immobili e in silenzio per qualche tempo.
Fuori, nel monastero, mormoravano le consuete attivit
mattutine: le orazioni, gli strilli degli allievi nella scuola canonica, il tubare e frullar d'ali degli uccelli messaggeri nella piccionaia, non lontano dalla finestra. Nessun rumore
dal corridoio delle celle.
Agnese lo guard e torn a sorridere. Si morse il labbro,
inizi a muovere le anche e la pancia sotto il suo bacino.
L'eccitazione gli pulsava dentro il membro occluso dalle
braghe. Ottone lo liber e ricominci a baciare Agnese.
Aveva timore di sbagliare, non sapeva bene cosa dovesse fare: si lasci condurre dall'istinto.
Quando le affond dentro, sent una resistenza cedere di colpo. Agnese strinse le palpebre in una smorfia di dolore.
Ottone si ferm: Che....
Ti ho mentito gli sussurr all'orecchio, stringendogli la testa.  la prima volta anche per me.
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CAPITOLO 11.
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OTTONE DIACONO.
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Silenzi e addii. Due mesi dopo, domenica 2 luglio 1223. Monastero di San Sisto, Piacenza.
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Cantarono l'epistola uno accanto all'altro, come sempre.
Ma quella volta Tedaldo tenne gli occhi dritti davanti a s e non storpi nessuna delle parole che da anni sbagliavano
apposta entrambi, per fare gli stupidi e spezzare la noia della liturgia.
Perch?
La rottura di quella convenzione non aveva precedenti.
Da quando lui e il cugino erano diventati confratelli nel convento di Piacenza, era diventata un rito nel rito.
Va tutto bene? gli sussurr con l'angolo della bocca.
Tedaldo fece un cenno rigido senza incontrare il suo sguardo, e lasci il coro per versare l'acqua nel calice dell'offertorio.
Ottone si lisci una piega sulla tunicella, pareggi sul petto i due capi della piccola stola e lasci il coro a sua volta.
La folla dei fedeli era stretta ai piedi del presbiterio, dove padre Abelardo teneva messa. Chiss se Agnese era venuta ad assistere anche quel giorno? Che voglia di alzare
lo sguardo e cercare tra tutte quelle teste anonime i suoi riccioli biondi, i suoi occhi... Ma sulla sua condotta i
superiori avevano gi eccepito fin troppo; non poteva rischiare di mettere in pericolo anche lei. Nessuno sapeva della loro
relazione clandestina, e cos doveva continuare a qualunque
costo.
Con passi composti and al tabernacolo. Pos la patena
dell'ostia sul cuscino di velluto scarlatto, con attenzione
lo sollev e si volt a porgerlo all'arciprete officiante.
Tedaldo era dall'altra parte dell'altare; ne incontr lo sguardo, ma le sue ciglia si abbassarono subito.
Ottone ebbe una stretta al cuore. Qualcosa non andava.
Era giunto il momento di fare chiarezza.
Al termine della messa si cambi, sbrig alla svelta i suoi doveri e si precipit all'ingresso dello scriptorium.
Tedaldo era abitudinario, non avrebbe potuto sfuggirgli.
E infatti, dopo qualche avemaria, comparve dal cortiletto delle piante aromatiche.
Sobbalz tra la salvia e l'alloro, come una lepre che avvisti
una volpe.
D'accordo, vuota il sacco disse Ottone.
Ma c-che vuoi?
Oh, te lo spiego subito. Ormai  passato molto tempo da quando il priore mi ha fatto flagellare, ma da allora non hai pi voluto accompagnarmi nelle uscite ai Tre Re.
Tedaldo si mise di tre quarti e torse il cordino che gli cingeva la vita. Stavamo infrangendo la regola...  proprio
per questo che sei stato punito.
Balle! Ottone strapp un lungo rametto di rosmarino.
Non  questo il motivo, a me non la racconti. La nostra amicizia s' raffreddata e voglio sapere perch.
Tedaldo arross con violenza. Si imbarazzava sempre quando si parlava di sentimenti; be', era un problema suo.
Non rispondi? Ottone prese a staccare gli aghi del rametto. Ma io mica mollo, sai. All'inizio pensavo che tu ti sentissi in colpa per le nerbate che mi sono preso, e che avresti solo avuto bisogno di tempo. Ho fatto di tutto per tornare a essere amici come prima. Poi stamane. Non servivamo
messa insieme da un sacco di tempo, ed ero cos lieto di farlo di nuovo... invece tu ti sei comportato come se fossimo due estranei. Il tempo passato insieme non vale pi nulla per te?
Tedaldo strinse le labbra e ristette.
Ottone gett il rametto spelacchiato e stropicci gli aghetti resinosi tra il pollice e l'indice. Cos', il figlio del podest non vuole pi sporcare la sua immacolata condotta
col parente pezzente che il priore ha preso di mira?
 questo?
Suo cugino abbass il mento e lo scrut di sottecchi, come un mastino che difenda il campo del padrone. E va bene. C' una cosa che devo dirti.
E dimmela.
Oggi parto.
Cosa? E questa, da dove era uscita? Per dove?
Roma, con mio padre. E non torner tanto presto, perch diventer scrivano alla corte papale.
Davvero?
S.
Questa proprio non se l'aspettava. Tedaldo, ma  una notizia splendida! Gett via l'impasto appiccicaticcio e lo abbracci di slancio. Lui s'irrigid, ma non lo scacci.
Quando si sciolsero, un accenno di sorriso era finalmente comparso sulle labbra di suo cugino.
Razza di scemo, perch non mi hai detto niente? Una novella simile non pu essere maturata dall'oggi al domani.
Tedaldo scosse il capo.  da molto tempo che ci medito.
 una bella occasione, sento che devo andare.
Certo che s! Un'ondata di commozione gli risal fino agli occhi. Quello sciocco introverso s'era tenuto tutto dentro. Per paura di ferirlo con il suo abbandono, forse?
Doveva essere quella la ragione della sua freddezza: temeva
che lui gliene avrebbe fatto una colpa. Tedaldo, far parte della corte di Sua Santit  un'occasione unica! Devi
coglierla al volo e fare del tuo meglio. Conoscerai un
sacco di personalit eminenti, nel cuore dello Stato della Chiesa! Non sai quanto ti invidio. Vedrai le vestigia romane,
mangerai i cibi pi raffinati e non dovrai pi sottostare alle stupide regole del monastero.
Tedaldo si strinse nelle spalle. Sai che non sono un mondano, ma penso che star bene.
Eccome se starai bene! Anche se, alla fine, abbiamo passato dei begli anni pure qui.
La nostalgia glieli fece sfilare nella memoria: le corse ad acchiapparello nel chiostro con gli altri studenti, a spezzarsi
gli incisivi sulle pietre chiazzate di licheni; le sfide private d'erudizione e memorizzazione, che lasciavano a bocca aperta il maestro; i dispetti a fratello Michele, a cui nascondevano il trespolo per vederlo sgambettare in preda
alla furia per tutto lo scriptorium; le gite notturne sui tetti del monastero col vegliardo padre Carlo, per studiare astri e influssi celesti, in cui si sdraiavano uno accanto all'altro sulle tegole ancora tiepide, e con il naso alle stelle inventavano storie sul Sagittario, lo Scorpione e l'Ariete...
E ora quegli anni di fratellanza si sarebbero conclusi. Il cuore si strinse nel petto di Ottone. Tedaldo sarebbe andato
a Roma, e chiss se e quando sarebbe tornato; lui invece sarebbe rimasto nel monastero, in attesa che i superiori si degnassero prima o poi di ordinarlo presbitero, cos da poter finalmente dir messa e percepire una prebenda.
Chiss quando si sarebbero incontrati di nuovo.
Ti auguro ogni bene, cugino. Fai buon viaggio e tieni alto il nome dei Visconti di l dall'Appennino!, Lo abbracci di nuovo, stavolta a lungo. Lacrime gli formicolarono negli occhi. Fece in modo che suo cugino le vedesse.
Quel pomeriggio sal in cima alla torre campanaria, tra i nidi delle rondini e le penne volate fin lass dalla piccionaia.
Cerc con lo sguardo la piccola carovana diretta a Roma, ma non vide altro che i tetti placidi di Piacenza.
Non aveva soltanto detto addio a un consanguineo. Tedaldo era
stato un fratello ben pi dei suoi veri fratelli di sangue; insieme avevano preso dimestichezza con le proprie
anime e con il mondo. Forse non l'avrebbe pi rivisto.
Il suo cuore e i suoi occhi piangevano per quello.
Insieme a lui, se ne andava una fase importante della sua vita. Ora ne sarebbe cominciata una nuova. Si lev il vento: lass, tra occidente e settentrione, si addensavano le nubi.
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CAPITOLO 12.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Bietole e pascoli. Una settimana dopo lo sterminio dei Borri, venerd 8 settembre 1262. Priorato di Castelletto Cervo, Biella.
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Ottone smise di rigirarsi nella destra la sua scarsella di cuoio.
I paramenti da arcivescovo scintillavano ordinati sul gran letto del priore; l'untuoso cluniacense gli aveva ceduto
la propria stanza appena era giunto, senza dubbio per ricavarne qualche favore futuro.
Ottone si sarebbe presentato ai nobili meneghini con indosso l'abbigliamento del suo titolo, cos da comunicare un'immagine di potere e sfarzo, e beneficiare dell'autorevolezza
associata al titolo ambrosiano. Il loro sostegno militare,
in realt assolutamente fondamentale per la riuscita dell'impresa, doveva apparire a quegli stessi uomini come qualcosa di naturale e scontato, una necessit insita nella natura delle cose.
Spiegare quel tipo di accortezza alla maggior parte degli
uomini sarebbe stata fatica sprecata: sorrise fra s.
Adorava orchestrare sottigliezze simili, che trascendevano la semplice retorica del linguaggio.
Dalla finestra giunse uno scalpiccio di zoccoli, seguito da un acuto nitrito.
Altra gente da Milano. Un brivido di tensione gli percorse
i nervi. S'affacci dall'arco e si sporse a guardare.
Purtroppo, le stalle erano sull'altro lato della piccola abbazia; quello stolto del priore pareva tenere in maggior conto la vista di campicelli di bietole e pascoli orlati di boschi, piuttosto che sorvegliare chi andava e veniva. Sopra
la campagna, anche se settembre era appena cominciato,
le pendici del Mucrone gi ingiallivano dei colori dell'autunno; le montagne erano cos vicine che sembrava di poterle toccare con la mano, come se fossero state affrescate
su un fondale d'alcova.
Il vento fresco della sera s'alz; Ottone ritir il busto, accost l'anta e accese altre candele.
L'ora decima era passata, presto l'incontro avrebbe avuto inizio; da esso dipendeva non solo il suo futuro, ma anche quello della sua famiglia. Tutti i piani che aveva predisposto con Ubaldini passavano da quel crocevia.
Ma perch non aveva detto al suo mentore dei suoi trascorsi
con quella gente? Se lo domandava da settimane.
Aveva forse paura del suo giudizio? Temeva di fare la figura dell'idiota? O ad averlo trattenuto era stato qualcos'altro?
Sedette sul letto. Era teso, ormai era inutile negarlo. Lo capiva dallo stomaco contratto e dal tornare in continuazione
sui medesimi pensieri; e stava di nuovo grattando il cuoio della scarsella. Doveva smetterla, o l'avrebbe consumato
con l'unghia. Doveva calmarsi, pensare ad altro.
Poggi i gomiti sulle ginocchia e si prese la testa tra le mani.
Quella notte aveva sognato Piacenza.
Erano anni che non capitava.
Era stato un sogno acceso, vivido, con tutti i bagliori e i profumi della primavera. Aveva fatto riaffiorare le prime esperienze carnali con Agnese e il periodo, clandestino e bellissimo, in cui era ancora solo un diacono senza rendite.
Il cuore gli diede una fitta. Di male in peggio: scacci quel ricordo doloroso.
Era meglio cominciare a prepararsi. Indoss prima il camice, poi il cingolo; le sue dita tremavano.
Baldo! Vieni! grid alla porta.
Doveva calmarsi. I suoi timori erano eccessivi: erano trascorsi pi di vent'anni. Con ogni probabilit, se pure qualcuno dei presenti a quella penosa umiliazione fosse venuto all'incontro, ormai avrebbe dimenticato l'accaduto
o non l'avrebbe associato a lui.
La porta si apr, rivelando le spalle larghe e gli occhi rotondi di Obizzo: Avete chiamato, zio?.
Ottone batt le palpebre.
Oh... Per un istante m'ero ingannato, t'avevo scambiato
per mio fratello buonanima.
Baldo s'apr in un sorriso: Pap mi assomigliava, a trent'anni?.
Sei il suo ritratto vivente. Ora vieni, aiutami a legare l'amitto qui, dietro la schiena.
Certo, zio. Cos va bene?
Ottone si specchi nella lastra d'argento lucidato: Perfetto.
Aspettate, vi aiuto anche con la casula. Baldo gli drappeggi le spalle con la pesante veste sacerdotale
intessuta d'argento.
Sono gi arrivati, gli ospiti della lista?
S, zio. Quelli della lista e anche altri. Non solo le famiglie
degli esuli scacciati dai della Torre, ma anche casate
che risiedono tuttora in Milano.
Un moto di gioia gli zampill nell'animo. Forse il ricordo
della sua mortificazione pubblica s'era davvero perso nel tempo.
Eccellente. Indoss la mitra, afferr il pastorale e usc dalla stanza per incontrare gli uomini pi potenti di Milano. E, tra essi, coloro che tanti anni prima, ai tempi in cui era solo un semplice diacono, lo avevano fatto sentire il pi insignificante verme che fosse strisciato sulla terra.
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CAPITOLO 13.
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OTTONE DIACONO.
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Passeggiata sul Seveso. Ventidue anni prima, luned 13 febbraio 1240. Residenza di famiglia in contrada Vicedomini, Milano.
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La sala del banchetto rimbombava di risate sguaiate e filastrocche sconce. Il vino scorreva copioso tra i volti allegri
dei Visconti, tutti riuniti attorno al loro patriarca e ai novelli sposi: Andreotto, vestito in panni che dovevano costare pi di un anno di rendita da diacono, e quella sventurata di Pionina, una nobilaccia goffa e prosperosa che rideva sguaiata come un'oca.
Per tutto il perdurare della festa, l'umore di Ottone non aveva fatto che peggiorare.
Suo padre Uberto aveva il naso porpora e lo sguardo a mezz'asta mentre spolpava coi denti e con la lingua uno stinco di maiale sugoso. Al suo fianco, sua madre teneva tra le dita un pezzetto di verdura da pi di tre avemarie, senza accennare a portarlo alle labbra. Fissava dritta davanti
a s, come per non dover contemplare lo scempio creato sulla tavola dal marito, vittorioso sul campo di battaglia
di briciole e ossicini mezzi divorati.
Evviva i consorti! gridarono gli altri fratelli di Ottone:
tutti i cugini levarono le coppe, bench fossero gi ubriachi.
Lui invece non era tanto in vena di festeggiare, e lottava fin dalla cerimonia contro un'emicrania che gli aveva compresso persino la gola.
Ottone non mangia! Che  successo? lo canzon suo fratello Obizzo, dandogli una gomitata.
Nulla rispose lui.
Oh, guardate che tenero il nostro Balduccio! disse Florina, la moglie di Obizzo, e indic Baldo, il nipote decenne
di Ottone, che agitava la sua spada di legno e correva
avanti e indietro per la sala, guidando la banda dei marmocchi
della casata a una sorta di assalto frontale contro i cani del capofamiglia, intenti a sgranocchiare le ossa che Uberto si degnava di gettare loro, dopo averle tirate a lucido
come il pavimento della cappella papale.
Uno dei cani si volt verso Baldo e gli ringhi. Spaventato,
il fanciullo moll la spada e corse dalla mamma.
Che figura mi fai fare, Baldo? lo apostrof Obizzo.
Non sei mica destinato alla tonaca come tuo zio Ottone, non puoi permetterti di far pena con le armi, come lui.
Una scarica di fastidio gli punse lo stomaco. Intanto, ti battevo a duello ogni volta che ci sfidavamo.
Perch sei grosso. Ma mastro Severino ci aveva rinunciato,
a addestrarti, diceva che era come insegnare a un somaro a scrivere.
Mezza tavolata scoppi a ridere. Il fastidio divenne bruciante.
E quella volta al lago, ve lo ricordate? rincar Andreotto,
ubriaco peggio di loro padre. Quando Ottone s' buttato nel pantano pur di non affrontarmi in combattimento?
Non mi sono buttato, ero inciampato. Ma continuarono
tutti a ridere di lui.
Non prendertela, bagai intervenne suo padre Uberto a bocca piena. Da prete non conta niente se sei goffo.
Ma io non sono cos goffo!
Suo padre si contorse in un conato di tosse, si picchi il
pugno sul petto e sput a terra un pezzo di manzo masticato.
Uno dei cani lo fece sparire un istante dopo.
Ottone si morse le labbra per non mandare tutti quanti al diavolo. E pensare che per venire l aveva fatto cos tante
miglia a piedi, lasciando Agnese da sola! Senza dire una parola, s'alz dalla panca e s'avvi verso l'uscita.
Dove te ne vai, bagai,? lo chiam il conte Uberto, dal seggio del patriarca.
Una persona m'ha chiesto udienza, padre, improvvis
lui e mi aspetta a San Giovanni.
Il conte indic la tavolata. Ma  il matrimonio di tuo fratello. Siamo tutti riuniti dopo tanto tempo. Non ti senti
un po' ingrato verso la tua famiglia?
Che faccia tosta! A ciascuno dei suoi figli Uberto aveva procurato spose ricche o preziose raccomandazioni ecclesiastiche,
fuorch a lui. Aveva il coraggio di parlargli in quel modo?
Ottone si strinse nelle spalle. Ho la sensazione che la famiglia se la cavi benissimo anche senza di me. Non temete,
far rientro prima del vespro.
Detto questo, volt le spalle ai familiari ma, dopo pochi passi, sul braccio si strinse la mano calda e pesante che tante volte gli aveva impartito una lezione dopo qualche marachella. Suo padre si era alzato e l'aveva raggiunto.
Che ho fatto per meritarmi questo trattamento? gli domand Uberto, strizzando gli occhi come per tornar sobrio. Pareva malinconico, pi che in collera.
Gli altri ospiti continuavano con i loro schiamazzi e le risate, e nessuno badava a loro. Solo la madre li fissava da lontano, con la solita aria sdegnata. Quanto la capiva, adesso!
Cosa avete fatto, padre? Il cuore di Ottone batteva furioso. Non saprei. Per esempio donare propriet terriere
a tutti i vostri figli, salvo che a me?
Ma che vai farfugliando. Il padre gli strinse la mano sulla spalla.
Ottone gliela tolse. Io per voi non conto nulla. Sono l'ultimogenito, l'eterno tralasciato. Dite la verit, ora che sono adulto: mi avete spedito dai parenti emiliani per sbarazzarvi di me?
Suo padre scroll il volto paonazzo. Ottone mio, sei sempre stato bravo con la parlantina. Il pi bravo di tutti i tuoi fratelli. Abbass la voce e le ciglia. Ma sai bene che Milano  spietata. Le nostre rendite sui forni cittadini sono pi risicate ogni anno che passa, con tutte quelle tasse
e i balzelli di cui ci grava il Comune... e i nostri scrigni piangono.
State dando la colpa alle tasse, se non avete mosso un dito per elevarmi dal ruolo di diacono? La faccia gli scottava.
A San Sisto ci sono figli di tintori che avanzano pi in fretta di me, e certo non perch abbiano meriti maggiori.
E io, che sono figlio di un conte, a trent'anni non sono ancora
un presbitero!
Credimi, mi duole davvero... Corrug la fronte.
Quest'anno non potr fare molto per te, ho gi troppe cose per le mani... Ma l'anno venturo verr a Piacenza e m'inventer qualcosa con mio cugino.
Suo padre stava prendendo la piega della sbronza triste?
Una piccola soddisfazione per lui. Avete troppo per le mani, certo. Come la rapida carriera ecclesiastica che Azzone sta avendo a Ventimiglia.
Lo sguardo del padre s'incup. Divertente. Gli assest
un paio di pacche sulla schiena. Altro che prete, bagai, dovevi farti giullare.
In quel momento, la voce dello sposo si lev dalla tavolata:
Padre, guardate! Il piccolo Baldo vi imita!.
Il bambino, a testa in su, tracannava un'anfora di vino, con il liquido rosso che gli ruscellava ai lati della bocca.
Uberto scoppi a ridere e si batt le mani sulle cosce.
Era la goccia che faceva traboccare il vaso. Ottone ne approfitt e sgusci fuori dalla sala. Tanto suo padre s'era senz'altro gi scordato di lui, come sempre.
Con l'amaro in bocca e una fitta al cuore, pass davanti al gonfalone del biscione visconteo e lasci il palazzo.
Fuori, l'aria tra i caseggiati odorava di freddo. L'improvvisa
quiete gli diede sollievo al capo dolente. Si gett sulle spalle il mantello di lana, giunse le mani dietro la schiena e s'avvi verso San Giovanni Isolano. Anche se nessuno lo aspettava realmente all'antica chiesa, non gli dispiaceva rivedere i luoghi dove giocava da bambino.
Oltre il velo di nuvole, il sole gettava ombre diafane sulla neve ammassata ai lati delle strade; era appena l'ora nona, ma le vie erano gi avvolte in una grigia penombra.
Rimuginando sull'accaduto, sospir e svolt l'angolo.
Le file di caseggiati s'aprirono sulla stretta alzaia del Seveso, che scorreva placido e luccicante con la sua ansa a gomito, attorno allo zoccolo di serizzo della chiesa di San Giovanni Isolano.
Dalle acque tranquille emergeva una foresta di pali di rovere, a cui erano fissate piccole carrucole, corde con contrappesi e reti. Un pescatore prese da una chiatta una cassetta di gamberi fluviali e la depose sull'arenile, poi alz
le ciglia e gli fece un inchino: Padre.
Padre? Magari lo fosse stato... Ma l nessuno conosceva le sue sventure personali. Nel suo cuore albergava Dio, ed Egli non si sarebbe certo adirato se si fosse comportato da sacerdote. Ottone si tocc il crocifisso che portava al collo,
lo bened con un cenno e prosegu. Frug i dintorni con lo sguardo: era tutto un po' pi piccolo, rispetto alle sue memorie di bambino. Le banchine pericolanti, il letto del Seveso e, al di l di quello, il vasto prato in lieve pendenza
sul quale una teoria di chiuse idriche sgocciolava un velo d'acqua in costante movimento, che non ghiacciava
e spandeva il tipico odore di vegetazione umida delle marcite. A sud-est, fra orti e steccati, s'innalzava la basilica
di Santo Stefano in Brolo: laggi, oltre il frutteto che cingeva il campanile, doveva trovarsi l'atroce stanza delle
ossa, che un d da bambino aveva scorto, e che aveva popolato
i suoi incubi per anni.
C'era entrato per caso giocando a nascondino col suo amico Niccol, poco prima di partire per Piacenza. S'era ritrovato all'improvviso circondato dalle orbite vuote di centinaia di teschi che, impilati lungo le pareti della chiesa,
lo scrutavano famelici dal mondo dei morti. S'era bagnato
seduta stante i calzoni, e da allora la parete di scheletri
era tornata spesso a intorbidargli i sogni.
Visconti? Una voce d'uomo lo fece trasalire. Non ci credo, sei proprio tu?
Ottone si volt. Fuori da un rigattiere, un giovane magro
e pallido lo fissava. Indossava una bella veste azzurra e un mantelletto ricamato, in testa calzava una cuffia di lino e un cappuccio di feltro a gote; si stava allacciando alla cintura una spada infoderata. Che c'? Non dirmi che non ti rammenti di me! Sono Niccol.
Ottone riconobbe all'improvviso l'amico d'infanzia.
Niccol Faroldi?
S!
Ma non mi dire! Pensavo a te proprio ora... Quanto tempo!
Il giovane gli corse incontro e lo abbracci con trasporto.
Nella sua figura c'era un che di trasandato, che ricordava i ribaldi dei Tre Re a Piacenza; anche attraverso le vesti invernali, le sue costole e spalle erano spigolose.
Ai tempi delle scorrerie infantili lungo quell'alzaia, i fratelli e cugini Visconti facevano sempre a gara per contendersi
l'amicizia di quello scapestrato pelle e ossa, rampollo
di una famiglia ricca e antica, che possedeva torri e attivit in tutta Milano.
Niccol si stacc da lui e lo scrut da capo a piedi. Ma tu sei un prete! Allora  Dio che ti manda. Devi aiutarmi, in nome dei vecchi tempi.
Ottone esit, sconcertato. Aiutarti, io? E in che?
Il giovane si guard attorno, lo prese sottobraccio e se lo
tir dietro lungo la via. A risolvere un problema. Ci sono alcune persone che mi cercano, e io non voglio incontrarle.
Un brutto presentimento gli irrigid le mascelle. Chi sono queste persone? Cos'hai combinato?
Niccol gli rivolse uno sguardo ferito. Perch pensi che io abbia fatto qualcosa di sbagliato?
Perch da fanciulli tu facevi sempre qualcosa di sbagliato.
Ho ancora davanti agli occhi quel pollaio in fiamme,
poco c'era mancato che mandassi a fuoco l'intero sestiere!
Il giovane ridacchi. Il pollaio del vecchio Jacopo,  vero.  morto sai? Di dissenteria, poveretto. Pace all'anima
sua. Comunque, stavolta non c'entra il fuoco, n l'occultamento
di pennuti uccisi a colpi di frombola... Allora, mi aiuterai?
Era tutto un po' troppo repentino; quel discorso puzzava
di rogna. Prima dimmi cos' successo.
Niccol abbass lo sguardo come un allievo minacciato dalla bacchetta del maestro. Non  colpa mia, lo giuro.
Sono stato ingannato. Raggirato e truffato senza riguardo per l'illustre nome della mia famiglia e la prostrazione in cui mi trovavo. E chiaro. Io non avrei mai potuto...
Arriva al punto, Niccol. Si parla di soldi?
Soldi? Chi te l'ha detto? Oh, tu mi credi capace di...?
Ecco, cio, in effetti vogliono dei soldi da me, ma non nel senso che pensi. Invero, io non dovrei darglieli. Forse tu, che hai studiato la retorica degli antichi, li puoi convincere
a lasciarmi in pace.
Non si tratter di un debito di gioco, vero?
Niccol lo guard come un cane bastonato e tacque.
Allora la via della diplomazia sarebbe inutile. Gente di quella fatta capisce solo i denari.
E tu non potresti dargliene un po', Ottone? Per coprire
il mio anticipo.
Non ci penso nemmeno.
Ors! Tuo padre  il signore di Massino, e da piccoli eri il pi ingegnoso... Avrai sicuramente una rendita ecclesiastica, seppur piccola!
Il fuoco gli riboll in gola. Non ho un accidente, hai inteso? Neanche un grosso bucato!
Niccol incass la testa nelle spalle e gli lasci andare il braccio. Non volevo adirarti. Me ne vado,  stato bello rivederti.
Una fitta di colpa punse Ottone. Aspetta. Gli prese il polso. Senti, se ne avessi l'occasione ti farei un prestito, ma non ce l'ho. Non puoi chiedere a tuo padre?
Niccol scosse il capo e riprese a camminare. Non posso chiedergliene. Me li ha gi dati, anche se non lo sa ancora. E non erano neppure abbastanza: se riuscissi a pagare il debito e mi rifacessi al gioco, ecco, potrei rimettere
i denari al loro posto prima che lui se ne accorga.
Hai derubato tuo padre, e vorresti restituirgli il denaro
continuando a giocare? Forse avrebbe fatto meglio a mandarlo al diavolo. Non puoi parlargli con franchezza e chiedergli di pagare il tuo debito?
Il giovane distolse lo sguardo: No.
Perch no?
Alla piazza dei molini presero a sinistra, in una strada ampia e fiancheggiata di botteghe. Non  pi come una volta, stridette Niccol siamo in declino, e non solo noi.
Prima ci hanno tolto le concessioni, poi hanno alzato le gabelle e, quando gli introiti sono stati meno dei dazi, hanno iniziato a pignorarci gli averi a un quinto del loro valore. Mi  sempre stato promesso un futuro agiato, e ora quel futuro  polvere.
L'ostilit di Ottone si stemper. Il discorso del giovane somigliava molto a quello del conte suo padre, quella mattina.
Ma la cosa peggiore, aggiunse Niccol il vero motivo
per cui non posso chiedere a mio padre...  che i miei creditori sono gli stessi che hanno sottratto a lui l'eredit di suo padre. Non accetter mai di coprirmi.
Di quanti marchi sei sotto?
Novanta.
Quanto?
Novanta.
Il peso di un lupo, ma in monete d'argento.
Lo s-so che  tantissimo, ma non  quanto ho perso, giuro! balbett Niccol.  per via degli interessi. Ero a corto di quattro marchi e mezzo, e mi hanno presentato delle persone. Nobili di specchiata onest, dicevano, non ebrei infidi. Io gli ho creduto, e che potevo fare? Dopo tre giorni, ne volevano il doppio. Dopo una settimana, il quadruplo,
e cos via.
Ottone si pass una mano sulla faccia. Si sentiva esausto.
Senti, Niccol, posso aiutarti in un modo soltanto: ti accompagno dalle autorit. Il podest e il capitano del popolo
esistono per questo e, se saranno troppo occupati, contatteremo qualcuno della Credenza di Sant'Ambrogio.
L'usura  proibita, perci gli racconti del raggiro e li facciamo arrestare.
Niccol aveva l'aria di un condannato alla forca. Ma Ottone... l'autorit sono loro. I della Torre. Dopo la battaglia
di Cortenuova, stanno stringendo le grinfie ogni giorno
che passa. Figurati che quello a cui devo i soldi  nipote
del prossimo capitano del popolo.
Che cosa? Un moto di ribellione sfrigol dentro Ottone.
Eh no, qui il discorso cambia completamente. Questa
 un'ingiustizia bella e buona!
Niccol si strinse nelle spalle, sconsolato; due donne fuori da un negozio di vasellame li stavano ascoltando:
Avete ragione da vendere, padre! disse la pi attempata sfregandosi il naso. Milano non  pi come una volta.
Ogni inverno peggiora sempre di pi!
Pure un falegname e due garzoni avevano interrotto le faccende e l'ascoltavano: ispirato dal pubblico, Ottone si mise in mezzo alla strada e alz la voce. Torno oggi dopo
quindici anni di lontananza, e che trovo? Sodoma e
Gomorra! Milano  preda della barbarie e della decadenza.
Il maligno si aggira tra le nostre strade, poich nemmeno gli alti funzionari si curano pi di rispettare leggi e costumi!
Un fienaiolo, due massaie, un beccaio dal grembiule insanguinato:
i milanesi che lo ascoltavano erano diventati una dozzina.
Meglio andare bisbigli Niccol.
No, amico mio, esclam Ottone noi non baceremo il piede dell'iniquit e della tirannia. Ci che mi hai raccontato
 molto grave, ed  mio dovere proteggere il gregge
di Dio con la spada della giustizia e la palma della verit!
Dite bene! spron la vecchia.
Non se ne pu pi di fodri e gabelle bofonchi un bottegaio.
Avevano promesso di pavimentare le strade sibil un carrettiere, addossato a un carretto di letame.
L'assembramento ormai bloccava la strada, e sempre pi persone s'avvicinavano a sentire e ad aggiungere la loro voce.
Da quando il legato ha appoggiato i della Torre, disse un cencioso il mio signore  al bando. Nessuno pi mi d lavoro! Vivr di misericordia al Brolo fino a primavera, sempre se ci arrivo.
Il legato s'era detto paciere con Federico, strill una donna lunga con un occhio azzurro e uno bruno invece non fa che soffiare sulle braci della Credenza. E ora anche il provinciale dei Minori  in combutta con loro.
E chi ci capiva pi nulla, ormai? Nomi, titoli, accenni e organi comunali non erano familiari a lui quanto lo erano per tutti loro, ma non importava: quella sollevazione spontanea era meravigliosa, e l'aveva generata lui! Dietro l'incontro con Niccol doveva celarsi la mano di Dio.
Ottone alz le braccia e indic ora un popolano ora l'altro,
dando loro la parola. Ascoltava frammenti di storie, colpi di tosse, lamentazioni, sfoghi di rabbia e pii appelli.
La gente era preoccupata, e lui aveva dato loro il coraggio di parlare.
Dal portico nobiliare l davanti, tre ragazzotti in velluto e pellicce s'avvicinarono al capannello. Che ascoltassero pure: si diceva solo la sacrosanta verit.
Anzi, alz ancora il tono della voce: E un obbrobrio che una persona onesta non possa pi contare sulla giustizia
a Milano. La corruzione ha preso dimora in questa citt,  penetrata tra le pietre delle case, fin dentro le ossa delle persone! Mi pare addirittura di sentirne la puzza che trasuda da ogni dove.
Niccol gli tir piano il mantello. Cambiamo aria, Ottone.
La sua voce era un pigolio. Credo che quel tizio con il rapace sia un della Torre!
Ma davvero? Ottone si volse verso il terzetto. Eccoli
dunque, i responsabili della decadenza della citt! Non sono mai stato felice come in questo momento di essermene
andato da qui, cos da non farmi contaminare dai loro miasmi.
Molti sguardi seguirono la direzione del suo.
Il pi alto dei tre aristocratici, un trentenne con un volto da cavallo e un astore appollaiato sull'avambraccio, strinse gli occhi ravvicinati e abbass il mento. Bada a quel che dici, prete.
L'anello di persone si apr, lasciando vuoto lo spazio tra lui e loro, e consentendogli di vederli bene: stivali di cuoio lucidato, guanti di camoscio, else delle spade bene in vista. Sopra la costosa veste cupa, il bestione sfoggiava
l'emblema di una torre sovrastata da due lance incrociate.
Io non ho crucci! Ottone punt il dito su di loro.
Badate semmai all'anima vostra, voi che bisbigliate nelle logge, convinti che il mondo sia nei vostri palmi. E stato scritto che polvere siete e polvere ritornerete!
La sorpresa balen sui loro volti. Li aveva spiazzati!
Il della Torre fischi tra i denti; dal coperto nobiliare spuntarono altri quattro o cinque nobili con le armi al fianco.
Ottone si mise le mani sui fianchi. S s, chiamate i rinforzi! Chiamate chi volete, a nulla vi varr. La giustizia del Signore  al mio fianco, non temo armi n eserciti. Le sue stesse parole rinsaldavano la sua franchezza.
Il Torriano accarezz le penne del rapace con il dorso della mano. Su, ripeti quel che hai detto.
Perch ripeterlo soltanto, quando posso aggiungere dell'altro? Ottone gonfi il petto. L'aristocrazia di Milano
non ha pi il diritto di farsi chiamare in quel modo, perch compito della nobilt  di proteggere il popolo.
Ma non vedo pi nulla di nobile davanti a me, se non stemmi e gonfaloni.
L'aristocratico gratt il pennuto sotto il becco: E sentiamo,
qual  il nome di codesto prete indomito, venuto a togliere i peccati dal mondo?.
Non rivelarglielo bisbigli Niccol, arretrato di due passi.
Ottone Visconti  il mio nome! E chi siete voi, invece, messere?
L'altro ignor la domanda e sussurr all'orecchio del giovane al suo fianco, un biondo con le sopracciglia spioventi
e occhiaie come solchi violacei. Quest'ultimo ridacchi
e disse: Odi tu, un Visconti che parla di nobilt!
Tanto valeva che lo facesse un porcaio.
Ottone avvamp. V' pi nobilt in una goccia di sangue
Visconti che in tutti voi messi assieme! L'ilarit s'accese
sui loro volti. Per vostra novella e regola, la mia famiglia
discende da Bonifacio Visconti, che sconfisse il drago Tarantasio del lago Gerundo!
Quegli infami scoppiarono a ridere. Sicuro non fosse un pollo?
Ottone s'infiamm. Il Signore diede al nostro capostipite
la forza per sconfiggere quella creatura demoniaca. A
differenza di quelli della vostra risma, che non badano ad altro che al denaro e al potere!
Il biondo con le occhiaie alz il mento e si gett dietro le spalle i lembi del mantello di pelliccia, scoprendo il ricamo
di un grifone bianco in campo azzurro.
Hai una lingua tagliente, serpe Visconti. Snud la spada. Ora rimangiati quello che hai detto.
...
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CAPITOLO 14.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Duello retorico. La sera dell'incontro coi nobili esuli, venerd 8 settembre 1262. Priorato di Castelletto Cervo, Biella.
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Il priorato era piuttosto ricco e spazioso, ma aveva scale
ripide e gradini stretti, ben diverse da quelle dei palazzi curiali, su cui si poteva salire anche a cavallo. Ottone dovette
sollevare gli orli dei preziosi paramenti per non inciampare.
Aveva istruito Baldo di raccogliere i nobili milanesi nella
sala del capitolo, la pi grande dell'edificio. Certo non era un granch: i muri erano intonacati a vivo, senza affreschi
n arazzi; il soffitto era di travi decorate con festoni di vecchie ragnatele, sopravvissute alla sua precisa disposizione
di rendere decoroso quel luogo. Dopo la ricognizione
di quella mattina, non aveva insistito: perquanto aborrisse
la miseria, avrebbe potuto esibirla e sfruttarla a fini retorici.
Quando entr nella stanza, il chiacchiericcio cess e tutti i presenti si girarono verso di lui.
In quel silenzio improvviso, gli parve di udire i battiti del suo cuore.
Le sue prime parole, lo sapeva, sarebbero state fondamentali.
Le aveva studiate con cura, cionondimeno le sue
ginocchia tremavano. Per fortuna, nessuno le avrebbe vedute
sotto le ampie vesti sacerdotali.
Deus dedit, Deus abstulit! esord, alzando il pastorale.
Sit nomen domini benedictum!
Come un sol uomo, i nobili si tolsero il cappello e mormorarono
la risposta liturgica, com'erano abituati a fare ogni domenica. Ecco fatto: il primo tassello del suo successo
era posizionato, ora bastava aggiungere i seguenti.
Fedeli del Signore! La vostra presenza mi rallegra, perch testimonia la vostra fede. Il Padre onnipotente vi osserva e vi giudica, e in questo stesso momento egli vi vede, qui, schierati di fronte al ministro designato da Sua Santit il papa per reggere la cattedra del santissimo Ambrogio.
Messer Dio ben conosce i pericoli che avete corso per essere qui, e ne terr conto, e soprattutto terr conto di quel che farete oggi, qui.
Mentre parlava, li scrut uno per uno. Barbe grigie, cicatrici,
rughe sulla fronte: non riconobbe nessuno, ma almeno
erano convenuti membri anziani delle casate, e non ragazzotti sbruffoni.
C' un male che sta divorando la nostra amata Milano,
riprese un male che abbiamo covato in seno per troppo tempo e che ora morde la nostra mano, come un cane che si rivolta contro i padroni stessi che l'hanno allevato.
E questo male risponde al nome di della Torre!
Un paio di teste annuirono, ma qualcuno borbott: Se c' una serpe in seno  la biscia viscontea....
Ottone finse di non aver udito.
Non c' bisogno che vi elenchi i bandi illeciti e le scelleratezze di cui questa stirpe s' macchiata, perch so che anche tra voi e le vostre famiglie, in molti ne hanno patito duramente. Ora quei ribelli si rifiutano persino di riconoscere le disposizioni dell'erede di san Pietro, usurpando
la cattedra arcivescovile. Ogni limite  stato varcato.
Pi parlava, pi una parte dei nobili lo seguiva con cenni ricorrenti del capo; tuttavia, erano pi numerosi quelli che se ne stavano immobili.
Non doveva scoraggiarsi.
Solo radunati in alleanza, le esigenze dei presenti saranno
raggiunte. La storia insegna che nessuno, per quanto
forte sia, pu prevalere contro un gruppo di sodali guidati
da un intento comune. L'ha imparato a sue spese il Barbarossa, quando s' scontrato con la Lega Lombarda.
L'ha imparato Attila, sconfitto dalla coalizione gota di Flavio
Ezio. E ora lo impareranno anche i Torriani, che non sono n Unni n imperatori. Figlioli miei! Siete qui per uno scopo che  pi chiaro e limpido del cristallo.
Stava andando bene: il tono della voce era saldo, i gesti delle mani composti, le pause giuste. Il Cardinal Ubaldini sarebbe stato fiero di lui.
Ma ora era arrivato il momento di colpirli dritti al cuore.
Ce l'avrebbe fatta? La mano che reggeva il pastorale tremolava;
per nasconderlo, alz e percosse il pavimento per tre volte. Milano ai milanesi!
Diverse voci s'impennarono in risposta: Milano ai milanesi!.
Col cuore in gola, Ottone colp di nuovo il suolo col pastorale. Milano ai milanesi.
Milano ai milanesi! Gli pareva che le voci crescessero in numero. Proprio come i battiti del suo cuore. Un altro colpo. Milano ai milanesi.
Altre voci s'aggiunsero alle prime, gli stivali iniziarono a pestare il suolo al ritmo del pastorale, gli speroni d'argento
risuonarono dietro i tacchi.
All'improvviso la sala capitolare fu scossa da un ruggito d'entusiasmo, seguito dal parlottio concitato dei nobili.
Ce l'aveva fatta. In qualche modo, li aveva convinti. Tir un sospiro di sollievo e attese che il brusio scemasse incollandosi in volto uno sguardo distante e benevolo, che s'addiceva
al proprio ruolo. Ubaldini lo ripeteva sempre: se vuoi che gli altri ti vedano come un capo, immagina di esserlo.
Alz di nuovo le mani, lasciando che l'ampia veste si stendesse sotto le sue braccia come una coppia d'ali argentee.
Tracci una croce nell'aria e benedisse i presenti con le dovute formule.
Non sapeva quanto ancora sarebbe riuscito a mantenersi
imperturbabile. Doveva prendere congedo e tornarsene
al pi presto nelle sue stanze, o qualcuno si sarebbe accorto di quanto bagnata fosse la fronte sotto la mitra.
Ci sarebbe stato tempo l'indomani per i piani di guerra e le strategie: per ora doveva andarsene da vincitore, prima
che qualcuno dei sottoposti sospettasse che la sua volont
era pi fragile di quanto avesse fatto intendere.
Portate del vino a questi prodi milanesi comand al monaco in piedi sull'accesso alle cucine. Che brindino e levino canti, cos che il Signore benedica la futura impresa!
Il monaco fece un inchino profondo.
Ottone si volt per andarsene.
Aspettate, Visconti. Permettete una parola?
L'agitazione gli strinse la bocca dello stomaco. Avevano trascurato di dargli del vostra eccellenza? Pessimo segno.
Ottone ostent indifferenza e si volt piano.
L'uomo in questione aveva barba e capelli bianchi ben acconciati, un surcotto di seta blu e sul petto ricamata un'aquila di fili d'oro.
Aliprandi, alta nobilt meneghina.
Accanto a lui si stava raccogliendo un capannello folto di persone che non prestavano alcuna attenzione alle caraffe
di vino che i monaci stavano posando a tavola.
Ottone frug nelle nebbie della memoria. Erano gli stessi volti, invecchiati, degli uomini di quel terribile pomeriggio?
Non ne era certo. Erano passati davvero troppi anni, e al tempo non aveva badato alle loro facce. Le viscere
gli diedero una stretta.
Era meglio affrontarli l, di fronte a tutti, oppure in privato?
C'erano pr e contro in entrambi i casi. Forse era meglio l, con tanti testimoni presenti.
Dite pure, figliolo.
L'Aliprandi scosse il capo. Non qui. Io e alcuni altri gentiluomini vorremmo discutere con voi in un luogo appartato.
Sto per ritirarmi nei miei appartamenti, disse Ottone
posso trattenermi qualche altro momento, se mi anticipate
di che si tratta.
Aliprandi non batt ciglio. Andate pure, se siete stanco.
Noi ce ne torneremo a Milano alle prime luci dell'alba.
Dannazione. Non si facevano piegare, quelli. Non poteva
permettersi di perdere degli alleati simili, nella lotta contro i Torriani.
Tir le labbra in un sorriso. Sembra che il Signore mi chiami a una prova, dunque. Molto bene; Baldo, prendi una torcia e alcune candele. Seguitemi tutti quanti.
Ripercorse col cuore in gola i gradini. Di cosa volevano parlargli? Lo spazio tra le sue scapole formicolava, come se prefigurasse l'arrivo di una pugnalata da un momento all'altro. A quell'ora nella chiesa del monastero doveva essere
in corso la funzione; usc perci nel cortile interno e condusse il drappello a destra, verso la seconda chiesa, che non mancava mai nei complessi cluniacensi. Era l'unico
posto abbastanza vasto e al sicuro da orecchie indiscrete.
Fiancheggiarono il muro in ciottoli a spina di pesce e varcarono un portale in laterizi. La piccola navata era fredda e vuota, a eccezione che per una fila di sacchi di granaglie, stesi davanti all'altare in attesa della benedizione.
Dunque, disse, mentre suo nipote accendeva le candele
quali sono i gravi argomenti di cui volevate discutere?
L'Aliprandi scambi qualche sussurro con un nobile dai lineamenti duri che aveva borse pesanti sotto gli occhi,
poi incontr il suo sguardo. Se siete intelligente quanto vi atteggiate, Visconti, dovreste averlo capito. Siete
voi il grave argomento di cui vogliamo parlare.
Un'onda di panico risal l'addome di Ottone.
...
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CAPITOLO 15.
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OTTONE DIACONO.
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Duello di spada. Ventidue anni prima, luned 13 febbraio 1240. Strade presso San Martino in Compito, Milano.
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...
La spada del giovane dai capelli chiari luccicava al sole morente. Gli altri nobili gli urlavano incitamenti, il falconiere
in vesti cupe osservava la scena compassato. Dal modo in cui gli altri cercavano il suo sguardo, pareva il capo della combriccola.
La sicurezza di Ottone vacill. Cielo, che stesse compiendo
un grave errore?
No. Doveva essere saldo. Questi sono gli insegnamenti
del Salvatore Cristo Ges, fellone miscredente. Chi li proclama non sbaglia, e chi per essi combatte non pu conoscere sconfitta!
Il biondo col grifone sul petto guard il Torriano, che annu. Rote la sua lama. Scommettiamo che te la faccio conoscere?
Una sfida, dunque. Libero di provarci. Sarai tu a ingoiare
la polvere, quando ti ci avr gettato. Non temo n te, n nessuno dei tuoi compari.
Avanti, allora.
Ottone si volt e scrut la folla. Niccol! Prestami la tua spada.
Non ci fu risposta, ma nella chiazza bruna e verdina
degli abiti dei popolani, l'azzurro vivace delle vesti di Niccol
ne trad la posizione.
Che fai, ti nascondi? rise Ottone. Vieni qui, ho una lezione da impartire a costui.
Il vecchio sodale si stacc con riluttanza dai popolani e tolse l'arma dal fodero.
Ottone la prese e la soppes: era vecchia, con tacche vistose lungo il filo e una chiazza di ruggine vicino alla guardia, ma era irrilevante: quello era un duello di fede, non di valore. La sua vittoria non sarebbe dipesa dalla qualit del metallo, n dal sostegno della sua famiglia.
Uno dei nobili rimasti zitti sospir. Per la verga di Ambrogio,
Visconti! Mettete via quel ferro vecchio. Aveva i capelli a scodella e un mantello fermato da un'aquila d'oro su una raggiera di smalto bianco e rosso. Vi coprirete di ridicolo, se non peggio. Siete in uno svantaggio pietoso.
Il nobile in vesti cupe gli diede uno spintone. Perch guasti il sollazzo alla brigata, Aliprandi? Sull'altro suo braccio, l'astore batt le ali dal piumaggio a livree.
Ottone non si tir indietro: Come posso essere in svantaggio, quando ho sia Dio che la ragione al mio fianco?
Voi, piuttosto, dovreste ritirarvi e riflettere sull'onore
delle vostre famiglie.
L'Aliprandi fece una smorfia, indirizz un cenno d'approvazione
al biondo spadaccino.
Continua, Pirovano. E troppo stolto, se lo merita.
Un coro di risolini e dileggi si lev dagli aristocratici;
Ottone avvamp. Stolto a me? Ne aveva davvero abbastanza.
Deus Vult!
Si gett in avanti, la spada alzata sopra la testa. Cal un fendente, Pirovano sgusci di lato e accompagn la sua lama lontano. Sbilanciato in avanti dal proprio impeto, Ottone incespic e fin addosso al robusto falconiere, la punta della sua arma gli fin in faccia.
L'astore stridette e si lev in volo in un frullar di penne.
Cal il silenzio. Il Torriano arretr senza una parola e si
port la mano guantata al volto, sangue inizi a grondargli tra le dita.
Ottone divenne di ghiaccio.
Era stato un incidente, ma qualcosa gli diceva che ammetterlo
avrebbe avuto conseguenze gravi. Ecco, ben ti sta!
Tu hai... Hai attaccato alla vigliacca Napo della Torre
balbett Pirovano, bianco in volto.
Dannazione. In che guaio s'era cacciato?
Il ferito scost il guanto e strabuzz alcune volte le palpebre.
Il colpo gli aveva spaccato un sopracciglio e un ruscello scarlatto gli colava lungo il setto nasale, ma per fortuna l'occhio sembrava illeso. Una maschera d'odio gli tir le labbra sui denti serrati.
Hai spaventato il mio rapace. Fagliela pagare, Pirovano.
Il biondo spalanc la bocca in un grido e si scagli contro di lui.
Ottone blocc la lama con la sua, ma Pirovano gli assest
un pugno nel fianco con la sinistra. Il dolore gli fece chiudere un occhio, ma non si lasci distrarre.
Men un taglio di rovescio, il duellante schiv con ampio
anticipo e gli gir attorno, basso sulle gambe. Sei lento come un bue.
Ottone ripesc gli insegnamenti di mastro Severino dalla memoria, si raddrizz e si rimise in posizione. Cerc di afferrare la spada con entrambe le mani, ma l'impugnatura
era troppo piccola; si rassegn alla sola destra. Peccato
non avere dall'altra parte qualcosa per proteggere il corpo, come una targa o un brocchiere.
Perch il suo avversario non lo stava assalendo? Be', tanto meglio. Si avvent di nuovo e abbatt un fendente, che Pirovano intercett. Doveva metterci pi forza, sfruttare
la propria stazza: allarg le gambe e alz l'arma. Con un ghigno, Pirovano gli moll un calcio nei coglioni.
Il dolore deflagr come un fulmine, dai testicoli si ramific
per tutto il suo ventre, fino allo stomaco. Madre di Crist... Ottone si accartocci e arretr, boccheggiando.
La sofferenza ingombr tutto lo spazio dei suoi pensieri.
Il coro di risate che gli era esploso attorno lo raggiunse a malapena.
Stava per morire? Oh, per l'Onnipotente!
Pater noster, biascic tra i denti serrati qui es in cielis, sanctificetur nomen tuum... Tenne la spada alzata di fronte
a s e cerc di non abbassare la guardia, ma era impossibile.
La selva di persone l attorno era annebbiata, il controllo
sulle sue membra era affogato. Doveva avere fede; Iddio avrebbe preservato il suo seguace.
Advniat regnum tuum, fiat voluntas tua, sicut in ceelo et in terra...
Era un dolore colloso e perdurante, come un'ustione dell'anima; con la mano libera si tast il petto, trov il crocefisso, se lo port alle labbra. Panem nostrum
quotidianum da nobis hodie, et dimitte nobis dbita nostra...
Riusc a riprendere un po' di fiato. Ogni suo muscolo s'era contratto, e ora il corpo era rigido come un manichino
di legno. Nella marea di dolore, aspettava solo il morso della spada. Sicut et nos diniittimus debitribus nostris...
Con affanno, riusc a guardarsi intorno: i cittadini osservavano
a distanza, Napo della Torre aveva di nuovo il rapace sull'avambraccio e Pirovano se ne stava in piedi sulle sponde di uno dei carretti l accanto, con una vanga in mano.
Prestate tutti quanti orecchio! Il biondo si tocc il grifone araldico cucito sul petto. Visto che il mondo pare essere andato alla rovescia, ricordate dunque che le creature
lievi e alate volano nel cielo. Al contrario, il posto per vipere, bisce e altri parassiti...
Prese la vanga con ambo le mani, la infilz nel cassone e la risollev carica di materia bruna, compatta e gocciolante.
... il letame.
Oh, no.
Col ghigno stampato in volto, il biondo flett le ginocchia, scese dal carretto e s'avvicin a lui alzando la pala. Il carrettiere se ne rimase a guardare, mesto, tra gli altri popolani.
Ottone prov a scansarsi, ma l'affanno e il dolore lo fecero incespicare. Cadde sul fango duro.
Lo schiaffo umido del letame gli schiaffeggi il petto, il collo e la faccia. Un amarore granuloso si spiaccic sulla sua lingua e sul palato. Sput con la forza del disgusto, toss. Un conato lo pieg su un fianco, contraendogli la gola e lo stomaco. Al dolciastro delle feci si somm l'acido pungente dei succhi gastrici.
Rigurgit il pranzo nuziale di suo fratello, che s'allarg in una pozza bruna e rossastra sulla terra rigida. Il disgusto
gli contrasse il ventre, rinfocolando le fitte ai testicoli.
Pezzi di vomito gli grattavano la gola. Boccheggi, sput, annasp. Il miscuglio di putridumi gli diede un altro conato,
poi un altro ancora.
Oh, Dio, sarebbe morto. Sarebbe morto senza alcun dubbio.
Sput, si sorresse a terra con le mani. Le braccia gli tremavano; che sensazione orripilante, peggiore del dolore
delle nerbate, di qualunque altra cosa. E tutt'attorno scrosciavano le risate.
Si trascin sul terreno fetido, tentando di riaversi e di allontanarsi. Il tempo e le facciate degli edifici l attorno smisero di avere un significato, finch una lama di dolore al cuoio capelluto gli restitu la coscienza.
Non puoi ancora svenire, biscia disse Pirovano, tenendogli
la testa alzata per un ciuffo di capelli. Della Torre vuole che tu veda.
Ottone punt le mani al suolo per alleviare il dolore.
Cerc di schiarire la vista, capire quel che gli accadeva intorno.
L davanti, due dei nobili trattenevano Niccol in ginocchio. Un terzo gli puntava una spada alla schiena e gli tirava indietro la testa, rivoltandogli la faccia verso il cielo.
Il della Torre era l a fianco. Sfil il pugnale dalla cintura, lo pass a un sodale e disse: Osservate tutti! Quest'uomo
aveva raccontato panzane a quel prete pazzo. Ora avr quel che si merita: questo accade ai sediziosi che turbano la quiete di Milano.
Mani guantate spalancarono la mandibola di Niccol e gli tirarono la lingua fuori dalla bocca. Il suo amico d'infanzia
emise dei rantoli acuti, come quelli dei porci allo scannatoio.
Oh, Vergine Santa. Come poteva il Signore lasciar accadere
una cosa del genere? Lui s'era battuto in suo nome per la giustizia, come facevano i personaggi dei libri e delle
novelle edificanti... Perch a trionfare erano tiranni e iniqui?
Ottone alz gli occhi al cielo grigio di febbraio. Fermalo,
o Signore...
Un grido inarticolato si lev altissimo, da spaccare i timpani.
Napo della Torre raccolse da terra la lingua recisa, la mostr alla plebe e la porse al suo astore. L'uccello rapace la pinz con il becco giallo e l'ingoi con voracit.
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CAPITOLO 16.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Il nerbo dell'uomo. La sera dell'incontro coi nobili esuli, venerd 8 settembre 1262. Priorato di Castelletto Cervo, Biella.
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Siete voi, il problema ripet Aliprandi.
Ottone nascose il panico. Il sapore dello sterco riaffior alla memoria di colpo, trascinando con s gli altri ricordi di quel terribile pomeriggio. Gli parve che il pavimento si aprisse sotto i suoi piedi.
L'uomo che gli stava di fronte era presente, e aveva visto
tutto. E quello accanto a lui, con le palpebre gonfie e i radi capelli biondi... Satanasso, era lo spadaccino amico del Torriano, quello che l'aveva coperto di sterco!
Era circondato di nemici.
S'impose l'autocontrollo; non era pi il giovanotto credulone
e avventato di quegli anni lontani. Doveva solo comportarsi come avrebbe fatto il Cardinale.
Capisco. Si stamp in volto un sorriso tranquillo.
Volete sapere se vi state mettendo nelle mani di uno stolto. Chiedete, dunque; mettetemi alla prova. Vediamo se riuscir a fugare i vostri dubbi.
Tra i nobili milanesi passarono sguardi: l'approccio franco
li aveva colti impreparati.
Fu sempre l'Aliprandi a prendere la parola: Visconti,
la vostra arte oratoria  sopraffina, ma questo gi lo sapevamo.
E voi, che conoscete la storia, sapete che non sono le parole a vincere le guerre, e nemmeno la fede, bens il nerbo dell'uomo. E i vostri trascorsi... be', non depongono
a vostro favore. Nessuno di noi intende assecondare la folle crociata di uno sprovveduto.
Chiss quanto a lungo dovevano averne discusso e ridiscusso,
rammentandolo a terra, lordo di rigurgito, escrementi
e vilt... Si pass il pastorale nella mano sinistra, per poter carezzare la scarsella con le dita della destra.
Doveva riflettere.
Si volt verso l'altare, fece qualche passo e s'inginocchi.
Suo nipote lo segu con la torcia, senza dire una parola.
Finse di pregare. Quella era una partita a scacchi ben pi rischiosa del discorso nella sala capitolare. Se ora non fosse riuscito a convincere questi aristocratici, il fronte si sarebbe disgregato e anche altri, nei mesi successivi, si sarebbero
sottratti alla spicciolata. Avrebbe visto sfaldarsi l'esercito come un tessuto a cui venisse tirato un filo alla volta, e l'impresa sarebbe fallita prima ancora di cominciare.
Doveva valutare ogni mossa prevedendo le successive,
come aveva imparato, e rovesciare sempre le aspettative.
Si fece il segno della croce, fece un respiro e si rialz, poggiandosi al pastorale.
Comprendo le vostre remore, disse ad Aliprandi ma gli anni passano e gli uomini cambiano. Coloro che mi hanno
conosciuto in giovent ricordano una persona che non esiste pi. Credete che vi avrei convocati qui, altrimenti?
Su pi di una fronte s'incisero rughe di scetticismo, nessuno prese la parola.
Ma mi rendo conto che questo non equivalga a una prova. Per questo motivo ho deciso che a voi parler pi apertamente. Accompagn le parole con una franca alzata
di spalle. Il papa in persona mi ha eletto come vescovo
di Milano. Io, non Raimondo della Torre, come la sua famiglia
vorrebbe. Perch, secondo voi? Perch scontentare i della Torre, guelfi fedeli all'autorit pontificia?
Potrei parlarvi del volere di Dio, come ho fatto poco fa...
Ottone lasci che quelle frasi aleggiassero per un attimo
tra i presenti.
...Ma Dio ha poco a che vedere con questa faccenda.
Il pontefice  una delle maggiori potenze politiche in Terra,
e come tale  felice che i suoi sottoposti prosperino.
Tuttavia, se alcuni di essi prosperano troppo, potrebbero prima o poi convincersi di non necessitare pi della protezione
apostolica. Le alleanze politiche sono mutevoli.
Queste sono verit evidenti intervenne Pirovano con voce insofferente. Milano  troppo florida per le mani di una sola famiglia, e Urbano Quarto non vuole che i della Torre abbiano la cattedra arcivescovile. Ci che non comprendo  perch darla a voi.
Il nobile tir su col naso e scatarr sulle piastrelle di cotto. Perch non a una famiglia pi illustre? Che so, un Perego, un Soresina, un Crivelli?
O magari un Pirovano. Ottone sogghign e alz la mano. La risposta  che a nessuna di voi grandi casate pu essere consentito di impossessarsi della cattedra arcivescovile
di Milano. I pi lesti d'ingegno tra voi avranno gi intuito il perch. Gi ora, i della Torre possono essere fermati soltanto da una coalizione tra potenti; a guidare tale coalizione, tuttavia, non pu essere nessuno di loro, perch se cos fosse, anche riuscendo a fermare i Torriani oggi, il papato si troverebbe a dover gestire la medesima situazione domani.
Io non capisco quale sia la differenza sbott uno dei nobili pi indietro. L'Italia  piena di duchi, marchesi e re.
Perch Sua Santit si cruccia tanto per l'ascesa di una singola
dinastia in Lombardia?
Ottone si esib in una risatina. Perch il collegio cardinalizio
 molto meglio informato di chiunque di voi. Bad
che lo scherno trasudasse e rimase ad affrontare la corona
di sguardi ostili.
Pirovano schiocc la lingua. Meglio informato a che proposito?
Oh, ve lo spiego con piacere. In questa sala, chi sa dirmi quanti abitanti vivono nella capitale del Regno di Napoli?
Scrut i visi sorpresi degli aristocratici; attese qualche istante.
Nessuno? Come immaginavo. Ve lo dico io: trentasei migliaia.
E allora? sbott Pirovano.
Ottone lo ignor. Vi faccio ora un'altra domanda: quanti abitanti conta Palermo, la prima citt della fiorente Sicilia? Un'altra pausa. Non lo sapete? Ebbene, poco pi di quaranta migliaia. E Roma, invece? Pirovano, ci vuoi illuminare tu?
Il nobile dilat le narici. Che scopo ha questa farsa?
Farsa? sorrise Ottone. Se un dominio  retto da una singola dinastia, la sua forza si pu stimare in primo luogo dalla grandezza della capitale. Coraggio, Pirovano, fai un tentativo. Un piccolo sforzo di immaginazione: quante bocche conta secondo te la citt di marmo dei papi, che diede i natali a Cesare, Marco Aurelio e Augusto?
Tutti gli occhi si puntarono sul nobile.
Pirovano si scrut attorno e spost il peso da un piede all'altro. Mille migliaia.
Sbagliato. Ottone fece un piccolo passo in avanti.
Roma ne raggiunge a stento trentacinque.
Mormorii e sguardi di sorpresa serpeggiarono tra i nobili.
Ottone inarc le sopracciglia e annu. Iniziate a comprendere
quel che intendo? Roma stessa, il fulcro millenario
della cultura e della fede, oggi conta tanti abitanti quanto un sestiere della vostra citt. Milano  un'anomalia,
un rischio incontrollabile; e voi che ne siete i magnati non ne avevate la bench minima cognizione, perch il vostro sguardo  ristretto e la vostra vista annebbiata.
Aliprandi strinse gli occhi in silenzio. Doveva essere appena cresciuto nella sua considerazione. Ottimo! Ora doveva incalzarli.
In verit, in tutta la cristianit vi sono due citt soltanto popolate forse quanto Milano. L'una  Costantinopoli, dove comanda l'imperatore bizantino, e l'altra  Parigi, che non a caso  dimora del pi forte tra i re cristiani. Ma, domanderete voi, perch il pontefice non si preoccupa altrettanto di queste due metropoli? Ovviamente perch l'una  sfibrata dall'eterno assalto dei saraceni, e l'altra ha due forti rivali ben pi vicini di Roma alle sue terre: il regno
di Britannia a settentrione, e il Sacro Romano Impero a levante.
Ottone alz l'indice. Riflettete. Se Milano diventasse un regno e iniziasse a espandere i suoi domini, nessuna potenza nella penisola italica si frapporrebbe tra essa e lo Stato della Chiesa.
Ma questo  oltraggioso! sbott uno dei nobili pi dietro. State dicendo che a Milano  quindi negato il diritto
di crescere, prosperare e rivendicare il predominio della pianura? Ora e in perpetuo?
Diritto? Che domanda stupida. Garantito da chi?
Nessuno sotto il Cielo ha il diritto di minacciare l'ordine santo realizzato dalla Chiesa. Sua Santit non consentir che le due teste del potere di Milano diventino una sola.
Ma questo cinismo  oltraggioso! si lament qualcuno.
Ottone rispose con pacatezza. Questa  la politica dei grandi della Terra, che vi oltraggi  un problema vostro.
Preferite pii sermoni? Da domani e per sempre ve li dar.
Ma voi mi avete chiesto franchezza, e benignamente ve la sto concedendo. Tra tutti i candidati possibili, il papa ha scelto me per mettere un freno all'arroganza dei della Torre
e riportare l'equilibrio. E io, per quest'impresa, ho scelto
voi. E questo, badate bene, non per punirvi dello sconsiderato
appoggio che in passato deste a quei superbi.
Fece una pausa brevissima. Ma perch siete coloro che
pi guadagneranno dal mio successo. Immaginate quali vantaggi vi deriveranno dall'esilio dei Torriani. Immaginate
la riconoscenza della mensa vescovile, una volta che si sar compiuta la volont del Signore.
Molte delle facce l attorno stavano mutando cera: la malevolenza cedeva il posto a perplessit, cruccio e meditazione.
Stavano cambiando idea. Gli anni accanto a Ubaldini davano i loro frutti! Ottone scherm l'euforia dietro una maschera di calma compassata; era il momento della spira del serpente.
Si inumid le labbra e abbass la voce. V' per il nodo
della questione bellica.
Diversi dei presenti si avvicinarono per ascoltare.
Io sono una guida pastorale, non sono una minaccia per nessuno di voi e detengo un casus belli prezioso per salvaguardare i vostri interessi. Ma non sono uno stratega n un generale, a differenza dei della Torre, che possono contare sull'esercito comunale coi suoi seimila fanti e duemila
cavalieri. Assediare le porte cittadine sarebbe una disfatta: accadde gi alle armate dell'imperatore Federico.
Quindi, non sono sicuro che prendere Milano sia un'impresa
possibile dal punto di vista militare... Lasci in sospeso
la frase come una rete da pesca, in attesa che qualcuno vi s'impigliasse.
Be', potremmo farcela, intervenne Pirovano se attiriamo l'esercito nemico fuori da Milano.
Incredibile! Il primo a proporre una soluzione era stato colui che pi l'aveva umiliato in passato.
Secondo la vostra esperienza militare  una manovra possibile, messer Pirovano?
Certo, non dovrebbe essere difficile. Li conduciamo in una zona congeniale pi a noi che a loro, e li affrontiamo
l. Sommando le lance dei presenti dovremmo soverchiarli.
Magari, intervenne Aliprandi lasciando qualche squadrone nascosto presso le porte di Milano, cos da tagliar loro la fuga dopo la battaglia, quando Napo e i suoi fuggiranno verso il fosso cittadino.
Ottone fece un cenno anche a lui. Una strategia piuttosto
brillante, messeri. Mi pare che la fama dei guerrieri milanesi sia ben meritata.
Burattini. Erano andati esattamente dove lui voleva portarli, e l'avevano fatto nel modo migliore: convinti, cio, che fosse stata una loro idea. Si concesse un sorriso e attese, mentre altri aristocratici di quel gruppo intervenivano
proponendo una miglioria, un luogo di scalo, un guado, un paese. Quando parvero sufficientemente assorbiti
dalle questioni militari, Ottone alz il pastorale. Tutti tacquero e lo guardarono.
Come un gregge mansueto.
Figlioli! L'ora s' fatta davvero tarda. Mi ritiro nelle mie stanze a pregare il Signore per il successo della nostra impresa. Rimandate pure i piani di guerra a domani, e concedetevi
il riposo dei giusti. Per oggi concludiamo qui.
Non chiese se qualcuno avesse altre domande. Nessuno os sollevarne, tuttavia Aliprandi s'avvicin e gli si mise proprio di fronte.
Franchezza per franchezza, disse ero convinto che foste un invasato e uno stolto. Ma avete ragione: l'uomo che ho di fronte non  la mezza tacca che ricordavo. Badate,
non mi ricredo spesso, ma lo faccio ora: vi chiedo perdono, Visconti.
Il cuore di Ottone fu sul punto di tracimare di gaudio, ma si trattenne.
Vi chiedo perdono, eccellenza. S'incoll in faccia un'espressione severa e gli mostr il dorso della mano.
Aliprandi s'inginocchi e baci l'anello vescovile: Vi chiedo perdono, eccellenza.
Perdono accordato. La pace del Signore sia con te, dominus Aliprandi sorrise, e si volt verso Pirovano.
Il biondo schermidore del grifone, che in un pomeriggio gelido gli aveva afferrato la faccia per i capelli, costringendolo a guardare della Torre che gettava la lingua mozzata del suo amico Niccol in pasto a un rapace, s'inginocchi davanti a lui.
Perdonate anche me, eccellenza... La mia condotta passata  stata scellerata. Imploro clemenza.
Perdono accordato, messer Pirovano.
La sua vittoria ora era completa.
Inforc per primo la porta d'uscita, seguito dalla colonna dei nobili.
Era fatta. Ancora non ci credeva! Aveva un esercito, finalmente!
Non restava che organizzare la campagna militare in primavera.
Baldo lo accompagn nelle sue stanze, facendogli luce con la torcia. Siete stato incredibile, zio bisbigli eccitato.
Li avete ammansiti come agnellini, avevo la pelle d'oca!
Ottone gett la mitra sul letto dell'abate e ridacchi.
La persuasione  un gioco in cui eccello, si concesse
ma invero, il maestro sommo di quest'arte  il Cardinal Ubaldini. Quel che so l'ho imparato osservando lui.
Baldo lo aiut a slacciare i cordini delle vesti episcopali.
Vi credo sulla parola, perch non so immaginare qualcuno di pi abile.
Bussarono alla porta. Ottone si ferm. Chi ?
Mi chiamo Squarcino, eccellenza ansim una voce dietro le assi. Scusate se v'arreco disturbo a quest'ora. Se non potete concedermi udienza, veglier fuori dalla vostra porta fino a domattina.
Ottone scambi un'occhiata incuriosita con Baldo. Non si pu riposare in pace, stasera. Fallo entrare, vediamo che vuole.
A varcare la porta fu un trentenne impolverato dalla mascella quadrata e il fisico solido; aveva il fiatone e vesti zuppe di sudore.
Eccellenza, vi prego! Si gett ai suoi piedi e baci l'orlo della sua veste. Prendetemi al vostro servizio! Se lo farete, vi giuro fedelt fino al termine della mia vita.
Ottone si ritrasse d'istinto da quel forsennato. Bada, bada! Si pu sapere chi sei?
La genuflessione si fece ancora pi profonda. Ser Squarcino della casata Borri, eccellenza. Perdonate i miei modi rozzi, ma sono esausto.
Borri. Aveva gi udito quel nome... Non era quella famiglia di Santo Stefano Ticino che aveva manifestato pubblicamente
il sostegno per la sua causa, e che era stata di recente sterminata dai Torriani?
Rinfrancatevi, Squarcino. Qui troverete ristoro. Raccontatemi la vostra storia.
L'uomo si mise in ginocchio e aggiust la spada lungo la coscia, il capo ancora chinato per la deferenza. So che volete scacciare i della Torre da Milano... Ecco, io odio quegli scellerati. Hanno distrutto la mia gente, solo io e la mia figliola siamo riusciti a scampare. Li voglio ammazzare
tutti, annientare, farli a pezzi... Salvo le donne e i bambini,
s'intende. E la mia ragione di vita, ho fatto un voto di fronte a un'icona sacra, e far qualsiasi cosa per estirparli.
Per questo voglio servirvi; vi garantisco sul mio onore che non avrete mai a pentirvene.
Era proprio lui, dunque, l'unico scampato a quel massacro.
Ottone scocc un'occhiata a Baldo: era sbalordito quanto lui.
Siete cavaliere, Squarcino?
L'uomo mise la mano sul fodero. S, eccellenza. M'addestr
mio padre Lanfranco, signore di Santo Stefano Ticino.
Ho lunga esperienza di mischia e duello, sia montato che pedestre, e sono perito nell'uso di qualunque arma, ma non posseggo pi un'armatura n un destriero, perch il mio fu ferito durante l'inseguimento, e dovetti abbatterlo
alcuni giorni fa.
Come hai saputo di questo incontro? chiese Ottone.
Se la notizia era trapelata, poteva essere rischioso.
Eccellenza, me l'ha riferito un cavaliere di mia conoscenza, che serve nella scorta di messer Ferri. Dio me li ha fatti incontrare a Magenta.
E quando?
Intorno all'ora nona, eccellenza.
Baldo s'introdusse: Di oggi? A Magenta?.
S, messere. Un mio amico abita l, e ha dato ricovero a me e a mia figlia.
E sei venuto fin qui a piedi?
S, messere.
Baldo inarc un sopracciglio. Quindi tu in cinque ore avresti camminato per quaranta miglia.
Ho corso, messere. Per questo sono affaticato.
Quaranta miglia in corsa, con la spada al fianco? Vergine santa, doveva essere un atleta provetto.
All'improvviso, gli ingranaggi nella sua mente si misero in moto. Quell'uomo, l'ultimo della sua stirpe, poteva tornargli
molto utile. Ma c'era da fidarsi? Pi lo osservava, pi l'istinto gli diceva di s. Sembrava fatto di roccia, il tipo
di persona che si vorrebbe al proprio fianco quando ogni cosa va storta. E in fondo, ora che era tempo di passare
all'azione, aveva bisogno che qualcuno si occupasse della sua sicurezza.
S'accorse di provare un misto di compassione e rispetto per quell'uomo. Proprio come lui, aveva un obiettivo e l'avrebbe raggiunto.
Squarcino Borri. Ottone gli mise una mano sulla spalla. Ho deciso di accettare i tuoi servigi- Alzati come mio famiglio e scudiero.
Il soldato si rialz, le labbra serrate e il viso sempre basso.
Guardami.
Gli occhi del Borri si sollevarono, velati di lacrime.
Ottone gli sorrise. Ti far avere cavallo, un usbergo confacente al mio portavoce e del denaro per le esigenze di tua figlia. Ho gi un compito per te, Squarcino: domani andrai ad Arona, e consegnerai una lettera ai miei parenti
castellani. Li avvertirai che  l che intendo attirare le truppe milanesi e sgominarle, appena tornata la bella stagione.
Puoi farlo per me?
Il Borri si genuflesse. Contateci disse, purpureo di commozione, ma con voce di ferro.
Ma zio, Baldo s'avvicin al suo orecchio. E se fosse al soldo dei della Torre?
Dopo anni di trame a fianco di Ubaldini, Ottone sapeva fiutare una spia lontano un miglio, e Squarcino non lo era.
Ma a Baldo avrebbe dato un'altra risposta.
Nipote mio, se per paura di inganni non ci si pu pi fidare dell'onore degli uomini, allora i Torriani hanno gi vinto.
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CAPITOLO 17.
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AGNESE GAIDOLFI.
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Nuovi propositi. Un mese dopo il pestaggio di Ottone, domenica 18 marzo 1240. Sacrestia di San Dalmazio, Piacenza.
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Da quanto tempo stava aspettando? Agnese non lo sapeva nemmeno pi.
Rincagnata sotto il tavolo della sacrestia, nascosta dalla candida tovaglia che scendeva fino al pavimento, ascoltava
la liturgia filtrare attraverso la porta della chiesa. Il tempo s'era dilatato in un dolore sordo a caviglie, ginocchia
e schiena.
Finalmente, risuon la benedizione finale: Benedicat vos omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus.
Amen.
Ite, missa est.
Deo gratias bisbigli, e si fece il segno della croce nel buio del nascondiglio.
Quello era l'unico posto in cui aveva la possibilit di incontrare Ottone, anche se non ne aveva la certezza. Doveva
parlarci da sola, senza nessuno intorno.
Rumore di passi, strusciare di vesti; Agnese si rannicchi
ancor di pi nel suo nascondiglio, pur continuando a sbirciare dallo spiraglio che s'era lasciata.
Il sacerdote rientr, seguito da Ottone. Eccolo, finalmente!
Portava un vassoietto d'argento con le ampolline, il calice del vino e il piatto dipinto dai bordi alti che conteneva
le particole. Una vampata di letizia le si diffuse nel corpo intorpidito.
Il religioso pieg le ginocchia e moll un peto fragoroso.
Agnese si copr le labbra con le mani. Non doveva ridere.
Non doveva ridere, o sarebbe stata scoperta!
Ottone non ebbe reazioni. Come se nulla fosse accaduto,
il prete si sfil dal collo un cordino con una grossa chiave, che inser nella serratura di una scansia del grande mobile. Apr le ante dipinte con l'Annunciazione, prese dei fazzoletti ricamati e li pos sul piatto e sul calice, infine
ripose questi ultimi nello stipo. Richiusa la serratura, s'infil di nuovo la chiave sotto le vesti.
Assistimi, giovanotto.
Il prete sciolse la corda decorata che teneva in vita; Ottone
lo aiut a sfilarsi i paramenti. Il movimento di quelle mani robuste le infiamm la fantasia. Avrebbe voluto sentirsele
sui fianchi, sul collo, sui seni. Cosa non avrebbe dato per sentire la loro stretta sui glutei... Accidenti, non facevano all'amore decisamente da troppo tempo. Spost piano le gambe, in cerca di una posizione meno scomoda.
Il religioso era rimasto con un grande camicione che fasciava il ventre prominente e lasciava spuntare due gambette
secche e ridicole, da airone. L'ilarit la fece sbuffare dalle narici: togli a un prete la pompa dei paramenti sfarzosi,
e lo priverai di qualunque briciolo di solennit!
Il prelato indoss sulla camicia una vecchia tonaca scura.
Poi prese una caraffa e un bicchiere di coccio e si vers una generosa quantit di vino.
Padre Bernardo, perdonate. Ottone esit. Credo che quello sia il vino destinato alla messa.
Sciocchezze, non  ancora stato consacrato. Quand' cos, il vino  solo vino. Scrut il giovane per qualche istante, poi aggiunse: Ne vuoi un po' anche tu?.
Ottone scosse la testa con una smorfia amareggiata.
Strano: non aveva aggiunto nessuna stoccata verbale, nessuna
reprimenda sull'esempio che i superiori devono dare ai sottoposti; si cacciava sempre nei guai per motivi del genere.
Padre Bernardo tracann a grosse sorsate il contenuto del bicchiere e se ne vers un secondo, svuotando la brocca.
Le sue gote s'invermigliarono. Trangugi pure quello, con la stessa foga dei beoni fradici quando un novello sposo o un campione di zara offriva a tutti un giro di quello buono.
Bene. Il prete ebbe un singhiozzo. Lascio a te le ultime incombenze. Ora io devo attendere ad alcuni compiti
gravosi. Non disturbarmi prima dell'ora decima, siamo intesi? Anzi, meglio ancora l'undicesima.
Caracoll fino alla cassetta delle offerte e l'apr. Vi affond
le mani, prese una manciata di monete, le travas in un sacchetto di cuoio e se lo leg alla cinta.
Manca anche il vino per la messa, ci penso io. Con un'ultima grattata al posteriore, il prelato s'avvi all'uscita e si chiuse la porta alle spalle.
Agnese attese qualche momento. Ottone sospir e ripieg i paramenti sacri. Era davvero solo, adesso?
L'osserv mentre si toglieva la sopravveste. Nei suoi movimenti c'era qualcosa di diverso dal solito. Cos'era?
Pareva una sorta di frustrazione sconfitta, di mancanza di vitalit che non gli apparteneva affatto.
Psst, Ottone!
Lui si gir di scatto, guardandosi attorno-, Agnese?
La vide, spalanc le palpebre. Che ci fai qui dentro?
Lei gatton da sotto la tovaglia e finalmente si stiracchi.
Avevo bisogno di parlarti, tutto qui. Da soli. Le membra incrostate d'immobilit diedero spasmi di sollievo;
si rialz in piedi.
Eri nascosta l sotto? E da quanto? Si guard attorno grattandosi le mani. Tu devi essere impazzita, e se ti vedesse
qualcuno qui dentro?
La gioia e l'eccitazione si smorzarono; accidenti, dopo tutta la fatica necessaria a quell'iniziativa clandestina, sperava
che Ottone sarebbe stato almeno felice di vederla!
L'impressione che lui fosse crucciato divenne una certezza.
Gli accarezz una guancia: Tranquillo. Non  mica la prima volta che entro di nascosto in un luogo di preti. Ci sono abituata. Gli fece l'occhiolino. E se anche arrivasse qualcuno, sarei solo una povera anima venuta a chiedere
un consiglio spirituale, padre.
Il viso di Ottone si distese un poco. A parte che non sono ancora stato consacrato, ma mi domando che tipo di officio richieda che il prete sia in sottoveste. Ecco, era di nuovo l'Ottone che conosceva.
Gli mise una mano sul petto e carezz il lino fine. Sotto, la carne era soda e calda. Dai, vestiti, prima che mi vengano
strane idee. Dobbiamo parlare.
D'accordo, per facciamo in fretta. Ottone s'infil una tonaca.
Agnese incroci le braccia. No, non ci sbrighiamo.
Voglio parlare e voglio farlo bene, per tutto il tempo che sar necessario. Sono rimasta nascosta per ore, a farmi venire
i crampi e le formiche. Non trattarmi cos!
Scusami. Abbass le spalle.
Agnese ebbe una stretta al cuore. Che c', amor mio?
Lui chiuse le palpebre e scosse il capo. Nulla.
Agnese accost i fianchi ai suoi e gli sfior le gote. Gli occhi verdognoli di Ottone la guardarono, grandi ed espressivi, finestre per il dolore del suo animo.
Ti prego, dimmelo. Sai che con me puoi parlare. Da quando sei tornato da Milano sei venuto a trovarmi solo una volta, e ti sei fermato solo qualche avemaria. Ormai ti conosco bene: ti rode un tarlo. Di che si tratta? Mentre dava forma con le parole a quei pensieri, essi diventavano pi veri e pi gravi nella sua mente. Ti prego, dimmi che non stai cambiando idea su noi due...
No! Ottone le prese le mani e strinse forte, come se
non volesse lasciarla andare. Non  questo, nel modo pi assoluto.  che a Milano... m' successa una cosa. Un fatto grave, che m'ha molto urtato. Non mi va di parlarne, ma...
 come se mi si fosse spezzato qualcosa dentro. Ora non sono pi sicuro di tante cose, l'unico punto fermo che mi  rimasto sei tu.
La malinconia di quelle parole le ricopr di brina lo spirito.
Allora fai uno sforzo. Se sono il tuo punto fermo, appoggiati a me: ti far bene, puoi credermi. Parlare aiuta a fare chiarezza.
Ottone ristette, il suo sguardo vag per la sacrestia vuota.
Gli accarezz la chierica di capelli castano chiaro.
Lui trasse un profondo respiro. A Milano mi sono accapigliato
con alcuni uomini. Nobili, manigoldi della peggior
schiatta. La ragione e Dio erano dalla mia parte, e cos li ho affrontati, convinto di non aver niente da temere...
ma mi hanno orribilmente umiliato davanti a tutti. Mi accompagnava un vecchio sodale, che io ho cercato di difendere
da quella gente. Gli hanno tagliato la lingua.
Oh, Ottone! Agnese gli strinse le mani, e gli tast il corpo in cerca di bendaggi e ferite. Sempre con quel tuo animo da paladino di Carlomagno! T'hanno fatto del male?
No, no... Non  cos semplice. Ottone le scost i polsi.
Posso sopportare che qualcuno si prenda gioco di me. E
anche di ricevere nerbate sulla schiena per aver scelto di vederti. Quel che  giusto  giusto, non sono un ipocrita.
Ma che un amico sia stato menomato per la mia incapacit...
che sia rimasto mutilato per sempre... La sua voce s'affievol, le sue mani divennero pugni.
Agnese trattenne l'impulso di abbracciargli la testa e stringersela al seno. Doveva rispettare il suo sfogo, lasciare
che ogni cosa emergesse con i suoi tempi e i suoi modi.
Tutto  stato per causa mia. Sono abbattuto. Arrabbiato,
ma stavolta non col prossimo. Ormai l'ho inteso, che il mondo  torto e bacato. Ce l'ho con me stesso. Con
questo mio stupido, stupido modo di essere. Prima avevo gli occhi chiusi e ora veggo: non sono che un fanciullo ingenuo, col capo turato di cavalleria, giustizia e ideali senza senso.
No, Ottone, non sono senza senso! Agnese gli afferr
la manica. Non sei un fanciullo viziato, sei gentile e altruista. Sei l'uomo migliore che conosco. Sei sempre pronto ad aiutare gli altri, a combattere come una fiera contro le ingiustizie; sono queste virt che mi hanno fatta innamorare di te. Il trasporto le inumid le ciglia.
Anche gli occhi di Ottone presero a scintillare: Queste parole... sono un balsamo. Grazie, Agnese. Rilass i pugni
e fece un passo indietro, accanto a una finestra da cui filtrava la luce del mattino. Ma questo non cambia le cose.
Il mondo l fuori  pieno di tiranni, di scellerati e persone inique. Gente senza scrupoli che usa il potere per garantirsi
privilegi a spese dei deboli. E va cos in ogni terra, e in ogni gerarchia. Alcuni ostentano arroganza, come i nobili,
mentre i preti s'imbiancano pi spesso di una doppiezza
infingarda. Ma chi ha il potere opprime sempre chi sta sotto di lui. E chi non lo fa verr oppresso e umiliato per sempre.
Pensieri duri. Pensieri dolorosi.
Povero Ottone: ecco quali crucci gli mordevano il cuore.
E non poteva parlarne con nessuno, ora che il suo amico aveva lasciato Piacenza; Agnese avrebbe voluto dargli calore,
sussurrargli all'orecchio che si sbagliava, che ogni cosa sarebbe andata a posto, per la grazia di Dio e della Vergine Maria.
Ma, a ben pensarci, quel concetto cos amaro aveva del fondamento. Sarebbe stata menzognera lei stessa a negarlo.
Non avrebbe insultato in quel modo la sincerit e il dolore di Ottone.
Sai, Agnese, ho compreso una verit.
Quale?
Gli exempla, i Padri della Chiesa, i dottori... tutti
ripetono che la Grazia divina  garante della giustizia e opera tanto in Cielo come in Terra. Ma non  vero. Dio  nel suo regno, ma qui in Terra non interviene se non d'eccezione, coi miracoli. Nella grandezza del libero arbitrio, non fa alcunch per arginare la malvagit degli uomini. Ora che l'ho compreso dovr... agire di conseguenza. Sospir, poggi un braccio sul davanzale e s'incurv.
Quelle frasi cominciavano a spaventarla. Agire... in che modo?
Non lo so. Ottone chin la nuca. So solo che come ho fatto finora non va. Se voglio diventare qualcuno, devo cambiare. A questo mondo non si pu chiedere ai lupi di diventare agnelli: bisogna costringerli. Forse dovr diventare
un po' lupo anche io.
Agnese s'avvicin alla finestra. Fuori, nel sagrato inondato
dal sole, capannelli di piacentini chiacchieravano dopo
la messa, mentre i mendicanti tendevano le ciotole verso
di loro.
Credo di aver capito cosa intendi disse, sfiorandolo col braccio.
Davvero? Ottone aggrond le sopracciglia con aria miserabile. Non  che lo spiegheresti anche a me, allora?
Be', quel che stai dicendo  pi o meno che non sono i princpi a garantire i risultati, ma le azioni messe in atto per raggiungerli. Giusto?
Credo di s. Lo sguardo di Ottone si fece attento.
Ma come l'hai messa tu  pi chiara di come ce l'avevo io in testa. Satanasso, sei davvero acuta.
Il piacere le strapp un risolino. Tra le centinaia di uomini
che Agnese aveva conosciuto in locanda, Ottone era tra i pochissimi che l'ascoltavano davvero: non aveva mai troncato le sue riflessioni con frasi idiote come Sei una donna, che vuoi capirne? e S, brava, per adesso mostrami
le tette.
Vuoi che prosegua? gli disse.
S, ti prego. Ho bisogno di consiglio.
Deliziata, Agnese cerc di tirare la lenza del ragionamento
che le guizzava in testa: Ecco, forse ti senti confuso
perch tu stesso in questo momento confondi gli obiettivi
che ti sei posto con ci che devi essere pronto a fare per ottenerli. Non  la scelleratezza dei potenti che devi adottare, n il loro egoismo; quelli devi continuare a combatterli.
Semmai .... Come poteva metterla? Si prese un istante per scegliere le parole. La condotta atta al potere, ecco.
La condotta atta al potere? scand Ottone sottovoce.
Esatto. Tu non sei un lupo: sei un leone.
Avrei detto un tordo, ma grazie.
Scemo. Gli diede una spallata giocosa. Voglio dire che sia lupi che leoni hanno zanne e artigli, ma tu non sai ancora sfoderare i tuoi. Devi imparare i modi dei lupi, cos da poterli combattere senza indossare la loro pelliccia.
Per dei fini nobili.
Ottone sbatt le palpebre e abbass il capo, con sguardo
assorto. I modi dei lupi, gli obiettivi del leone sussurr.
Credo tu abbia ragione; devo diventare pi accorto.
Sono sicura che ci riuscirai.
Ci fu una pausa. C' anche una seconda questione che mi d pensiero... anche se meno di questa.
Vuota il sacco. Oggi sono una dispensatrice di senno!
Mi hanno offerto di lasciare Piacenza, disse in fretta Ottone ma ho gi declinato. Ho risposto che non me ne andr dalla citt.
Le viscere di Agnese ebbero una contrazione. No, aspetta un attimo... Spiega tutto per bene. Chi ti ha offerto che cosa?
Pare che nella collegiata di Desio abbiano bisogno di un presbitero, e mi  stato offerto di trasferirmi l.
Desio? Dov'?
 una cittadina a settentrione di Milano, vicina a Monza.
E finalmente ti farebbero canonico? Un vero prete?
S, ma solo se ci andassi. Cosa che non far. Voglio fare carriera, ma qui vicino a te.
Il peso sullo stomaco di Agnese si allevi un poco, ma subito la morse l'agitazione. Proposte come questa sono comuni?
Ottone si gratt la nuca. Be', non nel mio caso... Ma  piuttosto frequente ricevere un'ordinazione presbiterale in occasione di un trasferimento. Ci guadagnano un po'
tutti: chi si sposta fa carriera, il capitolo di arrivo colma una lacuna e quello di provenienza pu togliersi dai piedi un piantagrane. Penso sia questo il motivo per cui mi  stata finalmente data questa possibilit. Vogliono che mi tolga di mezzo.
Agnese si morse le labbra. Ma se Desio  vicina a Milano,
avresti pi occasione di avanzare ancora di rango, piuttosto che qui.
Ottone si strinse nelle spalle. Mah. Non mi aspetto molto dalla mia famiglia; sono tutti troppo impegnati ad ammirare la carriera di mio fratello Azzone nella diocesi di Ventimiglia.
Ma tu ci andresti a Desio, se non fosse per me?
Ottone tacque.
Rispondimi.
Lui le circond le spalle con le braccia.  una domanda
futile. Tu ci sei, perci rimango.
Stai fermo un istante. Si divincol dal suo abbraccio e lo guard negli occhi. Se vuoi andarci, allora devi accettare
la proposta.
Una piega di sorpresa si form tra le sue sopracciglia.
Non posso... E noi due? Mica posso rinunciare a te.
Noi staremo insieme, perch verr con te a Desio.
La semplicit con cui quelle parole le erano sgorgate dalla
gola colse di sorpresa lei stessa. Che fosse stata troppo precipitosa? Era come se quella risoluzione fosse sempre
stata l, appostata sotto la superficie dei pensieri, come un luccio in attesa della ranocchia, pronto per emergere con uno scatto.
Ottone aveva gli occhi spalancati. Oh, Agnese... Non si pu, non posso portarti via tutto! Qui ci sono tuo padre, il tuo lavoro, la tua vita. E i Tre Re? Sar tua, un giorno.
No, non lo sar. Soffi dalle narici. Andr a mio cugino.
Chi? Il figlio del rex ribaldorum?
No, zio Luca non ha figli. Andr a Uccio, primogenito dell'altro fratello di mio padre. Un beone che ha sposato un'arpia, che mi detesta. Manderanno in malora tutto quanto in due o tre anni. Ma sai, lui  un uomo, perci erediter anche se  un idiota.
Quel pensiero le fece ribollire il sangue, come ogni volta.
Riprese fiato, appoggi i palmi alla base della finestra, si spinse indietro.
A Piacenza per me non c' futuro. E nemmeno per te.
Lo sappiamo entrambi, questa citt  troppo piccola e chiusa perch tu possa distinguerti. Il tuo destino  lontano
da qui; e ovunque sia, io voglio stare al tuo fianco.
Ottone la guard con aria afflitta. Agnese, ci che dici mi riempie il cuore, ma... che futuro potrei mai offrirti, io, in
un'altra citt?
Perch la faceva tanto difficile? Un futuro insieme.  tutto ci di cui ho bisogno, e tu salveresti capra e cavoli, no?
Ottone fiss il pavimento, meditabondo.  vero che molti preti hanno una specie di moglie... una serva domestica
un po' speciale, su cui tutti conoscono la verit. Ma a me duole l'idea di metterti in una situazione del genere agli occhi della comunit.
Lei si port i pugni sui fianchi. Sono cresciuta in mezzo a risse, accoltellamenti e dita spezzate. Credi che m'importi
dei mormorii della comunit?
Lui si torse le mani senza alzare le ciglia. I canonici percepiscono una prebenda minima, Agnese. Non posso accettare la tua proposta, non so nemmeno se potrei mai darti una vita con un minimo di decoro!
Ma che problemi! Agit le mani in aria. Io so cucinare,
cucire, cantare, persino leggere e far di conto. Sar indipendente: entrer al servizio di qualche dama del posto,
o magari mi trover un mestiere e lo praticher. L'irritazione
le solletic la lingua: decise di proseguire. Ottone,
cosa sono tutte queste remore? Se non vuoi che venga con te perch non mi ami, dillo chiaramente. Non girarci intorno.
Lui la guard come si fa con un cane rabbioso. Ma certo che no! Non capisci che  tutto il contrario? Il nostro
amore a me importa pi delle mie ambizioni. Dovresti
esserne contenta.
E invece non lo sono! rispose Agnese. Devi smetterla
di prendere decisioni al posto mio.
Le sopracciglia di Ottone s'incurvarono. Eh?
Non  la prima volta che lo fai, e nemmeno te ne accorgi.
In quello, Ottone era uguale a tutti gli altri uomini.
Ricordi quando facemmo per la prima volta all'amore?
Anche allora ti prendesti la libert di decidere cosa fosse meglio per me. Ti saresti tirato indietro per non violarmi.
T'avrei preso a ceffoni! Mi costringesti addirittura a mentirti. Ora  la stessa cosa.
Ma io... lo faccio perch mi preoccupo per te! Ottone
incass la testa e mostr i palmi. Un uomo vile ne approfitterebbe e basta, io invece voglio quel che  meglio per te...
Niente, non comprendeva. E s che l'erudizione e l'ingegno
non gli mancavano! Sospir. Doveva portare pazienza,
spiegare tutto con parole pi semplici.
Ascolta. Lo so che vuoi proteggermi, e amo la tua premura:
ti fai sempre carico dei pi deboli anche quando ci contrasta con i tuoi interessi.  un segno di rettitudine.
Ma con me non devi farlo, m'intendi? Sulla mia vita voglio
decidere io soltanto. Tu puoi consigliarmi, ma alla fine
devi lasciarmi scegliere per mio conto. Se la carriera ecclesiastica ti porter lontano da Piacenza, e avrai piacere che ti stia accanto, sar io a decidere se accompagnarti. Non tu.
Ottone batt pi volte le palpebre senza aprir bocca; il lume della comprensione gli luccicava negli occhi. Agnese...
sei la persona pi strana e incredibile che conosco
disse, e l'avvolse nelle sue braccia.
Agnese ricambi l'abbraccio, stringendolo con tutte le sue forze. Affond la testa nella sua spalla, inal a piene narici il suo odore. Vergine del cielo, adorava l'odore della
sua pelle. Cos come le sue mani, la solidit del suo corpo,
i modi gentili. Amava tutto di lui. Non c'era un uomo simile in tutta Piacenza; forse nemmeno in tutta Italia e nel mondo intero.
Indulse per un lungo istante, poi lui si sciolse dall'abbraccio e la guard.
Ho paura, Agnese, bisbigli paura di non farcela, di rimanere per sempre un chierico da nulla, di deluderti.
Gli accarezz la mascella ampia. Il Signore ti sta solo mettendo alla prova, ma per te ha in serbo un sentiero di grandezza.
Lo pensi davvero?
Certo. Una volta che avrai imparato la condotta giusta, e avrai superato le difficolt, arriverai molto lontano.
Tu ancora non lo vedi, ma io s. Con le tue virt, un giorno porterai giustizia e prosperit in questo mondo. E io ti accompagner ovunque andrai.
...
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CAPITOLO 18.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Pasqua ad Arona. La primavera seguente all'alleanza coi nobili, domenica 1 aprile 1263. Rocca di Arona, Lago Maggiore.
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Sul retro delle case di Arona, la brezza del mattino accarezzava
le fronde degli allori, portandone la fragranza fino alle narici di Ottone.
Si sporse dalla balaustra e respir a pieni polmoni l'aria balsamica. Dalla cima dello strapiombo di calcare, quella fortezza dominava sulla cittadina costiera che sorgeva poco
distante dalle sue pendici, sui pascoli pieni di accampamenti e su un tratto del ramo meridionale del Lago Maggiore.
La sponda chiara era cinta di tassi, agrifogli e lecci dal fogliame brillante: l nel Verbano, la primavera era gi in pieno rigoglio.
Un clima ideale per la guerra.
Non c'era tempo per baloccarsi: i suoi nobili vassalli lo attendevano nella cappella per la messa pasquale.
Eccellenza, la vostra armatura  arrivata disse Luccio,
il giovane assistente di camera.
Falla portare qui!
Il chierico novarese usc dalla stanza senza parlare. Non ricordava pi da che feudo arrivasse; strano, di solito
memorizzava tutto delle persone che lo circondavano. Era una delle virt che pi avevano giovato alla sua carriera.
Ma, del resto, come poteva concentrarsi su minuzie simili?
C'era un intero esercito accampato ai piedi della rocca.
Il suo esercito. Frutto del complesso lavoro diplomatico,
logistico e strategico degli ultimi mesi, seguito al concilio
di Castelletto Cervo. Ancora una settimana o due, e avrebbe messo in atto il suo disegno!
L'assistente scort nella stanza due sudici uomini di fatica,
che trasportavano un manichino di legno, due involti voluminosi e un grande elmo cilindrico decorato con una placca d'oro a croce, con due fessure orizzontali per gli occhi e forellini davanti alla bocca.
Eccellente. Poggiate tutto l sul baule e ritiratevi. Ottone
attese che l'ordine venisse eseguito, poi torn a guardare
fuori. Ora che il momento della grande battaglia s'avvicinava, non provava il gaudio che s'era pregustato.
Forse era per colpa dei sogni che lo tormentavano; riportavano
a galla domande che credeva morte e sepolte.
Anche quella notte, i teschi delle pareti di San Bernardino
erano tornati a scrutargli l'anima, e a battere i denti ingrigiti con ritmo crescente, fino a farlo svegliare di soprassalto.
Nel sogno, alcuni dei crani erano freschi, e tra le loro orbite insanguinate Ottone aveva riconosciuto pi di un alleato.
Era giusto far la guerra ai della Torre?
In molti sarebbero caduti su entrambi gli schieramenti.
Uomini battezzati, con spose e pargoli. Il loro sangue avrebbe bagnato l'erba; le loro grida avrebbero zittito il frinire dei grilli; prima di riuscire a dare sepoltura a tutti, le mosche avrebbero deposto larve nelle loro cavit corporee.
Ottone inspir a fondo e tast la scarsella di cuoio.
Ora che i fal degli accampati erano diventati parte del paesaggio, tutti i fanti e i cavalieri che sarebbero morti stavano acquistando spessore nella sua immaginazione.
Non erano numeri astratti: erano persone, ciascuna con un nome, una faccia, una storia. E molte di quelle storie stavano per concludersi.
La gola di Ottone era secca. Doveva ricomporsi; quel che faceva era per una giusta causa. La salvaguardia di madre Chiesa, la gloria dei Visconti, la coronazione dei suoi sogni.
Ma ne era proprio sicuro? Stava davvero realizzando la visione che aveva sempre avuto fin da giovane?
Tu non sei un lupo. Sei un leone.
Una fitta di malinconia gli attravers il petto. Era riemersa da un'epoca cos remota che gli diede le vertigini.
Agnese.
Chiss se...
La porta s'apr di schianto.
Zio! Zio! E arrivato un messaggero!
Il figliolo pubescente di suo nipote Baldo corse nella stanza, agitando le braccia e pestando le assi con rimbombi
sgraziati.
Quiete, Matteo, per carit! disse lui. Sembri un cinghiale alla carica.
 arrivato un messaggero, zio!
Credo l'abbiano inteso anche gi alla parrocchiale di Arona. Conged con un gesto Luccio e si concentr su quel dodicenne vacuo e sovreccitato. Allora, Matteo, cos' questo pandemonio?
Il pronipote non sembr recepire il rimprovero nella sua voce. Una vedetta li ha avvistati, zio! Squarcino dice che stanno arrivando!
Una pressione fredda e invisibile gli grav lo stomaco. I Torriani s'erano mossi prima del previsto.
Stanno risalendo la strada per Angera. Matteo si sbracci e corse alla finestra. Quindi saranno proprio l di fronte a noi, dall'altra parte del lago! Per da qui non si vedono.
Ottone si mise una mano sul petto, per calmare il respiro.
Andava bene: ormai il grosso delle sue forze era radunato e pronto alla battaglia. Cos lontano dalle fortificazioni di Milano, i della Torre non avrebbero avuto alcun vantaggio tattico dato dal terreno favorevole. Ogni cosa si sarebbe
svolta come lui e Ubaldini avevano pianificato.
Matteo si appese ai tendaggi della finestra e li stratton di qui e di l. Finalmente, stiamo per entrare in battaglia!
L'euforia infantile cozzava con la voce arrochita dalla muta. Ma  vero che c' anche il famoso Simone da Locarno a lottare con noi? Quello che cattur re Enzo al tempo di Federico Secondo?
Se adesso non ti fermi e non ti cheti, Ottone branc il pastorale a due mani ti do un assaggio di come mi educarono
i monaci a Piacenza!
Matteo smise di rimbalzare in giro, un lampo di paura negli occhi bovini.
Bene. Ora, spiegami cosa significa quello stiamo che hai detto.
Stiamo. Il fanciullo distolse lo sguardo. E un modo di dire... Nel senso di noi benedetti dal Signore, tutti insieme,
contro i della Torre.
Ovviamente era una bugia. Ottone attese, fissandolo in silenzio.
E va bene! Ho parlato con pap, dice che ormai ho l'et per scendere in battaglia. Dice che la guerra sa forgiare
veri uomini!
Oh, no. Tra tutti i cuccioli dell'ultima nidiata di Visconti, Matteo era il pi pestifero. Suo padre, di carattere mite, doveva aver ceduto per sfinimento alle sue insistenze.
Sono anni che mi addestro di spada col maestro Lanas, zio! Ho quasi tredici anni, molti scudieri iniziano a seguire il loro signore in battaglia prima di me. E poi mio padre dice che vinceremo sicuramente, perci  l'occasione giusta!
Ottone rabbrivid. Forse tuo padre pensa che la guerra
sia qualcosa di cavalleresco ed epico, ma si sbaglia. Tu
non hai mai conosciuto il dolore fisico, n l'umiliazione.
Togliti dalla testa simili fantasticherie prima di farti male.
Matteo incroci le braccia e lo guard con aria di sfida.
Cosa ne sapete voi della guerra, zio? Siete solo un religioso.
Ottone fece un passo in avanti e picchi a terra il pastorale.
Con la mitra sulla testa e i paramenti sapeva di poter incutere timore, se voleva.
Non aggiungere parole di cui potresti pentirti, Matteo.
Si manca di rispetto in questo modo ai membri pi anziani della tua famiglia?
Lui tentenn, poi disse: Non vi manco di rispetto, per  vero. Voi non avete mai impugnato una spada, come fate a saperlo?.
Ottone sent prudergli le mani. I nobili lo stavano aspettando tuttavia, con quello spiritaccio, un ceffone e una proibizione sommaria rischiavano di sortire l'effetto opposto. Avrebbe potuto mettersi in testa di sgusciare fuori dalla Rocca e andare a combattere da solo.
Sai, Matteo, nella mia vita ho visto molti pi fatti d'arme
di tuo padre, disse con solennit e nessuno  stato eroico come immaginavo. Non confonderti: verr fin troppo presto il giorno in cui anche tu sarai chiamato a combattere per la gloria della casata. Forse sar domani, forse un'altra volta. E quando avverr, scoprirai che la guerra assomiglia poco o nulla agli esercizi col maestro d'armi e alle giostre cavalleresche. Ma visto che ormai hai quasi l'et,  il momento che tu sappia ci che ti aspetta davvero. Coraggio, vuoi che ti racconti qualcosa?
Uno scintillio di curiosit brill negli occhi di Matteo.
S, zio! Che battaglie hai combattuto? Quanti cavalieri c'erano e quanti pedoni?
Siediti sulla cassapanca, dovrei avere ancora qualche momento.
Ottone rimase in piedi, per poter camminare mentre
narrava. La cosa che ricordo meglio del mio primo scontro,
 stato il primo uomo che ho ammazzato.
Ovviamente non aveva mai ucciso davvero, ma come presbitero aveva camminato su molti campi di battaglia, e aveva visto pi violenza di quanto avrebbe voluto.
Matteo pendeva gi dalle sue labbra; lasci che attendesse
mentre scioglieva l'involto che gli era appena stato recapitato. Ne estrasse uno spesso gambesone di lino imbottito,
lungo fino alle ginocchia e ricamato con l'insegna della vipera dei Visconti.
Tanto per cominciare, Matteo, devi considerare l'equipaggiamento del soldato nemico.
Drappeggi la veste sul manichino e racimol dalla memoria
tutti i campi di battaglia che aveva visto con Ubaldini. Afferr la pesante cotta di maglia e la sollev davanti
al pronipote. Vedi? L'usbergo di anelli metallici serve a bloccare la lama, e il gambesone che sta sotto l'usbergo  imbottito di crini di cavallo, cos da assorbire l'urto del colpo.  molto difficile uccidere un uomo in armatura usando una comune spada a due tagli. Pi efficaci sarebbero
le armi acuminate, come picche e lance, ma hanno lo svantaggio che dopo l'impatto tra gli schieramenti, quando
la formazione si spezza e inizia la mischia stretta, diventano troppo ingombranti da usare.
Eh, s, per il maestro Lanas dice che fanno apposta gli sfondagiaco Matteo ondeggiava il busto e si mangiava le iniziali delle parole per la foga. Pap ne ha uno! E un pugnale strano con la punta a brocco, serve proprio a smagliare l'usbergo e perforare la veste imbottita.
Sfondagiachi? Ottone ridacchi e appese l'usbergo tintinnante al manichino. Non sono molto adatti a una mischia. Quelli van bene per finire un nemico gi a terra, tramortito o ferito gravemente.
Matteo mulin il braccio destro. Allora prima lo tramortisco
con una mazza, e poi lo finisco con lo sfondagiachi!
Quando sarai pi grosso, forse. Non sai quante volte ho visto cadere un guerriero prode, perch tradito dalla sua arma nel momento sbagliato. Che poi, in realt l'arma pi efficace  un'altra.
Quale? L'ascia?
La balestra. Se l'arco di tesa  robusto a sufficienza, il dardo pu sfondare usbergo e gambesone e uccidere sul colpo anche un uomo in armatura.
Il pronipote sporse il labbro inferiore, deluso. Ma non  un'arma da pugno! E da codardi...
Ricorda, nipote mio: le spade pi utili sono quelle che restano nel loro fodero. C' molta saggezza in questa frase,
pi di quanto tu creda.
Matteo esit per un istante, spaesato. Ma... dovevi raccontarmi dell'uomo che hai ucciso!
Giusto. Dunque, ero a Forl insieme al Cardinale, improvvis
Ottone quando affrontai questo alemanno alto, fortissimo. Combattemmo a lungo, lui colpiva me, io colpivo
lui. Una grandinata di botte dolorosissime, perch anche se l'armatura ti protegge dalle ferite, ogni colpo di spada  come un pugno che ti arriva addosso.
A me i pugni non fanno niente disse Matteo, gonfiando
il petto. Faccio sempre a pugni con il figlio dello...
Ottone gli sferr un pugno sulla spalla. Con un grido strozzato, il corpo pubescente di Matteo ricadde sul tappeto.
Un pugno vero come questo, non un bisticcio tra mocciosi.
Matteo si rannicchi su un fianco e si mise a piagnucolare, stringendosi la spalla e affondando la faccia nel tappeto,
gli occhi stretti per il dolore.
Insomma, prosegu Ottone dopo quaranta o cinquanta colpi come questo, o anche pi forti, sia io che quel soldato eravamo cos stanchi, doloranti e intontiti da non ricordare pi nemmeno chi fossimo. Alla fine, per puro caso riuscii a infilzarlo dentro il camaglio di ferro che gli proteggeva il collo e le spalle, e lo trafissi sotto il mento. L'avevo trafitto, Matteo! La mia spada gli aveva attraversato il collo da parte a parte.
Mim anche il gesto, come se brandisse un'arma immaginaria.
Il pronipote lo scrutava di sbieco, la fronte rossa poggiata sul tappeto e il fiato corto.
La cosa strana, per, fu che quando cercai di ritirarla, non ci riuscii. Quel soldato era li davanti a me, col collo bucato, spruzzando sangue, e mi fissava. Ma non moriva.
Tutt'attorno a noi mi sembrava che si fosse fatto silenzio, che fossimo rimasti noi due soli al mondo. Uno di fronte all'altro. Io che tiravo la spada, lui che puntava i piedi e non crollava, attaccato a una vita che l'aveva gi lasciato, come se si rifiutasse di morire. E mi fissava, gli occhi vuoti
e gelatinosi come quelli di un pesce.
A terra, ora, il nipote singhiozzava e ascoltava in silenzio.
A un certo punto mosse la bocca, come se volesse parlare.
Vidi i muscoli della sua mascella contrarsi, sforzarsi di articolare il movimento. Le labbra si ritrassero a mostrare
i denti guasti. La lingua trem, viscida come un'anguilla.
Ma ci che usc da quel buco non furono parole o suoni, bens un fiotto di sangue scurissimo, nero quasi, che col sul mento e s'aggiunse alla cascata ributtante e disgustosa che gi gli lordava tutto il petto. E io, che in teoria avevo vinto, non stavo poi molto meglio di lui.
Ottone fece una smorfia, come se il ricordo ancora lo tormentasse e avesse bisogno di riprendersi.
Matteo si tir a sedere. Il suo incarnato rosso era diventato di colpo pallido, quasi bluastro. Sembrava sul punto di avere un mancamento.
Matteo?
Non rispose. Rimase sul tappeto a ondeggiare il busto, ma molto meno di prima. Forse aveva un po' esagerato.
Ma, se non altro, aveva raggiunto lo scopo di infrangere ogni sua velleit da guerriero, e l'aveva sostituita con il giusto timore.
Ti ho raccontato questo, Matteo, perch prima o poi dovrai combattere, e quando accadr ricorderai le mie parole
e capirai. La guerra non ha niente di cavalleresco o di eroico. La guerra  un dibattersi patetico e pericoloso di fango, ferro e sangue. I veri maestri della guerra, coloro che vedono molte battaglie e le vincono, si tengono ben lontani dalla mischia. Hai compreso?
Matteo continu a mordicchiarsi il labbro inferiore senza dire nulla. Ad ogni modo, visto che sei qui,  inutile
che io richiami Luccio. Mi assisterai tu nella celebrazione
della Santa Messa, in questo giorno di Pasqua.
Dalla bocca del nipote usc un rantolo, e a giudicare dalle labbra tirate avrebbe preferito fare qualsiasi altra cosa piuttosto
che servire alla cerimonia. Cionondimeno, lo aiut a completare la vestizione senza pi proteste n mattane.
Quand'ebbero finito, Ottone gli fece indossare una veste
consona e scese con lui e due assistenti alla cappella di Sant'Ambrogio.
Era una chiesa spoglia a navata singola, poco pi di un lungo corridoio, capiente a malapena per ospitare tutti i nobili e i
capitani di genti del suo esercito; Aliprandi, Soresina, Crivelli e Pirovano erano in piedi davanti all'altare, poi venivano i suoi familiari Visconti, a parte Andreotto, tornato a presidiare Massino, e dopo tutti gli altri, in base al prestigio, la ricchezza e l'antichit del titolo nobiliare.
Certo non era il luogo che Ottone avrebbe scelto per celebrare una funzione di tale valore simbolico e politico, ma doveva accontentarsi con quello che aveva a disposizione.
E poi, il fatto che fosse dedicata proprio al santo patrono di Milano gli parve di buon auspicio.
Aveva in animo di tenere una cerimonia lunga e solenne,
come si conveniva al suo rango e alla circostanza, ma il tempo stringeva, e si limit allo stretto indispensabile.
Chiuse il libro sacro. Benedicat vos omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus.
Amen rispose in coro la platea.
Ite, missa est proclam con un gesto benevolo.
Deo gratias.
Aveva sempre trovato sottilmente comica quella formula
liturgica: pareva che la gente rendesse grazie di potersene
andare, dopo aver sopportato tutta la messa. E a prestar
orecchio al tono con cui la pronunciava, sembrava che molti l'intendessero davvero a quel modo. Nessuno dei presenti si alz per uscire: rimasero in piedi in attesa.
Doveva pronunciare un discorso d'esortazione, ma l era troppo angusto.
Con calma, Ottone prese il pastorale e s'avvi lungo la navata. Fammi da paggio, Matteo. Il moccioso lo segu senza entusiasmo; alle loro spalle risuonarono i passi dei nobili, che si misero in coda a partire dalle prime file, a formare una processione.
Dall'umidit della chiesetta usc nel tepore della primavera
lacustre; le galline fuggirono davanti al suo incedere.
No, occorreva pi spazio. Attravers il cortiletto interno
e varc Porta delle Hore: la piazza d'armi della Rocca si spalanc davanti a lui, con il consueto tanfo dei cavalli e un inconsueto viavai di ordini, esortazioni secche e bestemmie.
Tra gli uomini acquartierati tra le tre cinte di mura c'era gran fermento: chi faceva la fila alla mola per l'ultimo ritocco
alla lama, chi controllava gambesoni e cervelliere, chi s'affrettava a riferrare il destriero o a sostituire le corregge
di cuoio di finimenti e armature; parevano tutti al corrente dell'imminente arrivo dei nemici-
Baldo! chiam, senza rallentare.
Suo nipote gli s'accost: Comandi, zio.
Dov' Squarcino Borri? Non lo vedo qui attorno.
Oh, durante la messa  sceso agli accampamenti ai piedi del colle. Vuole verificare, che anche laggi tutti stiano
ultimando i preparativi.
Raduneremo l'esercito domani o gi oggi?
Baldo infil un dito sotto la cuffia di lino e si gratt.
Oggi  il giorno del Signore... La guerra si far per forza domani.
Giusto, che razza di sciocco! E s che il vescovo era lui.
Ah, i tiri mancini dell'emozione.
Questo compiace Dio, e non  cosa da dar per scontata,
di questi tempi. Peraltro, mi pare che Squarcino si sia comportato molto bene, finora. A te che sembra?
Baldo annu. E infaticabile, zio. Hai fatto molto bene a investirlo luogotenente.
Erano quasi al secondo muro; Ottone rallent e si guard indietro.
Il corteo era quasi triplicato: ai nobili s'erano aggiunti cavalieri, scudieri, stallieri e servi, pi una dozzina di frati e un gruppetto di popolani con carriole, pargoli e sacchi in spalla; dovevano essere i primi abitanti di Arona, saliti a prender rifugio nella rocca, com'era usanza. Doveva trovare
un pulpito da cui parlare a tutta quella gente. Si guard attorno.
La Torre Sardinesca era la pi vicina. Sul lato interno il muro era aperto e c'era un argano di carico; l'altezza non era eccessiva, avrebbe potuto affacciarsi da l per tenere il suo discorso. Ottone punt verso la base della torre.
Quella peste di Matteo, forse credendo che lui non se ne accorgesse, sgattaiol via e spar tra il suo seguito. Ottone
sospir, varc l'ingresso e sal i rozzi gradini di legno della torre; erano alti e dannatamente ripidi, tutto il contrario
di quelli dei palazzi in cui soggiornava di solito. L'aria
era viziata; a met scalinata si ferm per riprendere fiato. Le vesti da vescovo erano ingombranti, e a ogni passo
c'era pericolo che la mitra urtasse contro il soffitto basso.
Non poteva rischiare che gli cadesse e si rovinasse: se la tolse dal capo e la strinse al petto con la sinistra, mentre con la destra si reggeva al pastorale. Riprese a faticare su per le scale.
Finalmente sbuc in cima alla torre, il sole gli scald la chierica mentre calmava i palpiti del cuore. A vederla
dall'alto, la gente radunata sembrava ancora pi numerosa,
e dalle porte aperte della cinta ne arrivava altra a frotte:
nobili, soldati, religiosi, gente comune.
Eccellente; anche se avrebbe dovuto tirare fuori la voce,
per farsi sentire da tutti. Si rimise la mitra, inspir con tutte le forze e alz il bastone: Cari figlioli e fratelli!.
Il mormorio scem, insieme ai colpi di martello e d'accetta
in tutta la piazza d'armi.
Stringiamoci nella fede ai santi e agli angeli! Il momento
 giusto: stiamo per affrontare gli scellerati che corrompono
la citt di Milano! Alcuni di voi sono stati scacciati
dalle proprie case, altri hanno perso qualche bene prezioso, o forse un caro o un congiunto. E quanto a quelli
che non hanno patito alcuna ingiustizia dalla famiglia della Torre, sappiano che il loro turno sarebbe giunto molto
presto, se non fosse per quel che sta per accadere!
Si stava sgolando, dovette fare una pausa.
Domani gli uomini qui raccolti, coraggiosi eroi e militi,
combatteranno per un futuro pi prospero e glorioso!
Guardate di l dal lago. Punt il dito alle sue spalle, verso
levante. Levate le ciglia verso Angera, sulla sponda opposta
alla vostra, e presto da ogni asta della Rocca vedrete sventolare l'odioso gonfalone dei Torriani!
Si volt in quella direzione. Le acque del Verbano erano
talmente calme che il riflesso del promontorio con la fortezza sull'altra riva era nitido quasi quanto l'originale, al punto che la fortezza pareva sdoppiata e capovolta.
Non temete, fedeli di Messer Dio! s'obblig a dire.
Nessuno di voi morir, perch Egli veglier su di voi che combattete l'iniquo dominio di quella gente! La bugia gli formicol la lingua, ma non ci bad. Ma c' un primo passo che possiamo gi compiere!
La gola aveva preso a bruciargli; tenere un tono cos alto era faticosissimo.
Oggi, nel giorno di Pasqua dell'Anno del Signore
1263, io, Ottone di Uberto Visconti, nominato vescovo di
Milano da Sua Santit Urbano Quarto, nel nome del Padre onnipotente, di Ges Cristo suo figlio e dello Spirito Santo,
prendo possesso della cattedra ambrosiana, con il diritto
divino in una mano e la spada nell'altra!
Erse il bastone pastorale pi in alto possibile, come un vessillo di guerra.
Il boato che giunse in risposta dai militi fece vibrare le pietre della torre sotto i suoi piedi.
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CAPITOLO 19.
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OTTONE CANONICO.
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Notte celeste. Cinque anni dopo il trasferimento da Piacenza, mercoled 7 giugno 1245. Casa canonica della chiesa dei Santi Siro e Materno, Desio.
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Ottone si rigir nel letto per l'ennesima volta.
Faceva caldo, quella sera, un caldo afoso che gli incollava
alla schiena la camicia, ma era la paglia novella che gli dava pi noia. Lo pungeva sul fianco, attraverso la tela;
era come avere degli aculei a pizzicarlo sotto le ascelle; di schiena li sentiva sulle scapole e sotto le natiche. Se si metteva a pancia in gi, invece... non voleva neanche ricordare
quando ci aveva provato.
I primi tempi, dopo il suo burrascoso trasferimento a Desio, aveva pensato che presto o tardi si sarebbe abituato, ma ogni volta che cambiavano la paglia l'incubo ricominciava.
Scost il lenzuolo leggero e scese lentamente dal materasso.
Non voleva svegliare Agnese; come facesse lei a addormentarsi come un sasso non appena toccava il letto, era un mistero.
Dove vai?
No, forse non proprio come un sasso. A bere dell'acqua, ho la gola riarsa.
Nessuna risposta; forse s'era gi riaddormentata. Ottone s'avvi verso la scala.
Ne porti un bicchiere anche a me?
Certo.
Sotto i piedi scalzi, il cocciopesto era fresco e piacevole.
Forse avrebbe potuto stendere un telo a terra e dormire sul pavimento? Non pretendeva certo un materasso di piume, ma quant'era vero Iddio, prima o poi avrebbe ottenuto
la prebenda che gli spettava, e avrebbe finalmente comprato un materasso di lana!
Allung le mani nelle tenebre ormai familiari e scese i gradini. Al piano di sotto, tast il muro fino al minuscolo camino della cucina e si chin finch l'odore di legna bruciata
gli solletic le narici. La sua mano trov l'attizzatoio:
lo brand, scost la cenere nel focolare: le luminescenze arancione cupo delle braci rischiararono il fosco. Accost
il moccolo di una candela: il calore gli affumic le falangi.
Il lumino s'accese.
Lo sollev piano, con molta attenzione; infilz la base di cera nel chiodo della bugia arrugginita e la port fino all'acquaio. Prese un bicchiere di coccio, lo pos sul tavolo; afferr la caraffa dell'acqua.
Vuota. Che tedio.
Tir il chiavistello della canonica, si trascin nel cortile tenebroso. Il puzzo acre delle conigliere del dirimpettaio gli fece storcere il naso. La fiammella balugin alla brezza notturna; un cane prese ad abbaiare da qualche parte, un altro rispose in lontananza.
Poggi caraffa e bugia sul bordo del pozzo; la candela illumin la carrucola.
Il meccanismo non era ancora stato riparato. Quel lavativo
di Pietro! Era pi di una settimana che ripeteva che sarebbe passato: l'indomani, sempre l'indomani. Certo, non aveva di che pagarlo; ma un servizio a un canonico era pur sempre un servizio alla Chiesa!
Sollev il secchio zavorrato e lo cal nella bocca del pozzo.
Qualcosa gli agguant la caviglia.
Ottone sobbalz, alz la gamba, scroll il piede. Un serpente? Moll la presa: il secchio cadde con un tonfo nell'acqua, e nello stesso istante la presa diede uno strattone.
La corda del secchio, ecco cos'era. Gli s'era avvolta alla caviglia!
Domenica ti spezzo le ossa, Pietro!
Che spavento s'era preso. Diede un calcio al muricciolo:
Rovina disgraziata.
Per fortuna la corda non era ancora sprofondata tutta nel pozzo; l'afferr di nuovo, sbuff e prese a ritirare il recipiente, braccio dopo braccio. Era ben pesante, senza la carrucola e la manovella; faceva dolere la schiena e le spalle.
Riportato il secchio in superficie, si accost alle labbra il bordo scheggiato e bevve. L'acqua era amara e salmastra.
Altro che bont e purezza, come cianciavano i paesani.
Almeno era fresca.
Bevve a saziet, riemp la caraffa, rientr e colm il bicchiere. Illumin i gradini e risal la scala in punta di piedi. Fuori dalla stanza da letto, soffi sulla fiammella e spinse l'uscio con il sedere. Agnese s'era gi riaddormentata?
Ho sentito del frastuono. Sollev il busto flessuoso dal letto, stiracchiandosi.
C'era un drago a guardia del pozzo. Ma gli  andata male. Tieni.
Lei sorrise e prese il bicchiere. Come era possibile vederle i denti, in quel buio?
Il rumore delle sue sorsate era tenerissimo, e si concluse con un sospiro di soddisfazione. Bella fresca! Grazie, ci voleva. Non riesci a dormire?
Ottone si sedette sul pagliericcio. No, no... E solo questo caldo. Te l'ho detto, avevo sete. Riprese il bicchiere
dalle mani di lei e lo pose sul tavolo insieme alla bugia.
Vieni qui. Agnese aveva allargato le braccia, invitandolo a stringerla.
Lui si stese, rispondendo alla stretta di lei. Nonostante il caldo, quello era un tepore piacevole.
Sei tutto sudato ridacchi lei.
Ottone fece per alzarsi, una mano lo trattenne. Dove vai? Mica ho detto che mi dispiace.
Si rilass. La paglia non lo infastidiva pi come prima, con la testa di Agnese sulla sua spalla e il respiro regolare di lei sulla pelle del collo. Magari avesse potuto dormirle accanto pi spesso: c'era voluto un lutto nella famiglia del sacerdote anziano, per poter passare insieme l'intera nottata.
Ci ripensi ancora, vero? sussurr Agnese.
A cosa?
Lo sai.
Certo che lo sapeva. Era un chiodo fisso in testa.
E che tutte queste privazioni, questa dimora scalcagnata
e tutto il resto... non  giusto. Alla fine, a essere punito davvero sono stato io. Io che sgobbo da mane a sera, facendo da solo il lavoro che dovremmo fare in quattro,
per un terzo della prebenda che mi spetterebbe. Un terzo.
Ancora ti aspetti che il mondo vada secondo giustizia?
Ottone volt il capo sul cuscino duro. Agnese aveva ragione, ma non era comunque piacevole sentirselo dire.
E che con quella merda di padre Manfredotto credevo di aver fatto tutto nel modo giusto...
Ottone, guardami. Gli prese il viso tra le mani. Perch
l'hai denunciato? Per punire un empio pederasta, o per averne premi e gratificazioni?
Ma per il bene dei chierici! Spezz uno stecco di paglia con le dita. Non volevo elogi, ma non m'aspettavo nemmeno questo. Venire a Desio doveva essere una promozione, e invece? Sto nella casa canonica peggiore, circondato da invidiosi e ficcanaso, senza vie di scampo. Sono capace e sono un nobile, eppure sto facendo carriera pi lentamente del pi svogliato dei plebei!
Agnese gli accarezz una guancia e non disse niente.
Lo so, mi sto facendo il sangue amaro senza ragione.
Ti faccio una domanda disse in tono serio. Ora che conosci le conseguenze delle tue azioni, denunzieresti lo stesso le scelleratezze di padre Manfredotto?
S.
Allora non hai nulla da recriminarti. Sei riuscito a rovinare
un sacerdote di grado superiore al tuo! Avevi il fine giusto, e ti sei mosso con accortezza.
Non abbastanza per evitare di andarci di mezzo sospir.
E poi era soltanto una goccia nel mare. Altri pi potenti di lui peccavano allo stesso modo. Che mi sia di lezione: dopo aver colpito un nemico, altri lo vendicheranno.
Agnese avvicin il capo e lo baci. Un bacio veloce, sulle labbra.
Basta rimestare nel vecchio. Io sono qui ora.
Ottone la fiss. Anche nel buio riusciva a scorgere le sue iridi chiare, come il suo sorriso. Era come se dentro di lei splendesse una luce speciale, che si sprigionava ogni volta che sorrideva o apriva gli occhi.
Lei s'avvicin di nuovo e lo baci sulla fronte, sulla punta del naso e infine sulla bocca. Il tocco delle sue labbra
era morbido. Altri baci veloci, divertiti.
Era la pi dolce del mondo.
Era vero, dormiva su un sacco di paglia in una stamberga,
e ancora non aveva n il potere n le ricchezze che meritava; per c'era lei, che riusciva a vedere quasi ogni settimana. Agnese si avvicin ancora. Un bacio lungo, stavolta,
senza la foga di alcune ore prima: labbra morbide che premevano sulle sue, le esploravano, si ritraevano appena
per poi tornare audaci. Un bacio deliberato che chiedeva di essere protratto il pi a lungo possibile.
Ottone apr le labbra e le insinu la lingua tra i denti, nella bocca calda. Lei fremette di piacere. Le accarezz i boccoli e vi affond dentro il viso: erano cos soffici e profumati!
Come potevano odorare di mughetto anche in quelle condizioni? Era uno dei misteri di quella creatura meravigliosa. Le solletic il polso, il braccio, le afferr la spalla liscia.
Lei s'irrigid. Ahi.
Ottone si sollev, cauto. Che c'?
Niente. Ho un livido l, dove appoggio le ceste di panni.
Oh, perdonami...
Ma no,  una sciocchezza! Continua, ti prego.
Lui esit, poi abbass la testa a baciarle il mento, la gola, la pelle delicata della clavicola. Agnese si lasci sfuggire
un mugolio di piacere.
Ottone le baci lo scollo della camicia da notte e la curva
del seno. Sotto la stoffa ruvida, i capezzoli erano inturgiditi
e protesi verso di lui; chiuse le labbra su uno di essi.
Il respiro di lei si fece affannoso. Piano mormor, e gli accarezz le braccia e i fianchi.
Quel che Ottone aveva tra le gambe si risvegli con un fremito. Sollev il busto, si sfil il camiciotto da sopra la testa e lo gett via. Si chin su di lei e le alz l'orlo della camicia fin sopra l'ombelico: nell'ombra, il delta di peli biondi sopra il sesso si distingueva appena sulla pelle chiara.
Agnese strofin le ginocchia e mosse i fianchi sul pagliericcio.
Toccami. La sua voce era arrochita. Ti desidero.
L'eccitazione puls fin dentro le orecchie di Ottone.
Farti attendere oltre sarebbe scortesia ansim. Con le punte delle dita, le accarezz l'interno delle cosce fino alla fessura madida per il desiderio, e v'insinu un dito; lei mugol.
Nascosto sotto la peluria morbida c'era quel punto segreto che la faceva sempre gridare di piacere. Era turgido come un
mirtillo: lo strofin con lenti movimenti circolari
della mano. Pi lei ansimava, pi lui accelerava rotazione
e pressione. I gemiti si facevano sempre pi corti e acuti.
A un tratto, Agnese gli prese la mano e la scost. Voglio di pi. Voglio sentirti dentro.
Ottone ridacchi, eccitatissimo. Servitore vostro, madonna.
Si sdrai sopra di lei, attento a scaricare la maggior
parte del proprio peso sui gomiti e sulle ginocchia.
Trov l'apertura con la punta del membro; spinse.
Agnese emise un gridolino e curv la testa a mordersi un braccio. Ottone le baci il collo liscio e inizi a muovere
i fianchi. La vampa dell'ardore crebbe, bruciando insicurezza e pensieri.
Quale meraviglia, quale bellezza, quale crescente armonia!
Tutta la potenza e la grandezza divina era racchiusa in quell'atto, in quella danza di corpo e spirito, in quella mistica
transustanziazione, capace di trasformare il due in uno e lo scisso in unito, attraverso la legge dell'amore: che il Padre onnipotente fosse glorificato per quei momenti!
Sent crescere il piacere nei lombi. No, era troppo presto: la prima a raggiungere il culmine doveva essere Agnese.
Rallent l'andatura, si concentr su affondi pi forti e regolari,
si sforz di recitare un salmo nella mente. Era un'accortezza che si rivelava sempre utile in quelle circostanze.
Agnese gemette e si dimen sotto di lui: il suo piacere stava crescendo. Gli afferr la schiena e una natica, spinse il bacino contro il suo e gett indietro la testa. Ecco, ecco...!
Il suo corpo s'irrigid nello spasmo dell'apice. La sua voce si sciolse in un mugolio inarticolato, cos eccitante
che il salmo di Ottone and in pezzi.
Dai lombi gli risal un'irrefrenabile vampa di letizia:
Non riesco pi a fermarmi!. Ottone s'obblig a uscire da lei, che si spinse coi gomiti e gli afferr il pene, strofinandolo
con forza.
Il piacere esplose in uno spasmo violento come una caduta
di sella. Un ringhio gli usc dalla gola, il suo seme fiott sul petto e sul grembo di Agnese, lucidi di sudore.
Si lasci cadere al suo fianco sulla paglia, di colpo diventata
morbida, a riprendere fiato. I contorni della stanza
spoglia ora erano visibili: oltre la finestra, il campanile si stagliava nel lucore fioco dell'aurora.
Agnese s'alz dal giaciglio e and al catino, per lavarsi.
Ottone si pass il polso sulla fronte sudata, prese un respiro
profondo e si gir a guardarla. Non s'era mai sentito cos bene: ognuna delle sue membra era pervasa di pace e letizia. E il merito era tutto di quella stupenda creatura bionda. Voleva stare con lei per sempre.
Ma davvero meritava il suo amore? Non riusciva a dare nemmeno un piccolo contributo al suo mantenimento e alle sue esigenze: Agnese si massacrava di lavoro da mane a sera alla gualchiera gestita dagli Umiliati. In cambio, l'Ordine le dava qualche spicciolo, pi vitto e alloggio nella domus l vicino; doveva essere una soluzione temporanea,
invece erano in quella situazione gi da quasi quattro anni.
Lei diceva che le andava bene cos; era molto fiera della sua indipendenza. Lui le credeva, ma non riusciva a evitare
di sentirsi in colpa ogni volta che vedeva le sue occhiaie, le mani scorticate dal lavoro, le ginocchia segnate e sbucciate.
Doveva fare qualcosa per salire di rango. Qualsiasi cosa, pur di permettere ad Agnese la vita che si meritava.
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CAPITOLO 20.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Vigilia mondana. La sera di Pasqua, domenica 1 aprile 1263. Rocca di Arona, Lago Maggiore.
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Il sole digradava tra le montagne a ponente della rocca di Arona, disegnando l'ombra delle torri sulla distesa lacustre.
Con l'astro cos radente, si stendevano come lunghe dita di tenebra per tutta la larghezza del lago, fin quasi
all'altra sponda, su cui sorgeva la gemella rocca di Angera.
Ottone ne osserv il profilo merlato. Ah, quanto avrebbe voluto che quella fosse realmente la sua mano! L'avrebbe
fatta sorgere dalle acque per stritolare con una singola spazzata l'esercito nemico. Quell'attesa era pi estenuante di una cavalcata!
Gi da qualche ora, nuove bandiere sventolavano alle torri di Angera, segno che il castello era stato occupato.
Da quella distanza lo stemma non si scorgeva, ma chi s'era avvicinato confermava ch'era un'aquila bicefala in campo bianco e oro, che sormontava una torre.
Ascoltati i resoconti delle spie e degli esploratori, Squarcino non aveva avuto dubbi: la battaglia si sarebbe svolta l'indomani. Non c'era il rischio di incorrere in uno stallo, perch entrambi gli schieramenti erano troppo impazienti
di confrontarsi.
L per l Ottone ne era stato contento; ora non pi.
Erano davvero pronti? All'appello mancavano ancora gli uomini di varie casate minori, e il contingente che doveva
tagliare la fuga ai della Torre non era ancora partito per problemi di vettovaglie.
Ottone si accarezz la scarsella di cuoio. Dall'ora terza in poi, a chiunque incontrasse aveva predicato calma e prudenza. Si rendeva conto benissimo di contraddirsi, ma non poteva farne a meno. Anche se era il capo della fazione
degli esuli milanesi, c'erano molte, troppe cose che sfuggivano al suo controllo.
Arrovellarsi non aveva scopo, ma che doveva fare? Conosceva
la guerra e i suoi strumenti, ma gli mancavano le competenze strategiche per valutare i movimenti sul campo e contribuire ai piani di battaglia. Quelle erano cose per i generali, uomini con lunga esperienza di guasto, scontro armato e approvvigionamenti. Erano chiusi in consiglio da ore, e senz'altro avrebbero fatto ricorso a qualunque mezzo pur di vincere.
Eppure, nonostante avesse fiducia nella loro determinazione,
si sentiva nient'altro che una foglia nella corrente.
Anche i della Torre avrebbero fatto del loro meglio.
Cielo, camminare con le proprie gambe era un'angoscia!
Che senso di vuoto e d'inquietudine dava, non aver pi un maestro! L'idea che successo e fallimento ora dipendessero
soltanto da lui lo schiacciava.
Varie volte aveva sorpreso il suo mentore con la sua arguzia e le sue macchinazioni politiche, ma non significava
che fosse pronto: ora che non aveva pi qualcuno pronto a correggerlo alle spalle, aveva varcato il regno dei dubbi.
Cosa non avrebbe dato per avere di nuovo Ubaldini al suo fianco. Cosa gli avrebbe suggerito di fare, in quell'occasione?
Cos tante domande. E nessuna risposta.
Il tempo non scorreva: strisciava, come una lumaca cornuta, e quel misto di noia, pensieri ripetuti e attesa gli sfibrava
i nervi.
Padre? Una voce di donna. Ottone volt le spalle alla finestra.
La stanza era avvolta nella penombra; un piccolo candelabro
con tre bracci spandeva un lume tremolante sulle nappe del tappeto, sui fregi del tendaggio del baldacchino,
e sulle lenzuola sotto di esso.
Nel lucore dorato biancheggi una spalla come latte, cinta di capelli d'oro.
Il cuore di Ottone s'arrampic nella sua gola. '
Padre, vi prego, sussurr la voce beneditemi, perch
ho peccato.
La delusione fu pi violenta di quanto s'aspettasse.
La luce delle candele aveva tratto in inganno i suoi sensi.
Che gli stava accadendo? Ora gli spettri del passato s'erano
messi a rosicchiare persino i suoi passatempi? Non aveva bisogno di altre domande, di altri dubbi proprio il giorno in cui aveva pubblicamente reclamato la sua cattedra:
quello era il tempo della decisione e della risolutezza.
In cinque falcate copr la distanza che lo separava dal letto.
Sono qui, ehm... figliola.
Era un'avvenente vedova di un qualche casato milanese;
come si chiamava? Persino quello aveva dimenticato.
Aveva fatto lei la prima mossa; per via di quel paio di anche
e dei seni voluttuosi nel vestito verde brillante. Non essendoci controindicazioni politiche, lui aveva accettato.
Ora per desiderava non averlo fatto.
Spogliatevi, eccellenza sussurr la donna con voce languida.
Con un sospiro, Ottone si sfil le calze e il camicione.
Le lasci cadere a terra e s'iss con le ginocchia sul materasso.
Lei strofin le ginocchia l'una contro l'altra e allung una mano sul pube flaccido di lui. Gli accarezz i ciuffi di
peli grigi e la pancia. Il contatto della mano fredda lo fece sussultare, ma vi si abitu.
Baciatemi, arcivescovo. La donna pareva provare un bizzarro godimento nel pronunciare i nomi delle cariche ecclesiastiche; Ottone obbed.
Le labbra della milanese erano burrose e cosparse di una fragranza dolciastra di violetta. Gli prese la mano e se la mise sul seno, molle e abbondante come un otre d'acqua
tiepida; accompagnava ogni gesto con un mugolio vezzoso, che a tratti s'abbassava in un borbottio.
Con un sorriso lascivo si protese verso di lui, sollev i seni con entrambe le mani e li strusci contro il suo pene.
Era una vista tutt'altro che sgradevole; a discapito di tutti i pensieri, Ottone s'indur.
Senza preavviso, la donna tir indietro il busto e sedette
con la schiena contro la testiera del baldacchino. Oh, s, padre! Che magnifico pastorale avete. Spalanc le cosce
e si accarezz la vulva.
Oh, per carit! Quella donna era forsennata, che blasfemie
erano mai quelle? Era vero che le donne pazze erano
spesso le pi disinibite tra le lenzuola, ma quei modi osceni stavano soffocando quel po' di sana lussuria che era riuscito a tirar fuori...
Stendetevi qui e non pensate a niente, eccellenza.
Ottone esit. La donna aveva cambiato approccio, e ora accarezzava il materasso con innocenza. Le avrebbe dato retta un'ultima volta.
Gli s'accovacci sopra, sorrise e si chin a leccargli il padiglione dell'orecchio, mentre con le mani gli accarezzava
il petto, le braccia e i capezzoli. Non era una brutta sensazione: la pazza ci sapeva fare davvero. Ottone si rilass.
Le dita di lei gli solleticarono l'interno del gomito fino al polso, e iniziarono a slegare i cordini della scarsella di cuoio.
Ottone trasal. No, ferma.
Lei sorrise senza smettere. Vi avevo detto di spogliarvi,
eccellenza. Siete un prelato disobbediente...
Con uno strattone, lui si port la mano al petto. Se tocchi di nuovo questa scarsella ti rovino!
Uno sguardo d'allarme pass negli occhi di lei, e si trasform
in curiosit. Cosa contiene?
Una reliquia, Ottone alz la voce e ora vattene!
Ma no, ma no, calmatevi... Lei pieg le spalle e gli mostr i palmi in segno di resa.
Ottone controll i nodi che assicuravano i cordini al braccio: ancora saldi, grazie al cielo. Che spavento, s'era preso. Il cuore gli batteva a mille e la sua virilit s'era sgonfiata in modo irrimediabile.
Andate via, sospir per favore.
Ma no, eccellenza, v'aiuto io a riprendere vigore. Conosco
molti metodi.
Un'altra volta, magari. Ma non necessariamente. Ora voglio soltanto rimanere solo.
Chiam Luccio, che regal un bracciale d'argento e agate alla donna senza nome, la conged e gli augur la buonanotte.
Ottone rimase a lungo disteso sul letto, riflettendo.
Quant'era comodo quel materasso di piume. E quanto poco gli importava che lo fosse.
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CAPITOLO 21.
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OTTONE CANONICO.
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Uno scrigno dorato. Settimo anno di canonicato a Desio, venerd 20 settembre 1247. Palazzo arcivescovile, Milano.
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Il palazzo arcivescovile della citt di Milano sorgeva a un tiro di sasso dal fianco meridionale della cattedrale di Santa Maria Maggiore, oltre un lungo portico che ospitava
almeno una dozzina di botteghe affittuarie. La viuzza dov'erano ammassate le case dei Visconti distava cento passi, perci in giovinezza Ottone era passato spesso davanti
al gran portone borchiato di bronzo. Tuttavia, era la prima volta che ci metteva piede.
Per tutti i santi! Nella sua vita aveva visto edifici pi imponenti, ma nessuno altrettanto sfarzoso. Persino in quella piccola anticamera c'era un arazzo intessuto di perle,
con figure in tinte accese. Sotto le sue scarpe c'era un tappeto; la finestrella illuminava una colonnina che sorreggeva
uno splendido busto di marmo, ingiallito dai secoli.
Di fronte a lui, un pittore a torso nudo affrescava lo stucco tra due porte chiuse, fischiettando il motivo de La figlia del mugnaio, una canzonaccia da taverna.
Chiss come stava suo cugino Tedaldo.
Non s'erano pi visti, ma in famiglia correva voce che otto
anni prima avesse seguito in Francia il Cardinal Pecorara, in veste di segretario e camerlengo. Per la carriera di un ecclesiastico ancora abbastanza giovane, era quanto di meglio potesse capitare. Pareva che Tedaldo non si fosse seduto sugli allori: il lavoro che aveva svolto durante la missione di legato pontificio del suo porporato gli era valso
la nomina ad arcidiacono di Liegi e la prebenda di un canonicato a Lione. Ecco un altro Visconti dalla brillante carriera ecclesiastica.
A differenza sua.
Forse Dio gli stava davvero mandando un messaggio.
Suo cugino faceva strada perch la sua dedizione era pura e totale, mentre lui, Ottone, era diviso a met. Era stato ordinato mosso da una fede appassionata, e tuttora si faceva
in quattro per i parrocchiani, consacrando ogni cosa che aveva alla Chiesa. Tranne il cuore.
Agnese era il suo pensiero costante. Era il secondo fulcro, oltre a Dio, attorno cui ruotava la sua vita. A volte fingeva di confessarla e darle consiglio, ma soprattutto l'incontrava in clandestinit, nel buio del magazzino della sacrestia, offendendo le effigi dei santi e la statua del Salvatore con i loro connubi.
A Desio aveva conosciuto un presbitero francescano, un pover'uomo nella sua stessa situazione, con cui aveva preso a scambiarsi assoluzioni a cadenza regolare; per qualche anno era andata bene, ma di recente il peso di quel peccato aveva preso a opprimerlo sempre di pi.
Agnese non condivideva le sue preoccupazioni. Le sue due argomentazioni erano che il celibato era un errore, e che con tutta la malvagit che c'era nel mondo, la benevolenza di Dio avrebbe sorvolato sulla relazione tra due persone buone.
Agnese, che donna formidabile.
Una fitta di colpa lo trafisse. A Desio, la vita della sua amata era durissima e miserabile. Ogni giorno sopportava il rancore dei pretendenti che negli anni aveva respinto e
le malignit delle comari che mal sopportavano la sua indipendenza.
Meritava una vita migliore, ormai gli era chiaro.
Meritava un uomo che si assumesse le sue responsabilit
e la rendesse una donna onesta, sposandola e dandole una vita stabile.
Per questo aveva deciso di rinunciare al sacerdozio.
Per questo era l.
La porta accanto al pittore si apr; ne usc un canonico sulla quarantina col viso molle e gli occhi stretti.
Ottone s'alz dalla panca. E il mio turno, padre?
Il prete lo squadr. Voi siete?
Un canonico della collegiata di Desio. Devo parlare con il vicario generale.
Addirittura? Un ghigno tir le labbra del sacerdote.
Il primo collaboratore dell'arcivescovo si scomoda solo per fatti gravissimi o urgenti.
Ottone cambi piede d'appoggio, a disagio. Nemmeno
lui riteneva che il suo caso richiedesse un intervento tanto alto nella gerarchia della curia. Ne avrebbe fatto volentieri
a meno, se il suo superiore a Desio non avesse insistito.
Il prete interpret il suo silenzio e scosse la testa con decisione. In ogni caso, oggi non  possibile. C' sua eminenza
in visita a palazzo. Tornate un altro giorno.
Oh. Satanasso! Non ci voleva: quando in una sede vescovile veniva in visita un prelato d'alto rango, gli impegni
ordinari finivano sempre rimandati o scombinati.
Avrebbe dovuto tornare a Desio e poi di nuovo a Milano in capo a qualche giorno, rinnovando il rischio di incontrare
per strada qualcuno dei suoi familiari, con le loro domande e risatine.
Il prete marci verso l'uscita.
Ottone alz il braccio. Perdonate, padre. Potreste fare una verifica? Soltanto ieri, padre Caldi di Desio m'ha assicurato
che la curia confermava questo abboccamento...
Non vorrei che qualcuno, magari un vicario episcopale, m'aspettasse invano e si contrariasse.
Il canonico si ferm e tir un poco le labbra. Poco probabile. In ogni caso, di cosa dovevate discutere con il vicario di sua eccellenza?
Ottone cambi piede d'appoggio, a disagio. Questioni
d-di rinuncia al sacerdozio.
L'affrescatore smise di fischiare e lo sbirci da sopra la spalla.
Meglio farci il callo: l'ostilit della gente sarebbe diventata
una compagna fedele, lungo la strada che aveva deciso
di intraprendere. Ma, del resto, era la stessa cosa che Agnese fronteggiava ogni giorno, da anni.
Anche il prete aveva cambiato espressione: lo studiava con le sopracciglia aggrottate, come se si fosse accorto di un errore di valutazione. Siete voi padre Visconti?
S.
Vi facevo pi anziano. Abbiate la compiacenza di seguirmi.
Si volt senza attendere una risposta e torn all'uscio da cui era arrivato.
Che bizzarra accoglienza; Ottone lo segu, tormentando
il cappello che portava tra le mani.
Il prete sal uno scalone di pietra e lo scort in uno studio
al primo piano, con tre finestre ogivali che illuminavano
lo scrittoio pi ampio che avesse mai visto. Dentro non c'era nessuno.
Attendete qui. Sedetevi pure. Il prete lo fece entrare e richiuse la porta.
Davanti alla cattedra c'erano tre scranni foderati di velluto
rosso; Ottone prese posto su uno di essi. La seduta era imbottita e comodissima; ne godette il tocco e lasci vagare lo sguardo.
Sulla scrivania c'erano due leggi reclinabili che sorreggevano
pesanti registri rilegati in cuoio; diversi rotoli di
pergamena erano aperti sul ripiano, gli angoli trattenuti da
lucidi blocchi di ametista e cristallo di rocca. Non c'erano
n calamai n penne, ma ce n'era un vasto assortimento
sul secondo scrittoio, pi piccolo, addossato alla parete di sinistra.
Con tutta probabilit, chi sedeva in quella stanza si limitava
a dettare missive e decreti a un assistente. Era impressionante.
Tempestati di gemme erano anche il crocefisso d'oro,
l'evangeliario e i due reliquiari che scintillavano in una
teca di tasso e vetro alle spalle dello scranno. Sopra la sua
testa, i cassettoni del soffitto erano dipinti con vivide
immagini del Nuovo Testamento, incasellate in una griglia di
travi scolpite con fiori e foglie stilizzate.
Ottone richiuse la bocca: l'aveva aperta senza accorgersene.
Non aveva mai visto tanta opulenza; solo col valore dei preziosi chiusi in quella stanza avrebbe potuto comprare
tutte le propriet di suo padre, e ne sarebbe avanzato!
Uno studio tanto superbo non poteva ospitare alcun vicario, nemmeno quello generale. Quel luogo doveva appartenere
all'arcivescovo di Milano, sua eccellenza Leone da Perego.
Si agit sulla sedia imbottita. Perch l'avevano portato l?
In sette anni a Desio aveva visto l'arcivescovo Leone una volta soltanto, come parte del corteo di una consacrazione.
Il prete custode s'era forse sbagliato?
La porticina in fondo alla stanza s'apr.
Ottone ebbe un tuffo al cuore. Scatt in piedi e abbass il mento con riverenza.
Passi leggeri strusciarono sul tappeto. Buongiorno, padre Visconti. L'idioma latino aveva un accento toscano.
Non poteva essere l'arcivescovo: i Perego erano nobili milanesi.
Ottone alz il capo il minimo indispensabile per sbirciare.
Un giovane con la barba castana era in piedi con le mani
dietro la schiena. Indossava una veste color porpora.
Un nuovo tuffo al cuore. Il cardinale in visita?
Conosceva il suo nome?
Eminenza reverend-dissima? Gli s'incepp la lingua.
Il porporato prese posto dietro la scrivania e gli fece segno di sedersi a sua volta. Obbed, incapace di parlare e schiacciato dalla vergogna.
Il prelato intrecci le dita davanti alle labbra e sorrise.
Era giovanissimo, pi giovane di lui! Perch non diceva niente? S'aspettava che parlasse per primo?
S'impose di respirare con calma. Perch si trovava l?
Possibile che il vicario e il suo superiore, l'arcivescovo, avessero scomodato un ospite di tale riguardo per una questione come la sua?
Bene, padre Visconti, disse finalmente il cardinale
infine vi conosco di persona.
Ottone ebbe un brivido.
Temo vi sia un equivoco, eminenza... Mi avrete forse scambiato per il mio fratello maggiore, Azzone. E stato appena eletto vescovo nella diocesi di Ventimiglia. Io sono
soltanto Ottone, canonico a Desio.
Il cardinale non batt ciglio. Intendevo conferire esattamente
con voi. Volete rinunciare al sacerdozio, corretto?
Ottone annu, perplesso. Prese il coraggio a due mani:
Mi duole che vi siate incomodato per me, eminenza. Si umett le labbra riarse. Ma per una serie di buone ragioni,
ho compreso di non essere adatto al mio abito, n degno
di amministrare i sacramenti. Quel che faccio  cagionato
dalla mia coscienza. Fu come scaricarsi lo spirito dal peso di una fascina di rami.
Dal giovanissimo porporato non venne risposta.
Ottone alz gli occhi a incrociare i suoi: erano immobili
come biglie d'acciaio, tuttavia parevano celare infiniti, insondabili processi. Sciolse le dita intrecciate e gli mostr
il dorso della sinistra, su cui luccicava l'anello d'oro del suo rango.
Sono Ottaviano degli Ubaldini, messo pontificio in
Lombardia. Sono qui per assicurare di nuovo allo Stato della Chiesa le citt rubate dall'imperatore.
Ubaldini.
Non l'aveva mai sentito nominare, ma doveva essere uno dei cardinali pi giovani che si fossero mai visti. S'accost
per baciargli l'anello, ma il porporato la ritrasse.
Lasciate perdere, tra noi non servono formalit.
Ottone batt le palpebre e torn a sedere, sempre pi perplesso. Che ragione spingeva un principe della Chiesa a trattarlo con familiarit?
E perch continuava a tacere e a guardarlo? Aspettava forse che fosse lui a interrogarlo? Ma, in assenza di informazioni,
aveva imparato che era pi saggio non dire niente.
Nell'immobilit, solo le fiammelle dei candelabri si muovevano.
D'un tratto, gli angoli delle labbra del cardinale s'inarcarono.
Sono affranto che vogliate rinunciare all'ordine.
Addirittura affranto? Invero, sappiate che stavo per farvi convocare, quando m' giunta voce di questo incontro
e della sua triste cagione. Ho pregato il vicario generale
di concedermi di sostituirlo, e lui  stato cos gentile da acconsentire.
Pregarlo? Difficilmente un vicario vescovile avrebbe mai negato qualcosa a un legato pontificio. La questione si faceva sempre pi misteriosa. Tuttavia, era andato l per un motivo e sarebbe rimasto fedele ai suoi propositi.
Vi sono riconoscente per l'onore che mi fate, eminenza.
Ciononostante, la mia decisione  presa.
Come potete decidere avvedutamente, l'interruppe in tono mellifluo se non avete ancora ascoltato cos'ho da dirvi?
Aveva qualcosa da dirgli? E allora perch continuava a tacere? Che lo stesse mettendo alla prova, apposta per confonderlo? Vi ascolto, eminenza.
Era impenetrabile come una statua di marmo. Dite, padre Visconti. Mi auguro che non vi aspettaste che gli
accadimenti del vostro soggiorno a Desio sarebbero passati
inosservati.
Ottone trasal di nuovo. C'entrava la denunzia a padre Manfredotto, dunque. Che fosse una vendetta, a lungo rimandata, di quel verme letamaio? Oh, santa Vergine, che quell'altissimo prelato fosse un parente o un sodale di quell'infame, venuto l per fargliela pagare?
In quel caso, l'avrebbe affrontato a testa alta. Certo che no, eminenza. Infatti, Dio vede ogni cosa, inclusi i peccati degli uomini. E al suo duro giudizio nessuno pu sottrarsi.
Le sottili rughe ai lati degli occhi di Ubaldini
s'addolcirono.  davvero un peccato che il vostro talento vada sprecato in questo modo. M' stata riferita la manovra che avete architettato per prendere in trappola quel sorcio di Manfredotto. Piuttosto mirabile.
La combattivit di Ottone si sgretol. Sorcio? Dunque, il cardinale non era un suo sodale?
Certo per, prosegu il porporato senza lasciargli riordinare
i pensieri prima di agire avreste dovuto raccogliere
notizie sulle sue cerchie di sostegno. Che vi sia sfuggita la parentela con ser Cecco da Monza, il nuovo podest di Desio,  stato un errore grossolano.
Ottone trattenne il fiato. Ser Cecco da Monza era parente
di padre Manfredotto?
Prima di agire contro il vostro bersaglio, prosegu il cardinale con voce spedita avreste dovuto predisporre contromisure per anticipare le ritorsioni dei suoi alleati pi potenti. E pensare che vi sarebbe bastato informarvi
presso uno qualunque dei vostri parrocchiani, per scoprire
i pesanti debiti di gioco di ser Cecco e il suo costante ricorso a strozzini ebrei; materiale bastevole per un ricatto preventivo.
Ma come diavolo...?
Un ricatto, badate bene, prosegu il Cardinale alzando
l'indice che non avreste affatto dovuto mettere in
pratica. Introducendo tale leva dissuasoria su ser Cecco, il quale aveva il potere di approvare certe esenzioni della collegiata di Desio, avreste impedito che vi fosse ulteriormente
intralciata la carriera. Ma di tutto questo non sapevate
nulla. Vedete, ogni anello della catena che vi ha trascinato
qui oggi, a chiedermi di rinunciare all'ordine sacro e al servizio di Dio,  stato originato dalla vostra inesperienza
politica.
V-voi... Ottone s'impose il controllo. Come fate a sapere tutte queste cose?
Il pi comune degli errori dettati dall'inesperienza del mondo sorrise il cardinale  ritenere che essere nel giusto
garantisca la buona riuscita delle proprie opere. Invero,
essere nel giusto non  soltanto insufficiente ai fini del risultato, ma del tutto irrilevante.
Ottone deglut a fatica. Erano concetti simili a quelli di cui parlava talvolta con Agnese, quand'era particolarmente
collerico o frustrato; mai per li aveva sentiti teorizzare con tale freddezza, men che meno da un prelato.
Cosa volete da me?
Se rinunciate al sacerdozio, assolutamente nulla.
Ubaldini poggi i gomiti sui braccioli dello scranno. Altrimenti,
vi offro l'occasione che aspettate da tutta la vita.
Il cuore tamburell nelle orecchie di Ottone. Tacque per non balbettare.
Il cardinale s'alz piano dal seggio e cammin sul tappeto
con le mani dietro la schiena. Un compito per il quale sono stati vagliati e scartati innumerevoli candidati, e che comporter una portentosa carriera ecclesiastica.
Passeggiava avanti e indietro con calma, gli occhi davanti a s. Di voi si dice che ambiate a raddrizzare i torti e a punire gli empi. Avete senno, entusiasmo, carattere. I vostri
parrocchiani a Desio ascoltano con fervore i vostri sermoni, segno che avete una buona base innata di retorica
e oratoria. Siete per rozzo e ingenuo sulle arti della
manipolazione, della politica e della dialettica sottile. Questo
lo comprendo anche solo guardandovi. Tuttavia, con la giusta guida, potreste arrivare pi lontano di vostro fratello
Azzone. Molto pi lontano.
Ottone deglut. Aveva la gola riarsa come il deserto di Libia. Eminenza, le astuzie di cui voi parlate... Non sono indegne degli agenti di Dio?
Degli agenti di basso rango come voi, s. Ubaldini si ferm di fronte a una scansia di libri e raccolse un volume di cuoio sdrucito. Ma se salite un poco, vedrete che il mondo  governato da lupi, padre Visconti. Lupi che non si faranno ammaestrare con carezze ed esempi, come fareste
con un cane da pastore. I lupi intendono un linguaggio diverso: quello della forza. E le arti di cui vi parlo impiegano
la forza nella sua forma pi pura, ovvero quella potenziale.
Orientati, cio, a evitare che i conflitti si manifestino
con la violenza che dispiace a Dio. Il conflitto si risolve cos sul piano dell'intelletto e della lungimiranza.
 questa l'arte sottile della politica.
La condotta atta al potere dei lupi!
Ecco di cosa parlava il cardinale: quelle verit elusive e sfuggenti che mille volte Ottone aveva tentato di afferrare, nel suo infruttuoso percorso. Per la verga di Ambrogio, Ubaldini aveva assolutamente ragione. Era quella la chiave
del successo! Era eccitato, gli pareva che una porta si fosse appena spalancata nella mente. Ecco cosa gli era sempre mancato per raggiungere i suoi obiettivi. Per...
Aveva deciso di intraprendere la via della laicit anche per sposarsi. Rinunciare all'abito era stata una decisione '
dolorosa, ma da quando l'aveva presa, le fantasticherie sulla sua vita laica s'erano arricchite di deliziosi particolari
coniugali. Inoltre, Agnese sarebbe passata da concubina
a legittima sposa, e non era cosa da poco. Se un domani
la loro relazione clandestina fosse stata denunciata, lui non avrebbe passato guai seri, essendo di famiglia nobile.
Al contrario, lei rischiava il ludibrio, l'allontanamento e le
pene corporali. C'era molto su entrambi i piatti della bilancia,
moltissimo.
Siete diventato silente, padre Visconti. Non siete curioso
di conoscere quale compito abbia in mente per voi?
Ottone si mosse a disagio sulla sedia. Certamente, eminenza reverendissima. Per ecco, anche se la vostra saggezza mi  stata illuminante...
Prima che proseguiate, Ubaldini ripose il libro sdrucito
e ne raccolse un altro sappiate che non vi verr mai chiesto di rinunciare alla vostra Agnese.
Fu come uno schiaffo. Mani e piedi gli divennero gelati e iniziarono a formicolare.
Il cardinale aveva menzionato Agnese.
L'aveva fatto davvero.
Conosceva ogni segreto? Possibile? Che cos'era, un indovino?
Un negromante?
Siete sorpreso? Ubaldini lo guard con un glaciale mezzo sorriso. Se non erro, vi ha seguito da Piacenza a Desio. Credevate che in sette anni nessuno se ne sarebbe accorto? Un'altra ingenuit. Scoprire e amministrare i segreti
 la prima virt di un ecclesiastico potente. Ma che fate, impallidite, padre Visconti?
Ottone fu sul punto di rispondere. Ma per dire cosa?
Ubaldini apr le mani in un gesto rassicurante. Suvvia, rasserenatevi. Credete di essere l'unico religioso con una concubina? Sono pi rari i prelati che non ce l'hanno. Non c' alcun bisogno che rinunciate a un vincolo tanto saldo;
 tuttavia imperativo che manteniate l'ordine sacerdotale, se vorrete ricoprire il compito che vi sto per proporre. Vi esorto pertanto a meditare attentamente, prima di decidere
a riguardo.
La mente di Ottone riprese a funzionare. Immagin quel prelato luciferino al suo posto, a Desio, nell'orchestrare
la trappola per padre Manfredotto: di certo non avrebbe commesso alcun passo falso, nell'assicurare l'odioso
pederasta al tribunale ecclesiastico.
Ricapitolando, se avesse accettato la sua proposta, avrebbe fatto carriera, avrebbe imparato le accortezze dei potenti e avrebbe avuto l'occasione di fare del bene. Soprattutto,
avrebbe finalmente permesso ad Agnese di vivere
al sicuro e negli agi. Al contrario, se avesse rinunciato, per tutta la vita sarebbe rimasto un nobiluccio inconcludente,
che aveva voltato le spalle a Dio per sposare un'ex taverniera.
Pi esaminava la questione, pi vedeva vantaggi nell'accettare
e svantaggi nel rifiutare. Quell'Ubaldini era un retore
portentoso, questo era certo.
Quale sarebbe codesto compito, eminenza?
Diventare mio camerlengo e assistente personale.
Oh! Proprio come Tedaldo con il Cardinal Pecorara!
Ubaldini torn a sedersi alla cattedra. Non vi nascondo che l'impegno sar gravoso e richieder dedizione assoluta.
Come vi dicevo, ho vagliato e scartato numerosi candidati.
Tocc due volte il bracciolo e fece vagare lo sguardo nello studio sfarzoso. I suoi occhi si fermarono su di lui.
Ma forse la mia ricerca  finita. Se vi rivelerete all'altezza, chiss dove potrebbe portarvi la vostra carriera.
Ottone si sent mancare il terreno sotto i piedi.
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CAPITOLO 22.
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NAPO DELLA TORRE.
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Riprendersi Arona. La sera di Pasqua, domenica 1 aprile 1263. Riva opposta del Lago Maggiore.
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Il sole aveva iniziato la sua parabola discendente sul secondo giorno di viaggio verso Angera. Gli ontani, ai lati della strada, sfilavano a ranghi serrati accanto alla massa di uomini e sembravano proseguire all'infinito. Bandiere e stendardi pendevano flosci in cima alle aste. Napo gir le natiche indolenzite in sella e scrut l'esercito
che lo seguiva. La polvere sollevata dalle migliaia di piedi e di zoccoli si mescolava ai pollini primaverili. Oberto
Pelavicino diede di sprone e si stacc dalla schiera, avvicinandosi a lui.
Che voleva, adesso? Napo alz gli occhi al cielo.
Quello gli s'affianc, strizzando l'unico occhio nella luce rossiccia del tramonto. La cotta di maglia lo ricopriva da capo a piedi; portava una sopravveste sbracciata color paglierino, bordata di nero e con l'aquila del suo stemma ricamato al centro.
Non siete scomodo a indossare l'armatura anche durante il transito, marchese Pelavicino?
Il robusto veterano si batt sul petto il pugno di ferro.
Questo  l'unico modo di vestire che un uomo d'arme
trova comodo. Dovrebbe esserlo anche per voi... o i Torriani si son forse rammolliti?
Napo strinse le redini. Generale, se non badate alla vostra lingua, mi costringerete a farvela accorciare.
So bene di non piacervi. Non siete obbligato a dar retta
ai miei consigli. Ma io mi sento obbligato a darveli.
Napo rilass le dita e cambi posizione in sella per guardarlo in faccia. Siete un prezioso alleato per la casata della Torre.
Eppure la vostra famiglia non si fida di me.
Napo sbuff. E perch lo pensate, di grazia?
E Pelavicino ghign. Perch non si mette un cane da guardia ai calcagni di qualcuno di cui si ha fiducia.
La mano di Napo scivol all'elsa della spada. Mi state dando del cane?
In silenzio, il generale sostenne il suo sguardo.
L'ira gli avvamp dentro. Chi pensava di essere, quel vecchio, per sfidarlo? Credeva di essere pi forte? Pi destro
con la spada? Dannazione, ormai succedeva cos di rado che qualcuno non si piegasse, che Napo aveva dimenticato
quanto questo lo mandasse in bestia. Ma doveva essere cauto.
Ritrasse la mano, lento. Come vi ho detto, siamo alleati in questa guerra contro l'usurpatore Visconti. Io sono qui solo per coadiuvarvi.
Coadiuvarmi? Il Pelavicino indic con un cenno la massa di uomini dietro di loro. Dunque, non per il timore
che usi l'esercito cittadino per assaltare e- saccheggiare qualche abitato lungo la strada. '
Quel guercio insolente lo punzecchiava apposta? Perch mai Martino aveva scelto lui per tenerlo d'occhio?
Quello bravo con le parole era Francesco. Lui aveva voglia di scannarlo, quell'animale.
Trasse un profondo respiro. Vi sbagliate, marchese, noi ci fidiamo ciecamente di voi. E sappiamo che non potreste
mai essere tanto stupido da fare una cosa simile.
Siete uno stratega troppo valido per non sapere che un gesto simile farebbe rivoltare contro di voi sia la nostra famiglia che tutti i potenti che ci sostengono.
Il Pelavicino gonfi le guance e scoppi in una fragorosa risata. La carnagione, gi arrossata di suo, divenne bordeaux,
i capillari sulle gote e sul naso parvero sul punto di esplodere.
Caro Napoleone... ci mise un po' a ricomporsi. Siete un meraviglioso compagno di viaggio, con voi non ci si annoia mai! esclam, e ricominci a ridere.
Napo riboll come stufato sul fuoco. Come osava quell'uomo prendersi gioco di lui in quel modo? Gli avrebbe aperto il ventre e gli avrebbe cacciato in gola le sue stesse budella, se solo...
Serr i denti e si costrinse a deglutire e a riprendere fiato. Doveva calmarsi, lasciar correre; quell'idiota era solo
uno strumento, un utile pupazzo di cui liberarsi una volta terminato il suo scopo. Cosa che sarebbe avvenuta molto presto.
Lieto di farvi tanto ridere, marchese. Non sapevo di possedere doti da giullare. Piuttosto, ditemi, qual  la vostra
strategia per prendere la rocca di Arona?
Li coglieremo alla sprovvista.
Sprovvista? Napo fatic a non alzare la voce. Le loro
vedette ci avranno localizzato gi da miglia. Per un attacco
a sorpresa avremmo dovuto passare dalla palude della Bruschera.
Il Pelavicino si sporse verso di lui dalla sella, gli afferr la veste sul petto e lo tir a una spanna dalla faccia, quasi volesse stampargli un bacio sulle labbra. Statemi bene a sentire, Napoleone. Il calore rancido dell'alito del generale
lo avvolse. Per voi  una fortuna che sia io a guidare questi uomini, altrimenti non avreste avuto speranze.
Napo si scroll di dosso il guanto ferrato e strinse i pugni,
pronto a spaccargli il naso.
Il cavallo del generale nitr, Pelavicino recuper le briglie.
Potete star certo che le loro vedette ci seguono da quando abbiamo messo piede fuori Milano. E passare in una palude con un esercito come questo? Sciocchezze da principianti.
E dunque, in che modo mettere in mostra il nostro arrivo dovrebbe aiutarci?
Lasceremo che pensino a un attacco via terra. Il Pelavicino
sfoder un sorriso da lupo. Lasceremo che pensino
di avere la vittoria in pugno. E il vero attacco li coglier da un'altra direzione.
Napo si risistem la veste e si asciug il volto delle goccioline di saliva che il generale gli aveva spruzzato in faccia.
Il Pelavicino indic un castello in lontananza davanti a loro, lungo la scogliera.
Ecco la rocca di Angera! Siamo quasi arrivati. Date retta a me, appena arriviamo innalzate le vostre insegne: che siano ben visibili dall'altra parte del Lago Maggiore e dalla rocca gemella di Arona, dove hanno quartiere i Visconti.
E date ordine di requisire tutte le barche dei dintorni e di radunarle prima delle tenebre. Saranno quelle a darci la vittoria.
Napo attese che l'eccesso di collera sbollisse. D'accordo, far come consigliate, Pelavicino.
Per l'ultima volta, si ripromise.
...
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CAPITOLO 23.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Frutti troppo maturi. Il giorno della battaglia, luned 2 aprile 1263. Rocca di Arona, Lago Maggiore.
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Ora!
I portali del Serrone si spalancarono. La cavalleria di Aliprandi vi si rivers attraverso e spazz la discesa come un fiume di metallo.
Con l'elmo addosso era come stare in un altro mondo.
Del fuori si percepivano solo tasselli d'immagini frammentarie, mozze, catturate attraverso le feritoie sottili degli
occhi. Anche i suoni esterni giungevano attutiti e confusi dal rumore del proprio respiro amplificato.
La manovra aveva funzionato? Doveva saperlo. Ottone raggiunse l'altro lato del parapetto, s'infil tra due arcieri viscontei e s'affacci tra i merli della torre: sotto di lui, lungo il ripido sentiero, i cavalieri calavano inesorabili verso Arona, travolgendo i fanti della Torre e spedendoli gi dalla scarpata.
S! ulul Ottone. Avanti, carica! Sotto agli zoccoli, quei disgraziati!
Ai piedi del colle, il prode Simone da Locarno combatteva
in prima linea. Aveva perduto l'elmo, i riccioli chiarissimi
da elvetico erano impastati di sangue nemico. Lottava
e infiammava l'animo dei compagni; le sue grida di
battaglia si sentivano fin da lass. Era una vera forza della natura; che fortuna che combattesse dalla loro parte!
Attento, zio! Baldo lo tir per la spalla e gli blocc la vista con lo scudo.
Con un tonfo sordo, il becco acuminato di una quadrella
spunt dal telaio di rovere.
Ottone sobbalz e arretr col nipote dietro la sicurezza delle paratie. Altri colpi secchi risuonarono sopra la testa, contro la tettoia: dalla base del colle, i tiratori nemici scoccavano
di nuovo contro i camminamenti della Rocca.
Con un rantolo, il milite l accanto s'accasci in ginocchio:
un'asticciola gli aveva perforato stivale e piede, inchiodandolo al pavimento.
Ottone inal attraverso le fessure di ferro. Il suo battito, reso cavernoso dalla cassa di risonanza dell'elmo, pareva un martello furioso.
Scendiamo ad Arona, zio disse Baldo, con tono pi tranquillo dell'aspettato. Ci vorranno ore per rastrellare gli arcieri appostati qua attorno, ma ora che i nostri cavalieri
hanno spezzato l'assedio possiamo lasciare la Rocca anche noi.
N-ne sei sicuro?
Certo. Questi sono gli ultimi scossoni, hai visto anche tu che ormai stanno arretrando. E tu vorrai incitare gli uomini che combattono ai piedi della rupe all'ultimo assalto,
immagino.
In effetti, ormai era gi da un po' che arrivavano soltanto
frecce; prima i Torriani avevano tentato di varcare il muro della Rocca con scale, corde e pertiche a pioli. I suoi soldati sugli spalti li avevano accolti con pietre, strali e pentole di liquame bollente.
Nemici erano caduti ai piedi della torre principale, di quella di Sant'Innocenzo e della Sardinesca, e i loro corpi giacevano ancora l. Tra gli alleati, invece, parevano esserci
stati solo feriti. Anzi, da lontano era parso un gioco facile,
come pescare pesci in un barile.
E va bene, Baldo. Scendiamo.
Il nipote lo scort gi nella piazza d'armi, col suo sguardo
pacifico e rassicurante sotto la cervelliera di ferro.
Nonostante elmo e cotta fossero pesanti, Ottone riusc a scalare la staffa e montare in sella al primo tentativo. Si sentiva pieno d'energia; controll la spada al fianco sinistro
e la scarsella al polso destro, impugn le redini e segu il cavallo del nipote attraverso il portone aperto; le vedette
corazzate chinarono il capo al suo passaggio.
Oltre il varco c'era puzza di sudore, merda, sangue e polvere.
Il profumo della vittoria! Sempre che le sorti fossero state favorevoli anche gi ad Arona, dove il grosso dei due eserciti si stava scontrando.
Gli zoccoli ferrati del cavallo rintoccarono sui sassi del sentiero in discesa, soverchiati a tratti dalle grida e dal clangore della battaglia ai piedi del colle. Alla sua sinistra, avviluppati tra i pruni e incastrati nelle pietraie della scarpata,
diversi cadaveri di soldati Torriani luccicavano di sangue fresco.
Pi in basso, quando il sentiero divenne pianeggiante, i lamenti dei feriti si fecero alti e costanti. Dietro una macchia
di betulle argentee s'apr un vasto prato disseminato di ciclamini, corpi scomposti e frati impegnati in orazioni funebri. L la battaglia s'era gi conclusa.
Presso un grande fal da campo, i cerusici curavano le ferite di una squadra di soldati dei Pirovano, intenti a recuperare
le forze. Poco distante, altri gi tagliavano la pancia di un cavallo morto.
Qui  tutto tranquillo. Baldo sfior i fianchi del castrone
con gli speroni. Il centro degli scontri s' spostato a meridione; andiamo.
Ottone lo segu, scrutando dalle feritoie dell'elmo. Non c'era traccia di pericoli tra cespugli e tronchi impilati: le forze sue alleate dominavano quella zona, e certo non poteva
rimanere indietro proprio a un passo dalla vittoria.
Le vertebre del collo gli dolevano. Non vedeva l'ora che fosse finita per cavarsi di dosso tutto quel ferro. Alcuni
nobili non portavano neanche l'elmo, altri se lo mettevano
e toglievano in continuazione.
Che incoscienza. Lui non si fidava. Non voleva lasciare nulla al caso. Preferiva continuare a respirare l'aria viziata e faticare a vedere i paraggi, piuttosto che rischiare la vita per una freccia vagante. Non si era mai troppo prudenti: come la quadrella in cima alla torre aveva dimostrato, anche
una breve distrazione poteva essere fatale, sul campo di battaglia.
Tuo figlio Matteo dov'? La sua stessa voce suonava strana, dentro l'elmo: non sembrava appartenergli.
Al sicuro in rocca rispose Baldo. Fino a ieri smaniava
per entrare in battaglia, oggi invece era pavido e spaventato.
Meglio cos.
Trottarono accanto a un drappello di nobili milanesi che si rinfrescavano a una fontana. Abbiamo vinto, eccellenza!
grid uno di loro, alzando una mazza ferrata in segno di trionfo.
Dio vi benedica. Ottone tracci una croce nell'aria e prosegu insieme a Baldo, verso il clamore di battaglia a meridione, oltre la muraglia di frassini e castagni, punteggiata
di casolari.
Il suo castrone sauro nitr. L accanto, presso un porcile dal recinto spianato, giacevano a terra alcuni uomini agonizzanti.
Uno di loro aveva la mano alzata-e rantolava:
Un prete... un prete....
Non erano affari suoi. Ottone distolse lo sguardo.
Non importa se siete nemici o alleati... un prete... non voglio crepare come un cane, vi prego...
Una fitta di colpa strinse il cuore di Ottone. Torno subito, Baldo. Tir le redini e torn indietro.
La fanghiglia attorno al porcile era disseminata di corpi.
Buon Ges, erano stati calpestati dai cavalli da guerra: i
segni inconfondibili delle ferrature li martoriavano. Una salma aveva l'addome spiaccicato come un frutto troppo maturo, altri non avevano pi un braccio, una mano, met del volto; nella terra grassa del Verbano, distinguere le parti umane dagli avanzi dei porci era impossibile.
Un moto di nausea strinse la gola di Ottone. Alz le fessure dell'elmo e guid la cavalcatura verso il braccio alzato dell'uomo accasciato.
Sono qui, figliolo disse.
Era un uomo barbuto, con i colori dei fanti nemici sulla
lorda sovracotta. Giaceva nel fango con la schiena spezzata
e gli occhi vacui, la nuca poggiata a un trogolo. Chiamate
un sacerdote...
La pena punse il cuore di Ottone. Non era un nobile, quello, ma un semplice soldato del Comune di Milano: un innocente che aveva risposto all'adunata per fare il suo dovere di cittadino, aveva marciato fin l ed era caduto per colpa dei tiranni della Torre.
Da quando aveva reclamato la cattedra di arcivescovo, era un fedele del suo gregge. Non poteva lasciarlo morire cos. Io sono un sacerdote, figliolo.
L'uomo non mut cera. Apr e richiuse la bocca senza produrre altri suoni che un rantolo. Era moribondo, forse non l'aveva udito. Ottone alz la voce sotto l'elmo, affinch
il suono delle sue parole lo raggiungesse: Confiteor Deo
omnipotenti, beata; Maria; semper Virgini, beato Michaeli
Archangelo, beato Joanni Baptiste e, sanctis Apostolis Vetro et Paulo, omnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccavi
nimis cogitatione, verbo et opere: mea culpa, mea culpa, mea
maxima culpa.
Ottone si batt per tre volte il petto avvolto nella cotta di maglia. Quant'era peggiore, quella situazione, rispetto agli intrighi ecclesiastici. Che vista tormentosa, la morte.
Un corpo riverso nel fango si lev in piedi all'improvviso.
Oh! Ottone sobbalz e perse il filo dell'orazione per
l'estrema unzione. L'uomo lordo si volt di scatto e lo guard con due occhi azzurri enormi e impauriti. Era un fante della Torre e pareva essersi appena risvegliato da un incubo.
Ottone ci mise diversi battiti di ciglia, prima di riprendersi
abbastanza da tirare le redini. Il cavallo stratton con il collo e sbuff, inquieto. Piano, piano...
Il vescovo usurpatore biascic il fante, portandosi la mano al fianco. Il fodero della sua spada era vuoto e imbrattato
di mota.
La morsa gelida della paura afferr il collo di Ottone.
Da dov'era saltato fuori quell'uomo? Era una trappola, un agguato per ucciderlo? Ecco che il fante si chinava a tastare il fondo insanguinato del porcile. Doveva ucciderlo
prima lui!
Diede di sprone, il cavallo s'impenn sui quarti posteriori.
Ottone s'aggrapp alle briglie per non cadere. Ammazzalo!
Pestalo!
Gli zoccoli mulinarono come colpi di mazza. Oltre le fessure dell'elmo, il corpo del fante ebbe una convulsione e s'irrigid a braccia stese nella fanghiglia, simile a un
crocifisso di legno.
Il cavallo si mise a sgroppare e a tirar calci in ogni direzione,
nitrendo e sollevando schizzi di terra putrida. Ottone
spinse le staffe indietro e chin il peso sul collo della bestia, per non essere scalzato di sella. No, buono! Buono,
 finita!
Il dannato demonio si calm solo dopo un'intera avemaria,
quando Baldo accorse con la spada sguainata e lo prese per il morso.
Che  accaduto, zio?
Ottone aveva il fiatone. Attese vari istanti, prima di arrischiarsi
ad alzare il busto dal pomolo della sella. Col nipote
erano sopraggiunti anche tre dei soldati a torso nudo che prima erano alla fontana. State bene, eccellenza?
Lui prese una boccata d'aria viziata e abbass le fessure
dell'elmo verso il fante nemico, sdraiato a faccia in gi nel pantano bruno: sulla calotta di metallo che gli copriva la nuca s'era disegnata un'insenatura profonda a ferro di cavallo.
Doveva avergli sfondato il cranio.
Lo indic con il guanto ferrato: Ho ucciso un fante nemico.
S'era nascosto tra i caduti per assalirmi a sorpresa.
Infida canaglia! Uno dei soldati sferr un calcio al cadavere.
Quella menzogna gli rimase come un groppo pesante sulla coscienza. Perch mai? Da quando in qua addomesticare
la verit per i propri scopi gli era diventato gravoso?
Turbato e infastidito da se stesso, cerc con lo sguardo l'altro milite per completare l'estrema unzione. Il trogolo a cui stava appoggiato era ribaltato, il moribondo giaceva col viso scorticato da uno sfregio orribile. Un occhio non c'era pi, l'altro era rovesciato al cielo.
Ottone si sent sprofondare. Il cavallo l'aveva calpestato per errore.
Gli occhi dei soldati erano su di lui: avrebbero raccontato qualunque cosa avesse fatto o detto ora; doveva continuare la sua recita. Facciamo attenzione, prodi militi: i della Torre si sono lasciati dietro dei sicari, pronti ad attaccarci a tradimento. Non abbassate la guardia e tenete gli occhi aperti!
I soldati gli rivolsero sguardi di ammirazione e s'affrettarono a tornare alle loro armature.
Aveva scalato un altro gradino nella considerazione dei suoi seguaci, eppure Ottone aveva voglia di vomitare. Ma perch? S'era comportato bene, non aveva nulla da rimproverarsi: qualcuno ora sarebbe stato convinto di dovergli
la vita, e quella triste vicenda sarebbe stata raccontata come un atto di prodezza, utile per il futuro. Andiamo, Baldo, s'obblig a dire raggiungiamo l'armata.
Spron il cavallo al trotto verso il campanile di Arona, cercando di scacciare quelle crude immagini dalla mente.
Fu impossibile: parevano rimaste ingabbiate nell'elmo.
Se prima era intimorito, ora era sconvolto. Divina Potest!
Giammai avrebbe pi rimesso piede su un campo di battaglia, lo giurava.
Dopo una ventina di passi, un suono di corno lo fece sobbalzare.
Baldo si gir in sella e guard la rocca con aria perplessa.
Ma che accade?
Ottone tir le briglie e fece voltare il cavallo. Aguzz la vista verso le mura che svettavano in cima al roccione calcareo:
le bandiere viscontee si agitavano nel vento come le aveva lasciate, e non c'erano pennacchi di fumo n assembramenti
sotto le mura. Dunque, che stava accadendo?
Perch quel segnale di allarme?
Dalle torri avevano forse avvistato qualcosa che a lui era sfuggito?
L'angoscia gli attanagli le viscere. Non sapere ci che accadeva era il primo passo verso il fallimento. Ottone si spremette le meningi; cosa avrebbe fatto Ubaldini al posto suo?
Nella mente gli lampeggiarono i giorni dell'assedio di Forl, nel malaugurato anno in cui era venuto a mancare suo padre e in cui la sua vita era cambiata per sempre.
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CAPITOLO 24.
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OTTONE CAMERLENGO.
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Le mura di Forl. Quindici anni prima, marted 16 giugno 1248. Accampamento degli assedianti di Forl.
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Mastro Gabardo aveva le braccia lucide per lo sforzo.
L'uomo sottoposto a interrogatorio era seduto su uno sgabello accanto al palo centrale del tendone, le mani legate
dietro la schiena. Nudo fino alla cintola, il busto e le braccia erano una distesa di tagli e abrasioni; l'occhio destro
era cos gonfio da essere ormai chiuso.
Seduto su un baule da campo, Ubaldini soffiava su una scodella di zuppa fumante; come facesse a mantenere la sua imperturbabilit di fronte a un cristiano ridotto in quello stato miserevole, Ottone non riusciva a immaginarselo.
Lui aveva lo stomaco contratto da quando la tortura era iniziata.
Proseguite voi mentre io desino, Visconti.
Ottone s'irrigid.
Il Cardinale aveva un talento sovrumano nel comprendere
i suoi moti d'animo: negli ultimi mesi, da che ne era diventato camerlengo, ogni volta che un dubbio gli passava
nella mente lui lo capiva. Anche quella volta, lo stava obbligando a vincere la repulsione facendo esattamente ci che non voleva.
Tuttavia, di solito si trattava soltanto di manovrare preti e burocrati con qualche peccato da nascondere.
Fece un passo verso il baule e chin il capo all'orecchio di Ubaldini. Non mi sento molto sicuro, eminenza disse piano, cos che n il prigioniero n mastro Gabardo udissero.
Non sono abituato a questi metodi. Vi chiedo licenza di uscire.
Sciocchezze. Il porporato sorb dalla scodella. Quell'uomo conosce segreti che a noi occorre scoprire. Semplice.
La sostanza non  diversa dagli incarichi che hai gi portato a termine. Cambia solo lo strumento coercitivo, che  una differenza del tutto accessoria.
Per... a differenza del solito, quell'uomo  innocente, eminenza.
Nessun uomo  innocente, su questa terra. Gli occhi di ghiaccio di Ubaldini intercettarono i suoi. O avete gi dimenticato gli insegnamenti del Vangelo? Giovanni capitolo
otto, versetto sette.
Giovanni: 8, 7... Ges salva una peccatrice dalla lapidazione
dicendo: Chi  senza peccato scagli per primo la pietra.
Strinse le labbra: non era affatto sicuro che il Signore avrebbe condiviso l'interpretazione delle sue parole data dal Cardinale.
Ubaldini prese un altro sorso. Ora andate e interrogatelo nel modo in cui lo farei io.
Ottone ristette. Quello era un comando diretto: non poteva rifiutarsi n svicolare. E aveva fatto voto solenne di obbedire al Cardinale, pena la rinuncia ai nuovi privilegi e la scomunica. Le conseguenze nefaste di un simile gesto sarebbero state inimmaginabili, sia per lui che per Agnese.
Ma solo all'idea di prender parte a quella faccenda, la sua coscienza puntava le zampe come un mulo ostinato.
Vergine santa! Si sentiva come un capriolo preso al laccio.
Che doveva fare? Perch le cose non erano mai semplici?
Scrut il viso imperturbabile di Ubaldini. Forse avrebbe aggiunto qualcos'altro: qualche virtuoso aspetto che lui stava trascurando, o qualche incoraggiamento.
Il giovane Cardinale tenne lo sguardo dritto davanti a s.
Ottone sospir. Odiava quel che stava per fare. Se non altro, non gli era stato richiesto di percuotere il prigioniero
con le sue mani, o cavargli unghie e denti con le pinze.
Doveva solo interrogarlo. Con un macigno sullo stomaco, si raddrizz e cammin fino al prigioniero legato. Puzzava di sudore e di sangue.
La vostra lealt  ammirevole. Inghiott il groppo che gli serrava la gola. Doveva ragionare e parlare come faceva Ubaldini. Ma  anche mal riposta. Come messaggero voi avete giurato fedelt a un uomo, mentre pi alta  la volont
che serviamo noi, e molto pi grande  la sua collera.
Cosa pensate che sar della vostra anima, una volta che avrete lasciato questa terra? Pensate che una promessa fatta al vostro signore compensi un'eternit di supplizi ben peggiori di questo, tra i costoni acuminati e i laghi di zolfo dell'Inferno?
L'uomo sullo sgabello alz piano gli occhi pesti. Mosse le labbra, ma dalla bocca emise solo un verso inarticolato.
Che avesse la mascella spaccata?
Molto bene, padre Visconti. Il Cardinale abbass la scodella. Mastro Gabardo, diamogli un piccolo assaggio di ci che lo attende.
Agli ordini. Il robusto servitore afferr il capo della lunga corda che legava i polsi del prigioniero e lo lanci in alto, oltre uno dei pali orizzontali che si diramavano a
raggera dalla trave verticale del tendone. L'afferr al volo quando ricadde, e inizi a tirarlo una bracciata dopo l'altra.
Quando la corda fu tesa, le mani del prigioniero si sollevarono. Con lo sguardo annebbiato, il messo si iss sulle ginocchia malferme per assecondare il movimento.
Altri due tiri di corda, e i suoi piedi smisero di toccar terra.
Rimase a penzolare per le mani.
Con le spalle e la schiena tese, Gabardo avvolse pi volte
la fune a un piolo di sostegno della trave e infine la blocc con un nodo. Il Cardinale vuot la scodella di zuppa
e la pos sul baule.
Dai denti scheggiati del messaggero sfugg un gemito di sforzo e di dolore.
Ottone distolse lo sguardo. Aveva sentito parlare di quel supplizio: presto, i muscoli di quel poveruomo sarebbero
stati esausti e avrebbero rilassato la contrazione;
a quel punto, mastro Gabardo avrebbe dato uno strattone violento alla corda, lussandogli entrambe le spalle.
Scrut l'accampamento militare oltre i lembi socchiusi dell'ingresso della tenda. 
Ora avete licenza di andare, padre Visconti disse Ubaldini. Condurr io il resto dell'interrogatorio. Ma restate
nei paraggi.
Un moto di sollievo sgorg dentro Ottone. S'inchin e s'affrett fuori dal padiglione. La puzza dell'accampamento
militare gli parve essenza di rose.
S'avvi di buon passo tra le tende variopinte della corte legatizia e i carri di vettovaglie, senza una meta. Doveva sfogare la tensione che aveva nei piedi. Pregava sottovoce, con gli occhi bassi, per non incrociare lo sguardo di nessuno.
Di quando in quando, allungava un passo sull'erba per evitare di calpestare denti di leone, vedovine e ciuffi d'orzo selvatico.
In un'avemaria sbuc nel labirinto fangoso tra le tende stinte delle truppe; a quell'ora, tra la sesta e la nona, l'umidit
era soffocante e nell'accampamento non si vedeva nessuno. Un capogiro gli fece ruotare le tende attorno al capo. Barcoll, si sorresse a una rastrelliera di picche, poco
manc che si ferisse.
Satanasso. Forse gli avrebbe fatto bene mettere qualcosa
sotto i denti.
Gir attorno ai recinti delle bestie da soma e raggiunse la zona dei fuochi, dove un cuoco tutto moine e gratiadei
gli serv un vassoio di pane bianco, cacio e fagiano freddo con pepe e sale di Cervia.
Si rifugi a mangiare su una lunga tavolata coperta da tendoni cerati, nel punto pi ritirato possibile. Una folla di garzoni e aiutocuochi sfogliavano cavoli e spiumavano galline per il pasto serale, gomito a gomito con paggi e valletti, che recuperavano le penne migliori e le tagliavano lungo lo stelo per farne alette per frecce.
Ottone sbocconcell un po' di carne. Il cibo non gli diede alcun conforto. Gli sarebbe rimasto anche quello sullo stomaco, ne era sicuro. Capitava sempre pi spesso negli ultimi tempi e si accompagnava a una tosse umida e fastidiosa.
Un giovane magrissimo s'avvicin, torcendosi la veste da lavoro. Padre, potreste confessarmi?
Ebbe una fitta al cuore. Non oggi, figliolo.
Il fanciullo abbass la testa e rimase dov'era.
Ottone si sent ancora pi in colpa; ma con che cuore poteva portare il perdono di Dio sul prossimo, se lui per primo si sentiva colpevole? Non che il suo sacerdozio fosse
mai stato del tutto immacolato, eppure il concubinato con Agnese non l'aveva mai fatto sentire in quel modo.
Deglut il boccone che aveva tra i denti e spinse il vassoio
verso il giovane. Tieni, mangia. Sei pelle e ossa.
Gli occhi del fanciullo s'ingrandirono di incredulit.
D-davvero posso?
Ottone sorrise. Certo. Siediti al mio posto e mangia tutto quanto. Io non ho pi fame.
Ottone cedette la panca al giovanetto, che s'avvent sul cibo. Pane bianco e uccellagione erano cibi d'alto rango, non doveva averne mai mangiati.
Almeno aveva fatto una cosa buona, quel giorno.
Buond, padre! chiam una voce alle sue spalle.
Ottone lev gli occhi al cielo. Per il camerlengo e cappellano del Cardinale non c'era verso di starsene in pace.
Si volt: il sergente delle guardie legatizie di Ubaldini si stacc da una macchia di pioppi e gli venne incontro con un cenno ossequioso del capo, che fece ondeggiare il cimiero purpureo.
Dio sia con voi, ser Landuccio. Chiss, forse chiacchierare
l'avrebbe distratto dai suoi pensieri. Dove sono i vostri uomini?
Si allenano laggi, al fiume. Senn mi diventano molli.
Landuccio da Montelongo era un veterano alto e secco,
col viso affilato e una costosa cotta di maglia con rinforzi a gomiti e petto.
E come procede l'assedio?
Il cavaliere mise il mezzo elmo sotto l'ascella e si pass la mano sui capelli sudati. Noioso, come in tutto l'ultimo mese.
Non ci sono stati scontri nemmeno oggi?
Il milite sorrise con condiscendenza. Certo che no, padre. Avreste udito le trombe, senn.
Ottone inarc le sopracciglia. Avete proprio ragione, non ci avevo pensato. Landuccio gonfi il torace, compiaciuto.
Era uno di coloro che amavano mettersi in mostra
sottolineando le debolezze logiche nelle frasi altrui, persino se retoriche. Un tempo persone simili mandavano in bestia Ottone, ma da quando Ubaldini gli aveva fatto notare la facilit con cui le si poteva manipolare, aveva preso l'abitudine di assecondarle e blandirle anche senza un fine specifico.  vero quel che si dice? Se Forl non capitoler entro questa settimana dovremo scegliere tra attaccare le mura o abbandonare l'assedio?-
Le truppe che abbiamo qui bastano a malapena per mantenere il perimetro attorno alla citt. E troppo rischioso.
Se Federico imperatore portasse qui il suo esercito,
spezzerebbe l'accerchiamento e ci ammazzerebbe tutti.
Lo sguardo di Ottone corse alla citt a mezzo miglio di distanza: le cortine irregolari di mattoni e palizzate si ergevano
tra i campi abbandonati, frammiste a terrapieni,
fossati e caseforti: il tipico aspetto di una citt in espansione
che trasbordava dalle proprie mura, generando borghi fuori dalle porte fortificate.
Sembra una Milano in miniatura disse Ottone. Dite,
ser, voi che di assedi ne avete visti tanti,  una cosa comune che dopo quasi sei settimane una citt non abbia ancora esaurito le scorte di cibo?
Landuccio fece una smorfia vaga. Proprio comune no, ma i forlivesi sono gente ostinata. E in passato ho visto citt reggere anche per tre mesi.
Tre mesi! Dio non voglia.
Dite bene, perch non potremmo aspettare tanto. E con le perdite che avremo guerreggiando, solo la mano dell'Altissimo riuscirebbe a darci anche Ferrara e Rimini.
Rasp catarro dalla gola e lo sput nell'erba. Non siamo messi bene. Il messer papa ha assegnato a sua eminenza
un compito davvero gramo.
Lo sconforto di Ottone crebbe.
Padre Visconti! strill il chierico Ostasio, correndo verso di lui con la tonaca che svolazzava dietro le gambe.
Il Cardinale vuole vedervi subito!
Le sue viscere ebbero un moto di ripulsa. Con permesso, ser.
Raggiunse il padiglione mentre due servitori trascinavano fuori il prigioniero per i piedi. Le braccia strisciavano,
le articolazioni piegate in angoli anomali; la testa rimbalzava inerte sulle asperit del terreno, labbra e palpebre socchiuse e gonfie.
Era un corpo esanime.
Un macigno di colpa gli schiacci la coscienza. Ubaldini aveva ucciso un cristiano, un messaggero innocente, il cui unico peccato era di aver tentato di portare un'epistola dentro Forl. I soldati l'avevano condotto l in mattinata, in salute, appena un po' nervoso. Ora era una salma.
Al rito di sepoltura penserete pi tardi, disse Ubaldini
dall'interno ora entrate, non state l come una triglia lessa.
Una vampa di collera gli fiammeggi nel torace. Era troppo: il limite era stato varcato. Ottone scost il lembo della tenda. Eminenza, noi dobbiamo parlare.
Parleremo, ma pazientate: debbo dettarvi una missiva della massima urgenza.
Abituato a eseguire le direttive, il corpo di Ottone and allo scrittoio in modo autonomo. I pochi bocconi di fagiano
gli si agitavano nello stomaco, inaciditi dalla rabbia contro di lui e contro se stesso. Per tutti i santi, aveva preso
i voti per servire il Signore e fare del bene al prossimo, ma da quando era entrato al servizio del Cardinale non aveva fatto che compiere nefandezze e orchestrare intrighi.
E ora s'era fatto complice persino di un omicidio!
Era troppo.
Non era adatto a quella vita, ormai era chiaro. Accadesse quel che piaceva a Dio, avrebbe svolto quell'ultimo compito e poi avrebbe comunicato a Ubaldini che rinunciava al suo officio per sempre.
Liber il ripiano, stapp il calamaio portatile e prese un vello vergine, che il Cardinale teneva gi trattato per occasioni
simili. Gli pareva di avere delle zavorre legate ai polsi.
Intinse la penna nell'inchiostro e guard Ubaldini senza aprir bocca.
Cominciate: Alle Augustissime vostre Signorie... In maiuscolo le iniziali di Augustissime e Signorie. Prosegu: nella speranza che questa mia vi giunga...
Andate troppo veloce, non riesco a essere preciso.
Lo so.
Ubaldini prosegu la dettatura; Ottone scrisse con la massima rapidit, concentrandosi sulle parole per non perderne nessuna. Non gli interessava di che trattasse.
Aveva il respiro spezzato e i denti serrati: voleva solo andarsene
da quella tenda, montare in sella a un cavallo e lasciare per
sempre quelle campagne. Quattro righe dopo, la sua mano era
gi cos sudata che faticava a impugnare la penna d'oca.
Un attimo. Si asciug il palmo sulla coscia. Affil la punta col temperino, la intinse di nuovo nell'inchiostro e torn in posizione. Ecco.
Dopo Forlimpopoli, dett Ubaldini con maggior calma
Cesena, Imola, Cervia e Ravenna, ora anche Ferrara e Rimini sono cadute in mano agli spregevoli guelfi papisti.
Riconosciamo a Forl di essere l'ultima citt rimasta fedele in Romagna, e ci non verr dimenticato. Tuttavia, per quanto ci rattristi, non sar possibile inviarvi aiuti fino all'autunno.
Ubaldini smise di dettare; Ottone fin di scrivere quella sequela di menzogne e alz lo sguardo. A chi voleva darla a bere? Possibile che il Cardinale non riuscisse a intessere altro che inganni e turpitudini?
Il porporato and alle sue spalle e rilesse la missiva. La sua presenza, cos vicina, gli mand un brivido di disagio lungo la schiena.
S,  perfetta cos. Niente esortazioni retoriche: un taglio
netto, deciso, che non lasci spazio a discussioni.
La voce di Ubaldini era strana. Ottone si volt a fronteggiarlo:
sulle sue labbra c'era un sorriso predatore, che in quei mesi non aveva mai scorto.
Gli occhi grigi s'abbassarono sui suoi, il ghigno s'allarg.
Gli parve che quelle iridi di ghiaccio gli congelassero il cuore.
Bene, padre Visconti, bene. Ora chiudete la missiva con una delle formule ufficiali di Federico Secondo, che abbiamo
in archivio. Poi ripiegatela nel modo che vi ho mostrato
e usate il falso sigillo imperiale.
Ottone fece quel che gli era stato ordinato. Aveva un sibilo fastidioso nelle orecchie, e gli pareva di essere uno di quei bizzarri automi, azionati da leve e contrappesi, in movimento ma senz'anima.
Le sue mani tremarono quando pieg la candela, versando cera bollente sui lembi accostati della lettera. Sul cerchio giallo impresse il sigillo con l'imperatore Federico Secondo assiso in trono, con scettro e globo nei pugni. Vi soffi sopra.
Ho finito.
Ubaldini gli sfil la missiva dalle mani. Se la rigir tra le dita, ne annus i bordi, s'affacci al sole per scrutare il sigillo sulla cera. Bene, bene! Neanche il compilatore originale potrebbe distinguerlo. Manca solo l'ultimo tocco.
Stropicci un poco i bordi della pergamena e la lasci cadere
nella pozza di fango fuori dal padiglione. La raccolse, spazz il grosso del sudiciume e l'asciug nella falda cremisi dello scapolare. Ostasio!
In un battito di ciglia, l'ombra del chierico coadiutore copr il sole che filtrava nel padiglione. Il Cardinale gli allung la lettera e una fiasca di vino, e s'accost a parlargli sottovoce.
Ottone ripose tutto nell'anta dello scrittoio, s'alz e attese
in piedi che il prelato terminasse i suoi intrighi.
Come conveniva affrontare il discorso? Meglio andarci cauti. Non doveva accusare Ubaldini o prenderlo di petto:
se il Cardinale avesse voluto, avrebbe potuto annientarlo
con un semplice ordine. Per sant'Ambrogio: forse l'avrebbe fatto uccidere in ogni caso, per proteggere i segreti
di cui l'aveva messo a parte in quei nove mesi. Poteva farlo davvero: quell'uomo era il demonio incarnato! Aveva
appena ammazzato un innocente senza batter ciglio, cosa gli avrebbe impedito di farlo anche a lui? Probabilmente
non era la prima volta che spegneva una vita. Avrebbe
gestito la sua scomparsa come ogni altra cosa, con un misto di silenzi eloquenti e mezze verit.
Ottone si pass la manica sulla fronte madida.
Chiss, forse sarebbe circolata la voce che era morto di febbre, oppure che era stato inviato a risolvere un problema
urgente in qualche remota diocesi, da cui non sarebbe pi tornato. Accadeva abbastanza spesso, era una bugia credibile. N Agnese n i Visconti avrebbero mai avuto una tomba su cui piangere e pregare per la sua anima.
Ma non poteva andare avanti cos. Non sarebbe stato complice ancora di quel Satanasso falso e assassino. Oh, santa Vergine! Se solo avesse avuto pi tempo per preparare
il discorso. Era nelle mani di Dio padre onnipotente.
La luce aument nella tenda: Ostasio era stato di nuovo inghiottito dal pomeriggio.
Il Cardinale s'avvicin a passi composti e lo guard in viso. Siete molto pallido, padre Visconti. Sarete impaziente
di parlarmi, immagino. Mi domando se vi rendiate conto dell'enorme atto di bene che io e voi abbiamo appena concluso.
B-bene? La lingua di Ottone s'impigli. Schiar la gola. Abbiamo falsificato una lettera ufficiale. Ci siamo macchiati di contraffazione e spergiuro. Ottone si morse la lingua. Che gli era saltato in mente? E meno male che non doveva prenderlo di petto! Le parole gli erano venute da sole: un panico freddo artigli la sua mente e spense la favella.
Sedetevi, per carit! Ubaldini gli mise una mano sulla
spalla e lo spinse con fermezza sulla sedia. Balbettate e siete livido. Suvvia, prendete fiato con calma.
Bench fosse senz'altro una premura studiata, Ottone non riusc a non sentirsene confortato. Abbass gli occhi e respir. Io... Eminenza, i-io...
Voi siete confuso. Lo capisco: noi siamo uomini di Dio, eppure ci macchiamo di azioni turpi. Ora vi far una domanda cruciale; ascoltate bene e cercate di afferrarne il senso. Ubaldini lo strinse per un istante, poi ritir la mano
e and a sedersi sul baule, accanto alla scodella del pranzo, il volto tirato dalla concentrazione. Davvero  etico da parte nostra limitarci a pregare? Pensateci bene.
Davvero possiamo aspettarci che Egli, l'Altissimo, agisca in base alle nostre richieste e ai nostri capricci? Sarebbe
un atto di assoluta superbia. La verit  che su questo mondo, la longa manus del Padre siamo noi. Noi siamo l'aiuto che egli invia quando i sofferenti pregano. Gli affari
terreni, la politica, il denaro, finanche la guerra: siamo noi a doverci occupare di tutto ci. Solo attraverso il controllo
possiamo mettere in pratica il Suo santo volere e salvaguardare le anime delle genti.
Il cuore di Ottone martellava, la lingua era pi asciutta di un sacchetto di sabbia; Ubaldini raccolse la scodella, cammin fino al tino dell'acqua e si chin a immergerla.
Non possiamo limitarci a osservare la realt, padre Visconti.
Noi ne siamo responsabili. E chi meglio sa muoversi
e governare gli affari terreni, pi utile sar al disegno del Signore.
Ottone prese fiato. C'era della scivolosa profondit, in quel discorso. Eminenza, sussurr quelli che noi commettiamo
sono peccati mortali. Come possiamo esser d'esempio
per i laici, macchiandoci di simili nefandezze?
Il porporato strofin la scodella nell'acqua.
La vostra bont vi fa onore, disse con indulgenza
ma, nonostante i passi in avanti che avete fatto, ancora non avete dissipato l'ingenuit che vi incatenava al fallimento.
Nulla pu rimanere intentato per adempiere al volere di Nostro Signore, padre Visconti. Nulla  lecito tralasciare, perch questo  il bene supremo. Se noi dovessimo
mentire e peccare mille volte affinch venga il Regno
di Cristo, non sarebbe forse un fardello da portare con orgoglio?  una forma di martirio, se ci pensate bene.
Accettare il peccato su di s, per alleviare le sofferenze del mondo. Non sareste disposto a fare un simile sacrificio?
Bench in contrasto con molta della letteratura patristica
e canonica, le parole del Cardinale avevano uno sgradevole
retrogusto di verit. Ma era senz'altro un trucco.
Stava solo sviando la sua attenzione dalla gravit di quel che era appena accaduto: non glielo avrebbe permesso.
Voi avete ucciso un uomo.
S.  il prezzo che ho dovuto pagare. Ubaldini prese uno strofinaccio. Ma in cambio, ho ottenuto la conoscenza
necessaria a impedire un massacro.
Balle!
C'era della malignit, nell'agire del Cardinale. Nei mesi al suo fianco non aveva mai scorto altro che cinismo, inflessibilit e assenza di scrupoli, ma sotto quella crosta di distacco non poteva che nascondersi un gusto perverso nell'infliggere sofferenza. E ditemi, cosa contate di fare con l'altro messaggero? Viaggiava insieme a quel povero disgraziato. Interrogherete anche lui?
Scapper.
Ottone aggrott le sopracciglia. Che significa?
Il prelato asciug la scodella con gesti lenti e precisi.
Entro due ore evader dalla gabbia per una distrazione del carceriere offuscato dal vino e con la complicit di un confessore troppo misericordioso. Il prigioniero si salver cos dalla morsa dello scellerato Ubaldini, e riuscir persino
a recuperare la sua bisaccia. Padre Ostasio  un eccellente
attore, non si far scoprire. Prima che faccia buio, l'evaso varcher le porte di Forl.
Un lampo di comprensione attravers la mente di Ottone.
E nella sua bisaccia, al posto della missiva dell'imperatore,
ci sar quella che ho appena scritto.
Corretto. Il disegno  molto pi articolato, ma il nocciolo  questo.
Una scarica di brividi gli pass lungo la schiena.
Era un idiota. Non aveva scorto il dipanarsi dell'astuzia ordita da Ubaldini, bench ce l'avesse proprio davanti agli occhi. La rabbia gli aveva accecato i pensieri. In questo
modo, disse i forlivesi non penseranno che sia un falso. Una volta convinti che la loro citt sia rimasta isolata,
e compreso che i soccorsi non arriveranno in tempo, capitoleranno.
Ubaldini ripose la scodella asciutta nel baule. Cos la
volont del Santo Padre sar compiuta, con il minimo dispendio possibile di vite umane. Ecco fatto. Chiuse il coperchio e congiunse le mani; il suo sguardo s'era addolcito. Ottone era senza fiato.
Per la verga di Ambrogio. I suoi preconcetti da pretucolo
di bassa lega gli avevano impedito di vedere ci che stava in bella evidenza.
Una vita era sacra, certo; ma lo erano anche le molte che in quel modo erano state risparmiate. Si trattava di aritmetica. Brutale e cinica, ma pur sempre inoppugnabile
per una persona d'ingegno.
Invece che dare l'assalto alle mura di Forl e annaffiare di sangue le strade e il contado, avrebbero sciolto la sua resistenza con un costo minimo.
Ubaldini non aveva torto. La verit era che operava e cogitava a un livello di efficienza superiore, che trascendeva
i precetti formali della Chiesa e le buone regole di condotta
degli uomini comuni. Quella che gli era apparsa come malvagit non era che la parsimoniosa lucidit dei magnanimi, coloro che si assumevano la responsabilit del potere senza lasciarsene sedurre n travolgere.
La sua prospettiva s'era ribaltata.
Il volere di Dio veniva prima di qualsiasi cosa, incluse le convinzioni dei semplici e la ritrosia verso certe azioni.
Andava fatto ci che era necessario, nel rispetto della vita altrui e degli interessi della Chiesa. E se qualcuno doveva macchiarsi l'anima, era giusto che fossero loro.
S, decise. Anche lui avrebbe portato sulle proprie spalle
il peso dei peccati, affinch non ricadessero su altri.
Che uomo fuori dal comune, il Cardinale. Grazie a lui, iniziava a scorgere il mondo sotto una luce nuova.
Chiss cos'altro avrebbe imparato negli anni a venire.
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CAPITOLO 25.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Vento sulla rocca. Il giorno della battaglia, luned 2 aprile 1263. Arona, Lago Maggiore.
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Ottone spron il sauro e torn al galoppo verso la salita sassosa che conduceva alle fortificazioni. Dietro di lui risuonava
il rombo degli zoccoli di Baldo e di altri del suo schieramento.
Raggiunte le mura pi esterne, grid agli spalti: Che succede? Chi ha suonato il corno?.
Non ci fu risposta.
Preoccupato, prosegu fino al Serrone: era aperto e sguarnito. Dove diavolo erano tutti? Precedetemi all'interno,
soldati! url; stavolta non avrebbe rischiato. Attese
che una decina di militi lo superassero al galoppo, poi fece un cenno a Baldo e attravers con lui. Sfianc il castrone
sulla salita tra la cinta esterna e quella intermedia, con i posteriori degli altri cavalli che ondeggiavano davanti
a lui, coperti di gualdrappe ferrate. Sugli spalti sopra la seconda porta, due balestrieri alleati confabulavano con aria preoccupata.
Ohi, lass? Che  successo?
Uno dei due si chin tra le merlature. Ne sappiamo quanto voi, eccellenza! Pare ci siano problemi alla Rocca.
Noi siamo rimasti quaggi di vedetta, gli altri son saliti a vedere.
Allora sarebbe andato anche lui. Varc la seconda porta e diede di speroni.
Sull'ampio declivio tra la cerchia mediana e quella interna,
dove aveva tenuto il discorso d'incoraggiamento, giacevano una ventina di militi a torso nudo: alcuni erano senza sensi, altri si contorcevano tra i gemiti. Donne e servi di palazzo li accudivano e si aggiravano con brocche d'acqua e stracci.
Non c'erano cos tanti feriti, quand'era sceso ad Arona con Baldo. Li aggir e spron il suo castrone verso porta delle Hore, che s'apriva sul cortile interno e sulla Rocca vera e propria. Un difensore trascinava per le ascelle un compagno caduto, a cui mancava uno stivale. Davanti alla porta, quattro soldati si aggiravano con le lance in pugno, pallidi e con le labbra tirate.
Ottone smont a fatica da cavallo, s'apprest al pi vicino e gli abbranc la sopravveste: Che sta succedendo?
url nei fori del metallo. Perch le altre cinte sono sguarnite?
Chi ha suonato il corno?
L'uomo sbarr gli occhi, come se non avesse compreso.
Oh, sant'Ambrogio paziente! Ottone lev l'elmo. La luce l'abbagli, l'aria fresca gli solletic le guance. Che aspetti? Parla!
A fatica, il soldato socchiuse le labbra: I... milanesi, eccellenza. Sono nella Rocca!.
Ottone si sent mancare. Moll la presa. Il soldato barcoll e corse via.
I milanesi nella Rocca? Impossibile. L'assedio alle porte inferiori era stato respinto, l'aveva visto coi suoi occhi.
Anche la mischia nel bassopiano volgeva a loro favore, da quel che aveva visto tra le ville fuori Arona.
Che fosse stata una manovra diversiva?
Possibile che i Torriani non avessero l'intero esercito ad attaccare da meridione, com'era sempre parso scontato?
Che qualcuno avesse aggirato la Rocca per prenderli alle spalle?
Nel cortile pi interno risuonarono grida e clangore di spade. Non c'era dubbio: l qualcuno combatteva. Una vertigine lo fece barcollare sulle ginocchia.
Quant'era grave la situazione? Cielo, doveva agire!
Cosa bisogna fare, Baldo?
Il nipote gli rivolse uno sguardo smarrito. Non ne ho idea!
Si guard attorno: accanto all'abbeveratoio, i cavalieri che erano entrati prima di lui si aggiravano nervosi in sella,
scrutando il profilo merlato della cinta interna.
Voi! disse Ottone. La Rocca  sotto attacco. Se la perdiamo non avremo pi dove accamparci e sar la fine.
Qualcuno corra ad Arona a richiamare l'esercito: che tornino
qui subito!
Uno dei nobili salt in sella lesto come un capriolo e lanci il cavallo gi per la discesa. Gli altri smontarono e legarono le briglie ai pali di una tettoia.
E ora?
Le difese, sussurr la voce di Ubaldini nella sua coscienza.
Doveva riorganizzare gli uomini e cercare di mettere
al sicuro la Rocca. Ma prima doveva farsi un'idea pi chiara della situazione. Quel luogo era pericoloso; si sentiva
vulnerabile, l. Infil di nuovo l'elmo sulla cuffia imbottita
e umida: il suo peso gli diede un briciolo di conforto.
Vieni, Baldo, scortami.
Obbediente come sempre, il nipote si rimise l'elmo e si piazz davanti a lui con lo scudo alzato; gli altri guerrieri gli si strinsero su ogni lato in drappello difensivo. Avanzarono cauti verso la torre di Santa Maria. Collocata nel circuito interno delle mura, dalla sommit si vedeva sia dentro la Rocca che l'ampia piazza d'armi, oltre che un tratto di bosco
sul versante settentrionale del promontorio: da l sopra avrebbe potuto osservare la situazione nel cortiletto interno.
La porta alla base della torre era spalancata; nel buio al
suo interno, le assi dei gradini cigolavano di passi rapidi e pesanti. Il cuore di Ottone prese a pulsare nella pappagorgia.
Il nemico era gi l? Entrate prima voi disse, con la gola secca. Si scost per lasciar passare i militi; incespic nei suoi stessi piedi, perse l'equilibrio. Il soldato alla sua destra lo cinse con il braccio ferrato e lo sostenne.
Dannato usbergo.
Arriva qualcuno. Baldo si piazz a gambe larghe davanti all'accesso della torre.
Il buio sput la figura di Squarcino Borri, spada in pugno e faccia lorda di sangue.
Squarcino!
Il suo luogotenente si strofin il viso con la manica ferrata
e strinse gli occhi. Ser Baldo? Eccellenza? Abbass la spada. Via di qui, presto. Ottone non se lo sarebbe fatto ripetere. Spinse via il soldato e s'affrett al sicuro nel piazzale d'armi.
Che  successo, Squarcino? Chi ha suonato il corno?
Io, mio signore. I milanesi han fatto breccia, guidati dal marchese Pelavicino.
Ottone si sent mancare. Dunque, era vero. E come?
Devono aver navigato il lago stanotte, con le tenebre.
Durante l'attacco alle fortificazioni, hanno raggiunto la rocca dalle pendici settentrionali, dove non prestavamo attenzione.
Merda. Una strategia efficace, nella sua semplicit. Perch
nessuno dei suoi generali ci aveva pensato?
E il presidio che avevo ordinato di lasciare al porto?
Immagino sia ancora l.
Che vuoi dire?
Non hanno ingaggiato battaglia all'approdo; se cos fosse avremmo udito il corno da laggi. No, devono essere
sbarcati pi a settentrione, aggirando tutte le vedette.
Credo fossero al corrente della mulattiera nascosta che collega la Rocca al bosco dietro il porto. Senza clamori
hanno raggiunto la porticciola segreta, l'hanno sfondata e sono entrati direttamente nel cortiletto. Quando ci siamo accorti che qualcosa non andava, gi met degli edifici della Rocca era in mano loro.
Come ti sei ferito?
Dopo aver suonato il corno, ho tentato l'assalto con Simone da Locarno e gli uomini della guarnigione. Ne abbiamo
abbattuti diversi, ma non eravamo abbastanza. I
miei uomini migliori sono stati uccisi o catturati, incluso Simone. Ira e frustrazione gli ruppero la voce per un momento.
Non so quanti nemici siano rimasti all'interno, ma di certo pi di noi. Sono riuscito a malapena a portare in salvo la vostra corte e i servitori, in attesa che voi riusciste
a tornare con l'esercito.
Ottone si tocc le gote coi guanti di fredda cotta di maglia.
La situazione era peggiore di quanto temesse. I della Torre li avevano fregati con una manovra astuta, e se ora fossero riusciti a chiuderli fuori dalla Rocca, dov'erano custodite le vettovaglie e il tesoro necessario alle paghe, la vittoria sarebbe stata loro. Ottone strinse il bordo della scarsella e gett un'occhiata al muraglione bombato della cinta interna: ora appariva sinistro, enfio come una pustola
da cui i soldati Torriani potevano spurgare da un momento all'altro.
Squarcino, hai studiato questo posto meglio di me...
Ti do pieni poteri. Disponi gli uomini dove credi, nei punti
di passaggio, nelle strettoie, ovunque pochi possano resistere
contro molti. Non lasciare che si barrichino. L'esercito
arriver tra poco: se riescono a chiuderci fuori, non avremo pi quartiere e la sventura caler su di noi.
Il luogotenente fece un cenno e si volt.
Un'ultima cosa! gli grid dietro Ottone. Questa torre  sicura?
Per ora s, eccellenza rispose quello, senza voltarsi.
Ottone fece un cenno ai nobili: Scortatemi in cima.
Attenderemo le truppe da lass.
Porto su le vostre insegne, zio. Baldo s'avvi verso il castrone. Cos i nostri uomini le vedranno sventolare dal parapetto e capiranno che siete al loro fianco.
Una morsa strinse il cuore di Ottone; in quel modo, anche i nemici avrebbero conosciuto la sua posizione.
No, Baldo, lascia tutto quaggi.
Suo nipote parve perplesso. Ma perch? Sar di grande
sprone per l'ardimento.
Perch ho deciso cos, razza di fesso sbrait.
Il cruccio aggrott le ciglia del nipote, che abbass la testa senza rispondere.
Forza, di sopra borbott Ottone al resto della scorta.
Segu i loro mantelli nobiliari nella pancia buia del torrione,
su per i gradini. L'elmo era diventato un torchio, che gli stritolava le tempie e la fronte. Ma non se lo sarebbe levato per nessun motivo: aveva gi corso molti rischi, s'era
esposto fin troppo per la causa. Certo nessuno avrebbe potuto recriminare alcunch. Ubaldini una volta aveva detto che la prudenza  la virt di chi sopravvive.
La sommit della torre era un quadrato che puzzava di pece e liquami, con pile di sassi ammonticchiati dietro le merlature e un calderone quasi vuoto che borbottava sul fuoco morente.
Ottone s'affacci sulla piazza d'arme. Sotto i camminamenti
sospesi, le tettoie delle stalle correvano lungo le mura, tra i quartieri dei soldati e la strozzatura verso l'interno
della rocca, dove Squarcino abbaiava ordini ai militi
ancora sani. A sinistra, la discesa digradava verso il porto militare col suo accesso alle mura, inviolato e deserto;
sulla destra, invece, le due cinte murarie si snodavano sul fianco del promontorio, verso il borgo a meridione.
Gli uomini, l sotto, si muovevano come scarafaggi frenetici.
Per quanto distanti, bandiere e sopravvesti permettevano
di riconoscere almeno i capitani: venti e pi cavalieri
Pirovano stavano risalendo il serpentone fortificato.
Tieni duro, Squarcino! I rinforzi stanno arrivando...
Non ebbe finito di parlare, che nel cortiletto interno si radun una fila di armigeri in giallo e nero, con lo stemma della Torre. Puntavano al portone: volevano chiudersi nella Rocca!
Ottone colp la merlatura con il pugno ferrato. Anche loro dovevano aver scorto i Pirovano in arrivo. L'ira del Cielo v'abbatta! grid.
Gli uomini di Squarcino spianarono le picche, ma pi d'uno si guard attorno e prese ad arretrare verso la piazza
d'armi.
No! si sgol Ottone. Tenete la posizione! Animo, animo, i rinforzi sono quasi arrivati!
Niente da fare. Non lo udivano e non lo vedevano. Forse
avrebbero veduto sventolare la bandiera con le sue insegne,
ma ormai per quell'idea era troppo tardi.
Gett uno sguardo verso il borgo: la cavalleria era quasi
al secondo reposino, macinava terreno come se volesse divorarlo con gli zoccoli. Gi ai piedi del colle, un altro distaccamento alleato galoppava su per il sentiero.
Dannazione: dalla torre non si vedeva la porticciola segreta,
e le chiome folte dei castagni nascondevano la mulattiera.
Non c'era modo di capire se i nemici continuassero
a salire nella Rocca. Avrebbe fatto meglio a mandare un distaccamento ad aggirare l'intera altura, cos da tagliare eventualmente la strada ai nemici in arrivo dal versante settentrionale. Non ci aveva pensato, e anche per quell'idea,
ormai, era troppo tardi.
I della Torre erano quasi alla porta. Squarcino scagli una lancia contro la muraglia di scudi, sfoder la spada e si gett alla carica. Tre degli uomini lo seguirono, gli altri rimasero l impalati a guardare.
Codardi! grid Ottone, e s'affacci di nuovo verso il fondo della discesa: i Pirovano erano finalmente arrivati.
Presto, fate presto! url, bench sapesse che il frastuono
divorava le parole. Le froge delle cavalcature schiumavano
per lo sforzo. Ma... che facevano i loro cavalieri?
Rallentavano? Era per non travolgere il drappello di codardi
che s'erano sottratti allo scontro? Ma dannazione, a quella maniera perdevano tempo e slancio!
Squarcino cadde sotto una sassaiola. I tre che l'avevano seguito furono travolti dalla marea gialla e nera, guidata da un condottiero dal fisico massiccio, che gridava ordini a destra e a manca. Doveva essere il comandante dell'esercito
milanese, quel dannato Oberto Pelavicino, veterano delle campagne di Federico Secondo. Appena pi indietro riconobbe
i ricci neri di Napo della Torre, e lo stomaco gli si strinse in una morsa. Quel bastardo combatteva come un leone.
Gli armigeri Torriani sciamarono attorno ai battenti; lo stridio dei cardini sovrast il rombo della battaglia. Il portone
si richiuse con un tonfo.
Ottone picchi un pugno sulla pietra chiara del parapetto.
Il Diavolo vi prenda tutti!
I soldati a cavallo si mescolarono a quelli appiedati, s'accostarono, interrogarono. I cavalli sbuffarono, spumarono,
si mossero in cerchio.
Oh no, zio, hanno serrato il portone.
Bene, lo vedo.
Cosa si fa?
Scendere? Riportare l'ordine tra le sue fila, mostrarsi agli uomini, incitarli a scavalcare le mura della Rocca? Futile.
La cinta interna era impervia, e lui stesso aveva disposto
la distruzione di qualunque oggetto potesse agevolare un assedio, qualora i nemici avessero raggiunto la piazza d'arme. E poi la cavalleria dava il meglio negli spazi aperti.
Avrebbero dovuto attendere la fanteria, che ancora non si vedeva nemmeno ai piedi del colle. Ma quanto ci mettevano?
Ormai la rocca era persa! Ecco che il primo stendardo
giallo e nero stava gi sventolando sopra la porta delle Hore.
Ottone s'accorse di tormentarsi il polso, coi guanti di cotta di maglia.
Un secondo muggito di corno si lev dal borgo di Arona.
Una richiesta d'aiuto anche dai soldati rimasti in campo aperto? Stava accadendo qualcosa anche laggi?
Che accade, zio?
Accade che i milanesi sono troppo forti ed esperti, e che i miei generali stanno fallendo nel loro compito.
La sventura  su di noi, dunque.
Ottone represse l'impulso di colpire suo nipote. A nulla
sarebbe servito, doveva decidere cosa fare adesso. Tentare
il tutto per tutto, sperando in una fortunosa e improbabile
vittoria? Oppure limitare le perdite e ritirarsi in attesa di un'altra occasione?
Gli torn in mente lo scontro di tanti anni prima vicino al Seveso, con quegli stessi uomini che ora erano i suoi alleati. Quella volta aveva gettato al vento la prudenza e s'era lanciato in un duello con scarse probabilit di vittoria,
convinto che la sua sola volont e la buona sorte avrebbero fatto la differenza.
Non avrebbe ripetuto quell'errore adolescenziale.
La battaglia  persa. Voleva suonare determinato, ma il tono gli usc roco. Ma abbiamo perduto uno scontro soltanto, tra i molti che ci saranno. La vittoria sar infine nostra; cediamo dunque il campo e riorganizziamoci. Risparmiamo
il sangue e tratteniamo la furia, torneremo a combattere un'altra volta.
Stava giustificando la sua decisione a Baldo, oppure a se stesso?
Non lo sapeva neanche lui.
Col petto gravato da un fardello, come se lo stesso cuore
avesse messo l'usbergo, Ottone inforc le scale per scendere e fuggire dalla torre ormai condannata.
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CAPITOLO 26.
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NAPO DELLA TORRE.
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Preda di guerra. Due mesi dopo la battaglia, marted 5 giugno 1263. Palazzo della Torre, Milano.
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Il cigolio della catena, mentre issavano la gabbia del prigioniero, vibr dentro le articolazioni di Napo. Strinse i denti. Era orribile, ricordava lo stridio delle unghie sull'ardesia con cui suo padre, da ragazzo, lo puniva quando
sbagliava un nome dall'albero genealogico dei della Torre.
Ma non poteva farsi rovinare il momento del trionfo.
S'affacci dal balcone loggiato e rimir la preda di guerra, il suo personale premio di consolazione per la fuga di Visconti.
Eccolo, il leggendario Simone da Locarno, che anni prima aveva catturato re Enzo in persona: nonostante tutte
le cinghiate che gli aveva dato dopo la cattura, il campione
elvetico se ne stava in piedi nella gabbia che saliva oscillando, con le mani strette alle inferriate.
L'aveva catturato lui stesso, al culmine della battaglia ad Arona. Gli aveva strappato via l'armatura, aveva gettato
le vesti blasonate nel fuoco e l'aveva lasciato con solo un paio di braghe a coprirgli le pudenda.
Francesco appoggi gli avambracci sulla balaustra di legno
intagliato, l accanto. Quel bastardo elvetico fa meno paura
ora che se ne sta l appeso. Non sarai stato troppo
crudele con lui?
Troppo crudele? Ha ammazzato due dei miei soldati migliori.
Per prenderlo a calci e frustate per tutto il viaggio di ritorno non pare averlo domato.
Napo poggi i pugni sulla pietra della balconata. Vedrai
che la gabbia lo piegher. Il tempo piega tutti.
Francesco gli tocc il braccio e si volt verso la scala che scendeva dal loggiato. Avvolto di regali sete scarlatte e con un cappello ingioiellato degno del doge di Venezia, loro cugino Filippo saliva i gradini, scortato da un trombettiere.
Francesco gli cedette il posto alla balaustra e sorrise.
Pronto per il discorso trionfale al popolo?
Pi che pronto, cugini cari.
Napo si scost e incroci le braccia.
Filippo a quel trionfo aveva contribuito poco o nulla, ma era pur sempre stato scelto lui come capo della casata, dopo la morte di Martino l'anno precedente. Questo lo rendeva di fatto il signore di Milano, bench non ne avesse
la stoffa.
Uno squillo della tromba sovrast il vociare della strada;
passanti e bottegai alzarono i visi verso il loggiato.
Filippo sollev entrambe le braccia. Osservate il valoroso
Simone da Locarno, milanesi! Quanto  caduto in basso, da quando spalleggia i traditori Visconti. Come vedete,  ridotto come un volgare brigante. Questa  la fine che...
Un colpo di tosse interruppe il discorso; Filippo si batt
una mano sul petto e riprese: Questa  la fine a cui sono destinati tutti coloro che.... Un altro rantolo lo fece sfiatare. Si pul le labbra con un fazzoletto e riprese ancora:
Coloro che combattono contro di noi!.
Nel silenzio della folla, un infante strillava.
Una scarica violenta di tosse fece piegare in due il cugino
di Napo, che artigli la balaustra e arretr col busto.
Napo scatt a sorreggerlo. Filippo, per le corna del demonio, stai bene?
Non  niente. Aveva il viso congestionato e la voce arrochita; diede un altro paio di colpi e si raddrizz. Devo
aver preso freddo... dannazione, cos mi  impossibile parlare ad alta voce. Vorresti continuare tu il discorso, Napoleone?.
Lo stupore gli allag i pensieri. Vuoi che prenda il tuo posto?
Filippo annu. Scaldali per bene, so che ne sei capace
la sua voce si arroch di nuovo. Arretr e s'appoggi a Francesco.
Napo avanz fino al bordo del loggiato aggettante. Da l si aveva una vista privilegiata sulla semplice facciata di Santa Maria in Solanolo, una chiesa come piaceva a lui, squadrata, con pochi fronzoli e religiosi con la testa sulle spalle. Il cortile cintato davanti alla basilica era colmo di curiosi col naso per aria, e persino il solito via vai dei banchi
sotto i porticati di l della piazza s'era congelato come un gregge di pecore sorpreso dalla grandine.
Centinaia di occhi gli puntavano addosso. Era il suo momento,
finalmente: un vigore rinnovato gli arse nel petto.
Raddrizz la schiena, allarg le braccia sulla balaustra levigata e prese fiato.
Guardatelo, gente! Punt l'indice verso Simone da Locarno. Osservate questo miserabile, perch questa  la fine che fanno coloro che osano sfidare Milano!
La gente, di sotto, lo ascoltava con gli occhi spalancati.
Non lasceremo che l'usurpatore del seggio vescovile, quell'Ottone Visconti, allunghi le mani su questa gloriosa citt. La nostra citt! Non lasceremo che la libert del popolo
di Milano venga calpestata da una rivolta di banditi e cani rognosi!
Napo stacc a fatica le mani dalla balaustra. L'aveva stretta cos forte che le sue unghie avevano inciso mezzelune
nel legno.
Siamo noi Milano! Noi. E non ci lasceremo sconfiggere.
Perch insieme, tutti insieme, siamo invincibili!
Voci di sostegno si levarono dalla folla.
Napo torn a indicare Simone. E ora guardatelo di nuovo questo verme putrescente, della peggiore feccia elvetica.
Potrete guardarlo ogni giorno, perch lo lasceremo qua a marcire finch Dio stesso non lo scaraventer all'inferno!
Un coro pi forte risuon dalla piazza. Verdure marce e pallottole di merda equina volarono contro la gabbia sospesa. Il prigioniero si scherm il viso con le grandi braccia pallide.
Lo lasceremo qui appeso, come monito per tutti coloro
che si oppongono al volere di Dio. Questa  la fine di chi si ribella a Milano e ai della Torre!
L'urlo in strada fu assordante come una tempesta. Napo rimase
lass ancora qualche istante. Era giusto che la gente lo guardasse: meritava di essere acclamato e temuto a quel modo. Si ritrasse senza un segno di saluto.
Suo fratello era sparito; Filippo lo attendeva nell'incavo
della scala a chiocciola sulla soglia del balcone, in penombra.
Ben fatto, Napo. Il cugino aveva il volto contratto
come non mai. Non avrei saputo scegliere parole migliori.
Ho il sangue di Pagano della Torre. Piuttosto, la tua tosse?
Il cugino si scherm con un gesto della mano. Sto gi molto meglio. Piuttosto, accompagnami, dobbiamo discutere
di importanti questioni. Tuo fratello ha visto qualche
bel paio di poppe tra la folla e m'ha lasciato qui da solo.
Napo sorrise. Francesco non se ne fa mai sfuggire una,  sempre a caccia. Gli porse il braccio, Filippo vi si appoggi
e scese con lui la breve scalinata di pietra che sbucava
nel corridoio degli arazzi. Il lungo tappeto di Persia attut il rumore dei loro passi lenti.
Di che volevi parlarmi, Filippo?
Dopo la vittoria ad Angera, il marchese Pelavicino ha ricominciato ad avanzare pretese. Tu che hai militato con lui, Napoleone, che opinione ti sei fatto?
Napo avvamp. Penso che sia un tronfio arrogante.
Filippo si tossicchi nel pugno e lo guard di sotto in su. Ora l'ho lasciato ad Arona a difendere il presidio, ma sono preoccupato. La sua ultima lettera di richieste non m' piaciuta. Presto scadr il suo mandato come capitano del popolo di Milano, e vuole farselo rinnovare nonostante
sia contro le leggi.
Cacciamolo, allora! Ormai la guerra  vinta, non ci serve pi.
Non  cos semplice. Filippo gli tir il braccio e si ferm davanti all'arazzo della Cacciata dall'Eden. Il marchese
ha molti sostenitori, sia a Milano che fuori. Inoltre, oltre a essere un valido condottiero, dispone di una forza militare cospicua. Raschi con la gola in cerca d'aria, prima
di riprendersi. Liberarcene senza avere prima chiara un'alternativa indebolirebbe noi e rafforzerebbe i Visconti.
Le sue parole suonavano avvedute. Forse l'aveva un poco sottovalutato.
Allora ammazziamolo e teniamoci i suoi uomini. Una tua parola e gli pianter un pugnale nella gola, e rimarr a fissarlo finch quel grugno guercio diventer blu.
Filippo abbozz un mezzo sorriso.
Assassinare il Pelavicino ci metterebbe ulteriormente in cattiva luce agli occhi del papa. Se lo ammazziamo, rischiamo
che la nostra scomunica non venga mai revocata.
Napo tagli l'aria con la mano. Svegliati, cugino.  proprio
il papa, il problema. Prima nomina arcivescovo quel verme del Visconti, poi ci scomunica... questa guerra l'ha iniziata lui, non ci appogger mai.
Filippo sorrise. I papi non durano mai molto. Sono sicuro
che il suo successore sar pi ragionevole... Quel che
dobbiamo fare adesso  sostituire il Pelavicino nella carica di capitano del popolo e generale delle armate di Milano.
Napo alz un sopracciglio. Sostituirlo con chi?
Con qualcuno che sia gradito al prossimo papa, ovviamente.
Qualcuno di talmente potente da far strisciare di corsa le bisce Viscontee nel fango da cui sono uscite.
Da come ne parli, scommetto che hai gi in mente qualcuno.
Carlo I d'Angi.
Lo sbalordimento gli incepp la mente per un lungo istante. Il fratello del re di Francia?
Una nuova raffica di tosse squass Filippo. Napo attese che si riprendesse; quella rivelazione gli aveva fatto tendere
le corde dei muscoli al punto che un bardo li avrebbe potuti suonare.
Suo cugino si port di nuovo alla bocca il fazzoletto.
Ho da poco saputo che papa Urbano  quartoha scomunicato re Manfredi. Il nuovo sovrano di Sicilia  ora Carlo D'Angi,
e questo significa che presto scender dalle terre franche
a reclamare il suo dominio. Passer per la Lombardia, e quella sar l'occasione perfetta per investirlo capitano del popolo di Milano, ovviamente a titolo onorifico.
Napo si gratt la testa. Sar sufficiente a renderlo nostro alleato?
Certo che no, ma getter le basi della diplomazia. Al resto penser Accursio Cutica.
Quel pelato di Castagnate che hai messo a Como come vicario?
 un buon politico, e mi fido di lui come di me stesso.
Lo mander in Provenza a condurre le trattative tra la nostra famiglia e la corona di Francia. Tra le quali, una avr particolare importanza: il tuo nuovo matrimonio.
Il cuore di Napo balz in gola. Dovrei sposarmi di nuovo? E con chi?
C' una nobile provenzale che sarebbe la scelta ideale.
Proprio ora che iniziavi a piacermi, Filippo. Napo prese fiato e s'impose di stare calmo. Lo so che i matrimoni
sono una componente importante delle politiche di casata. Ma io non so proprio che farmene di una franca piagnucolosa. Quelle hanno i denti storti e la fica puzzolente.
Filippo gli strizz un occhio. Non ti ricordavo tanto schizzinoso. Si interruppe per dare un paio di colpi di tosse. Margherita non  una fanciulla da poco. Suo padre  Ugone Barrale del Balzo, signore di Provenza, visconte di Marsiglia, podest di Avignone e una sfilza di altri titoli lunga un braccio. Un altro colpo di tosse, l'ennesimo.
Lui  uno dei pi ferventi alleati di Carlo I D'Angi. Il tuo matrimonio sar l'anello che ci permetter di legarci a...
Un orrendo rantolo di tosse lo pieg in due. Merda, pareva che un falegname gli stesse grattugiando la gola da dentro. Fece appena in tempo a boccheggiare e dire con un filo di voce: Meglio che mi ritiri. Accompagnami alle mie stanze.
Napo si pass il braccio del cugino sulle spalle e lo sorresse.
Il cugino trascin i piedi fino alla sua porta.
Ora scendo a chiamarti un medico fisico.
Ma no, Napo. Gli batt sul braccio con una mano.
Piuttosto, pensa a quel che ho detto e fammi sapere se approvi il mio disegno. Per i nostri nemici questa alleanza sar una batosta da cui non riusciranno a rialzarsi. Tuo padre ne sarebbe orgoglioso.
Al pensiero del grande Pagano della Torre, Napo si sent venir meno.
Filippo alz il braccio, s'appoggi allo stipite dipinto e lo guard. Gli volevi molto bene, non  vero?
Napo spost il peso sull'altro piede. Nel tempo, un odio profondo si era intrecciato nella sua anima attorno all'amore reverenziale che provava per suo padre: il munifico
salvatore del popolo, generoso e spietato a un tempo,
l'uomo a cui Milano aveva consegnato le redini. Da tutta la vita Napo si sforzava di seguire quelle orme, ma erano tanto grandi che riempirle era stato impossibile.
Va bene, Filippo. Se  per il bene della casata, sposer quella mangiarane.
Eccellente. Sapevo di poter contare sulla tua dedizione;
per questo ho scelto te per un matrimonio tanto importante.
Quando verr il momento sarai tu, il cardine di questa famiglia. '
Un brivido di orgoglio fece rizzare i peli sulle braccia di Napo. Speriamo il pi tardi possibile, cugino.
A Dio piacendo. Filippo gli sorrise e chiuse la porta.
Si volt per andarsene, quando una pezzuola chiara sul pavimento attir la sua attenzione. Si chin a raccoglierla e la schiuse. Era il fazzoletto di Filippo. Ed era rosso di sangue.
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CAPITOLO 27.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Sangue dall'ostia. Hanno successivo alla sconfitta di Arona, mercoled 1 ottobre 1264. Convento di San Francesco a Deruta, Perugia.
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Ottone passeggiava da solo sotto i portici del chiostro, le mani giunte dietro la schiena.
Il convento di San Francesco formava tre lati di un quadrato con la chiesa di Deruta; il quarto lato, aperto, s'affacciava
sulla piazza. Ora che il trambusto del mercato s'era concluso, due porcari con mantelli di lana sorvegliavano
una decina di suini, che grufolavano tra la paglia calpestata in cerca di rimasugli di cavolo cappuccio e verdure
guaste. Davanti alla bottega del beccaio, una torma di gatti si litigava invece minugia di pecora e ossa di pollame.
C'era un precoce odore di neve; Ottone lev gli occhi al cielo plumbeo.
Era gi passato pi di un anno, dalla sconfitta di Arona.
Inutile mentire a se stesso: quel che era successo sul Lago Maggiore lo aveva segnato. S'era immaginato diversamente
uno scontro campale: non aveva compreso nulla di quel che stava accadendo, finch non era stato troppo tardi.
Tuttavia, non tutto era perduto: lui stava bene, come pure la sua famiglia; quando la disfatta era stata evidente,
anche i suoi collaboratori pi preziosi e gli alleati nobili s'erano messi in salvo con la fuga.
Persino Squarcino Borri, che aveva dato per spacciato in mezzo alla mischia alle porte interne della Rocca, era sopravvissuto; Baldo gli aveva scritto che se l'era cavata con una ferita alla testa, due dita mozzate e qualche costola
incrinata, ma dopo un mese di convalescenza nei possedimenti
viscontei a Invorio, insieme alla figlioletta, era saltato gi dal letto e s'era rimesso a radunare lance per abbattere i della Torre. Quell'uomo era fatto di ferro.
Ottone respir l'aria fredda. La cattiva stagione ormai era alle porte, e non era tempo per muovere truppe; la nuova sortita avrebbe dovuto attendere l'anno successivo, o quello dopo ancora. Non doveva avere fretta. Per lettera,
Ubaldini gli aveva raccomandato di trarre frutto dall'accaduto e meditare sui propri errori, cos da non ripeterli.
E lui ci aveva riflettuto eccome, durante quei lunghi mesi al sicuro nello Stato Pontificio.
Il motivo principale della sconfitta era stato aver sottovalutato
il generale nemico. Si trattava di Oberto Pelavicino, un
vecchio marchese alleato dei della Torre, a cui questi
ultimi avevano affidato la guida dell'esercito in virt della sua lunga esperienza militare.
Era stato un grave errore non curarsi di chi fosse il condottiero
nemico: Ottone aveva peccato di superbia, sopravvalutando
la sua conoscenza del disegno complessivo e condannando la strategia alleata al fallimento. Aveva perso, come spesso accadeva, per difetto d'informazioni.
Non sarebbe successo di nuovo.
Per tutto l'anno, aveva inviato spie e agenti in ogni angolo
dei domini Torriani. Voleva conoscere qualunque novella li riguardasse, gli uomini a loro disposizione, i loro alleati, le loro risorse. Il suo segretario aveva sborsato borse
d'argento e ricevuto pile di rapporti, per la maggior parte strampalati e inaffidabili.
Poi, la sera prima, era arrivata una lettera.
Finalmente, la svolta. Dio aveva premiato la sua tenacia e gli aveva teso la mano con un'occasione insperata!
 bello che sorridiate di nuovo, arcivescovo.
Ottone sussult e si volt: papa Urbano  quartoveniva verso
di lui sotto il portico, vestito di lana turchina e sorretto da un chierico. A quasi ottant'anni d'et, era calvo, curvo e senza pi traccia dell'uomo infaticabile che aveva girato il Mediterraneo per risolvere i guai della Chiesa. Eppure ora, nel passo svelto e nel piglio della voce c'era un'energia che Ottone non ricordava, durante la sua consacrazione arcivescovile.
Vostra santit. Fece un inchino. Il mio sorriso  cagionato
da novelle di speranza che ho ricevuto di recente.
Invero. Il pontefice si ferm al suo fianco. Sembrate No quando torn la colomba.
Ottone si chin per baciargli l'anello, ma lui agit la mano a dissipare quella formalit.
Lascerete Deruta, dunque? L'accento franco del papa
trasformava le erre in fruscii.
Ottone doveva fare attenzione: Ubaldini scriveva che, a dispetto delle apparenze, l'acume e la lucidit di quel vecchio
erano prodigiose; c'era da aspettarsi che guidasse la Chiesa per molto tempo ancora, prima che il Signore lo chiamasse a s.
Col vostro permesso, Santit, partirei domani.
Cos presto! Siete arrivato da poche settimane, speravamo
avreste passato l'inverno alla nostra corte. Perch tanta fretta?
Risposte pronte, parole chiare.
Ottone esit. Era meglio mentire o tacere? N l'una n l'altra cosa sarebbero state ottimali, con quella vecchia volpe. Si  creata un'opportunit, Padre santo. Prudenza m'impone di verificarla di persona, senza delegare ad altri,
per questo devo mettermi in viaggio.
Il pontefice lo squadr con cipiglio bisbetico. D'accordo,
d'accordo. Non vi tratterremo, anche se speravamo
vi fermaste almeno un altro giorno o due. Moll il braccio del chierico e s'appoggi al suo, proseguendo il cammino sotto il loggiato.
Domani incontrer una delegazione da Milano. I Torriani seguitano a pregarmi di sollevare la loro scomunica.
Non fosse stato per un motivo importante vi avrei pregato di rimanere.
Certo; e farsi impelagare in una bega con gli ambasciatori dei peggiori nemici?
Imploro la vostra comprensione, Santit. Ottone congiunse i palmi. Il dovere mi chiama ad Asti con urgenza
e non posso permettermi di tardare. Ci sono in gioco
migliaia di anime. Partir prima dell'alba, ma voi... ecco,
voi siete sempre candido come una colomba. Cercate di non dimenticare la prudenza del serpente, con certi individui.
Un consiglio degno di un Visconti. Il papa alz gli occhi alle volte del loggiato. Ahinoi, anche i validi interlocutori
di teologia oggigiorno sono rari. Speravamo di poter discutere con voi della festivit che abbiamo istituito
con la bolla Transiturus.
Una richiesta pretestuosa. Ottone non era un dottore della Chiesa e Urbano  quartodoveva ben saperlo: ogni volta che discettava coi coltissimi monaci e sapienti francesi della sua corte, lui faticava a tener loro dietro.
Represse il fastidio e si lasci trascinare fino ai margini della piazza, dove soffiava il vento.
L'avete letta, la bolla, Visconti? Vorremmo conoscere la vostra opinione.
L'aveva scorsa distrattamente. Sarebbe un onore passare
queste ultime ore in Umbria a discutere con voi del...
Satanasso, come si chiamava? Era facile, altisonante...
Corpus Domini.
Se l'era ricordato, ma con un'esitazione; rischiava che il
papa s'offendesse. Accennavate che questa illuminazione vi  venuta da un miracolo accaduto l'anno scorso, giusto?
Il viso di Urbano  quartosi color: Esattamente, arcivescovo!
Il miracolo dell'ostia di Bolsena. Ne avete udito parlare?.
Aveva per le mani lo scontro con i della Torre, le pie questioni erano l'ultimo dei suoi pensieri. Certamente!
Un fatto sconcertante e meraviglioso. Parole che andavano
bene per qualsiasi miracolo; c'era solo da sperare che il papa avesse pi voglia di parlarne che di fare domande.
Oh, non avremmo saputo dirlo meglio! Tenere tra queste vecchie mani il corporale macchiato dal sangue sgorgato dall'ostia per miracolo... Il suo labbro inferiore ebbe un tremito. Ha avuto su di noi un effetto profondo.
Invero, Santit, testimonio che lo Spirito Santo sembra avervi ringiovanito.
Il papa non rispose.
Attraversarono la piazza in silenzio; uno dei porcari si tolse il cappello e si crucesign con un profondo inchino.
Mai avevamo assistito a una manifestazione diretta del Divino. La voce del papa vibrava, come quella di un lussurioso
che confessi un peccato carnale. Ci ha scoperchiato
in noi una porta che era serrata da troppo tempo.
Una porta da cui si sono riversate riflessioni speciali, voi mi comprenderete.
Il pontefice si mangiava le parole e i suoi pensieri seguivano
percorsi tortuosi; decifrarne le intenzioni era impossibile;
nemmeno Ubaldini ci riusciva fino in fondo.
Ottone si limit a un respiro profondo, accompagnato da uno sguardo verso i nuvoloni.
Un gelido spillo di pioggia gli punse il naso. Oh, piove.
Meglio rientrare.
Piegarono attorno a un mucchio di paglia e tornarono verso il chiostro.
Il papa gli sfior il polso con le vecchie dita. Da quando
m' giunta voce di quel miracolo, non faccio che interrogarmi,
sapete. Sempre, anche durante le funzioni, anche mentre dormo.
Aveva abbandonato il plurale maiestatis. Era un'ostentazione
di intimit, oppure un atto involontario?
Quell'ostia sanguinante era un messaggio di Dio. Per me. Per come l'ho vissuta, sono stato io il prete a celebrare
quella funzione. Il Signore voleva che l'avessi io tra le mani.
Le gocce aumentarono. Raggiunsero il riparo della tettoia.
Il pontefice si ferm e lo fiss con aria seria. Da quando sono stato eletto, ho dovuto riorganizzare le finanze
degli stati della Chiesa e riconquistare i territori pontifici. C' stata la questione siciliana, c' stata la successione
al trono imperiale. E poi i rapporti con la Chiesa d'Oriente, coi Greci e con quei maledetti Tartari. Rughe di fastidio si raccolsero tra le sue sopracciglia. Soldi, politica,
guerre, linee di sangue da innestare. Nobili, re, imperatori,
ambiziosi d'ogni ispecie. Non ho accettato la nomina per questo, ma ho dovuto occuparmene per il futuro
della Chiesa. O almeno cos credevo.
Nel complesso il discorso suonava sincero, ma il suo scopo rimaneva oscuro.
E ora non credete pi che tali questioni siano necessarie
alla Chiesa, Santit?
Urbano  quartobatt pi volte le palpebre pesanti e mosse le labbra in silenzio, come se computasse una difficile operazione matematica. Infine, sussurr: Non siamo che polvere nelle Sue mani. Tutti quanti noi, che c'affanniamo.
Di colpo parve molto stanco. Per quanto brighiamo
e lottiamo, nulla accade se Lui non lo vuole.
Ottone annu, celando la perplessit.
Un sermone sulla fede; come interpretarlo? A che serviva,
cosa sottintendeva? Quel vegliardo giocava alla pari con Ubaldini, perci un simile discorso doveva avere altri livelli di interpretazione.
Il papa lo fiss per qualche istante, come aspettando una sua risposta. Poi gli lasci il braccio e abbass il capo.
Uh. Speravo che voi... che quel che lessi nell'evangeliario quel giorno si fosse gi... La frase divenne un biascichio incomprensibile.
La sua perplessit divenne costernazione. Quale evangeliario,
Santit? Non riesco a seguirvi.
Nulla, nulla. Dimenticatevene.
Urbano  quartoarricci il naso e fece un passo indietro, come
se avesse annusato qualcosa di rancido. S'appoggi col braccio a una colonnina dal capitello corinzio.
Dopo un istante si raddrizz. Invero, vescovo, posso immaginare i motivi che vi portano alla partenza. Il marchese
Pelavicino  stato cacciato da Milano e i vostri nemici
hanno stipulato un'alleanza con re Carlo I di Angi.
Sapevate, dunque. Ottone sorrise. Ebbene ve lo confermo:  proprio per incontrare il Pelavicino che torno
in Nord Italia. Fu lui a guidare i miei nemici nella battaglia
di Arona, l'anno scorso. Fu lui a infliggermi quella sconfitta. Ma ora che i della Torre l'hanno estromesso, tenter di reclutarlo e di sfruttare la collera di quel tradimento.
Confido che voi ci riuscirete. Il tono di Urbano Quarto
era pensoso. Il marchese non  mai stato un uomo facile, come ben sapevano i miei predecessori che lo scomunicarono.
Ma ora che il suo astro  declinato e che  solo, un'alleanza con la Chiesa gli gioverebbe. Un piccione atterr sul muretto l accanto in un frullar d'ali; il papa gli lanci un'occhiata distratta. D'altra parte, Carlo D'Angi
 un membro della famiglia reale di Francia, e il suo nuovo sodalizio coi della Torre non  certo una bella notizia
per la vostra causa.
Finalmente il colloquio s'era fatto interessante. Voi potete fare qualcosa a riguardo, Santit? Dissuadere il conte di Provenza dall'appoggiare i miei nemici?
Posso scrivergli un'esortazione, s, ma non mi sbilancer.
Sarebbe imprudente. Nonostante la disubbidienza in merito alla cattedra arcivescovile, politicamente i della Torre mi sono
ancora fedeli; non posso rischiare di alienarmeli con una
reprimenda troppo netta, o li spingerei tra le braccia dell'imperatore.
Un discorso lucido, ineccepibile e schietto. Peraltro, il pontefice aveva benignamente evitato di sottolineare che gran parte dei sostenitori aristocratici di Ottone erano ghibellini ribelli alla Chiesa.
Apprezzo la vostra franchezza, Santo Padre. La situazione  complicata.
Le questioni terrene lo sono sempre. Peraltro, vi confesso
che la venuta in Italia degli Angi  stata colpa mia.
Lo sapevano tutti. Oh, davvero?
S. Fa parte di un disegno che ordii alcuni anni fa, per mettere sul trono di Federico Secondo qualcuno che non fosse il suo bastardo Manfredi. Vista la notoria devozione dei reali di Francia, insediarne uno nel Sud Italia mi avrebbe garantito
un alleato potente nelle continue dispute coi ghibellini
dell'Impero. Poi, come sempre quando si provano a controllare gli eventi di questo mondo, le cose hanno preso una piega inaspettata e mi sono sfuggite di mano. La fuga
da Orvieto m'ha costretto a mordere ancora frutti acerbi
e... ma non era di questo che volevo discorrere con voi.
Ottone nascose l'irritazione. Quel vecchio lo confondeva.
Ubaldini aveva proprio ragione: era esasperante.
Di che si tratta, dunque?
Un'esortazione. Non apostolica, badate bene. Personale, da cristiano a cristiano.
Il papa gli prese una mano tra le sue, fredde e grinzose.
E adesso che si inventava? E cos'era quello sguardo accorato,
come un anziano padre che affidi le ultime volont al figliolo?
Ditemi, Santit.
Ecco, quel che vi raccomando, Ottone,  di affidarvi a Lui. Veramente, capite?
Sempre, Padre santo. Senza di Lui vagherei in mezzo alle tenebre.
No, no. Urbano  quartotorse la pelle floscia sul collo.
Davvero, Visconti. V'ho consacrato vescovo per i motivi sbagliati. Ma so anche che dentro di voi non siete un farabutto.
Nostro Signore ha un piano in serbo per ciascuno, questo volevo dirvi. Ricordatevelo: se  nei Suoi piani che vi insediate alla cattedra di Milano, allora accadr. E non sar per merito d'intrighi, reti d'alleanze o eserciti. L'ho detto prima e lo ripeto, non siamo che polvere nelle Sue mani. Gli occhi dell'erede di san Pietro brillavano nelle orbite infossate, come candele in fondo a caverne.
Ottone inarc la schiena per allontanare il viso.
Assurdo! Quell'uomo era sincero.
Per quanto suonasse ridicolo, il papa aveva davvero riscoperto
la fede grazie all'ostia di Bolsena. Non erano state le sue parole a dargliene la certezza, ma il tremito energico
di quelle mani d'anziano; quello sguardo, quella tensione assoluta nella voce.
Un brivido di disagio s'arrampic sulla sua schiena; il soffio freddo del vento ne dest molti altri.
Le dita deformate dall'artrite gli strinsero la mano. Ricordatevene, Visconti.
Sicuramente, Santit. Ottone si liber con garbo dalla stretta. Perdonate, ora  meglio che mi occupi dei preparativi
per la partenza.
Vai in pace, figliolo. La voce di Urbano  quartoora era serena. E abbi fede: Dio avr cura di te. Io lo so.
Grazie di cuore, Santo Padre.
Ottone s'inchin e s'avvi a grandi passi verso la sua stanza.
Le parole assurde del papa continuarono a riaffiorargli per tutto il giorno, finch fu notte fonda e il sonno lo vinse.
In sogno, quella notte, rivide il momento pi buio della sua intera esistenza.
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CAPITOLO 28.
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OTTONE CAMERLENGO.
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Coltri e forbici. Dieci anni prima, gioved 10 dicembre 1254. Ex Palazzo della Cancelleria, Napoli.
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Luccichii di sole guizzavano sul mare calmo del golfo di Napoli. Ottone prese un ultimo respiro di fragranza autunnale.
La sua pausa era gi durata troppo; si stacc a malincuore dalla finestra e torn alla scrivania.
Ubaldini gli aveva raccomandato la massima cura nella scelta delle parole: ognuna delle missive che stava stendendo
era di importanza capitale. Una frase fuori posto, un sottinteso troppo vago o un passaggio troppo brusco potevano minare l'efficacia della comunicazione. Intinse la penna nel calamaio e rimase l, con la mano sospesa sopra il vello bianco. Il peso della responsabilit gli fece tremare il polso.
Ottone! La voce di Agnese dall'altra stanza- mand in pezzi la sua concentrazione.
Ripose la penna nel calamaio, secco. Quando Ubaldini gli aveva rimediato quell'alloggio, ne era stato entusiasta: non aveva mai posseduto una camera scrittoio separata dalla stanza da letto; ma, a quanto pareva, ad Agnese quel lusso non bastava. Eppure, le aveva detto chiaramente quant'era impegnato. Diventava sempre insopportabile, nei suoi giorni del sangue.
Ottone s'allung a prendere la pergamena dove s'era appuntato i membri della corte del Cardinal Annibaldi e la srotol sul ripiano. Dunque: della sua cerchia interna facevano
parte nove consiglieri stretti e coadiutori, in gran parte membri dell'Ordine di sant'Agostino. Quale di loro era stato accusato di sodomia in Tuscia? Non ne era sicuro,
meglio controllare nel registrum peccatorum. Ciascuna di quelle missive doveva andare a segno, cos da instradare
l'elezione del nuovo pontefice come voleva Ubaldini;
era la prima volta che il suo mentore gli affidava un compito
tanto delicato, invece di occuparsene di persona.
Non poteva deluderlo. Doveva mostrarsi all'altezza.
Ottone! Mi hai sentito? Uno strillo ancora pi alto.
No, basta, cos era inutile. Ottone gett sul tavolo il registro. Se ne pent subito: il Cardinale gli aveva insegnato
a nascondere sempre le emozioni, a sotterrarle in profondit
a meno che non ci fosse un pubblico a cui comunicare
qualcosa. Quello era stato un gesto inutile, di frustrazione. Ubaldini non avrebbe mai fatto nulla di simile.
S'alz in piedi e tir la maniglia. Insomma, che vuoi? Sto lavorando!
Nella stanza da letto, entrambi i bauli erano spalancati: lenzuola, vesti e calzature erano sparpagliati sul pavimento,
sul materasso e perfino sul baldacchino: sembrava il luogo della lotta tra due tori. Al centro di quel caos c'era Agnese: s'era scorciata l'acconciatura e se ne stava con le mani ai fianchi e il petto in fuori. I suoi bei boccoli erano a terra.
Che accidenti ti  preso?
Che mi  preso? Sbuff dalle narici. Te lo dico io!
Sto male, mi sento soffocare a star qui senza far nulla. Col vento di stamattina avevo pensato di spazzare almeno le foglie sul pianerottolo qui fuori, per tenermi occupata. Lo sai cosa m'ha detto ser Landuccio? Che non potevo uscire!
Sono segregata in questo posto come una prigioniera.
Ottone port vistosamente lo sguardo ai magnifici affreschi
sulle pareti. Altro che prigione: prima che l'ex cancelleria
passasse a Innocenzo IV, l era vissuto il famoso Pier della Vigna. Ma ovviamente non contava: qualsiasi cosa avesse risposto, Agnese l'avrebbe trasformato in un'occasione per un altro litigio.
Non ruotare gli occhi con me! sibil lei.
Ecco, appunto. Senti, Agnese: sono stanco di bisticciare.
Ho un lavoro cruciale da portare a termine, sono gi in ritardo e mi occorrono cura e concentrazione.
Spiegami che t' saltato in mente di non lasciarmi uscire.
Ma lo conosci gi, il motivo. Non farmi perder tempo in discussioni inutili.
Perder tempo? E il tempo che perdo io, allora, a starmene
qui con le mani in mano? Dimmi perch non vuoi che esca!
D'accordo, basta che abbassi la voce. Ottone cerc di calmare il respiro.  questione di sicurezza. Ecco perch
non puoi uscire.
Sicurezza? sput lei. Siamo nel mezzo di un'elezione
papale. Ogni strada e vicolo di Napoli pullulano di soldati
e presidi pontifici; sarebbe un posto malsicuro?
Ottone sospir e non rispose. A chi non voleva capire, non valeva la pena rispondere.
Smettila di ignorarmi! La sua voce era di nuovo altissima.
Sto parlando con te!
T'ho detto di parlar piano, sciocca! Vuoi che t'oda l'intero palazzo?
Sciocca a me? Agnese strinse gli occhi e lo guard in tralice. E questo che pensi? Non sono pi alla tua altezza?
Ecco che cominciava a rigirare le sue frasi per potersi offendere meglio. Lo faceva sempre, a un certo punto della lite; era uno stratagemma dialettico da dilettanti, che l'aveva atterrito quando ancora era uno sprovveduto, ma
che ora lo annoiava e basta. Non sei sciocca, ma continui a comportarti come se lo fossi.
Agnese scroll i polsi nell'aria, infuriata. Perch tu non mi rispondi!
Ma rispondi a che cosa, per l'amor di Dio? Cos' che vuoi sapere?
Perch non vuoi che vada fuori?
Perch la citt  piena di nemici miei e del Cardinale!
Farabutti e maestri d'intrigo da ogni angolo delle terre cristiane, che in questo momento stanno facendo esattamente quel che dovrei fare anch'io, ovvero sperare che qualcuno faccia qualche passo falso o mostri una debolezza,
per poterlo ricattare ed esercitare cos una leva per smuovere voti nell'elezione.
Era una risposta chiara e completa. Ovviamente non la chet. Io non ne posso pi! Ho bisogno di uscire di qui!
Per quale motivo rogni cos tanto? Una sgradevole lama di sospetto gli attravers i pensieri. Sai, non mi pare che tu abbia motivo di lamentarti. Non ti rovini pi le mani, non porti pesi, non ti spezzi pi i denti su pane che sa di segatura. Passi le giornate stravaccata a leggere romanzi cortesi...
Perch tu non mi permetti di fare nient'altro!
...Perci mi domando: cosa devi fare di tanto importante, fuori di qui?
Gli occhi di Agnese si strinsero. Cosa stai insinuando?
Dove vai, quando esci di qui? Incontri qualcuno?
Ora sei tu che stai facendo lo sciocco.
A differenza tua, che di me sai tutto perch con te io non ho segreti, io so poco di quel che fai tu. Sei sempre evasiva su quei lunghi giri che ami fare mentre io lavoro.
E non dire che non  cos: lo facevi anche l'anno scorso a Perugia, e tre anni fa a Roma. Ogni tanto prendi e sparisci per un'ora, quando non sono due o tre.
Agnese incroci le braccia. Non faccio nulla di male.
Le donne rispettabili non se ne vanno in giro da sole.
Ottone, dopo tutti questi anni... credi che io abbia un amante? Il suo tono era lamentoso e ferito, ma almeno non strillava pi.
Spero di no, Agnese, voglio proprio sperare di no.
Perch non me lo meriterei di certo, visti tutti gli sforzi e i sacrifici che ho compiuto per noi due.
Perch, io invece non ne ho compiuti?
Non  l'argomento del discorso. Devo per forza fidarmi di te, perch non posso saperlo per certo; capisci?
Non era veramente quel che voleva dirle, ma ormai era arrabbiato anche lui. Il punto qui  un altro: qualcuno potrebbe scoprire che noi due siamo amanti, e sfruttarlo per attaccarmi, danneggiando cos Ubaldini in un momento
delicatissimo.
Ubaldini, sempre Ubaldini! Non pensi ad altro, ormai.
 il mio benefattore e mentore, ci mancherebbe altro.
Non vedi dove ci sta conducendo il suo favore?
A starmene rinchiusa qui in una gabbia, con un uomo che non mi capisce pi e mi accusa di tradirlo. Un viscido leccapiedi, che mi fa schifo!
Il sangue afflu al cervello di Ottone. In due passi la raggiunse e le moll un ceffone. Hai passato il segno. Non osare mai pi parlarmi in questo modo.
Agnese barcoll indietro e s'appoggi alla parete. Si port la mano alla guancia, incredula.
Ottone riprese il controllo. Lo assal il disagio; che un uomo schiaffeggiasse una donna era un fatto comunissimo, ma in tanti anni di relazione con Agnese non l'aveva mai fatto.
Non volevo colpirti, mormor in preda a un vago rimorso
sei tu che mi hai esasperato. Tutte quelle mattane e quelle lamentele senza senso...
In silenzio, Agnese lo scrut con occhi come schegge di vetro.
Be', che hai? Non t'ho colpita cos forte, via... Scusa, ma adesso non farne una questione.
Ottone, io non so pi chi tu sia. Lo disse in un tono inconsueto, sinistro, piegando un poco le spalle e le ginocchia.
L'intuito che aveva sviluppato per il linguaggio del corpo gli diede un formicolio d'allarme. Chi vuoi che sia, Agnese?
Non lo so. Era troppo seria. Non era mai cos seria.
Andiamo, su, non fare cos. S'avvicin a lei per abbracciarla.
Agnese scatt di lato. Urt con la caviglia una bacinella di terracotta, che si ribalt a rovesciare una matassa di boccoli biondi, e raggiunse la credenza delle sue suppellettili.
Afferr una forbice di bronzo e gliela punt addosso:
Non t'avvicinare.
Un tappo di paura serr la gola di Ottone. Ma che stai facendo? bisbigli.
Io non ti riconosco pi, Ottone! strill lei piegando il busto, come se le parole fossero conati di vomito. Non sei pi l'uomo che conoscevo! Un tempo eri cos pieno di virt, correvi in aiuto di chiunque senza pensare alle conseguenze.
Io ti amavo! Ma ora... Lo fiss con gli occhi sbarrati e la faccia rossa, un sottile filo di saliva tra le labbra contratte.
Lo stomaco di Ottone era freddo e serrato. Agnese, devi chetarti. Posa quella forbice.
 stata la vicinanza di quel demonio rantol lei con astio. All'inizio lo sopportavo. Dovevi imparare a usare le armi dei malvagi per scopi giusti, come dicevamo da giovani. Ma non  andata cos: sei solo diventato sempre pi simile a loro. Falso, tortuoso, ossessionato dal potere.
Proprio come Ubaldini, quel... quel... Una smorfia le irraggi rughe di rabbia tra le efelidi del volto. Quell'orrendo ragno rosso, che se ne sta al centro della tela a tirare i fili. Il tuo, il mio, quelli di tutti quanti abbiamo
intorno. E tu, che tanto lo ammiri, stai diventando uguale.
Agnese, non ...
Stai zitto! Non dire che non  vero! Ora viviamo assieme, ma non parliamo quasi pi. Te ne stai sempre chiuso in quel dannato studio ad annotarti ogni sorta di sozzure e turpitudini, ad assoldare canaglie e a minacciare chiunque sia d'intralcio al tuo padrone. Segreti dentro segreti, dentro segreti. Ondeggi il busto avanti e indietro. Ma ora basta.
Abbass le ciglia bionde che luccicavano di lacrime.
La colpa premette pi forte sullo stomaco di Ottone. A vederla cos, ebbe l'impulso di gettarsi ai suoi piedi, di rimangiarsi tutto e mettere fine a quella litigata con mille carezze e abbracci. Voleva soltanto abbracciarla, baciarla e dimenticare tutto il resto.
Ma non poteva. Non era quello che avrebbe fatto Ubaldini.
Non era quel che gli aveva insegnato.
Sottomettendosi ora, avrebbe consegnato la facolt di scelta nelle mani di lei. Agitata com'era e con le lacrime agli occhi, chi poteva dire quale pazzia poteva mettersi in testa? Avrebbe potuto pretendere che lui rinunciasse al suo incarico presso il Cardinale. Era troppo pericoloso, non voleva nemmeno pensarci: non le avrebbe permesso di mandare in pezzi il loro futuro, non proprio ora che le cose andavano finalmente nella direzione giusta. Lui sapeva
cos'era meglio per entrambi.
Era o non era il camerlengo di una delle persone pi influenti dell'intera cristianit? Doveva essere saldo e inflessibile,
e ottenere la resa di lei nel modo pi lesto possibile.
Bene. Se hai finito di sfogarti, posa quella forbice e ricomincia
a comportarti come una persona assennata.
Lei alz gli occhi pieni di lacrime rabbiose. Fatti fottere,
Ottone.
Fu come uno schiaffo. Era cresciuta in una taverna, ma non gli aveva mai parlato in quel modo. Sembrava inselvatichita
di colpo.
Sto davvero perdendo la pazienza ringhi. Metti gi quell'aggeggio; ultimo avviso. Tanto non lo useresti comunque
contro di me.
Agnese brand l'arnese con entrambe le mani e allarg le gambe. Vuoi vedere?
Ottone strinse i denti. Ormai non poteva pi tirarsi indietro:
Ubaldini diceva che una sfida lanciata si poteva solo vincere o perdere.
Basta, quest'assurdit mi ha seccato.
Fermo!
Ottone avanz e le afferr l'avambraccio sinistro.
Agnese gett un grido acutissimo. Lasciami! Alz la forbice e gliela cal nel polso.
Una terrificante fitta di dolore esplose, cancellando ogni altro pensiero.
Ah! Ottone ritir la mano e ciondol indietro, stringendo
al petto il braccio ferito. Un fiotto caldo gli bagn il torace. Guard gi: zampilli cremisi tracciavano schizzi sul fine tessuto color sabbia.
Rivide Niccol Faroldi con la lingua mozzata, rivisse le vergate sulla schiena. Il panico gli s'allarg nella mente.
Schifosa cagna! Uno schizzo di saliva gli part dalle labbra. Guarda che m'hai fatto!
Ben ti sta! singhiozz Agnese. Te la sei voluta!
Ma ti rendi conto di quel che hai fatto? Le url contro, stringendosi il braccio per fermare il flusso di sangue.
Lei abbass la forbice. Lacrime copiose le colarono dagli occhi azzurri, tremiti scossero il petto. Si strofin il naso con il dorso della mano e gli gir attorno. Pos l'arma sul letto e si chin a prendere gli stivali di pelle nuovi.
S, brava, vattene! abbai Ottone. Prendi tutti i tuoi vestiti, i gioielli e le cose belle che t'ho comprato e sparisci! Tornatene nella bettola di tuo padre, a spazzare pavimenti e servire birra da quattro soldi.
La ferita faceva un male cane e continuava a gocciolare;
afferr il panno pi vicino e se l'avvolse stretto all'avambraccio.
Agnese s'alz con gli stivali ai piedi. Senza una parola e senza smettere di piangere, raccolse una veste da un piolo e vi infil le braccia e la testa.
Vederla efficiente nonostante tutto lo mand in bestia.
Niente pi pranzi da re, da adesso in poi! sbrait.
Niente pi coltri soffici e vesti di seta, perch tutto quello che hai avuto te l'ho dato io! Da sola non sei niente, t'ho raccolta in un buco e t'ho fatto vivere come una contessa!
La collera gli vibrava in gola. Ma era davvero Agnese, quella che si stava allacciando una cintura in vita?
Ed era proprio lui, quello che le gridava addosso? Stava parlando a lei o a se stesso?
Tutto quello che abbiamo  merito della mia carriera, delle cose che ho fatto per arrivare fino a qui. Lo dobbiamo al Cardinale, lo capisci? A quei segreti che tanto denigri.
Vedo che ti piace sputare nel piatto in cui mangi.  facile finch hai la pancia piena. Mi chiedo cosa farai quando sar vuota.
Agnese si mise sulle spalle il mantello verde foderato di capriolo e gli rivolse un'occhiata. Addio, Ottone.
Brava, sparisci! Non voglio mai pi vederti. Sai quante ne posso trovare, come te? Quante sgualdrine posso mettermi nel letto come e quando voglio?
Lei raggiunse l'uscio e si ferm a guardarlo. Aveva il busto dritto, le labbra socchiuse e il petto scosso dai singhiozzi.
Stava l, sospesa.
Mi basta schioccare le dita, rincar Ottone per averne una pi giovane di te stasera stessa. Non so come abbia fatto a sopportarti cos a lungo; forse  solo perch mi fai pena.
Agnese chiuse gli occhi e abbass il viso stravolto.
Il fiume di contumelie mor nella gola di Ottone. Per un istante, vederla in quello stato gli diede pi dolore della lacerazione al polso.
Poi lei apr la porta e in un fruscio di mantello spar.
Subito comparve il faccione barbuto della guardia. Padre Visconti, volete che...?
Lasciala andare rantol Ottone, poggiando la schiena al muro. Va' a cercarmi un cerusico. Quella sciocca se n' andata senza soldi,  sar di ritorno prima che faccia buio.
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CAPITOLO 29.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Nuove alleanze. Diversi giorni dopo l'incontro con il papa, venerd 10 ottobre 1264. Palazzo dei Bunej, Asti.
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Ottone si gir su un fianco del letto, oppresso dal macigno
che gli strangolava le viscere al ricordo di quel giorno infausto. A labbra strette, infil un dito tra la fedele scarsella
di cuoio e il polso destro. Sotto, sulla pelle madida di sudore, il polpastrello trov i bordi scabri della vecchia cicatrice, dono di commiato di Agnese, e un fiume di rammarico
gli inond il petto.
Lott contro l'istinto di aprire gli occhi, divorato dal desiderio
febbrile di aggrapparsi alle immagini del sogno appena
passato, che gi si dissipavano dietro le palpebre come
falene nel buio. Indugi con la coscienza sugli occhi di lei arrossati dal pianto, le ciglia chiare sul volto raggelato dal disprezzo, il rimbombo di passi che si allontanavano.
Agnese non era tornata quella sera, n la seguente. I
giorni si erano trasformati in settimane, le settimane in mesi e poi in anni. Ormai era trascorsa una decade dal giorno in cui l'aveva perduta.
Lo scricchiolio delle assi sotto i piedi dei famigli del palazzo strapp Ottone ai suoi inferi personali e lo restitu alla ragione. Si ridest, lasci che la luce del giorno
l'avesse vinta e, nel rialzarsi dal letto, ritrov il dolore alla schiena
che lo aveva accompagnato per il lungo viaggio da Perugia,
dove aveva salutato il papa.
La notizia della sua morte l'aveva raggiunto in viaggio, e l'aveva lasciato inquieto e del tutto sbalordito. Ora c'era tutta una nuova serie di nodi da sciogliere, nodi che, se avesse giocato bene le sue carte, avrebbero potuto tramutarsi in soluzioni.
Luccio! chiam, con la bocca impastata. Luccio!
Il suo assistente fece capolino dalla porta e s'affrett ad assisterlo.
Prendimi i miei abiti migliori.
Il chierico sfil dal baule fasciato d'argento le vesti liturgiche
pi ricche e le stese sul letto. Ottone le pass in rassegna e opt per la pianeta d'oro, il colore delle celebrazioni
pi importanti. Vest l'abito come un'armatura; a ogni strato, la sua determinazione si rafforz e crebbe. Il tocco finale fu la mitra, che si cal sul capo con fare solenne, come a suggellare la ceralacca su una missiva. Ciascun gesto, ciascuna scelta, ciascun sacrificio che aveva compiuto
l'avevano condotto l.
State benissimo, eccellenza. Luccio gli spolver le spalle con un fazzoletto.
Ottone si guard allo specchio di vetro piombato. Gli occhi del vescovo di Milano vi tremolavano, carichi di intenzioni, come gioielli in cima a una cascata d'oro.
Vescovo di Milano. Ecco ci che era, esilio o non esilio.
E, per la verga di Ambrogio, si sarebbe ripreso ci che gli spettava.
Quando le porte del salone principale si aprirono, un uomo massiccio come una vecchia quercia e con una palpebra chiusa entr a schiena dritta e mento alzato. Avanz verso Ottone con passo marziale; indossava un ingombrante
gambesone militare, ingentilito da una sovratunica di velluto blu con ricami d'oro.
Aggrappata al suo braccio c'era una dama dai capelli corvini, bellissima e almeno vent'anni pi giovane di lui.
Sotto una collana di ametiste, il seno prosperoso sembravavoler schizzare fuori dalla scollatura da un momento all'altro, accentuato nella forma dal cinturino di cuoio rosso che le stringeva la vita sottile.
Alz gli occhi verdi verso di lui: una curva ben disegnata le comparve a mezza bocca. Ecco uno di quei sorrisi che promettevano storie seducenti. Quella donna era un orpello, un simbolo che il marito esibiva, proprio come lui faceva con il pastorale ingioiellato.
Marchese Pelavicino disse Ottone, cercando di concentrarsi.
Sono lieto di conoscere l'uomo a cui devo la sconfitta di Arona. E questa deve essere vostra moglie Sofia.
La dama lasci il braccio del marito e si profuse in un inchino silenzioso. Oberto fece altri due passi e s'inginocchi a baciargli l'anello. Vostra eccellenza.
D'ora in poi non ci sar pi bisogno di queste formalit
gli disse in tono amichevole, poi si rivolse alla dama.
I suoi lineamenti delicati erano in pieno contrasto con la concupiscenza che le scalpitava nello sguardo. Le voci sulla bellezza di vostra moglie non le rendono onore.
La donna, compiaciuta, avanz a sua volta e gli baci con delicatezza la mano con l'anello.
Oberto fece un gesto sbrigativo con la mano. Va' pure, Sofia. Lascia gli uomini a parlare delle faccende importanti.
Il sorriso vacill sul volto della dama, che annu e si volt a mostrare, sotto l'acconciatura, la nuca e le scapole ben modellate. Se ne and, lasciandosi dietro un vago odore di rose. Meno male: gli serviva che tutto il sangue rifluisse al cervello.
Com' andato il viaggio?
Benissimo. La palpebra chiusa era dritta, non convessa:
al marchese mancava un bulbo oculare. A parte, certo, per quando hanno tentato di farmi la pelle.
Ottone si riscosse. Quando  successo?.
Mi hanno teso un ridicolo agguato fuori dalle mura di Milano. Pensavano di cogliermi a braghe calate, ma i nobili
meneghini miei sodali che erano con me mi hanno dato manforte. Li abbiamo falciati come grano maturo.
Ottone si carezz il mento liscio; era una fortuna che i Torriani non fossero riusciti ad ammazzarlo. Avere il
Pelavicino dalla sua parte era una mossa rischiosa, ma giusta.
Nelle vostre lettere siete parso propenso all'idea di...
cambiare casacca era la dicitura adatta. ...Passare dalla parte del giusto. Confido che l'accaduto non vi abbia scoraggiato.
Oberto irrigid la mascella. Sono qui per vendicarmi dei della Torre, disse di getto specialmente di quel porco
di Napoleone. Filippo era un verme, ma un verme ragionevole.
Da quando ha tirato le cuoia, Napo non ha fatto che intralciarmi. E uno scellerato arrogante, come suo fratello Paganino.
Nella lettera avete anche accennato ad alcune informazioni.
Il Pelavicino annu e scrut l'usciere in piedi presso il portone del palazzo.
Ottone lo prese sottobraccio. Venite, spostiamoci in un luogo pi appartato. Lo guid su per la scala di pietra,
fino al suo studio. Prese posto dietro il grande scrittoio di quercia, invit il suo ospite a sedersi e poggi i gomiti sul ripiano.
Dunque, parlavamo dei della Torre.
Una ragnatela di rughe si form accanto alle palpebre del marchese. Quei maledetti figli di baldracca. Si mastic
quelle parole in bocca come carne troppo dura, poi l'ira ruppe gli argini. Cani voltagabbana e senza onore!
Ingrati traditori, merde, assassini di inermi e di infanti!
Che il vermocane li colga tutti, dal primo all'ultimo.
Una vena prese a pulsare sulla fronte arrossata.
Ottone represse un ghigno. Non era cosa di tutti i giorni
sentire un nobile usare simili termini di fronte a un religioso e, d'altro canto, quella furia era una rassicurazione della
determinazione di quell'uomo a votarsi alla sua causa.
Mi hanno fatto promesse su promesse: terreni, sposi di rango per le mie figlie, ricchezze... poi di punto in bianco
hanno rimangiato la loro parola e mi hanno rimpiazzato
con un franco! Sput l'ultima parola come insulto.
Voleva passare per un santo, anche se non lo era, ovviamente.
Stando ai rapporti delle sue spie, il marchese stesso aveva ordito una congiura per scalzare i della Torre e prendersi Milano. Ma era stato un intrigo goffo; se lo avevano saputo i suoi informatori, dovevano averlo ben scoperto anche i suoi nemici.
Un franco vi avrebbe rimpiazzato, dite?
I muscoli ai lati del collo di Pelavicino si tesero. Il dannatissimo Carlo D'Angi.
Una goccia fredda cal sulla tempia di Ottone. Sulla scacchiera della cristianit, i reali di Francia erano sempre tra i pezzi pi delicati da manovrare e togliere di mezzo.
Era una pessima notizia, che uno di loro brigasse coi suoi nemici.
Cosa sperano di ricavare da lui, i Torriani?
Interessi politici di qualche tipo, e poi soldati. Il franco
ne ha cos tanti che gli escono dalle natiche. E pensare che quel tipo non saprebbe disporli su un tavolo d'osteria, figuriamoci in un vero campo di battaglia!
Che il D'Angi fosse un condottiero incompetente era un'informazione utile, ma le parole di un uomo-infuriato andavano sempre soppesate. Doveva farsi dire di pi.
Marchese. Quando mi sar insediato alla cattedra arcivescovile,
avr bisogno che qualcuno riempia il vuoto dei della Torre nella politica civica. Qualcuno dotato di solidi appoggi tra i nobili, che sorvegli le istituzioni e protegga
la citt dai suoi nemici. Una persona di cui mi possa fidare, e che ricambi con altrettanto appoggio. Vorrei che quell'uomo foste voi, Oberto.
Il robusto condottiero si mosse sul seggio, lusingato come
un bambino alla lode del maestro. Che dire, eccellenza...
nulla mi farebbe pi lieto. Grazie.
Come immaginava, il marchese era un uomo semplice.
No, grazie a voi.
Perfetto. Ottone chin il busto verso di lui. Ora che abbiamo chiarito di avere un intento comune, parlatemi dei progetti futuri dei della Torre. Cosa potete dirmi che non sia di pubblico dominio? Eravate nella cerchia ristretta
fino a pochi giorni fa.
L'occhio del Pelavicino sfrecci ai lati nella stanza. Il prossimo papa sar un loro alleato.
Le viscere di Ottone si strinsero. Come fate a dirlo?
Non  certo un caso che il vecchio papa sia morto proprio
all'alba della discesa in Italia di Carlo D'Angi. Ha bisogno dell'appoggio della Chiesa per le sue mire in Meridione;
pare che il prossimo a sedere sul trono pontificio sar un uomo a lui fedele.
Ottone alz una mano. Un istante. Voi state dicendo che papa Urbano Quarto... sarebbe stato assassinato dagli alleati
dei Torriani?
Oberto si gratt la mascella squadrata. Non ve lo do per certo. Ma  quanto hanno udito i miei sodali a Milano.
Era plausibile, per quanto tremendo. Ottone s'aggrapp
ai braccioli. La delegazione di Milano a Deruta! Il papa me ne accenn appena prima della mia partenza...
Devono essere stati loro. Satanasso, se mi fossi trattenuto sarei morto anch'io!
Pelavicino annu con gravit.
Quel pensiero lo lasci stordito; doveva scrivere al pi presto al Cardinal Ubaldini. Probabilmente il suo mentore avrebbe apprezzato l'astuta mossa dei Torriani, che con un colpo solo s'erano sbarazzati di Pelavicino, sostituendolo
con un alleato ben pi potente, ai cui interessi avevano
spianato la strada eliminando il papa.
Lo sconcerto gli si raggrum nello stomaco e lo fece ribollire di rabbia. La colazione gli stava tornando su in un rigurgito acido, che deglut con forza.
Quindi, eccellenza, che si fa?
Ottone strinse i denti. I della Torre sono un pericolo.
Non solo per Milano, ma per la cristianit intera.
A me della cristianit importa un fico. La mano ferrata
del veterano tintinn sul tavolo. Voglio vedere i della
Torre cadere.
Se farete vostra la mia causa, marchese, vi prometto che avrete la vostra occasione.
Gli porse la mano, non per farsi baciare l'anello, ma per suggellare il loro patto. Pelavicino l'afferr e la strinse.
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CAPITOLO 30.
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NAPO DELLA TORRE.
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In ombra del padre. Un anno dopo, domenica 31 gennaio 1266. Palazzo della Torre, Milano.
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Le grida degli invitati al banchetto nuziale gli rimbombavano nelle cervella.
Napo s'alz e afferr il polso di Margherita Del Balzo.
Con tutto il vino che aveva in corpo, portarla in braccio su per la scalinata del palazzo, come incitavano alcuni, era fuori discussione. Raggiungere le stanze superiori del palazzo fu una tenzone: sui gradini le gambe parvero di burro, il corridoio del primo piano vacillava.
La provenzale si sciolse l'acconciatura, lasci fluire i capelli fulvi e lo prese sottobraccio. Ce la fate? Potete reggervi
a me. L'accento che limava le erre e rendeva flautata
la voce.
Certo che ce la faccio borbott Napo.
La musica del banchetto si allontan, cos come il vociare
confuso degli ospiti, rivelando versi simili a gemiti.
Ci siamo disse alla sua sposa.
Spalanc la porta con un calcio. Sul suo talamo nuziale c'era suo fratello Francesco, intento a montare una servetta
con grandi seni. Rimase di sasso.
La fanciulla a quattro zampe contrasse i muscoli del costato, url e si copr le vergogne con le mani.
Fottuto idiota! sbrait Napo. Se il notaio scopre
che il talamo non era intonso, manderai a monte il mio matrimonio!
Margherita si copr la bocca con la mano, pallida.
Affannato e col membro ritto che si sgonfiava, Francesco
farfugli: Napo, per le corna di Satanasso! Qui ora ci sto io e qui accanto Paganino, quando non  a Vercelli. La tua stanza  in fondo al corridoio, ricordi?.
Era vero, dannazione. Prima di spegnersi, loro cugino Filippo aveva nominato lui, Napo, come successore e guida
della casata. Alla sua morte, la grande camera patriarcale
era diventata sua. '
Avvamp d'imbarazzo, grugn e abbass il capo. Troppo
vino, dovevo fermarmi al decimo bicchiere. Si gir per andarsene, ma indugi con gli occhi sul davanzale della
servetta, tanto abbondante che le braccia non riuscivano
a nasconderlo tutto.
Va' via, fratello! Francesco appallottol le proprie braghe
e gliele tir con una risata. Pensa alla tua, di donna!
O vuoi forse fare a cambio?
Margherita gemette, purpurea d'indignazione. Portami
via da qui, mon mari!
Va bene, va bene.
Napo arretr e se ne torn nel corridoio, dove il maledetto
pavimento continuava a ondeggiare. Le poppe della servetta gli rimasero in mente. Margherita era pi giovane e molto pi graziosa, col nasino all'ins e i grandi occhi azzurri, ma sembrava meno fornita di curve. Difficile esserne
certi, con quell'ampio abito bordeaux e-oro che la copriva da testa a piedi. Sper che non fosse del tutto piatta, o c'era il rischio che non gli si rizzasse neanche.
L'avrebbe scoperto tra poco, se solo fosse riuscito a imbroccare la porta giusta.
Scroll il viso e lott con la nebbia che gli ottundeva il ragionamento. Margherita lo seguiva con una mano sulla bocca ed evitava il suo sguardo. Pareva una di quelle pudiche e innocenti.
Mi spiace per il malinteso biascic di fronte alla stanza giusta.
Lei tacque. Era cos gracile e indifesa... Prima di morire,
Filippo gli aveva raccomandato di trattarla con i guanti,
perch lei era la chiave di volta dell'alleanza con la corte
provenzale dei D'Angi. A guardarla, per, temeva di poterla rompere come le bambole di sua sorella.
Si chiuse la porta alle spalle, condusse Margherita sul letto nel lume tremulo delle candele. Cerc di essere delicato,
ma i suoi muscoli facevano un po' per conto loro.
Inciamp nello spigolo della cassapanca, rovin a pancia in gi sul materasso e trascin la sposa con s.
Merda. Alz il volto per guardarla. State bene?
La sposa strinse gli occhi e trill una risata argentina.
Mai stata meglio. Finalmente sono libera da quel bastardo
di mio padre. Libre! Si strapp la corona di rose bianche
dai capelli sciolti e la gett a terra. Senza quegli orpelli
da fanciulla sembrava meno indifesa.
Napo le gatton accanto. Dunque non siete offesa per quello che  successo poc'anzi?
Margherita lo fiss e si rabbui come un temporale estivo. In realt lo sono. Cosa dir la gente, quando quella
domestica parler? Incroci le braccia. E poi, l'accaduto
 di cattivo augurio. Ci ha rovinato la prima notte di nozze. Volete che il nostro matrimonio cominci all'insegna
della malachance?
Ma in che senso?
Cosa volete che faccia? le domand.
Quando mi hanno promessa a voi eravate un semplice nobile. Ora siete il Signore di Milano ma... sarete all'altezza
del titolo?
Napo strinse i pugni. Io sono il figlio del grande Pagano,
eroe di Milano. Mettete in discussione il sangue che mi scorre nelle vene?
Un sorriso affilato tagli il visino di Margherita. Io non dubito del vostro sangue, ma alla corte D'Angi girano
voci. Alcuni sostengono che voi non siate affatto all'altezza di votre pre.
L'accento dolce che le arrotondava le erre, non mitig l'asprezza di quelle parole. Napo allung la mano sul collo
sottile di lei. Chi osa dire una cosa simile?
Avete molti nemici mormor Margherita, afferrandogli
il polso con le piccole mani affusolate. Ma io non sono una di questi. Io sono dalla vostra parte, da oggi e per sempre.
La furia si plac un poco; Napo lasci la presa. Margherita
si massaggi il collo arrossato; le candele luccicarono
nei suoi occhi chiari. Dimostratemi la vostra potenza.
Mostratemi di essere pi che l'ombra di vostro padre, avvicin le labbra al suo orecchio e asseconder ogni vostro pi intimo desiderio. Stanotte e ogni notte, per sempre.
Il desiderio formicol nel basso ventre di Napo. La sposa
torn a sedersi sul letto, si scans una ciocca di boccoli ramati dal collo e si sfil la veste fino a denudare i seni.
Erano bianchissimi e con la pelle tesa, come un frutto pronto da mordere. Le sue curve erano delicate ma piene.
Era bella come la statua di una dea pagana.
Napo aveva sempre preferito le donne mature e le loro mani esperte, eppure le movenze feline di Margherita e il suo accento flautato gli diedero un turgore immediato.
C'era una vena nascosta, in quella fanciulla dall'aspetto delicato. Un fuoco oscuro e misterioso, che la rendeva irresistibile.
Napo drizz le spalle e si slacci la cintura. Poich lo desideri, far punire quella sguattera.
Margherita schiuse le labbra rifinite e le avvicin alle sue. Il suo respiro caldo era corto, e sapeva di idromele e di cinnamomo. Lo desiderava almeno quanto lui lei, era chiaro.
Si sporse per ricevere il suo bacio, invece Margherita si ritrasse e richiuse la veste.
Quando lo farete?
Il calore del vino e quello del desiderio gli si mescolavano
nel sangue fino a farlo sobbollire. Quando far cosa?
Quando farete punire quella svergognata che ha recato
onta ai miei occhi con le sue brutture?
Napo le afferr il volto e lo tir a s. Adesso vi voglio.
Ma domattina lo far come prima cosa, promesso.
Il mento delicato scivol via dalle dita ottuse dall'ebbrezza.
Continuava a scappargli come un capriolo durante
una battuta di caccia. E intanto, l'eccitazione gli premeva
nelle braghe con insistenza sempre maggiore. Stava per scoppiare!
La far frustare subito, va bene? Anzi, la fruster io stesso.
Sul volto serio della giovane provenzale sbuc un mezzo sorriso.
Poi per faremo nostra la notte.
Oh, Napoleone ridacchi Margherita.
Non capisco, sei tu che hai sbagliato! Francesco gli gridava dietro, ancora mezzo svestito. Perch te la prendi
con Caterina?
Napo spinse la servetta nella stanza patriarcale e si volt verso il fratello.
Chi  il Signore di Milano? E forse Francesco della Torre?
La rabbia sul volto del fratello impallid in sgomento.
No. Sei tu. Alz il mento. Oh! Fa' un po' come ti pare, andr a trovarmene un'altra. Sbuff, si allontan di qualche passo e si ferm. Per ti dico una cosa, Napoleone: non diventare come Paganino. Guarda che  cos che ha cominciato. Almeno tu non esagerare, ora che la casata  nelle tue mani.
Il fastidio punse Napo. Non sono come nostro fratello.
Volt le spalle a Francesco ed entr nella stanza.
Radiosa in volto, Margherita camminava in cerchio attorno
alla servetta, ignuda e inginocchiata a mani giunte sul pavimento. I singhiozzi facevano ballonzolare i grossi seni. Mia signora, vi prego, vi imploro. Non volevo offendere
la vostra vista...
Potevi pensarci prima di fare la sgualdrina abbai Margherita, gelida. Le prese i lunghi capelli scuri nella mano e li soppes, come fosse stoffa da valutare. Ora il Signore di Milano ti punir. Ti fruster per ogni volta che hai aperto le gambe a sproposito. Non  vero, mon cher?
La serva piagnucol ancora pi forte, gli occhi celesti di Margherita si accesero di una luce perfida. L'aveva mal giudicata; c'era un demonio dentro quell'angioletto innocente!
Ora che l'effetto del vino scemava, si rese conto che avrebbe potuto benissimo dirle di no, sbatterla sul letto e farne ci che ne voleva. Ma, in fondo, quel gioco lo eccitava di pi.
Mio signore, vi scongiuro! La servetta si appese all'orlo della sua veste, tremando. Vostro fratello mi ha fatto chiamare per una brocca d'acqua, ma poi ha allungato le mani.
Margherita cammin avanti e indietro, sinuosa come una lince. Fiss gli occhi azzurri nei suoi, in attesa. Non voleva certo deluderla.
Girati, e porgimi le natiche ordin Napo.
La serva sgran gli occhi, atterrita. Margherita si morse il labbro e si fece scivolare la mano fra le cosce. Si stava...
toccando?
Ho detto girati! Le braghe di Napo erano strette in modo fastidioso. O vuoi essere scuoiata?
La servetta si abbracci le spalle tremanti e si gir, mostrando
la schiena e il deretano rotondo.
Che magnifica sensazione gli scorreva dentro! Poteva fare tutto ci di cui aveva voglia. L'eccitazione gli solleticava
ogni palmo di pelle; era come essere baciato dal fulmine.
Margherita si sedette sul talamo nuziale e si spogli con gesti lenti e precisi, lanciandogli occhiate languide con le pupille dilatate.
Napo si slacci il surcotto di velluto. Si sfil la cinta di cuoio decorato e la sollev. Per il tuo onore, mia sposa.
Margherita lo baci con la foga di una belva e gli spalanc
le cosce. Napo era cos eccitato che pens di perdere
la ragione. S'infil nell'antro madido di lei, e tra le sue grida venne all'istante, come quando stuprava.
La sua mente si sciolse nel piacere e rimase offuscata per un lunghissimo istante. Per Dio! Non gli era mai successa
una cosa simile con la sua prima moglie.
Si gett sul lato e rimase a boccheggiare. La servetta era sparita; doveva aver approfittato del momento per lasciare
la stanza.
Napo volt il capo verso la sua sposa, scarmigliata e sudata in una nuvola di capelli biondi, con sfumature color
rame.
Sai, sei troppo disinibita, per una vergine.
Non avevo mai giaciuto con un uomo, ridacchi lei
ma mia madre mi ha insegnato come compiacere il proprio
marito. Ha voluto che mi addestrassi con certi... strumenti,
per arrivare pronta a questo giorno.
Vostra madre dev'essere una furia tra le coltri soffi lui, impertinente di proposito. Margherita torn seria e gli moll uno schiaffo. L'eccitazione sorse di nuovo dentro di lui.
Questo non lo dovete fare mai. Le afferr la mano che l'aveva colpito e la baci. Mont di nuovo sopra di lei e sprofond il viso nell'incavo del collo, aspirandone l'odore speziato.
Lei lo abbracci e gli graffi la schiena, facendolo gridare
di piacere. Napo le afferr i fianchi compatti, la sua virilit vinse la stanchezza e s'ingross di nuovo.
Tre colpi alla porta lo mandarono in bestia.
Andate via! rugg.
Margherita grid e gli affond le unghie nella schiena, come se fosse un destriero da spronare. Bussarono di nuovo,
pi forte.
Porco il demonio, non lo vedete che sono impegnato?
Con un mugolio di delusione, Margherita sgusci via dalla sua presa, si copr con le coperte e borbott in provenzale.
Napo si alz dal letto nudo e col membro ancora ritto come un soldato in prima linea. Marci fino alla porta, l'apr
e agguant le vesti dello scocciatore. Era un messaggero
che puzzava di cavallo, con il fiatone; lo sbatt al muro.
Come osate interrompere la mia prima notte di nozze?
Vi far impiccare!
Mio signore... prese a dire quello. Lui non lo fece finire,
lo agguant per il bavero e lo sbatt al muro.
Napoleone! Francesco si mise di mezzo e gli prese le spalle. Calmati, fratello! Gli ho detto io di chiamarti subito.
Fulmin suo fratello con lo sguardo: aveva gli occhi arrossati.
La collera sboll in apprensione.
Che diavolo succede?
Si tratta di Paganino.
Una corda d'agitazione gli annod la gola. Che  accaduto a nostro fratello?
...
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...
CAPITOLO 31.
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...
PAGANINO DELLA TORRE.
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...
Un brusco risveglio. Due giorni prima, venerd 29 gennaio 1266. Palazzo del Broletto, Vercelli.
...
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...
Qualcosa lo svegli di soprassalto.
Un rumore? No, una presenza. C'era qualcuno, nella sua camera da letto. Con gli occhi ancora incrostati di sonno, Paganino della Torre ci mise qualche istante a riconoscere
il riflesso dell'alba sul metallo di una spada sguainata.
Spada?
Il fiato gli si mozz. Alz il busto di scatto, la lama fredda
gli tocc la gola. Fermo.
Erano in quattro, tutt'attorno al suo letto, con cotte di maglia e giubbe di cuoio privi di stemmi riconoscibili. E
lui era disarmato.
Chi siete?
La sua domanda si spense nel silenzio. Il cuore gli martell
nel costato.
Sapete chi sono io?
Risal con lo sguardo la spada e il braccio che la impugnava,
fino a un volto duro e sconosciuto, rovinato da cicatrici
di ferite e vecchie malattie.
Io sono Paganino della Torre. Figlio del grande Martino
e fratello di Napo. Non fate niente di stupido.
Il pugnale, ricord di colpo. Teneva sempre un pugnale sotto al materasso.
Ma era troppo pericoloso tentare una reazione. Quella era gente con cui non c'era da scherzare. Probabilmente erano mercenari.
Alz il mento, a protezione della sua dignit. Con un gesto lento, scans la lama che gli premeva sulla gola.
Avanti, ditemi quanto vi pagano. Vi do il doppio per levarvi dai coglioni.
Un pugno alla bocca gli fece lampeggiare gli occhi di bianco, il dolore gli mozz il respiro.
Era stato lo sgherro sull'altro lato del letto.
Paganino si lecc le labbra pulsanti di sofferenza, assapor
il proprio sangue e fiss il bastardo barbuto che gli aveva spaccato il labbro.
Lui, Paganino, podest della citt di Vercelli e fratello di Napo della Torre!
Come osi, lurido mentecatto? ringhi contro chi l'aveva percosso.
Zitto e vestiti! abbai l'altro.
Uno dei farabutti prese gli abiti ai piedi del letto e glieli
gett addosso. Paganino afferr la camicia e v'infil con rabbia le braccia.
La musica che talvolta udiva dentro la sua testa inizi a suonare.
Il suo cuore acceler i battiti. La gaia morbosit della passione gli scorse nei nervi.
In effetti, tanto valeva divertirsi un po'. Era tempo di danza! Gett indietro le coperte con disinvoltura, abbass
i piedi fuori dal letto e sfil il pugnale da sotto il materasso.
Con gesto fulmineo, lo punt sullo scroto dell'uomo
che l'aveva colpito. Un grido poco virile risuon nella stanza.
Paura di una lama, piccolo uomo? rise Paganino.
Nel mio sotterraneo ho ben di peggio. Fossimo soli, ti farei divertire!
Tre spade gli puntarono addosso. Molla il coltello o ti faccio scannare disse il tizio butterato.
Inginocchiato e con la testa piena di flauti e arpe pizzicate,
Paganino sollev un poco il pugnale e punse la coda delle palle del mercenario, che allarg le braccia e lasci cadere la spada con un altro gridolino.
Se m'aveste voluto morto, canticchi m'avreste ammazzato mentre dormivo.
Fermatelo! pigol il suo ostaggio. Tagliategli una mano!
Dalla porta oltre gli armigeri risuon una voce bassa.
No, lasciatelo intero.
Alla musica s'aggiunsero allegre corde di liuto. Erano i rinforzi? Quella voce era familiare, ma non ricordava a chi appartenesse.
L'ostaggio si chin di colpo, gli afferr il braccio e lo torse. Una fitta di dolore gli apr le dita, il pugnale cadde al suolo. Poco male: la musica continuava.
Finisci di vestirti, verme letamaio!
Paganino esegu in silenzio, canticchiando a fior di labbra
la melodia. Infilato il secondo calzare, uno dei quattro rinfoder la spada e gli leg i polsi dietro la schiena.
Non oppose resistenza, potevano maltrattarlo quanto volevano: alla fine sarebbe stato lui a ballare sui loro cadaveri,
non appena fosse cessata quella buffonata.
Alla fine della musica, avrebbe veduto i visceri. Alla fine vedeva i visceri di tutte le persone. E ognuna aggiungeva
uno strumento.
Lo strattonarono in piedi, lo spinsero fuori dalla sua stanza. Inciamp in qualcosa, abbass il capo. In una pozza
di sangue, Goffredo aveva gli occhi sbarrati. Dannazione, era lui che gli procurava sempre prigionieri per la camera dei giochi! Rimpiazzarlo sarebbe stato una seccatura.
C'erano altri caduti, nel palazzo podestarile. Un soldato della Torre giaceva riverso sulle scale, un altro tossiva sangue sul pavimento del salone delle udienze. A ogni cadavere, il suo cuore batteva pi forte e la musica nella sua testa si faceva pi chiara e allegra.
Ma tutto questo  splendido!
La corda legata ai polsi diede una stretta lancinante, Paganino incass la testa nelle spalle. Ehi! Cos mi fai male.
Taci, pazzo assassino.
Il colletto della camicia era gi bagnato di sudore, quando
lo spinsero fuori, nell'abbraccio della gelida aurora invernale.
Non aveva mai provato la sensazione dei polsi stritolati dalle corde; di solito era lui a infliggerla alle sue fanciulle. Il tamburo del cuore era forte, la musica in lui era selvaggia.
I rapitori lo trascinarono fino a piazza dei Pesci. Alcuni cavalli erano radunati nella penombra, attorno a un carretto
con le ruote fuori asse e le fiancate mezze marce.
Sali, demonio. Lo spinsero sopra e lo costrinsero in ginocchio sul legno vaiolato dai tarli.
Volete esibirmi per Vercelli su questo trabiccolo infame?
Aveva la bocca impastata, le sue parole suonarono lontane e piccate.
Gli uomini indossarono i cappucci e montarono in sella.
Due si posizionarono in testa al carretto; l'uomo che aveva
pizzicato ai coglioni si mise a cassetta, gli altri si disposero in coda, come in processione.
Il freddo inizi a mordergli il volto e le mani intorpidite.
La melodia si ovatt nella sua testa. La furia gli avvamp nel torace. Pagherete tutto questo, schifosi sacchi di budella!
State disturbando la musica!
Presero via dei Mercanti, il basso sole invernale comparve
dietro i palazzi porticati. Quella carcassa con le ruote
procedeva lenta e sembrava prendere apposta ogni dannatissima buca, che gli incideva le venature del legno nelle ginocchia. Neanche in chiesa stava mai in quella posizione!
Il freddo si fece tremendo. S'insinu sotto la camicia e
la pelle, fin dentro le ossa. I denti presero a battere, ma non era un nuovo ritmo per la sua musica.
La sua testa taceva. Non si stava divertendo, nemmeno un po'.
Bestemmi ad alta voce, torse i polsi per cercare un po'
di sollievo. Chiunque fosse il folle che aveva architettato quella messinscena, l'avrebbe pagata carissima.
Uno dei cavalieri avanz accanto al carretto. Il viaggio non  di vostro gradimento, della Torre?
Paganino sollev lo sguardo di sghimbescio e lo riconobbe.
Marchese Oberto Pelavicino. Ci siete voi, dietro questa idiozia?
Il veterano sogghign. Paganino ingoi un grumo di fiele. Aspettate che mio fratello Napo venga a sapere quel che state facendo!
Ma  esattamente ci che voglio. Il marchese soffi una nuvola candida, le sue labbra si aprirono in un sorriso.
Sar necessario fare di voi un esempio, Paganino. Mostrer
a tutti i Torriani ci che li aspetta.
Siete passato dalla parte della maledetta biscia, non  vero? Sput quella parola con tutto l'odio che aveva in corpo. Traditore che non siete altro!
Il sorriso dell'altro si spense, l'occhio s'accese come un tizzone di brace.
Traditore, io? Siete stati voi a voltarmi le spalle, a cercare
di ammazzarmi dopo che io vi avevo consegnato Arona!
latr, sputacchiando saliva come un cane rabbioso.
Vi sareste buttati dritti nella trappola che l'arcivescovo aveva preparato per voi, se non fosse stato per me. Solo perch voi siete i grandi, i potenti della Torre, e pensate che nessuno vi possa sfidare, non  vero?
Il cavallo sbuff, agitato; il traditore strinse le redini.
Dite di discendere da Carlo Magno, di essere tanto nobili,
sibil ma poi siete corsi scodinzolando a leccare le terga di un franco, convinti di aver trovato un alleato migliore
e pi forte. Be', io ho fatto altrettanto.
Nelle membra tremanti di Paganino il freddo era diventato
agonia. Un violento starnuto lo fece sussultare, dal naso muco salato gli col in bocca.
Ma insomma, che volete da me? Io a voi non ho mai fatto niente!
Oberto Pelavicino si pass una mano sui baffi ingrigiti;
uno dei due uomini sul carro gli tocc un braccio e indic pi avanti. Paganino alz gli occhi.
Piazza Maggiore era affollata, nonostante fossero solo le prime ore del mattino. La gente vociante si scost per lasciar passare il carretto. Pelavicino trott fino al centro dello spiazzo e si alz in piedi sulle staffe.
Vercellesi! grid. Conduco davanti a voi un uomo che si  macchiato di orrendi crimini presso questa cittadinanza.
Lo riconoscete? Tese il braccio verso di lui, i due mercenari sul carro gli afferrarono le braccia e lo costrinsero
in piedi.
La piazza esplose in un boato d'uria e insulti.
Stupido volgo ingrato! Riversavano sempre la loro rabbia su chiunque venisse loro dato in pasto; avrebbe anche potuto
essere l'imperatore, ma l'avrebbero coperto di vituperie comunque. Napo aveva ragione, quando diceva che era semplice far felici i popolani: bastava dar loro qualcuno da odiare.
Raddrizz le spalle e la testa quanto poteva, fino a farsi dolere il collo. Non si sarebbe ridotto come le fanciulle e gli orfani che faceva rinchiudere nel suo sotterraneo. Lui era di un'altra pasta e avrebbe mantenuto la propria dignit.
Un uovo lo colp alla spalla e gli imbratt la faccia di uno schizzo giallo che puzzava di zolfo. Si gir di scatto verso la distesa di facce adirate. Chi  stato? Chi ha osato?
rugg. Ve la far pagare, quant' vero Iddio!
Dalla folla volarono sputi e sassi. A morte Paganino!
grid un vecchio sdentato fra la folla. Scellerato coi capelli rossi! Il demonio finalmente ti punir!
Paganino strinse gli occhi, il fegato trabocc di bile.
Sono io il demonio!
Calma, calma! Il bastardo voltagabbana aveva ripreso
la parola. Quest'uomo  stato portato qui per essere giudicato, non per essere offeso e ingiuriato. Siamo qui perch la popolazione di Vercelli possa stabilire la giusta punizione per i crimini di Paganino della Torre.
Che rabbia, voleva passare per un giudice benevolo e imparziale, adesso?
Dalla folla emerse un popolano con un cappello a falde flosce, che si mise a fianco del carretto. Era brutto, sporco e miserevole; Paganino non credeva di averlo mai visto prima,
ma chi poteva dirlo? Erano tutti uguali quei pezzenti.
Testimone, lo chiam il Pelavicino racconta a questa gente ci che hai visto tu stesso.
Il villico inizi a parlare con gli occhi arrossati e l'aria afflitta,
puntando su di lui il dito ossuto e lurido. Q-quell'm l' vegn a c nostra, mesi fa. A-a nos dis che era l... l neuv podest di V-Versej.
Si mangiava le parole di volgare vercellese, ma poco a poco prese baldanza.
A dis che veniva a pij le imposte. Ma noi l'avevamo gi pag
tut al podest che a-i era prima. I l'avi pi gnente! Un ruggito di sostegno si lev dalla folla.
Allora a no dis che l'avro pag in manera diferenta. A
l'ha ciap la mia masn, la mia figlioletta, per i cavj e a l'ha strappato i vest. E poi a l'ha... a l'ha... la voce si ruppe
in singhiozzi. E lei la gridava... alura quel a la gha tir un pugn an boca e l'ha azzittita.
S'era preso la figlia di quel tizio l? Tutto quel trambusto
era per quello? Nemmeno si ricordava quell'episodio.
E Pelavicino si mise accanto al popolano, con un mezzo sorriso celato sotto la peluria della barba cinerina. Che et aveva la fanciulla? gli domand.
Il bastardo sapeva gi la risposta, era chiaro. Il villico si guard le mani e alz una a una le dita grossolane.
Otto anni? esclam spalancando gli occhi il Pelavicino.
Mormorii e strida si levarono pi forti di prima. Una donna scoppi a piangere e si crucesign. Madre santissima!
Paganino serr le labbra. Ora s, che ricordava quell'avanzo
di stalla. Sua figlia ne dimostrava almeno dodici, di anni; e comunque cosa avrebbe dovuto fare, fargliela passare
liscia? Era solo una zotica.
Cosa  successo dopo? insistette il traditore Pelavicino.
Il villico tir su col naso e alz gli occhi nei suoi: Quando
a l'ha fin lui, a dis ai suoi sold di... divertirsi anche lor con la mia tusa, che t-tramblava com un pulcin.
Paganino butt indietro la testa e scoppi in una fragorosa
risata, che ammutol persino la folla. E allora? grid
a quella platea di topi, insetti, ermellini d'allevamento.
Il boato esplose pi forte che mai. Nella sua testa, finalmente, la musica ricominci.
Questo non  un uomo,  il demonio! grid una donna
accanto al villico che si accasciava col volto tra le mani.
Esatto! rise lui, e dimen la lingua fuori dalle labbra intirizzite.
Dopo il primo testimone, il Pelavicino ne chiam altri, ma Paganino non li ascolt. A che scopo concentrarsi sulle parole di orfani, vedove di mercanti e servette del palazzo?
Le loro voci rotte e gracchianti non erano che strumenti musicali, nella grande armonia di grida e di odio che gli vibrava tutt'attorno. Non sentiva nemmeno pi-il freddo: solo la grande melodia.
Cos'hai da ridere, demonio? La voce del Pelavicino lo strapp alle sue fantasticherie.
Rido di te. Gli rivolse il suo sorriso peggiore. Fingi di avere il controllo, di essere a capo di tutto, gran generale
del mio culo. Invece non conti una briciola.
Il traditore divenne paonazzo. Strano che non gli uscisse fumo dalle orecchie!
Paganino della Torre disse con cipiglio, nella musica scrosciante. Figlio di Pagano della Torre e fratello di Napoleone,
usurpatore della citt di Milano. In nome della giustizia, di cui sono stato investito dal popolo di Vercelli, per gli inauditi misfatti e le atrocit di cui ti sei macchiato...
io ti condanno a morte.
Liuti e ciaramelle gli suonarono nel petto e lo riempirono di sbigottimento. C-che cosa?
Il Pelavicino aveva riacquistato una calma diabolica.
Non te l'aspettavi, vero? Pensavi che ti avremmo sbattuto in cella per chiedere un riscatto? Te l'ho detto chiaramente:
sarai un esempio di ci che attende tutti i della Torre. La sentenza sar eseguita ora, tramite squartamento.
Preparate i cavalli!
Il cupo tamburo gli romb nel torace, le gambe di Paganino si fecero molli come stracci. Stai facendo un grosso
errore, marchese... Non appena quell'idiota del Visconti non avr pi bisogno di te, ti getter ai suoi cani come un osso rosicchiato. E l'ira di mio fratello si abbatter su di te!
Il traditore sbuff dalle narici. A differenza di voi cani Torriani, dei Visconti ci si pu fidare. Ottone  un sant'uomo.
Paganino scoppi a ridere in faccia a quell'idiota e smise di badare a lui. La musica crebbe, mentre mani guantate lo trascinavano gi dal carro e gli annodavano polsi e caviglie con corde legate alle imbracature di quattro cavalli da tiro.
Sdraiato sulla terra battuta, Paganino alz gli occhi al cielo terso e mosse le mani sull'onda della grande sinfonia,
come a dirigerne l'esecuzione, tra gli incitamenti volgari della folla e la pioggia di bucce, gusci ed escrementi.
Il traditore schiocc la frusta nell'aria limpida. Le corde ai quattro arti si tesero e la musica riemp tutto.
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CAPITOLO 32.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Relazioni pericolose. Tre giorni dopo l'esecuzione di Paganino, luned 1 febbraio 1266. Palazzo dei Bunej, Asti.
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Le ante chiuse lasciavano filtrare lame di luce lunare, nell'aria il profumo dolciastro delle rose si mescolava a quello della legna che scoppiettava nel camino.
Ti ci vuole ancora molto? Io aspetto... mormor una voce vellutata, dal letto.
Eccomi, perdonami l'attesa... Ottone fin di lottare contro i lacci del camicione, si affrett a spogliarsi e scivol
sotto le coperte gi riscaldate dal corpo di Sofia.
La moglie del condottiero Oberto Pelavicino era una delle donne pi impertinenti e voluttuose che avesse mai conosciuto. Appena il marito era partito per le campagne militari, erano diventati amanti.
La luce flebile e ondulata delle candele non ne nascondeva
la bellezza, al contrario un crudele gioco di ombre ne celava le zone pi interessanti, rendendola pi misteriosa e sensuale.
Lei lo accolse con un sorriso civettuolo. Eccellenza, vi sembra questo il modo di far attendere una dama? E poi siete freddo come uno stoccafisso. Cosa accadrebbe se certe voglie, come sono arrivate, se ne andassero via?
In quel caso mi toccher darmi da fare per scaldarvi rispose Ottone.
Ottone si gir verso di lei e inizi a baciarla e a frugarle la pelle con le dita. Nel giro di un'avemaria i suoi baci si trasformarono in morsi delicati.
Lei ridacchi e con una mano inizi a far la corte al suo membro eretto, danzandogli attorno con sfioramenti e tocchi lievi. Si faceva desiderare come solo una vera dama sapeva fare. Infine lo afferr e inizi a massaggiarlo, e una fiammata di passione lo fece sussultare. Oh, Sofia.
La bocca affamata di Ottone scese lungo la spalla, ben conscio di non poter resistere a lungo ai suoi seni gonfi e morbidi, tipici di chi ha avuto prole numerosa, ma ancora consistenti. Anche in quella penombra l'areola, grande e scura attorno al capezzolo, spiccava sulla pelle chiarissima, come una luna scura in un cielo latteo. Li vide sussultare e li succhi senza ritegno, assaporando la pelle calda e salata.
Era fortunato ad aver trovato una donna come lei, non c'erano dubbi. In brevissimo tempo Sofia era diventata un porto sicuro, un rifugio in cui fuggire dai mille pensieri che l'attanagliavano.
Gi, quei pensieri. Ecco una porta della sua mente che avrebbe fatto meglio a lasciare chiusa. Eppure, ora che l'aveva aperta, non poteva non farsi delle domande. Che senso aveva ci che stava facendo? Tutto quel lavoro e quegli sforzi, tutti gli anni spesi in uno scontro senza fine, e le vite perdute nel farlo. Quando fosse divenuto... no, quando fosse stato riconosciuto vescovo di Milano, come avrebbe giudicato tutto ci? Ne sarebbe valsa la pena, o avrebbe passato il resto dell'esistenza nel rimpianto? E se, peggio ancora, fosse stato tutto inutile, tanta fatica per ritrovarsi
a stringere in mano solo un pugno di polvere?
Basta, ci stava ricadendo. Troppi dubbi. Doveva concentrarsi
solo su di lei: quelle curve morbide erano un balsamo
per una mente arrovellata dai crucci. Solo quando era con lei riusciva a essere lieto per un po'.
Almeno in quello, Sofia gli ricordava Agnese. Anche se per...
No, lo stava facendo di nuovo. Non era quello il momento
di lasciarsi andare a ricordi insulsi. Adesso era l, a letto con una donna bellissima e interessante, non si sarebbe
rintanato nel passato.
Le accarezz il fianco, fece scorrere la mano sulla pelle liscia, che fremeva sotto le dita, e scivol all'interno della coscia, lentamente, fino a sfiorarle il sesso con un tocco rapido, come per errore. Lei si irrigid e sussult sotto di lui. Ottone torn indietro con la mano, mentre lei si rilassava
di nuovo. Indugi, massaggiandole il monte di Venere
fin quando lei inizi a toccarlo in modo pi deciso, e anche lui allora smise di giocare. Affond in un lago di umori e di gemiti. Sofia ondeggi il bacino, quasi volesse divorargli le dita della mano.
Ti voglio, implor lei prendimi!
Era una richiesta che non ammetteva obiezioni, e Ottone
non aveva intenzione di opporne.
Ora l'ho capito le disse Ottone, steso tra le lenzuola.
Sofia si spazzolava i lunghi capelli corvini, nuda sul bordo del letto. Cosa?
Vederla compiere quel gesto quotidiano accese in Ottone
una nostalgia, mescolata al rimorso. Era una donna sposata, la consorte di uno dei suoi pi stretti alleati.
Ho capito perch tuo marito ha ripudiato la prima moglie per sposarti.
Sul volto arrossato di Sofia comparve un sorriso malizioso.
Che uomo fortunato. Ottone le carezz una spalla.
Non deve aspettare che tutti dormano per rubarti un po' d'amore.
Smetti di cianciare di mio marito, mi fai sentire in colpa.
Lei gli diede uno schiaffetto alla mano.
Adesso sei passata a malmenare gli uomini di chiesa?
Lei non stette al gioco e si fece seria. Beatrice era una donna molto piacente, ma sterile come il peggiore degli inverni. Oberto l'ha ripudiata per questo.
A me non la racconti. Scommetto che c'entra anche il tuo fascino irresistibile. Si avvicin di nuovo e le baci la spalla nuda.
Le ciglia scure di lei s'abbassarono.
S'era adombrata? Chiss cosa le passava per la testa.
Ottone sapeva manovrare nobili e generali, aveva contribuito
a far eleggere papi, eppure in certi momenti le donne continuavano a rimanere un mistero per lui.
Tu mi piaci, Ottone disse lei, rialzando lo sguardo.
Spero che non farai la fine degli altri. Sarebbe un grave danno se Oberto ci scoprisse.
Parlava sul serio? Ottone si sollev su un gomito per guardarla meglio in faccia. Dunque hai avuto altri amanti
prima di me?
Lei lo fiss con quello sguardo languido che l'aveva conquistato la prima volta, al primo incontro con il
Pelavicino. S, non c'erano dubbi: era seria.
Mettiamola cos, alz una spalla non potevo permettermi
di essere ripudiata come Beatrice.
Ottone inarc un sopracciglio. Stai dicendo che... quello sterile  lui?
Sospetto che abbia ricevuto un colpo di troppo durante qualche battaglia.
Quindi i vostri figli hanno altri padri.
Li ho scelti in modo che i bambini gli assomigliassero.
Abbass il capo. A volte ho l'impressione che anche lui lo sappia, e che l'abbia accettato. Nonostante questo, mi fa un sacco di scenate quando mi scopre a letto con qualcuno.
E dunque, che fine han fatto gli altri amanti?
Quelli che ha scoperto, li ha fatti fuori con le sue stesse mani.
Due colpi secchi come sassate risuonarono alla porta.
Chi ?
Invece di rispondere, la porta si spalanc e una figura alta si precipit all'interno.
Il cuore di Ottone gli fin in gola, Sofia lanci un gridolino
e si copr con le lenzuola.
Squarcino si sbatt la porta alle spalle e s'inginocchi con gli occhi chiusi.
Co-come ti permetti di entrare senza permesso? Ottone aveva le vertigini per lo spavento. Dovrei farti frustare!
Chi ti ha detto...
Perdonate, eccellenza, ma non potevo aspettare. Il marchese Pelavicino  appena arrivato con i suoi uomini.
Fu come una secchiata d'acqua gelida. Cosa? Di gi?
Oh, no! La testa di Sofia sbuc dalle coperte. Non voglio che ti ammazzi...
Ottone salt gi dal letto e afferr il camicione. Tent di slegare i lacci, ma parevano il nodo gordiano. L'infil allacciata, ma gli si incastr attorno al ventre. Era ingrassato.
Troppo cibo, troppa cacciagione, troppo vino... troppo
tutto, e sempre con quel tormento alla bocca dello stomaco, che non gli dava mai tregua notte e giorno.
Vi aiuto, eccellenza?
No, Ottone forz la testa nel camicione dimmi piuttosto quello che sai.
Gli uomini del marchese sembravano parecchio euforici.
Credo che Pelavicino intenda venire qui subito.
Quella storia degli amanti ammazzati adesso gli andava pi stretta delle braghe che si rifiutavano di calzare. Presto,
Sofia, raccogli i tuoi vestiti!
Lo sto gi facendo!
Ottone afferr il finto portacandela nella testiera del letto e lo tir: il pannello di legno sopra la cassapanca scatt e si scost di due pollici dal muro. Vi infil dietro le dita e lo scost sui cardini nascosti, liberando il passaggio segreto. Squarcino, portala nelle sue stanze, presto!
Ai vostri ordini rispose l'altro.
Visconti! Eccellenza! rimbomb oltre la porta.
Presto! Ottone richiuse a stento la porta nascosta e si gett sul letto, madido di sudore. Aveva appena ritirato su le coperte, che la porta si spalanc ed erutt Pelavicino in armatura, l'elmo sotto braccio. Grandi notizie!
Ottone si sollev a mezzo dal materasso, il cuore ancora al galoppo sotto il camicione. Chi ? Che accade? Si stropicci gli occhi, lo scrut e alz la voce. Marchese!
Senza annunciarvi irrompete cos nelle mie stanze?
Perdonate, eccellenza. Il Pelavicino gesticol con vigore.
Dovete udire la novella!
Ottone lo trafisse con uno sguardo di riprovazione, sospir
e scosse il capo. Mi auguro che sia qualcosa di grosso.
Paganino della Torre! Dovevate esserci, Ottone. Gliel'abbiamo
fatta vedere, a quel porco!
Abbassate la voce, ve ne prego. Spiegatemi.
Il Pelavicino afferr la sedia dello scrittoio e la trascin fino al bordo del letto, provocando stridii che fecero venire
i brividi a Ottone.
I vostri informatori dicevano il vero: Paganino della Torre era a Vercelli, in pratica senza protezione. Aveva gli occhi febbricitanti.
Ottima notizia! Siete riuscito a catturarlo?
L'ho fatto squartare come il porco che era. Il marchese
scopr tutti i denti. Non potete immaginare le scelleratezze
che aveva combinato laggi! Abbiamo compiuto un grande atto di carit a ucciderlo. Il Pelavicino sputazz come un invasato.
La forza del suo odio era quasi inquietante, ma in fondo
era il motivo principale per cui l'aveva scelto come alleato.
 un'ottima notizia, marchese. Gli diede una pacca sulla spalla. Con la morte di Paganino abbiamo arrecato un duro colpo ai della Torre. Ora lasciatemi solo, ho bisogno
di mettermi subito a studiare la prossima mossa.
Non avete certo bisogno di pregarmi. Il Pelavicino
s'alz di nuovo e s'appoggi una mano tra le gambe, sui genitali. Non ho ancora finito di festeggiare e ho una moglie
che non vedo da troppo tempo.
Ormai Sofia doveva aver raggiunto la sua stanza. Sono sicuro che anche lei sar felice di rivedervi.
Bene. Vi sono grato per averla sorvegliata, in questi mesi. Con donne come Sofia, sono pochi gli uomini di cui mi posso davvero fidare.
Una fitta di colpa punse lo stomaco di Ottone. Il marchese gli baci l'anello e lasci la stanza.
Non era il momento di vergognarsi per il suo comportamento.
L'azione estrema di Pelavicino avrebbe senz'altro destato reazioni a Milano. Ottone doveva essere pronto a qualsiasi sviluppo. Scese dal letto, si avvicin al caminetto morente e sospir. Se solo papa Urbano  quartofosse stato ancora
in vita, le cose sarebbero state pi semplici. Rimest le braci con un ferro. Non doveva abbattersi. In fondo, i papi non vivevano mai troppo a lungo. Sarebbe bastato attenderne uno favorevole.
Fuori ancora non albeggiava, ma il lavoro non portava pazienza. Non attese il servitore. Si infil una pesante veste
di velluto, spost la sedia davanti allo scrittoio e si sedette
a studiare le carte al lume del cero.
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CAPITOLO 33.
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NAPO DELLA TORRE.
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Volano teste. Il giorno dopo, marted 2 febbraio 1266. Piazza del Broletto Nuovo, Milano.
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Il cielo s'era gonfiato di nuvole.
Un'unica, ampia distesa di grigio spolverava la neve su Milano. La piazza pareva cosparsa di farina, le mille impronte
inghiottite da un nuovo strato di bianco, qui e l sciupato da chiazze di melma e sudiciume.
Il folto drappello di uomini in vesti da notte, trascinati l dalla Rocchetta di Porta Nuova, se ne stavano incatenati
in un angolo a battere i denti. I loro piagnistei si condensavano
in nuvolette biancastre.
Napo aveva fatto rastrellare quei cani di soppiatto, nei letti, proprio come l'usurpatore Visconti aveva fatto con suo fratello Paganino. Adesso toccava a loro sfregarsi le braccia e implorare l'Altissimo.
Sotto gli archi del Broletto Nuovo, Napo cambi posizione
sullo scranno e si riavvolse nella cappa di morbido cervo. Ecco il nostro carico di vitelli, disse ai parenti l riuniti sono belli grassi, non vi paiono pronti al macello?
Margherita, seduta al suo fianco in una calda pelliccia di vaio, scoppi a ridere, gli zii e i cugini fecero altrettanto.
Quel debosciato di Mosca, invece, in piedi dall'altro lato dello scranno insieme a Guido e Francesco, abbozz appena
un sorriso.
Mai che gli desse una soddisfazione, suo figlio.
Ci hai radunato per assistere a una carneficina, fratello?
domand Francesco, continuando a fissare la fila di prigionieri.
Vi ho radunati per mostrarvi come proteggo la nostra famiglia. Napo si sfil i guanti, si alit sulle dita per scaldarle
e le infoder di nuovo. Chiunque abbia versato anche
solo una goccia del nostro sangue  qui.
Francesco tacque con le labbra tirate. Il resto dei parenti,
al contrario, pareva entusiasta di quell'iniziativa.
Napo gett un'ultima occhiata ai prigionieri e gonfi i polmoni. Cominciamo! Portate il primo.
Gli uomini di casata sollevarono per le braccia uno dei nobili dal mucchio, un grassone pelato col naso aquilino, che sgran gli occhi e cerc di divincolarsi. Un milite gli sferr un pugno sulla faccia barbuta e un altro nello stomaco.
L'aristocratico si pieg e sput sangue. Tutt'attorno, una piccola folla di milanesi s'era radunata a osservare, in silenzio.
Trascinato, il nobile tracci nella neve due solchi paralleli e una scia di rosso vivo. Con uno stridio di ferro, le manette che gli serravano i polsi furono agganciate presso il ceppo.
Napo volt il capo al boia, che attendeva tra le ombre del colonnato. Mastro Greiner, siete pronto?.
Il boia sfil dalla cappa nera le braccia gonfie di muscoli.
Napo non conosceva molti uomini pi forti di lui. Era talmente imponente che, nelle sue mani, la grande ascia da esecuzione che aveva fatto forgiare per l'occasione pareva
una normale scure da boscaioli.
Il prigioniero sembr rianimarsi proprio in quel momento.
No, vi prego! Posso... posso fare dei nomi. Vi scongiuro!
Piagnucoloso ratto di fogna. Voi chiedete piet per la vostra vita. Ne avete avuta per mio fratello?
Non ho avuto alcun ruolo in quella vicenda, dominus...
Ma avete esultato per la sua morte, come tutti voialtri vermi. Non ci sar misericordia per voi. Fece un cenno con la mano; uno dei soldati sferr un pugno in bocca al grassone. Il prigioniero s'afflosci, sput un dente e smise di protestare.
Mastro Greiner si posizion a fianco del ceppo e gir gli occhietti grigi a guardarlo.
Napo annu.
Il boia sollev con entrambe le mani il manico dell'ascia,
la testa di metallo mand un riflesso. La lama cal sul collo grasso, tranci muscoli e tendini e schiocc contro una vertebra, che ne arrest il corso.
Il prigioniero emise un rantolo dalla gola sfondata, rovesci
gli occhi e spalanc la mandibola. Scalci, si agit sul ceppo, spruzz ruscelli rossi sulla neve fresca.
Che orrore! Una zia di Napo svenne poco distante.
E s che quel boia pareva sapere il fatto suo mormor suo cugino Stefano.
Quante lagne! Decapitare un uomo  pi difficile di quanto appaia ringhi Napo.
Margherita gli prese la mano e la strinse forte.  cos grasso, flaut il suo delizioso accento provenzale che tutto in una volta non si poteva mica uccidere. Aveva lo stesso sguardo di quando le servivano i suoi piatti preferiti.
L'ascia si sollev sgocciolando sangue, e s'abbatt di nuovo. Questa volta il collo si tronc di netto e le membra paffute smisero di muoversi. Rimase solo una piccola striscia
di carne rossa.
Il boia gonfi i muscoli, riport l'arma sopra il cappuccio
e la cal per la terza volta. Finalmente, la testa rotol gi dal ceppo. Un coro di giubilo si lev dalla folla riunita.
Napo si pass la lingua sulle labbra e si volt verso i parenti. Lo sentite anche voi il dolce sapore della vendetta?
Suo nipote Guido agit la testa con gli occhi sbarrati.
S, zio! Francesco scocc al figlio uno sguardo esterrefatto.
Il contrasto tra il sangue che ruscellava dal collo mozzato
e il candore della neve feriva gli occhi. Avanti il prossimo
ordin Napo.
I soldati continuarono a portare carne al boia. A ogni testa che volava, il sorriso della sua sposa si allargava. Al nono o decimo, Margherita s'alz e gli bisbigli all'orecchio:
Che ne dite di rendere le cose pi divertenti, mon cher?.
Sono tutto orecchi, madame.
Sotto la pelliccia chiara, i seni gonfi si sollevarono verso la sua guancia. Uccidetene uno voi. Il calore del suo alito gli accarezz il collo. Fatelo per me.
La sua virilit formicol all'istante. Gi pregustava la punta della lingua di lei sul lobo dell'orecchio. Gi si vedeva
a toccarle il corpo, con le mani che avrebbero vibrato
il colpo d'ascia. Si pass di nuovo la lingua sulle labbra.
Come potrei negare qualcosa alla mia sposa? Gett indietro
la pelle di cervo e s'alz in piedi. Mastro Greiner! Scese i
cinque gradini del porticato e raggiunse il boia. La vostra accetta.
Mastro Greiner titub, si guard attorno da sotto il cappuccio e gli porse il manico.
Che fai, Napo? Francesco scese a sua volta i gradini.
Noi non ci sporchiamo le mani per le esecuzioni.
Padre, non fatelo! aggiunse Mosca, con la sua vergognosa
vocina da donnetta.
Napo li ignor.
Afferr l'impugnatura con entrambe le mani: era pi pesante di qualunque arma avesse impugnato, in mezzo alla battaglia
sarebbe stata del tutto inservibile. Era sorprendente che un collo umano potesse resistere a una bestia
simile.
Forza, portatene qui un altro!
Un trentenne stempiato punt i piedi nella neve e gua come una cagna a cui venivano sottratti i cuccioli.
Napo attese che l'uomo fosse bloccato in posizione, poi sorrise a Margherita. Aveva ragione, era pi eccitante farlo
di persona. Quella donna! L'aveva incontrata da pochi giorni, ma gli sembrava che fosse da sempre al suo fianco.
Allarg le gambe, tese i muscoli delle spalle e sollev l'ascia da esecuzione fin sopra la testa. Doveva prendere bene la mira e colpire tra una vertebra e l'altra: solo cos si poteva recidere una testa al primo colpo.
La larga lama scese e picchi sulla nuca e sul lato del ceppo. S'apr un tagli slabbrato e profondo, ma non mortale. L'uomo inizi a strillare e gorgogliare sangue come
un porco scannato. Doveva farlo smettere.
Alz di nuovo l'arma e inizi a colpire. Una volta, due, tre. Dannazione, la lama continuava a incocciare nelle vertebre e gli spigoli del ceppo, quel dannato non ne voleva
sapere di smettere di strillare. Schizzi di sangue e polpa
maciullata gli inzaccherarono le braccia e la veste. La folla osservava rapita, risolini e lamenti d'orrore si levarono
dal colonnato del Broletto Nuovo.
Non poteva fermarsi prima di averlo zittito o si sarebbe coperto di ridicolo.
Crepa! Napo continu a colpire, col cuore che martellava
sempre pi forte nelle orecchie. Dannato traditore!
Gli ci vollero una decina di colpi, perch la testa rotolasse
gi dal ceppo e finisse in mezzo alle altre. Si pass una mano sulla fronte, gli schizzi erano arrivati fin l.
Bastardo.
Napo si volt di scatto. Chi ha parlato? La voce s'era levata dalle file livide e ammutolite dei prigionieri. Chi osa insultare i miei natali?
Un prigioniero alz la testa, rivelando una barba corta
dello stesso colore del nevischio. Sono stato io disse in uno sbuffo di vapore.
Napo si mise in spalla la scure e s'avvicin ai prigionieri.
Senti senti, un verme con la spina dorsale. Fece un cenno
ai soldati, che glielo trascinarono davanti.
Padre! Suo figlio Mosca si avvicin, stringendosi nel mantello. Il volto di quest'uomo non mi  nuovo... L'ho gi visto.
Napo afferr il mento del prigioniero; in effetti aveva tratti familiari, ma che importava? Gli scarafaggi si somigliano
tutti.
L'uomo sostenne il suo sguardo. Non c'era rabbia nei suoi occhi, solo disprezzo.
Napo gli lasci andare la mandibola. Con la tua insolenza,
ti sei appena guadagnato il posto sul ceppo. Il pomo
d'Adamo ballonzol sulla gola secca dell'uomo. Ma essendo un signore magnanimo, ti concedo un privilegio: le ultime parole.
Le guardie sbatterono il prigioniero sul tronco. L'odore della merda fresca si un al puzzo che gi aleggiava nell'aria,
eppure il vecchiardo trov il fiato per parlare.
Ci vuole cos tanto tempo per curare e per guarire.
La voce dell'anziano tremolava. E cos poco per uccidere.
Un vero sovrano non sparge sangue invano.
Napo serr la mascella. Dunque, per te io non sarei un vero sovrano disse, portandosi una mano sul petto. Oh, il mio cuore si strugge dal dolore!
I soldati scoppiarono in scherni al vecchio, e anche dalla platea dei suoi familiari risuonarono risa.
I grandi uomini ricorrono alla violenza solo quando  davvero necessaria insistette il condannato.
Mio signore, permettete?
La voce flautata di Margherita dest Napo dal suo furore.
Sua moglie gli si avvicin con poche falcate leggiadre, e gli sussurr all'orecchio: Fammi un altro dono, mio amore. Uccidilo per me.
Napo le carezz il ventre e sorrise. Vuoi assistere pi da vicino?
Gli occhi di lei si accesero di eccitazione. Si capivano gi cos bene.
Napo si port vicino al ceppo, allarg le gambe e sollev l'ascia sopra la testa.
No, aspettate padre! Mosca protese le mani. Adesso lo riconosco: quest'uomo  il medico che mi salv dalla tosse perniciosa, quand'ero fanciullo!
Margherita bofonchi in provenzale e gli sfior la manica.
Potrebbe anche essere un mago della corte del Saladino, ma ha osato insultare il vostro sangue.
Bono da Tabiago ricord Napo.
Il vecchio alz le folte sopracciglia, gli occhi accesi di speranza. Sono io... Dunque tu sei Corrado aggiunse verso il Mosca.
Suo figlio aveva gli occhi lucidi. Era quello il suo vero nome, ma dopo la malattia che l'aveva quasi stroncato, era rimasto talmente minuto che tutti avevano iniziato a chiamarlo Mosca. La stessa malattia che lo rendeva la caricatura di un uomo.
Non potete ucciderlo, padre. Devo la vita a quest'uomo.
E pur sempre un traditore! insistette Margherita, con le mani sui fianchi.
Napo era combattuto. Se aveva un erede in vita, era grazie a quel vecchio, che aveva dedicato l'esistenza a salvar gente. D'altro canto, non poteva far passare liscio un insulto grave come dargli del bastardo. Gli altri che assistevano avrebbero potuto pensare di seguirne l'esempio.
Un silenzio di tomba scese sulla piazzola. I suoi uomini e il resto dei prigionieri lo fissavano. Era troppo tardi per tirarsi indietro.
Margherita ha ragione, figliolo. Un nemico resta un nemico, anche quando ha la nostra gratitudine.
Sua moglie sorrise, trionfante. Nel silenzio teso della nevicata, uno scalpiccio di zoccoli distolse l'attenzione di molti.
Un cavallo aggir il colonnato del Broletto e s'avvicin a loro. Chi aveva l'ardire di interrompere un'esecuzione esemplare? Il cavaliere aveva il capo protetto da una cervelliera
e un largo stemma d'aquila cucito sul mantello.
Scese da cavallo, lo prese per il morso e si lev l'elmo.
Era Accursio Cutica, l'uomo che aveva stretto l'alleanza
tra loro e la corte angioina, e gli aveva combinato il matrimonio con Margherita. S'avvicin a lui, guardando con raccapriccio la cesta di teste e l'uomo al ceppo. Allora  vero quello che ho udito, Napoleone. Abbass la voce. Questa carneficina deve avere fine, subito.
Il fastidio gli mont di nuovo. Non dovreste essere a Como a fare il podest, Cutica? Badate agli affari vostri e lasciate me ai miei.
Francesco scese di corsa dal colonnato del Broletto e s'accost ad ascoltare.
Accursio si massaggi la guancia floscia e gli guard le vesti insanguinate. Vostro cugino Filippo si star rivoltando
nella tomba. Non vi ha lasciato lo scettro del comando
per compiere massacri. Vi attirerete le ire del papa...
e di tutti i nobili ancora neutrali.
Io non sono Filippo, gli ringhi e non esistono nobili
neutrali. Raccolse dal cesto una testa per i capelli e la lanci ai piedi del podest. I fedeli del Visconti hanno scannato mio fratello Paganino a Vercelli. Dio mi  testimone,
questo  ci che si meritano.
Napoleone, mi meraviglio, mormor Margherita lasciate
che un semplice nobile vi parli cos?
Francesco si mise di mezzo. Cutica dice il vero. Cerca di placare la tua sete d'odio e di farti ragionare. Qualsiasi amico lo farebbe.
Adesso erano almeno in tre a disapprovare: suo figlio, Francesco e il podest di Como.
Io sono Napoleone della Torre, signore di Milano, e la mia parola  legge.
Margherita saltell e gli prese il braccio. Accursio annu
con le labbra tirate. Quello che dite  sacrosanto, ma un buon signore si circonda sempre di coadiutori assennati,
che lo consiglino con temperanza.
Temperanza? rugg Napo. Questi cani hanno squartato
Paganino, mio fratello!
Il suo sorriso bianchissimo gli lampeggi nella memoria,
insieme ai capelli rossi e alle guance chiazzate di efelidi.
Gli torn in mente quella volta che l'aveva tirato fuori
da una pozza piena di sanguisughe, e poi non aveva detto nulla a loro padre per non farlo infuriare. E ora era stato smembrato in quattro parti. Lo sguardo gli si appann,
la bocca gli si riemp di amaro.
La devono pagare.
Non sono stati questi uomini, Napo. Francesco gli appoggi le mani sulle spalle. Ammazzarli tutti non ce lo ridar indietro. Aveva la voce strozzata.
La rabbia di Napo si fiacc come una candela sotto la pioggia.
E va bene... Il vecchio  libero. Gli devo la guarigione
di mio figlio, e per stavolta  salvo. Una vita per una vita.
Il medico pos la fronte sul ceppo insanguinato e inizi a singhiozzare.
Margherita si avvicin a Francesco e gli moll uno schiaffo in faccia. Il silenzio si fece ancor pi gelido. Poi fulmin Napo con un'occhiata arcigna e, con le labbra accartocciate come una bambina, afferr un lembo della gonna e si allontan.
Margherita, Aspettate! la chiam, ma lei spar tra le colonne del Broletto.
Il volto di Francesco invece si era rasserenato, e cos quello di Mosca e di Cutica. I soldati parlottarono tra loro.
Silenzio! grid Napo, e gett l'ascia tra le mani del
boia. E ora portate il prossimo prigioniero, veloci! Mastro Greiner ha del lavoro da fare.
Cutica aggrott le sopracciglia. Potresti dar loro un'altra occasione.
No. Napo torn al suo scranno e si gett la pelliccia di cervo sulle spalle infreddolite. Ho detto che il medico
lo risparmio, ma gli altri sono tutti sporchi filoviscontei, e pagheranno con la vita.
Tra gli uomini in catene si sollev una cacofonia di implorazioni,
preghiere e maledizioni a Milano e ai Torriani.
Napo sorrise: quella era musica per le sue orecchie; gli venne un'idea.
Tranne uno. Forza, portatemi qui il pi miserabile della
masnada. Ho deciso che anche lui avr salva la vita.
Gli fu buttato davanti un uomo emaciato e bluastro per
il freddo, con una vecchia tunica azzurrognola e un mantello
pieno di buchi. Anche il suo viso aveva qualcosa di familiare.
E tu chi saresti, pezzente?
L'uomo trem e non rispose.
Non ti ho fatto una domanda difficile.
Cutica gli s'accost all'orecchio. Quello  Niccol, il muto di casata Faroldi.
Faroldi, Faroldi... La memoria gli torn a quel pomeriggio
di tanti anni prima, quando Ottone gli aveva lasciato
la cicatrice al sopracciglio. Ma certo, mi ricordo di te.
Con la tua lingua ci sera strozzato il mio falcone preferito, pezzo di sterco. Sei un amico del Visconti, non  vero?
L'uomo scosse la testa con foga, lo sguardo sbarrato.
S che lo sei. Molto bene, tu gli porterai un messaggio da parte mia, e in cambio avrai salva la vita. Cos non si potr dire che sono un signore troppo crudele.
Questa volta il muto annu con quanta forza aveva in corpo.
Ecco il messaggio, ascolta bene. Riflett per qualche
istante. Potrai tornare in questa citt quando Iddio ridar
la parola ai muti. I soldati scoppiarono a ridere. E adesso vattene, hai tempo fino al tramonto per lasciare il territorio comunale.
Il muto strinse forte gli occhi e cerc di proteggersi con le braccia ossute. Penoso.
Se il tuo brutto muso si fa rivedere da queste parti, i miei falchi avranno un nuovo banchetto.
Ci vollero tre giorni per terminare i rastrellamenti e le esecuzioni.
San Dionigi si stagliava contro il cielo. Tra le nuvole comparve la luna calante, che rischiarava fiocchi fini e affilati.
Napo smont di sella, imitato dagli uomini della sua scorta. Qualcuno ha tenuto il conto dall'inizio?
Uno dei nuovi soffoc uno sbadiglio. Solo i nobili dovrebbero
essere sulla cinquantina, messere. Servi e famigli non li ho calcolati.
La luce della luna sulla neve del portico e sul nuovo campanile donava a tutta la scena una particolare serenit.
O forse era lui che si sentiva finalmente in pace.
Cinquanta solo tra i nobili. Niente male davvero.
Voi aspettatemi qui fuori. Napo varc il portale della basilica da solo, i suoi passi riecheggiarono tra le navate;
poche candele ardevano e diffondevano odore di cera. Si ferm di fronte alla lapide di Paganino, appena posata sul pavimento. Si chin a carezzare la forma scolpita nella pietra.
Vendetta  fatta, fratello. Ora puoi riposare in pace, e ascoltare la musica che amavi direttamente in Paradiso.
Usc. Nell'antico quadriportico dei catecumeni, le torce
dei suoi uomini illuminarono i capitelli delle colonne, pieni di diavoli, serpi e nani schiacciati.
Date una pulita al sangue. Rimont in sella. Buttate
i corpi in qualche fossa comune e poi andatevene tutti a dormire.
Diede di sprone e ritorn a Palazzo della Torre.
Il viaggio di ritorno nella citt deserta e cupa gli parve durare un'eternit. Non c'era neanche un milanese fuori, quella sera, neppure i soliti ubriachi, e persino i cani randagi
parevano essersi rintanati in qualche fogna, invece di ululare alla luna.
Entr a palazzo, pass dalla cantina e si tracann mezzo
otre di vino. Brind alla memoria di Paganino. Raggiunse
a tentoni la stanza patriarcale con un candelabro in mano. Dinanzi alla porta, a terra, c'era qualcuno seduto.
Francesco?
Sapevo che saresti tornato, prima o poi. Suo fratello si asciug le labbra. Aveva una brocca in mano, avevano avuto la stessa idea. T'aspettavo.
Non te ne sei andato con il tuo amico Cutica?
Ti ricordo che Cutica  amico anche tuo. Anzi,  uno dei nostri alleati pi preziosi.
Napo gli si sedette accanto e gli sfil la brocca di mano,
tracannandone un sorso; era pi aspro dell'aceto.
Sput e glielo restitu. Dove hai preso questo piscio di vacca?
Francesco abbozz un sorriso. Me l'ha dato una serva...
Forse ce l'aveva ancora con me per qualcosa.
Perch mi aspettavi?
Suo fratello smise di sorridere.
Sono preoccupato per te. Margherita, ecco... io sono convinto che tiri fuori il tuo lato peggiore. Pi ancora di come faceva da piccolo Paganino, pace all'anima sua. E ricordi cosa diceva sempre pap?
Napo sollev le sopracciglia. Pensi che mi faccia comandare da una donna?
Comandare no... ma influenzare s. E una maliarda, la gente la chiama la strega di Provenza, lo sapevi?
Napo arricci il naso. Far frustare chi le manca di rispetto. Lei  l'unica che mi comprende, che vede in me qualcosa di grandioso. Io non sono come te. Voglio puntare in
alto, pi in alto di quanto nostro padre abbia mai sognato.
E voleva anche uscire dalla sua fottuta ombra.
Francesco pos la brocca in terra. Napo, mi hai fatto paura in questi giorni. Questo macello che hai fatto... Per l'amor di Dio.
Sei troppo debole, non ho fatto altro che ripulire la citt dai ratti.
 una vaccata e lo sai. Stai mettendo in pericolo la nostra posizione. Noi a Milano non siamo veri sovrani, siamo custodi delle leggi e dell'ordine. Non dimenticartelo.
Se continuiamo a calpestare gli statuti per gli interessi di casata, presto o tardi il Comune ci si rivolter contro.
Napo bofonchi. Per quanto sgradevole, almeno su quel punto suo fratello aveva ragione. Cambier anche questo.
Cosa vuoi dire?
Prima intendo schiacciare la biscia viscontea e mandare
cos un messaggio a tutti i ribelli, sia quelli di oggi che di domani. E poi inizier a regnare davvero. Senza pi il Comune e le istituzioni popolari fra i piedi.
M-ma...  stato il popolo a portare la nostra famiglia al governo!
Appunto. Il popolo  gregge, che gode e prospera solo se ha qualcuno di forte a dargli ordini. E quel qualcuno sar io.
La sagoma di Francesco ondeggi al lume del candelabro.
Ti stai perdendo, fratello.
Napo si volt e abbass la maniglia della camera patriarcale.
Non ho bisogno della tua approvazione.
Apr la porta: sua moglie lo attendeva in mezzo ai lumi di cento candele, nuda tra due ancelle dai seni scoperti.
Una scarica di eccitazione gli arse le vene.
Si chiuse la porta alle spalle e tir il chiavistello.
...
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CAPITOLO 34.
...
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...
OTTONE ARCIVESCOVO.
...
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Tradimenti sofferti. Due settimane dopo, gioved 18 febbraio 1266. Palazzo dei Bunej, Asti.
...
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...
Anche mio padre Balzarino  stato decapitato! La voce rabbiosa del De Littis rimbomb nella sala. I della Torre hanno compiuto tredici esecuzioni il due febbraio, dodici il giorno dopo e poi altre ventotto ancora. I nostri familiari e simpatizzanti stanno affogando nel sangue, eccellenza;
 cos che ci guidate alla vittoria?
L'emicrania di Ottone esplose. Si port le dita alle tempie
e le massaggi. Quell'accusa era una pugnalata. Aveva commesso
una leggerezza a lasciare campo libero al Pelavicino, ma non immaginava certo che i Torriani avrebbero reagito con tale crudelt.
Doveva levarsi da quell'impaccio. L'invettiva ormai era stata lanciata, e i capi di tutte le famiglie nobili in esilio lo fissavano, in attesa di una risposta. Doveva rispondere.
Dannazione, se avesse ammesso la propria responsabilit, avrebbe perduto il loro supporto e i loro eserciti! Non avrebbe mai sconfitto i della Torre, non avrebbe mai raggiunto
il suo obiettivo.
Il fuoco scoppiett nel grande camino tra due pareti affrescate.
C'era solo una soluzione: addossare la colpa a qualcun
altro. I nobili erano furiosi e volevano un responsabile. Se non gliene avesse fornito uno, se la sarebbero presa con lui. Per quanto odiosa, era l'unica cosa sensata da fare.
Avete ragione. Apr le braccia in un gesto onesto.
La colpa  mia.
Nella sala cal il silenzio assoluto. Ora aveva la loro attenzione.
Quando un cane rabbioso morde un cristiano,  giusto che il padrone paghi un'ammenda. Perci mi prendo una parte della responsabilit dell'accaduto. Ne prendo atto e, come voi mi vedete, faccio ammenda. Se non sulla mia anima, tutte quelle morti graveranno in eterno almeno sul mio cuore.
Abbass il capo, tir il volto nella contrizione e bisbigli
un paternoster con le labbra mute. Il chiacchiericcio tra i nobili inizi a ronzare poco a poco. Ottone li sbirci di sottecchi; in piedi in un angolo della sala, Sofia se ne stava con gli occhi increduli e le labbra disserrate. Le viscere
gli s'attorcigliarono: la sua amante aveva capito cosa stava per fare?
Noi tutti abbiamo in comune il disprezzo per i della Torre. Ottone si schiar la gola. Ma nessuno in questa sala, credo, si sarebbe mai aspettato che l'odio verso quegli
scellerati potesse divampare nel cuore di uno di noi come ha fatto con il marchese Pelavicino.
Il brusio cess di colpo. Ottone evit di guardare verso Sofia e strinse le labbra.
Sia ben chiaro: io comprendo messer Oberto, un grande condottiero e un uomo d'onore, che amo e rispetto
al pari e pi di un fratello... Ma poich io sono la guida morale e spirituale di questa coalizione,  con profondo dolore che metto da parte l'affetto del sodale e condanno le azioni che hanno causato il bagno di sangue dei della Torre.
Nel silenzio gelido, un gallo cant nel cortile oltre la finestra.
Ci che ha fatto Oberto Pelavicino  stato inqualificabile.
Vorrei che fosse qui per poterlo guardare in volto. Il modo in cui ha ucciso Paganino della Torre, contravvenendo
al mio esplicito ordine di catturarlo soltanto... Ottone
scosse il capo. Chi poteva immaginarlo? E chi poteva
immaginare una reazione tanto sanguinaria da parte dei Torriani? Nessuno. Milano non aveva mai assistito a una scelleratezza simile a memoria d'uomo. Napo della Torre dovr risponderne di fronte a Dio Onnipotente!
Si fece il segno della croce con rabbia, tutta la sala lo imit. Buon segnale: erano concordi con lui, per il momento
lo stavano seguendo. Ma tutto si giocava sul punto d'arrivo.
Ormai non si pu disfare ci che  fatto. Ci che  in mio potere, adesso,  punire il responsabile e promettervi che simili errori non si ripeteranno pi. S'alz dal trono e allarg le braccia. Lo dico qui, dinanzi al Padre, al Figlio
e allo Spirito Santo, e voi tutti mi siete testimoni. Da questo momento Oberto Pelavicino non  pi il condottiero
del mio esercito e il generale delle nostre forze congiunte.
 con il pi vivo dolore che ripudio lui e le azioni che hanno portato la sventura sui nostri cari.
Un ruggito di assensi rimbalz nella sala. Un giovane si mise persino a singhiozzare.
Ce l'aveva fatta, aveva incanalato la loro rabbia altrove e li aveva tenuti aggregati a s. Ma a che prezzo?
Si decise ad alzare gli occhi a Sofia. Era a terra dietro l'assemblea, priva di sensi. Il cuore diede una stretta.
Guardie, conducete Sofia Pelavicino nelle sue stanze.
Ottone disse messa in memoria dei massacrati. Le volont
si rinsaldarono, le promesse di alleanza furono rinnovate;
ogni cosa and come Ubaldini avrebbe voluto.
Dopo il tramonto, si trascin esausto alla stanza da letto,
con una lucerna in mano. Aveva le gambe gonfie, la gola irritata dall'acido e un'enorme pesantezza nelle membra, e non solo per stanchezza.
Esit davanti alla propria porta. Di solito, a quell'ora, Sofia si faceva trovare sotto le coltri, gi pronta a folleggiare.
Ruot la maniglia.
Tra i voluminosi crini neri, la donna se ne stava seduta sull'orlo del letto, al buio. C'era! Non se l'era aspettato.
Sofia... Si sedette accanto a lei, pos la lucerna sulla cassapanca e l'abbracci. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma non trov le parole.
Tremando, lei si sciolse dalla stretta. Alz il volto pallido
tra i capelli. La fiammella della candela luccic nelle lacrime che le rigavano le guance.
Sono stata una stupida, sussurr con voce sfilacciata
pensavo che t'importasse qualcosa di me.
Ho dovuto farlo, Sofia.
Lo sai che fine far, se mio marito cade in disgrazia?
Certo che lo sapeva... Le osserv la pelle del polso, che cos tante volte aveva baciato. Tutta la situazione gli pareva
irreale come un incubo. Senza accorgersene, aveva iniziato
a torturare la scarsella. Il cuoio era liso e consumato.
Non hai detto niente si rese conto Ottone in quel momento. Prima, nella sala. Avresti potuto scagliarti contro di me, denunciare la nostra relazione per distruggermi...
invece tu non hai detto niente.
I lucidi occhi di Sofia si alzarono a incontrare i suoi, due stelle tremule in un firmamento vuoto. Non sono sicura che Oberto sopravvivr al tuo tradimento. Certo morirebbe se scoprisse anche il mio.
Un nodo da forca strinse il collo di Ottone. Vorrei che capissi che davvero non avevo scelta. La situazione  precipitata
per tutti.
Sofia si morse le labbra. Potevi almeno aspettare che tornasse. Potevi almeno affrontarlo faccia a faccia, come fanno gli uomini. Invece, cos... hai preferito agire come le bisce.
Ottone si afflosci sulle proprie ginocchia. Gli pareva d'avere un macigno sulla schiena. Strinse tra i polpastrelli la scarsella.
E smettila con quell'affare! grid Sofia di colpo; Ottone
sobbalz, lei afferr il sacchetto e diede uno strattone:
il vecchio laccio si strapp, sul polso biancheggi la cicatrice irregolare.
Ridammela subito! rugg lui.
Sofia s'alz e se la strinse al petto. Cosa ci tieni qua dentro, la tua dignit? Sciolse il cordino che la teneva chiusa.
Col cuore in gola, Ottone scatt in piedi, le diede uno spintone e inciamp nel lenzuolo. Rimbalz sul materasso e sbatt le ginocchia sul tappeto sottile che copriva il pavimento.
Sofia cadde seduta sulla cassapanca, la vivida fiamma della lucerna balugin.
Ridammela subito! Il suo stomaco era schiacciato dall'agitazione.
Lei sollev il sacchetto sopra la lucerna. Non ti muovere
o quant' vero Iddio la svuoto nell'olio in fiamme.
Il solo pensiero gli diede le vertigini e gli bagn la fronte
di sudore; Ottone si appoggi al letto. Aspetta, non farlo!
Quando sei in ambascia tormenti sempre questo affare.
Sofia allarg la chiusura della scarsella con l'indice.
Voglio proprio vedere quale preziosa reliquia venerano i traditori.
Ottone tent di rimettersi in piedi, ma le sue. gambe tremavano cos forte che non lo ressero. Si sentiva violato come se avessero abusato del suo corpo. Ruzzol sul tappeto
come una testuggine, sbatt il fianco grasso.
Non aprirla, ti prego!
Senza degnarlo di una risposta, Sofia apr la scarsella e se la inclin verso il palmo.
La preziosa ciocca dei capelli di Agnese volteggi nell'aria,
riverberando d'oro lo scintillio vivo della fiamma.
Il cuore di Ottone sprofond, Sofia tir gli angoli della bocca. Capelli? Sono di un'altra donna?
Ottone si lev in ginocchio e s'avvent su di lei. Dammeli!
Afferr la reliquia e se la strinse al petto.
Bastardo menzognero! strill Sofia con gli occhi gonfi
di lacrime. Ma almeno mi hai mai amata?
Il nodo alla gola gli strozz la risposta.
No, un traditore come te cosa ne pu mai sapere dell'amore?
Io n-non sono un traditore! balbett, piegando le spalle.
Sofia gett a terra la scarsella vuota. E allora cosa saresti?
Ottone afferr il sacchetto di cuoio e vi rimise subito la ciocca. Parecchi di quei preziosi fili d'oro gli rimasero incollati al sudore del palmo. Ebbe un capogiro. Erano profanati
dalla sua lordura, persi per sempre. Le lacrime gli annebbiarono la vista.
Sei patetico! La voce di Sofia era affilata, graffiante.
Ottone alz gli occhi su di lei. Doveva dire qualcosa.
Qualunque cosa sarebbe andata bene, che fossero scuse o accuse. Ma il suo petto era stritolato dal ricordo del momento
in cui aveva raccolto quella ciocca. E nessuna parola gli usc dal gozzo.
Sofia alz il mento, lo guard dall'alto in basso. Sei patetico. L'astio era raggelato in disprezzo. Alz l'indice verso di lui. Tu, bieco traditore. Non raggiungerai mai quel che cerchi. Errerai per sempre, trascinandoti dietro le cause del tuo stesso dolore.
Senza un'altra parola, con gli occhi ancora lucidi, Sofia si volt e se ne and dalla sua stanza e dalla sua vita.
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CAPITOLO 35.
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OTTONE CAMERLENGO.
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La reliquia. Dodici anni prima, gioved 10 dicembre 1254. Ex Palazzo della Cancelleria, Napoli.
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La stanza venne avvolta dalle tenebre. Doveva essersi spenta la candela.
Ottone alz il viso dal registrum peccatorum e allung una mano a tastare il cero. Non ne era rimasto neanche un moncherino. Per quanto tempo era rimasto chiuso nello studio a lavorare?
Apr un cassetto e frug in cerca di un'altra candela, l'accese alle braci del camino e ne infilz la base sulla punta
di ferro del candelabro. Fuori era buio pesto; la notte era scesa su Napoli.
Che ora si era fatta?
Lavorare tanto a lungo, almeno, l'aveva aiutato a distrarsi
dalla brutta litigata con Agnese. Le parole velenose di lei avevano continuato a rimbombare nel retrobottega della sua mente per tutto il pomeriggio, mentre cercava di concentrarsi sull'intrico di nomi e peccati con la cura con cui il barbiere affila i suoi rasoi.
Non aveva udito rientrare Agnese. Doveva andare di l e parlarle. Ora che era pi calmo, si rendeva conto di aver esagerato. Le avrebbe chiesto perdono per essere stato presuntuoso. Le avrebbe spiegato quant'era importante
quell'elezione papale, e quanto tempo avrebbero avuto da spendere insieme, una volta che fosse terminata. E se lei gli avesse chiesto di riflettere sulla loro vita, lo avrebbe fatto.
Sgranch le gambe anchilosate, mosse un paio di passi incerti. Un piede era addormentato; lo sbatt a terra per far riprendere la circolazione.
Buss piano. Agnese? Stai dormendo? Apr delicatamente
la porta della camera da letto. Allung il candeliere nella stanza, fece un paio di passi in avanti.
Il letto era vuoto. Le cassapanche spalancate. La stanza era deserta.
Agnese se n'era andata.
Ottone sprofond in un baratro di orrore.
Quello non era uno dei suoi tanti vagabondaggi.
Aveva preso le sue cose e se n'era andata.
Non sarebbe tornata.
Le ginocchia di Ottone urtarono con violenza il tappeto,
i polpastrelli corsero alla tonsura.
No, non poteva essere vero. Non poteva averla persa.
Non c'era modo, in tutta la Creazione, che potesse esistere
un Ottone Visconti separato dalla sua Agnese Gaidolfi, meraviglia di Dio.
Lei era il suo sole, la sua met, il suo tutto! Lui era un niente, senza di lei.
Agnese! Allung i palmi a tastare le piastrelle di cotto,
con le mascelle contratte. Agnese!
Un latrato flebile gli soffi dal petto.
Dov'era la sua splendida compagna? Non riusciva a respirare.
Stava soffocando.
Cerc di bloccare il groppo, di rimandarlo gi insieme a tutti i rospi che negli anni aveva dovuto ingoiare. Le sue dita tastarono qualcosa di morbido sul pavimento. Lo sollev
alla luce della candela.
Era una ciocca di capelli biondi. Agnese se li era recisi appena prima di andarsene.
Ho sbagliato, Agnese. Lacrime bollenti scorsero lungo
le guance di Ottone. Ho sbagliato ogni cosa... ti prego,
dammi un'altra occasione. Non sbaglier pi, lo prometto.
Ma tu dammi un'altra occasione.
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CAPITOLO 36.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Gorghi e rimorsi. Sette anni dopo l'allontanamento di Pelavicino, luned 10 aprile 1273. Palazzo dei Bunej, Asti.
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Ottone allung le dita verso la scarsella legata al polso, in attesa che i crampi allo stomaco si attenuassero. L'incertezza
di quegli anni senza un pontefice eletto lo stavano
corrodendo da dentro. Quanto ci mettevano quei balordi
di cardinali a scegliere il successore di Clemente IV?
Il papa era un tassello fondamentale per portare avanti i suoi piani; senza qualcuno a cui appellarsi, i suoi progetti per Milano erano in stallo.
Fuori dalla finestra, piccoli come formiche, manovali astigiani completavano il merlato per sopraelevare il grosso
torrione che la famiglia Troya aveva comprato una manciata di anni prima, quando lui aveva stabilito l la sua dimora.
Se avessero continuato a esibire cos le loro ricchezze, i Troyani ne avrebbero fatto la torre pi alta della citt.
Conveniva decidersi a fissare un incontro con loro, un giorno o l'altro. I banchieri danarosi erano sostenitori utili.
E poi vedere gente operosa gli regalava un certo senso di soddisfazione, bench esso svanisse non appena la sua mente tornava ad affrontare la propria torre personale.
Un torrione che, per quante mosse facesse, non riusciva mai a conquistare.
Luccio buss, affacciato alla porta semiaperta.
Eccellenza, avete preso la triaca?
Ottone scosse la mano. Non la voglio, quella porcheria.
M'annebbia la mente.
Il medico fisico mi ha chiesto di verificare che la prendiate con regolarit.
Ottone si stacc dalla finestra con un sospiro. Un rigurgito acidulo gli risal la gola.
Va bene, va bene, la prendo.
Luccio rimase sulla porta, in attesa.
Ottone torn alla sua scrivania, raccolse nel palmo qualche grammo del costoso impiastro veneziano e lo gett
in una coppa di vino di Falerno. Bevve: lo sterco che aveva ingurgitato da giovane nel tafferuglio di Milano aveva
un sapore migliore. Preg che almeno gli calmasse un poco il dolore. Contento? Ora lasciami solo.
Sarebbe meglio che ora riposaste, eccellenza disse Luccio.
Non si scoraggiava mai; Ottone gli aveva spianato la strada per fare un po' di carriera, ma l'attendente aveva espresso il desiderio di restargli accanto. Anche lui aveva perso la famiglia per mano dei Torriani.
Finisco di leggere la corrispondenza, poi mi riposer un poco.
Rimasto solo, recuper l'ultimo ricciolo di pergamena, lo srotol e lo rilesse.
Il giorno ottavo di maggio, Oberto Pelavicino muore a Gisalecchio presso Pontremoli.
Il messaggio non diceva altro. Nessun accenno alle circostanze della morte, n alla sorte di Sofia.
Ottone accartocci la pergamena e chiuse gli occhi.
Lo stomaco riprese a dolergli. Ormai non gli dava mai tregua. Era come avere minatori dentro le viscere, minuscoli
come i carpentieri della torre alla finestra. Gli scavavano
dentro la carne e gliene strappavano piccoli pezzetti ogni giorno.
Coraggio, triaca. Fa quel per cui ti pago. Placa il mio inferno.
Come se non bastasse il nero pozzo di incubi che ogni notte lo inghiottiva. La galleria lastricata di teschi, che echeggiava delle urla di furia del Pelavicino, rientrato ad Asti dopo l'esautorazione. Lui aveva lasciato che se ne occupasse
Squarcino e s'era nascosto con una scusa, come un vigliacco. Non aveva avuto il coraggio di affrontare il suo ex generale, n di ammettere di essere venuto meno all'impegno di reciproca fedelt.
E adesso era morto, rintanato in uno dei suoi ultimi, piccoli poderi che non erano stati divorati dalle burrasche politiche che si agitavano in ogni angolo d'Italia.
Chiss cosa stava facendo Sofia? Aveva davanti a s anni
difficili. Almeno lei l'aveva affrontata. L'aveva guardata in faccia un'ultima volta e aveva incassato gli insulti che meritava. Perderla aveva aggravato tanto la sua salute quanto il suo umore.
Gett il lacerto di pergamena tra le braci del caminetto.
I bordi si arricciarono lentamente e divennero neri.
La guerra contro i Torriani era un altare oscuro, su cui aveva sacrificato tutto. Aveva senso proseguire per quella strada? Non stava sprecando quel che restava della sua vita dietro a una chimera irraggiungibile? Ubaldini gli aveva scritto di pazientare finch i tempi fossero favorevoli
al loro disegno, ma le sue rughe aumentavano senza buone novelle, n da Milano n da Roma.
Si sedette allo scrittoio e si prese la testa tra le mani.
Il suo animo era alla deriva. Senza timone, senza destinazione
e senza neanche pi vele che potessero imbrigliare
il vento. E quel che era peggio era che le armi della razionalit non gli erano di alcun ausilio.
Bussarono di nuovo alla porta.
L'ho presa la triaca. La voce gli usc spossata.
Basta. Voleva solo che tutto scomparisse, che tutti i pensieri se ne andassero. Quando iniziava l'effetto di quella dannata medicina?
I colpi alla porta si ripeterono, pi forti. Eccellenza, avete una visita.
Non voglio incontrare nessuno. Si pass una mano sulla faccia. Era bagnata? Si sfreg i polpastrelli, si sfior di nuovo gli zigomi. Aveva iniziato a piangere; non se ne era accorto...
Un uomo chiede di vedervi con insistenza. Dice che  un vostro vecchio conoscente e che deve dirvi qualcosa di estrema importanza.
Che seccatura!
S'asciug con furia le lacrime. Nessuno doveva vederlo debole, mai. S'alz dallo scranno, la schiena gli diede una lieve fitta. Marci alla porta con ampie falcate e la spalanc.
Accanto a Luccio, un passo indietro, c'era un uomo magrissimo con gli occhi appesantiti da borse scure, i capelli
scarmigliati e il naso rotto di chi ne ha prese tante. Ci mise un lungo istante a riconoscerlo.
Niccol... Faroldi?
Il suo amico d'infanzia sorrise a labbra chiuse. Una vita prima, Napo della Torre gli aveva tagliato la lingua per darla in pasto a un rapace. Quanto tempo era passato?
Non l'aveva pi veduto da allora...
Perch ricompariva adesso? Il timore serr l'inguine di Ottone. Cosa doveva dire? Cosa si poteva dire a uno a cui hanno mozzato la lingua per colpa tua?
Finalmente, gli ingranaggi della sua mente si rimisero in moto.
Vieni, Niccol. Afferr lo schienale di una sedia e la trascin di fronte al camino. Siediti qui, riscaldati al fuoco.
Il muto gli prese la mano e baci l'anello vescovile.
Lieto di rivederti.
Ottone sussult e fece un balzo indietro. Che stregoneria  questa? Era forse uno spettro, venuto a perseguitarlo?
Dannata triaca, gli aveva mandato in poltiglia le cervella.
L'amico si sedette e avvicin i palmi alle braci. Incredibile,
vero? Ho recuperato la parola. La sua voce era strana; pronunciava la ti come se fosse una effe. Ma si comprendeva in modo abbastanza chiaro.
Com' possibile? Napo della Torre...
Niccol si crucesign. Un miracolo, Ottone. Nostra Signora di Oropa mi ha ridato la voce, affinch ti portassi un messaggio.
Ottone inarc un sopracciglio. I miracoli non esistevano. Lui lo sapeva bene.
Adesso ti racconter la mia storia prodigiosa, che ha avuto luogo la scorsa estate. Faroldi guard il fuoco del camino. Sai, a quei tempi m'ero dato al brigantaggio.
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CAPITOLO 37.
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NICCOL.
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Miracolo a Oropa. L'anno prima, venerd 26 agosto 1272. Monte Mucrone, Biella.
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Niccol s'inginocchi accanto al cespuglio di rovi, strapp un pugno di more e se le mise in bocca. Erano striminzite e acidule. Fortuna che con il mozzicone di lingua
sentiva meno di un tempo quel tipo di sapori. I gorgogli e i brontoli del suo stomaco suonavano come insulti.
Dal sentiero venne uno scalpiccio di zoccoli; si sistem in testa il berretto di tela logoro e sbirci tra i rami di un nocciolo. Una piccola carovana era appena comparsa nella
strozzatura tra le coste della montagna, e si dirigeva verso
il passo dell'appostamento. In testa c'era un carro con alte sponde di legno, coperto da un telo. Non aveva insegne
nobiliari, ma il postiglione indossava un verdello nuovo
e il ragazzo che tirava il mulo era ben pasciuto.
Quella era gente gonfia di danari, abituata a dormire su materassi asciutti e a mangiare carne almeno due volte a settimana. Le fitte allo stomaco s'acuirono: anche lui era stato ricco, almeno in giovent, e aveva vissuto con dignit
finch quel demonio di Napo della Torre non aveva decapitato entrambi i suoi fratelli nel Febbraio di Sangue e l'aveva esiliato senza una moneta in tasca. Nei boschi,
Carluccio e Rigoberto l'avevano fermato per rapinarlo, ma si trovava in uno stato cos pietoso che avevano finito per prenderlo con s nella loro banda. E anche se detestava
l'inutile violenza di quei bruti, in qualche modo insieme
a loro era riuscito a tirare avanti.
Abbandon quei ricordi amari e si concentr sulla carovana.
Niente guardie, a conferma che non si trattava di nobili; dovevano essere citrulli di Favaro arricchiti dalle cave di serpentina, proprio il tipo di preda che lui e gli altri stavano cercando. Un colpo semplice: vestiti, vettovaglie,
magari un po' d'argento.
Prese da terra un sasso, lo lanci nel bosco dall'altra parte della strada e attese. Dopo un paio d'avemarie risuon
il verso dell'upupa.
Era il segnale. Carluccio e Rigoberto erano pronti per il colpo.
Niccol cav il pugnale dal fodero, attese ancora un istante e si lanci gi dal pendio verso la strada, con un grido rauco e sgraziato.
I due briganti comparvero tra i tronchi l di fronte e si gettarono sul nocchiero, che si ritrov con un pugnale in pancia. Il giovane impietr e lo guard con la bocca spalancata.
Moll il morso del mulo e schizz gi per la strada
da cui erano arrivati, urlando: Eccoli, eccoli!.
I cavalli sbuffarono e si fermarono in mezzo al sentiero, nervosi. Dietro il carro, un pastore con un piccolo gregge di pecore arretr mostrando i palmi, a segnalare di non volerli intralciare.
Bene, il grosso era fatto. Niccol rinfoder il pugnale e salt sulla sponda del carro. Sollev il telo e sbirci cosa c'era sotto.
Si trov faccia a faccia con un uomo barbuto, con un elmo a calotta sui capelli unti e una balestra carica in mano.
Trasecol con un lamento rauco e balz all'indietro. La balestra scocc, il dardo lo manc per un soffio.
Gi le armi, feccia! Il telo si scost all'improvviso, rivelando i busti di quattro balestrieri con armature raffazzonate.
La milizia! Rigoberto afferr Niccol e lo spinse indietro.
 una trappola!
Altri due schianti di dardo, che per miracolo non andarono a segno.
La guardia che lo aveva mancato gett l'arma scarica, scavalc la sponda ed estrasse una vera spada.
Niccol arretr, inciamp in un pietrone e sbatt il culo a terra. Strisci a bordo strada, le ortiche gli punsero i palmi. Implor piet in un verso inarticolato.
Lo spadaccino gli afferr la veste e alz l'arma su di lui, che si spinse indietro con tutte le sue forze. Lo strattone lacer la vecchia tunica di casata.
Il miliziano barcoll sbilanciato con lo scampolo in mano. Dove vai? Vieni qui!
Niccol rotol, arranc in piedi e se la batt a gambe levate su per il pendio invaso dal sottobosco. Anche i due compari s'erano dati alla fuga.
Dalla strada giunsero rumori di zoccoli e un suono di corno. Merda, ce n'erano altri! Doveva correre per la propria
vita, o sarebbero stati tutti infilzati come cinghiali allo spiedo.
Non sapeva da quanto tempo stesse fuggendo, ma le gambe gli facevano un male d'inferno e i polmoni erano sul punto di uscirgli dalla gola, a furia di correre In salita lungo il crinale boscoso. Anche Carluccio e Rigoberto erano allo stremo, e loro avevano una decina d'anni meno di lui. Dovevano essere saliti parecchio di quota, ormai, eppure le guardie bastarde continuavano a far scricchiolare
le frasche coi loro passi pesanti, a un paio di tiri di sasso da loro.
Quei maledetti non volevano mollarli. Li avrebbero inseguiti fino a sfiancarli, e poi li avrebbero macellati.
Richiam i compagni con un lamento svociato.
Che vuoi, muto? annasp Carluccio, girando le spalle nodose e lucide di sudore.
Lui un le mani davanti al petto e poi le separ, indicando due direzioni.
Dice di separarci, Rigoberto si strofin la fronte e mi pare una buona idea, cos magari riusciamo a fargli perdere le tracce. Se arrivano al covo siamo finiti, o ci ammazzano
le guardie o ci ammazzano i compari.
Carluccio si raschi la gola e sput un grumo di muco tra le felci. D'accordo, ognuno per la sua strada, cos non dovr sopportare pi i tuoi grugniti. Si volt e prosegu su per il crinale; Rigoberto tagli a ponente verso un gruppo
di betulle.
Niccol pieg verso levante e prosegu nella macchia di roveri e carpini. Poco pi in alto, un affioramento di rocce gli tagli la strada. Devi e lo risal come pot. In un tratto dovette addirittura aggrapparsi con mani e piedi, come un ragno. Per tutti i diavoli, non aveva pi l'et per quel tipo di tratte: le articolazioni gli avrebbero fatto male per due settimane!
Finalmente tocc una lingua di bosco, che si sporgeva come un balcone erboso sulla costa di roccia. Vi si iss sopra con gli ultimi spilli di forza, poi riprese fiato e appoggi
le mani su un grosso castagno, esausto. Tra un respiro
e l'altro, trattenne il fiato e tese l'orecchio: le frasche rumoreggiavano tra i cespugli alla sua destra. Spaventato e con la gola riarsa dalla fatica, estrasse il coltello.
Invece delle guardie della milizia, per, dagli sterpi salt
fuori la sagoma tozza del Carluccio, zuppo di sudore come lui. Non dovevamo separarci, muto?
Niccol scosse le spalle. L'altro si butt a terra a boccheggiare.
Un istante dopo li raggiunse anche Rigoberto, con aria spaesata. Si doveva esser perso.
Bel piano. E ora?
Carluccio fece un cenno col mento. Sento rumore d'acqua tra quei larici laggi.
Senza dire altro, proseguirono insieme tra le prime conifere, finch non trovarono un ruscello. Si gettarono tutti
e tre a bere quelle acque dolci.
Rigoberto fece vibrare le labbra in uno sbuffo da cavallo.
Dobbiamo capire se quelli ci stanno ancora inseguendo o hanno lasciato perdere.
E come facciamo? latr Carluccio, asciugandosi la folta barba ricciola con la manica.
Niccol si morse il labbro. Dovevano dare un'occhiata intorno.
Schiocc le dita due volte. Indic prima Rigoberto, i propri occhi, e poi un faggio poco lontano, mimando il gesto di arrampicarsi. Il compare grugn, si calc in testa la cuffia giallastra e cominci a scalare la pianta.
Il bosco era fitto, ma sperava che il compagno riuscisse a cogliere la posizione degli inseguitori. Se fossero stati distanti o avessero preso un'altra direzione, avrebbero potuto tirare un sospiro di sollievo.
Ripresero il fiato per tre avemarie appena, prima che il loro compare tornasse gi con un salto.
Sono vicini sussurr. Seguono le nostre tracce.
Quanti erano? Niccol alz uno per uno le dita della mano sinistra e assunse un'aria interrogativa.
Rigoberto strinse la bocca con astio. Che ne so, quanti sono? Mica erano schierati in fila. Sono troppi e sono vicini.
Giusto: Carluccio e Rigoberto erano briganti fin da ragazzini,
far di conto non era il loro forte. Del resto, con gli acciacchi degli anni, lui quell'albero non sarebbe mai
riuscito a scalarlo.
Niccol si volt e aggred di nuovo la salita. Sperava che le sue ossa reggessero ancora un poco.
Man mano che salivano, gli alberi cambiarono e si fecero pi radi.
Erano latrati, quelli che si sentivano in lontananza? Niccol
si ferm e stette ad ascoltare, zittendo con un gesto i compari.
Carluccio e Rigoberto spalancarono gli occhi e le mascelle.
Cani?
Se gli inseguitori avevano portato dei cani, loro tre potevano anche scordarsi di riuscire a seminarli.
Siamo morti disse Rigoberto.
Il gelo attravers il torace di Niccol. Non voleva crederci.
Lasciarsi prendere dallo sconforto era il modo migliore per farsi catturare. Doveva continuare a provare.
Mostr un pugno a Rigoberto, agitandoglielo sotto il naso. Poi gesticol, cercando di mimare che ce la potevano
fare, dovevano solo correre pi veloci. Si indic la tempia, per intendere che stava pensando a un piano.
Non era facile esprimersi cos di fretta, ma Carluccio e Rigoberto dovettero afferrare il senso e annuirono, in attesa
di istruzioni. Dovevano essere proprio disperati, se avevano deciso di lasciare a lui il comando.
Ricominciarono a salire sul tappeto di aghi di larice: la paura e la nuova determinazione che era riuscito a instillare
ai compagni moltiplicarono gli sforzi di tutti. Poco dopo, un altro suono attir la sua attenzione. Campane?
Fece cenno anche agli altri di fermarsi per ascoltare bene. Sei pazzo? Ci sono alle costole! grid Carluccio.
S, erano i rintocchi di una campana. Li udiva sotto la voce del compare, i respiri infiammati e l'abbaiare dei cani.
Strano che ci fosse una cappella, a quell'altitudine e in un luogo cos remoto.
Si indic un orecchio e mim una croce. Se riuscivano a raggiungerla erano salvi: una cappella era un ottimo posto
in cui nascondersi e, al limite, chiedere asilo.
Stavolta fu Carluccio a capire per primo: Una chiesa?.
Niccol annu. Carluccio e Rigoberto sorrisero come se avesse appena fatto loro un dono.
Riprese la marcia forzata; invece che verso la cima, si fece guidare da quel suono metallico che rintoccava di salvezza,
in tutti i sensi.
Si tennero pi o meno alla stessa altezza lungo il fianco della montagna, forse scesero leggermente. Si lasciarono la foresta alle spalle e giunsero in un pascolo con l'erba alta, pettinata da un vento robusto. Una raffica gli rub il berretto di tela e se lo port gi a valle, tra i rododendri in direzione di Biella.
Chiunque avesse costruito una chiesa in quella verde vallata, incassata tra quei due monti, aveva scelto un bellissimo
posto, per quanto remoto: vi si dominava con lo sguardo per decine di miglia, fino alla pianura. Chiss se, nelle giornate serene, si poteva vedere anche la sua Milano, da l.
Muto, hai finito di ammirare il paesaggio? Carluccio gli diede una spinta. Lesto!
Ricominciarono a correre sul prato, verso una lingua di foresta fitta poco pi avanti.
Non c'era tempo per cercare un sentiero o preoccuparsi
di qualche graffio: Niccol punt dritto tra i rami scossi dall'ululato del vento. Gli aghi resinosi gli frustarono la faccia. Dalla vegetazione sbucarono praticamente di fronte alla chiesa. Era un sacello, poco pi che una cappella di montagna a ridosso di un masso colossale, che spuntava dal terreno come il dente di un gigante.
Tre contadine mormoravano nenie e se ne stavano abbracciate alla roccia, strofinandovi viso, petto e fianchi come gatte in calore. Che diavolo stavano combinando? Era forse qualche stregoneria?
Oh, che importava. Niccol rallent l'andatura e si mise l'indice davanti alle labbra. Gir attorno al macigno, scavalc di soppiatto un cespuglio di ginepro e s'avvicin all'ingresso del sacello.
Si gett all'interno e sciolse le redini al fiatone. Gli altri gli vennero dietro con meno accortezza, a giudicare dalle grida femminili che si udirono fuori.
Una volta che furono tutti e tre all'interno, un profumo d'incenso e fiori di campo gli solletic le narici.
Lo spazio era spoglio e angusto, giusto un altare addossato al muro di fronte; un religioso con radi capelli bianchi comparve da una porta laterale, con grandi mani callose intrecciate davanti al ventre e indosso un saio cos lurido da rendere impossibile capire se appartenesse a un qualche ordine.
Alz verso di loro il capo solcato da rughe benevole.
Come posso aiutarvi? Non credo siate qui anche voi per chiedere un figlio.
Ah, ecco che combinavano quelle donne! Era un rito di fertilit.
Prima che Niccol potesse fare alcunch, Carluccio estrasse il pugnale e lo punt in faccia al religioso.
Dov' la cripta, frate? Faccela vedere, muoviti!
Il frate si crucci e alz un braccio per proteggersi.
Sappiate che non c' nulla da rubare, in questo luogo.
Dannazione! Carluccio era un imbecille, adesso quel sant'uomo pensava che loro fossero dei senzadio, forse addirittura degli eretici o degli scomunicati. Delinquenti intenti a derubare la cappella, che non si fermavano neanche
di fronte a ci che vi era di pi sacro. In quelle condizioni non gli avrebbe mai dato asilo!
Niccol si maledisse per non aver preso in mano la situazione fin dall'inizio. Adesso come poteva fargli cambiare idea?
S'avvicin a Carluccio, gli prese il polso e lo abbass con forza, lanciandogli un'occhiata di traverso. Poi si rivolse
all'uomo di fede, cercando di farsi capire come poteva.
Spalanc la bocca, mostrandogli il mozzicone di lingua.
Nel posarci gli occhi sopra, il frate fece una smorfia di compassione, come se potesse immaginare il momento in cui gliel'avevano mozzata.
Niccol congiunse le mani in segno di preghiera e fece un segno circolare, a intendere tutti loro e il luogo in cui si trovavano, e infine si crucesign. Poi cerc di mimare la fuga, e che avevano bisogno di aiuto e rifugio.
Carluccio si intromise di nuovo: Vuole dire che non ti daremo problemi, ci serve solo un posto dove nasconderci.
Le tue cianfrusaglie sono al sicuro, frate.
Il religioso lo fulmin con gli occhi. L'avevo capito
ribatt. Non ci crederai, ma il tuo amico si esprime a gesti meglio di come fate voialtri con le parole.
Niccol sorrise. Quell'uomo sembrava una spada nascosta
dentro un covone di fieno: sotto un'apparenza da innocuo fratucolo di campagna, doveva celarsi una gran forza d'animo.
Allora, che avete fatto? Rubato o ucciso?
Niccol si pass l'indice in orizzontale lungo la gola.
Non sapeva perch, ma aveva l'impressione che quell'uomo se ne sarebbe accorto, se avessero mentito. In teoria bastava il pentimento, anche finto, per ottenere asilo e protezione in un luogo sacro; il frate li fiss a lungo, come se fosse indeciso su cosa fare.
L'abbaiare dei cani super l'ululato del vento, vicinissimo.
Avevano seguito le loro tracce fin l. Niccol strinse i pugni per l'apprensione.
Il vegliardo dovette intuire il suo terrore, perch finalmente
si riscosse.
Inginocchiatevi e pregate, se volete salva la vita.
Niccol afferr Carluccio e Rigoberto e si inginocchi insieme a loro.
I cani abbaiarono proprio fuori dal sacello. Il religioso gli pass accanto, raddrizz la schiena e and all'ingresso.
Col cuore in gola, Niccol chiuse gli occhi, come se quel semplice gesto potesse metterlo al sicuro da ci che accadeva
alle sue spalle.
Cosa volete, la voce del frate era imperiosa voi che vi presentate armati alla porta della casa del Signore?
La risposta fu ingoiata dall'ululato dei cani e del vento.
La voce del religioso si alz ancora di pi. Questo luogo  stato fondato da sant'Eusebio quando riscatt le terre dal paganesimo! Non lo profanerete con le vostre azioni. Chiunque chieda asilo qui ha la protezione di Nostra Signora di Oropa!
Niccol intrecci le mani con tanta forza che le dita scricchiolarono. Che gli restava da fare, se non pregare?
Non era neanche certo di ricordarsi ancora come si faceva,
dopo tutti quegli anni di stenti, ruberie e bestemmie.
Guard le pareti di pietre accatastate, lo sguardo ricadde sull'altare. Prima non aveva notato la strana statua che campeggiava
in una nicchia, su un basamento di legno e una pezza di stoffa. Si avvicin ginocchioni, mentre il frate alle sue spalle continuava il suo duello verbale con i miliziani.
Era una madonna con la pelle nera come una notte senza luna. Aveva in testa una corona, indossava vesti d'oro, e portava il bambin Ges in braccio con aria amorevole. Niccol non aveva mai visto niente di simile.
I latrati dei cani alle sue spalle continuavano a fendere l'aria, ma lui quasi non li sentiva pi, e neanche udiva le parole dei compari, che si erano alzati e avvicinati, strattonandolo.
Pi il suo cuore rallentava dalla corsa interminabile, e pi fissava la madonna nera, pi si sentiva pervadere da una leggerezza nel cuore e nella testa. Una sensazione frizzante
e impercettibile, come il luccichio del sole riflesso sulle acque di un lago.
Serr le palpebre, assecondando quella levit, che gli diede
alla testa come il vino schietto. Un'euforia prese a diffondersi
ovunque e a pervaderlo. Che gli stava succedendo?
Non aveva mai provato nulla di simile prima d'allora.
Era una vibrazione, intangibile, impalpabile. L'avvertiva
sottopelle, gli ottundeva i sensi e al contempo li rendeva
pi vigili e pi ricettivi verso i compari ai suoi fianchi, al prete che si frapponeva fra loro e le guardie, al latrato dei cani, e poi su, ancora pi su. Gli parve di vedere il sacello dall'alto, immerso in un silenzio assoluto.
Non era una sensazione di questo mondo.
Percep una presenza che non sentiva da una vita.
Dall'incenso, emerse una fragranza di lavanda che gli ricord sua madre. Quando avvert il calore di una carezza sul volto, sent le lacrime riempirgli gli occhi. Nessuno lo aveva pi accarezzato in quel modo da quando era bambino.
Fu allora che deglut e preg.
Preg con un fervore e un trasporto che non aveva mai provato prima. Non ricordava neanche come si facesse, ma le parole in qualche modo gli zampillarono spontanee dal petto. Il resto gli venne naturale.
Se si fosse salvato, decise fissando la Madonna, avrebbe detto addio a quella vita da delinquente e si sarebbe votato
a lei. Fiss la Madonna. Le avrebbe dedicato ogni istante
per il resto della sua vita, era un giuramento.
Le lacrime adesso gli correvano lungo la guancia scavata e gocciolavano ai piedi dell'altare.
Strinse gli occhi con tale forza da farsi male da solo. Poi qualcuno lo tocc su una spalla. La sua prima reazione fu quasi di rabbia per essere stato distratto. Quando si volse, vide il frate: aveva cambiato espressione, non era pi come
prima, invece aveva un sorriso aperto, sincero:
Le guardie sono andate via. Gli ho detto che avete chiesto asilo e che siete fuori dalle loro terre, ormai. Siete salvi.
Grazie, padre disse Rigoberto, e persino Carluccio abbass il capo con umilt.
Niccol si sent improvvisamente spossato. Tutta la stanchezza della fuga, della corsa nel bosco e di anni di stenti e ruberie gli piomb addosso in una volta sola.
Non sapeva come ringraziare quell'uomo e quel posto.
Qualcosa era davvero successo, se lo sentiva. Non era stato un caso, se si erano salvati: le tre strade diverse che avevano preso, che li avevano poi fatti riunire nello stesso punto, erano un segno. E anche il suo copricapo, portato via dal vento: una premonizione alla carezza della Vergine.
Prima ancora di riuscire a pensare ai gesti per comunicare
tutta la sua gratitudine, un istinto antico prese il sopravvento
e gli fece socchiudere le labbra. Grazie sussurr.
Carluccio e Rigoberto voltarono di scatto la testa e sgranarono gli occhi.
Ma tu... hai... balbett Carluccio.
Hai parlato! concluse la frase Rigoberto, strappandosi
dal capo la cuffia e portandosela al petto.
Era vero. Aveva parlato. Non se n'era nemmeno accorto. Niccol si asciug le lacrime e scoppi a ridere.
...
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CAPITOLO 38.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Sotto una nuova spada. Dopo il racconto di Niccol, luned 10 aprile 1273. Palazzo dei Bunej, Asti.
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In seguito, ho lasciato la banda e mi sono fatto converso
al santuario di Oropa, per stare vicino alla Madonna.
Io e padre Giovanni stiamo costruendo un piccolo ostello per dare alloggio ai pellegrini.
Ottone era senza fiato. Era un miracolo, non c'era altro modo per descriverlo. Un miracolo vero!
Posso vedere la tua lingua?
L'amico spalanc la bocca con fierezza. La lingua aveva una forma strana e orribile, come una serpe accovacciata.
Non sembrava affatto ricresciuta, ma era innegabile che, dopo decenni di mutismo, l'amico aveva riguadagnato la capacit di parlare!
Ottone deglut. Stento a crederci... Ogni tanto negli incubi rivedo il momento in cui te l'hanno strappata via.
Non ti ho mai chiesto perdono per essere fuggito. Poggi
i gomiti sulle ginocchia, si nascose la faccia nei palmi per celare la vergogna.
Niccol gli sfior la spalla. Avrebbero fatto a pezzi anche te.
Ottone scosse la testa, lottando contro la commozione che gli appannava la vista.
Allora, arcivescovo? sorrise Niccol. A quanti altri miracoli avevi assistito, finora?
Papa Urbano credeva nei miracoli, ma il mio mentore Ubaldini no... E fino a questo momento, non mi ero mai imbattuto in un singolo miracolo certo.
Niccol inarc le sopracciglia. Come? Ma sei al servizio di Santa Madre Chiesa, com' possibile?
Ottone si alz in piedi e inizi a camminare su e gi per la stanza, toccandosi la scarsella.
Quasi tutti quelli di cui si parla nell'ambiente ecclesiastico
sono frutto di incomprensioni scambiate per miracoli o di contraffazioni, talvolta partorite dalla superstizione
popolare e talvolta dall'ingegno di un truffatore.
Non  possibile mormor Niccol. Perch mai qualcuno dovrebbe fingere un prodigio?
Ottone and alla scrivania, vers due bicchieri di vino e gliene porse uno. Poi si rimise seduto. Per vantaggi politici,
o per attirare i pellegrini e i loro oboli... spesso non c' un vero perch. Si creano le condizioni, e qualcuno coglie occasione per trarne vantaggio.
Niccol sgran gli occhi.
Non ci credi? Ti stupiresti del talento di certi miracolai e venditori di reliquie false che ho incontrato. Ma Ubaldini mi ha sempre garantito che nessuna di quelle frottole era veritiera... Quindi capisci che il mio scetticismo
ha radici profonde.
Niccol abbass la testa e punt nel vuoto lo sguardo.
Ottone gli prese gli zigomi ossuti. Ma il tuo lo , per sant'Ambrogio!
Un sorriso lampeggi sul volto scavato dell'amico e gli riaccese gli occhi. Allora mi credi?
Non seppe cosa rispondere. Hai ripreso a parlare dopo
una vita di silenzio... Come altro chiamarlo, se non miracolo? Dentro di lui regnava la confusione.
Oh, Ottone! Niccol gli prese le mani, raggiante.
Allora  il momento che ti racconti il vero motivo per cui sono venuto da te.
Ottone pieg di lato il capo, incuriosito. Di che si tratta?
Di un messaggio che ti riguarda, di valore profetico!
La voce biascicata di Faroldi era carica d'eccitazione. Devi
sapere che sette anni fa, durante l'eccidio dei nobili che avevano dato sostegno al marchese Pelavicino, Napo della Torre cattur anche me, ma non mi uccise. Invece, mi esili
dalla citt, incaricandomi di portarti siffatto messaggio.
L per l non lo feci, perch era chiaro che si trattava solo di una crudele umiliazione tanto per te quanto per me... ma ora, alla luce di quel che mi  successo al santuario di Oropa, io credo che l'Altissimo...
Ors, basta ciance! Le mani di Ottone oscillavano sui braccioli, in preda all'agitazione. Che ti disse, quello scellerato?
Mi chiese di riferirti, Niccol sorrise e inspir che tu saresti potuto tornare a Milano solo quando Iddio avesse ridato la parola ai muti.
Quella notte Ottone non riusc a dormire.
Il miracolo della Madonna di Oropa era un fatto inspiegabile,
ma al contempo innegabile. L'aveva avuto l, davanti ai suoi occhi, e scuoteva tutte le sue disincantate convinzioni fin dalle fondamenta. Per certi versi, la visita di Niccol Faroldi l'aveva rispedito indietro nel tempo, a prima dell'incidente con i nobili facinorosi; prima del Cardinal Ubaldini.
Quando chiuse gli occhi per cercar di prender sonno, si sent avvolgere da uno strano tepore. Non lo sentiva da anni, da quel lontano periodo in cui ancora era stato capace
di fidarsi del prossimo senza vederci dietro macchinazioni
e complessi inganni. A un periodo in cui era ancora capace di credere.
Il giorno seguente, per la prima volta, la vista del registrum
peccatorum gli diede un moto di disgusto. Scorse le centinaia di appunti sulle malefatte di personaggi piccoli e grandi, nobili, vescovi, re e banchieri.
Cos'era quel turbamento che sentiva? Prima c'erano stati i sensi di colpa per aver ripudiato il Pelavicino, un sentimento che non si riteneva pi in grado di provare. E ora, cosa gli aveva insinuato nell'animo, Niccol?
Si sforz di concentrarsi sulle missive velenose che doveva
scrivere quel d. Per fortuna lo salvava l'abitudine, il complesso sistema di comportamenti e atteggiamenti che si era cucito addosso come un paramento liturgico, e gli permetteva di combattere in quell'ambiente di minacce e sotterfugi.
Aveva paura, inutile negarlo. C'erano voluti anni al servizio
del Cardinal Ubaldini per apprendere le arti necessarie
a manipolare il prossimo. Ma se il vecchio se stesso fosse in qualche modo riemerso? Avrebbe messo in pericolo
tutto ci che aveva costruito.
Non doveva permetterlo. Basta con le idiozie.
Ottone intinse la penna nell'inchiostro e principi un'altra epistola.
Doveva risolvere la questione del capo del suo esercito una volta per tutte. Da quando aveva cacciato il Pelavicino, non ne aveva ancora designato uno nuovo. C'erano impedimenti e controindicazioni su ciascuno dei nobili della sua fazione e, per non scontentare nessuno di loro, aveva continuato a rimandare.
Ma il tempo passava e troppa immobilit rischiava di avere ricadute: ogni pausa negli scontri andava a vantaggio
dei della Torre. Doveva darsi una mossa.
Afferr il campanello che teneva sullo scrittoio e lo suon con veemenza.
Luccio arriv dopo pochi istanti.
Eccomi, eccellenza. Cosa desiderate?
Chiama Squarcino. Se non  qui, manda un messaggero e convocalo.
L'assistente annu e corse via come se avesse le babbucce roventi. Ottone sorrise nel vederlo cos scattante; rimpiangeva
quella vitalit, avrebbe voluto tornare a essere un po' cos anche lui.
Ma in fondo giovent significava incoscienza, ed essere incoscienti, nel complesso gioco di alleanze ed egemonie che stava portando avanti, significava crepare.
L'incedere secco e veloce di Squarcino non si fece attendere.
Con permesso, eccellenza. Mi  stato detto che mi cercavate.
Entrate e sedetevi, dobbiamo parlare.
Dopo tutti quegli anni, quell'uomo continuava a trattarlo
come se fosse la pi alta carica ecclesiastica sulla faccia
della terra. Neanche la stipula di matrimonio tra la figlia
di lui, Bonaccossa, e il suo pronipotino Matteo, figlio di Baldo, l'aveva fatto adagiare. Bench ormai Squarcino fosse parte della famiglia, il suo contegno rimaneva marziale e il suo rispetto assoluto.
Ottone gli indic la sedia, vicino al camino.
Come ben sai, da quando il Pelavicino  caduto in disgrazia,
il nostro esercito  privo di un capo militare. Ho riflettuto a lungo sulla persona pi adatta a ricoprire tale incarico.
Fece una pausa, in cui il Borri s'intromise. Se mi avete convocato per un consiglio, eccellenza, credo le due scelte migliori siano Goffredo di Langosco, oppure Guglielmo del Monferrato.
Ottone gli sorrise amichevolmente, poi gli pose una mano sulla spalla.
Se potevo avere dei dubbi, queste tue ultime parole li hanno cancellati. C' solo una persona di cui mi fidi ciecamente
e che ritengo all'altezza di un simile incarico, e ce l'ho di fronte in questo momento.
Squarcino sgran gli occhi per la sorpresa. S, era la scelta giusta: un uomo dedito alla causa della sconfitta dei della
Torre, ma dotato di ferreo controllo e senza ambizioni di potere. Certo, non aveva un nome importante e truppe sue, ma sarebbe stato perfetto. Aveva sempre avuto l'uomo giusto davanti agli occhi.
Vers il vino in due coppe e ne porse una al Borri. A Squarcino Borri, capitano generale dell'esercito che scaccer
i della Torre da Milano!
Rosso d'imbarazzo e irrigidito, il guerriero alz la coppa e ne bevve una lunga sorsata.
Ottone si bagn le labbra con il liquido color rubino;
una ricca nuvola di sapori gli avvolse la lingua e il palato.
Bussarono alla porta.
Che c', ora? Luccio lo disturbava sempre nei momenti meno opportuni.
Un messaggio dal Cardinal Ubaldini, eccellenza! disse
l'aiutante con voce stridula. Credo che il momento che aspettavate sia giunto.
Un brivido lo attravers dalla testa ai piedi. Il nuovo papa era stato eletto, finalmente?
Corse alla porta senza nemmeno posare la coppa, apr l'uscio: Luccio gli porse una pergamena con un sigillo in ceralacca.
Tre anni era durata, la vacanza del soglio! Mai nella storia
della Chiesa c'era voluto tanto. Ubaldini aveva dato fondo a tutte le sue arti per impedire che venisse eletto un papa che non fosse congeniale ai loro scopi. Infine era riuscito
nel suo intento? Oppure era capitolato?
Grazie, va' pure.
Vuot la coppa di vino in un sol sorso e la pos al suolo.
Spezz il marchio della Madonna assisa in trono con dita tremanti e srotol la pergamena.
Il mio capolavoro  concluso.
L'erede di Clemente  quarto stato eletto. Il suo nome apostolico
 Gregorio decimo. Confido vi allieter sapere che si tratta di una persona a voi nota: Tedaldo Visconti di Piacenza.
Un tuffo di meraviglia fece traboccare il cuore di Ottone.
Il nuovo papa  mio cugino!
Squarcino salt dalla sedia. Che grandiosa novella, eccellenza!. Riprese a leggere con foga.
Nel momento in cui scrivo queste parole, il nuovo Santo Padre sta partendo con la corte papale in direzione di Lione.
Ho motivo di credere che far tappa nella sua citt natale;
sarebbe auspicabile che voi siate presente, essendo stata la culla dei vostri studi insieme. Farmi un luogo adatto a un fruttuoso abboccamento. Cercher di essere presente a mia volta.
La pergamena diceva altro, ma il tremore delle dita gliela fece scivolare a terra.
Un'ondata travolgente di gaudio gli risal dal petto.
Che mirabile incastro della sorte!
Prima il miracolo di Niccol e l'involontaria profezia di Napo, ora l'elezione a papa di Tedaldo! A guidare la Chiesa
ora era il suo carissimo compagno di studi di giovent;
l'intera questione assumeva ogni istante di pi l'aspetto di un disegno di Dio.
I brividi gli scivolarono dalle spalle ai polsi.
Volse il capo verso la porta: Fai preparare i miei bagagli,
Luccio! Domani parto per Piacenza.
Ottone deglut e raccolse la preziosa missiva. Piacenza era anche la citt natale di Agnese.
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CAPITOLO 39.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Ritorno a Piacenza. Undici giorni dopo, venerd 21 aprile 1273. Piacenza.
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Il viaggio, che sulla carta pareva breve, si rivel pi lento di quanto Ottone avesse preventivato. Far marcia su Piacenza con una compagnia numerosa avrebbe richiesto di spendere troppo tempo in preparazione, perci aveva seguito il consiglio di Ubaldini e aveva lasciato il Bunej in mano a Squarcino.
Come Ubaldini gli aveva consigliato, viaggi in incognito su un carro modesto, con giusto un paio di guardaspalle.
Si mossero per la Pianura Padana evitando ostelli e case sacerdotali e alloggiando sempre in locanda. Si tennero quanto possibile alla larga dai Comuni sotto il controllo dei della Torre. Non era facile tenere nascosto il suo viaggio
a Piacenza. Un paio di volte, nelle locande, gli capit di sentir pronunciare il proprio nome e rabbrivid. Alla prima era solo una disputa tra popolani di fazioni opposte che difendevano la causa chi dei Visconti, chi dei Torriani.
Nello stillicidio del viaggio, la sua agitazione crebbe.
Non metteva piede in quella citt da quando era diventato canonico a Desio. Era passato cos tanto tempo, e cos tante cose erano cambiate, che il ricordo luminoso di quegli anni era avvolto da una patina di pungente malinconia.
Arrivare in citt fu un tuffo nei ricordi.
Piacenza era in piena fioritura primaverile, i suoi palazzi
di mattoni rosseggiavano nell'aria carica del profumo dei pollini e di pane appena sfornato. Al pensiero di gustare
di nuovo la roba de Piasensa, a Ottone venne l'acquolina in bocca.
Era pi piccola di come la ricordava, ma anche pi vivace
e chiassosa, con il suo viavai di pellegrini. Anche il vivido ricordo di vicoli pieni di ladroni e loschi ceffi dediti
a traffici innominabili, fu disilluso: le strade del centro erano una griglia ordinata sancita da cardo e decumano, con il tipico ordine delle antiche vestigia romane.
Scese dal carro per sgranchirsi le gambe e prosegu per un pezzo a piedi. Qualcuno che reggeva un cesto gli urt il fianco, pagnotte rotonde rotolarono a terra.
Lo sguardo di Ottone cadde sui boccoli biondi della ragazza che gli era andata contro, intenta a raccogliere le forme di pane bollato.
Il suo cuore perse un battito. Agnese?
Perdonate, signore! La fanciulla si spazzol le pagnotte
contro la veste e le rimise nel cesto. Doveva avere una quindicina d'anni; a guardarla bene, non assomigliava per niente alla sua Agnese.
Ottone le fece un cenno e pass oltre. Sbirci ogni profilo
di donna e ogni angolo di strada; aveva un groppo alla gola e un peso sul petto.
Che sciocco. Tutte quelle angustie erano irragionevoli: per seguirlo, Agnese aveva tagliato i ponti con la sua citt d'origine; ormai poteva essere in qualunque parte d'Italia.
Bella e brillante com'era, senz'altro s'era accasata; forse aveva anche avuto dei figli.
O forse era morta.
A quel pensiero, il bruciore nel suo stomaco si ravviv come brace. Basta, non doveva pensarci pi, aveva altro a cui badare.
Era troppo tardi per incontrare il papa quel giorno.
Prese alloggio a una locanda per mercanti facoltosi e mand uno degli accompagnatori al capitolo della cattedrale, con un messaggio per Ubaldini. Il messo torn mezz'ora dopo con la risposta del Cardinale: avevano appuntamento
al tramonto in una rinomata osteria vicino alla cattedrale
di Santa Giustina, a mezzo miglio dal monastero di San Sisto, dove aveva studiato con Tedaldo.
Bizzarro luogo, per incontrarsi; non che Ubaldini fosse nuovo a simili precauzioni.
Ottone indoss un lungo mantello, si copr la chierica con il cappuccio e si mise in strada. Piacenza non era cambiata
poi molto, in quegli anni. Provava una sorta di ebbrezza, nel muoversi di nuovo tra quelle strade e quelle piazze alla luce della luna. Decise di fare una piccola deviazione per passare davanti a San Sisto.
La rigogliosa edera che s'arrampicava sul muro dietro gli orti era stata tagliata. Che peccato. Non si scorgeva granch, nell'oscurit proiettata dalle torri che stringevano
il monastero da ogni lato, ma da oltre i mattoni rossi gli giunse l'aroma intenso del rosmarino. Un nugolo di memorie,
sogni e pensieri del s ragazzo riaffiorarono con grande nitidezza.
Rivide il chiostro allagato di sole, le gare a spaccacollo con Tedaldo e i dispetti tirati al povero bibliotecario Michele.
Le due pesti perennemente in punizione, il tormento
degli insegnanti. E ora, mezzo secolo pi tardi, uno dei due era papa, e l'altro arcivescovo di Milano. Prese un profondo respiro di ricordi e sorrise tra s. Non vedeva l'ora di rinfocolarli in compagnia di suo cugino. Si sorprese
pi ansioso di ritrovare il suo vecchio compagno che di avere udienza presso il papa.
Basta baloccarsi: il sole era gi tramontato, era in ritardo.
Fece a ritroso il percorso tra i vicoli. Si sentiva a casa, al sicuro come nemmeno tra le sue guardie al palazzo del
Bunej. Era come se quelle strade, quelle pietre, avessero memorizzato l'anima del giovane Ottone, e ora risuonassero
con la sua essenza come un accordo di strumenti musicali.
Per la verga di Ambrogio, aveva quasi dimenticato che ci si potesse sentire cos vivi, cos entusiasti e ottimisti!
In men che non si dica arriv all'osteria San Donnino.
All'ingresso, un energumeno col volto piatto e il cranio liscio gli tast il mantello e gli stivali in cerca di pugnali nascosti, e lo fece passare.
Ottone entr e si abbass il cappuccio. Una zaffata di stufato, birra e sudiciume gli invest le narici. Si copr il naso con una manica. Un tempo aveva frequentato quel genere di tuguri ogni volta che riusciva a scappare dal monastero.
Possibile che non gli desse fastidio la puzza?
Chiss se la Locanda dei Tre Re esisteva ancora; avrebbe
chiesto in giro, pi tardi.
Avanz al centro della sala, lungo una fila di botti accatastate.
I muri erano dipinti con sbiaditi rombi verdognoli,
il soffitto era annerito dalle lampade a olio che crepitavano
sui tavoli. La scarsa illuminazione faceva s che gran parte della gente ai tavoli avesse la faccia in penombra;
doveva essere quello il motivo per cui Ubaldini aveva scelto
un posto simile per il loro incontro.
Un uomo con un cappello piumato cattur il suo sguardo.
Sedeva a un tavolo affollato di giocatori di zara, una maschera
di seta di un giallo paglierino gli copriva la parte superiore del viso.
Il rex ribaldorum!
No, non poteva essere la stessa persona. Lo zio di Agnese aveva una barba argentata, mentre costui ce l'aveva rossiccia,
bench tagliata con la medesima foggia appuntita.
Forse si trattava di una sorta di personaggio, un titolo che i manigoldi pi lesti al gioco si tramandavano quando il vecchio re cedeva il suo scettro.
Sogghign e aguzz gli occhi in cerca del Cardinale. Eccolo, esattamente dove si era aspettato di trovarlo: nell'angolo
pi oscuro di tutta l'osteria, con la schiena contro la parete, le mani giunte sul tavolo e il volto verso di lui. Da l poteva controllare l'ingresso e tutta la sala. Ottone s'avvicin, tir indietro la pancia prominente e s'incune sulla panca. Lieto di rivedervi, messere! Non si chiamavano mai per nome, in luoghi che non fossero sicuri.
Il Cardinale indossava un piccolo cappello blu. Pur essendo
pi giovane di lui, non era invecchiato altrettanto bene: i suoi occhi grigi erano velati, privi di quella inquietante
fiammella che un tempo vi aveva arso. Le sue palpebre batterono tre volte consecutive. Dunque, arguisco che lungo la strada da Asti vi siate attardato a libarvi di manicaretti.
Era in collera con lui. Brutto segno. Mi sono messo in viaggio appena ricevuta la vostra missiva, e ho viaggiato pi in fretta che ho potuto.
Non abbastanza disse Ubaldini, rigido come un pezzo di ferro.
Ottone trasecol. Non mi direte che Tedaldo  gi ripartito?
Precisamente. Gregorio decimo ha lasciato Piacenza questa mattina, diretto in Francia.
Una fredda onda di delusione lav i pensieri di Ottone.
Per la verga di... Si morse il pugno. Non importa. Se riparto all'alba e sfianco i cavalli, potrei raggiungerlo
entro sera.
Si alz dal tavolo, rilasciando il fiato e il ventre molliccio.
Ubaldini alz appena le dita. E ripartito con una scorta di Torriani.
Il freddo divenne gelo. I Torriani? Qui a Piacenza?
Abbassate la voce. Potremmo non essere al sicuro. Il Cardinale si guard attorno di sottecchi. Sedete, rimettetevi
il cappuccio e non date nell'occhio. La prudenza non  mai troppa.
Ottone deglut e obbed. Ubaldini infil il cucchiaio nel piatto di minestra che aveva davanti, mescol per tre volte e lo appoggi senza mangiare. Una delegazione mandata da Napo della Torre in persona ha chiesto udienza a vostro
cugino. Il quale, ho saputo, ha accettato di fare tappa a Milano lungo la via Francigena.
Che mai potr volere quel demonio da Tedaldo? Ottone
si torse le mani. Devo avvertirlo di non fidarsi di loro.
L'ho gi fatto io. Ubaldini si port il boccale di birra alle labbra e lo inclin senza berne. E l'ho anche informato
che eravate in viaggio per incontrarlo.
Benedetto Ubaldini! E vi ha risposto?
Certamente. Pare che l'anno venturo egli intenda indire
un concilio a Lione; poich non siete giunto in tempo qui, egli vi dar udienza l, lontano dalle terre d'Italia, dove potrete discutere in sicurezza e fare piani senza interferenze.
Il sollievo di quelle parole attut la preoccupazione.
Ubaldini rimaneva un maestro, sempre un passo avanti a tutti anche quando si trattava di risolvere guai imprevisti.
Una delle inservienti si avvicin al loro tavolo, portando
un vassoio e un boccale; Ottone scosse le dita senza alzare lo sguardo. Non ordino nulla.
La donna non se ne and. Un vago profumo di mughetto
gli s'insinu nelle narici, destando una nuova cascata di ricordi e di brividi.
Conosceva l'odore di quella pelle.
Di colpo l'osteria spar nel nulla, Ubaldini divenne fioco e il papa perse ogni importanza. Prov a deglutire, ma la sua gola era riarsa. Alz la testa.
Capelli imbiancati, lentiggini sulla pelle appesantita dagli anni, occhi azzurri che lo fissavano sopra borse violacee
di stanchezza e pianto.
Il cuore prese a pompare cos forte da martellare la gabbia toracica dall'interno.
A... Agnese?
Era lei. Davvero lei!
Nonostante i tanti anni passati, rimaneva la donna pi bella che avesse mai visto. Pos il tagliere di pane sulla loro tavola e mise il boccale davanti a lui.
Che volete? Ubaldini la fiss da sotto in su. Come sapevate che eravamo qui?
Questa  la mia osteria.
Ottone si sforz di trovare le parole. A-ascolta, Agnese...
In tutti questi anni, io...
Tacete, tutti e due. Agnese strinse i pugni fino a sbiancarsi le nocche. Dovete andarvene.
Lui ammutol, come se avesse appena ricevuto uno schiaffo. M-ma... io devo parlarti. Ci sono cos tante cose che ho bisogno di dirti!
Fa' silenzio. Agnese strinse le palpebre e scosse il capo con forza, come per far tacere una voce interiore. Qui siete in pericolo. Da un momento all'altro arriveranno dei sicari con l'ordine di ammazzarvi.
...
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CAPITOLO 40.
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...
AGNESE GAIDOLFI.
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Il papa e la bettola. Due giorni prima, mercoled 19 aprile 1273. Osteria San Donnino, Piacenza.
...
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...
Quella sera l'osteria era strapiena.
La corte papale aveva attirato in citt fedeli e curiosi da tutto il circondario, per non parlare dello stuolo di servitori
e di soldati che viaggiavano al seguito del pontefice.
Ogni locanda di Piacenza traboccava di gente.
Agnese s'affacci in cucina. Mariuccia, corri da Ugo e ordina altre dieci botti a credito. Poi vai da Marta e dille di venire subito a darci una mano.
La sua figlia adottiva si strofin col polso uno sbuffo di fuliggine che aveva sulla guancia. Va bene.
E non cincischiare lungo la strada! Mi occorri ai tavoli
prima che puoi.
Mariuccia sbuff e si slacci il grembiule. Perch mi parli come se fossi stupida? Ce li ho anch'io gli occhi!
Agnese la tir per il braccio e le stamp un bacio in fronte. Corri, forza! E dammi questo.
Le sfil il grembiule di mano e se l'allacci dietro la schiena. In una serata come quella c'era bisogno che tutti facessero il massimo.
La sala era un delirio e la situazione non sembrava che peggiorare. Le panche ai tavoli erano gi tutte gremite e continuavano a entrare clienti. Per il magro scrigno dell'osteria era una benedizione, ma dove poteva farli sedere tutti quanti?
Al grande camino acceso, Gianni aggiungeva ciocchi sotto il paiolo della zuppa dei poveri. Agnese gli agguant la spalla.
Ho bisogno della tua forza.
Il giovane scatt in piedi e gonfi il petto. Chiedete, madonna!
Corri dal pescivendolo e fatti prestare le tavole e i cavalletti che usa al mercato, tanto fino a luned non dovrebbe
averne bisogno. Avrebbero puzzato di pesce, ma i clienti si sarebbero accontentati. Dagli questi per ringraziarlo;
se sarai svelto, a fine serata ci sar un premio speciale
anche per te. Gli lasci cadere tre denari nel palmo.
Gianni sgusci tra gli avventori del salone, pass accanto a suo padre che ispezionava quelli in fila fuori e spar nel tramonto.
La presenza del nuovo papa a Piacenza era un'occasione pi unica che rara, non poteva permettersi di mandare via nessuno.
In un terzetto di uomini dalle toghe rosse, un vecchio con una gran testa rotonda alz verso di lei la mano chiazzata
d'inchiostro. Agnese rassett un boccolo ribelle sotto la cuffia e lo raggiunse.
Benvenuti alla mia osteria, illustri messeri. Che vi porto?
Tre stufati e una caraffa del vostro vino migliore. Parlava nel volgare di Roma; doveva essere un giurisperito o un notaio di curia. Dubitava che fosse mai entrato qualcuno di cos importante, nella sua osteria.
Ve li porter al pi presto.
Si gir per prendere le ordinazioni presso i posti a fianco sulla panca.
Agnese! All'ingresso, Astolfo aveva infilato il cranio lucente dentro il locale e agitava il braccio spesso come un prosciutto. Agnese, c' qui un paggio che ti cerca!
Un paggio? Carit del cielo. E di chi?
Nella folla di avventori dell'osteria s'apr uno spiraglio.
Un tizio alto la met di Astolfo avanz a passi impettiti, in una sgargiante veste bianca e porpora, con un copricapo di seta floscia sul capo.
Che poteva mai volere da lei? Fiorina! Porta tu tre stufati
e una brocca di malvasia a quei messeri. L'inserviente annu senza staccare gli occhi dalle vesti sfarzose del messo,
che cammin a naso alto fino a lei. Siete voi Agnese Gaidolfi?
Da quanti anni non sentiva il suo cognome da nubile?
Per tutti, lei era Agnese Baffi o l'Agnesona del San Donnino.
Nessuno ricordava il tempo dei Gaidolfi dei Tre Re.
Sono io. Chi mi cerca?
Ho un messaggio per voi da parte di Sua Santit, papa Gregorio decimo. Il vociare l attorno cal di volume. Siete invitata a incontrarlo in udienza privata domani mattina, all'orario che vi sia pi comodo. Se vorrete dirmelo, io lo riferir al pontefice cos che tutto possa essere predisposto per ricevervi.
Agnese si port la mano al petto. Il papa voleva parlare con lei?
Squadr il paggio. La qualit delle cuciture di quell'abito e gli inserti di filigrana d'argento non facevano pensare a una burla; eppure, doveva per forza essere uno scherzo.
Che fosse un tiro di quei porci invidiosi dell'osteria Mura Vecchie? Non c'era altra spiegazione. Quei vecchi scroti rinsecchiti non perdevano mai occasione per tentare di umiliarla.
Il paggio si mise le mani sui fianchi e tamburell il pavimento
con la scarpa a punta. Ebbene, madonna?
Agnese raddrizz la schiena. Dite a chi vi manda che per me  un grande onore. Ma come potete ben vedere,
allarg le mani verso il cerchio di facce teso in ascolto
sono cos occupata a badare a cos tanta clientela, che non posso lasciare il mio locale nemmeno se  il papa a chiederlo.
Risa e applausi scrosciarono dai giocatori d'azzardo al tavolo del rex ribaldorum, l'ilarit si allarg in un batter d'occhio a tutta la taverna.
Agnese afferr gli orli del grembiule e coron lo sberleffo
con una profonda riverenza. Torn a servire ai tavoli, fiera di se stessa: gi le pareva di udire il racconto di quello
scambio, distorto e ingigantito dal passaggio per venti bocche, andare ad aggiungersi alle tante storielle che i perdigiorno piacentini raccontavano sul suo carattere indomito.
La vecchia leonessa non aveva ancora perduto le zanne.
Chiss quanto avevano sborsato, gli imbecilli del Mura Vecchie, a convincere un paggio di curia a prestarsi a quel raggiro. Come se non avessero modi migliori di investire il loro tempo e i loro denari. In ogni caso, ancora una volta
aveva dimostrato a tutti il fatto suo; per il resto della serata, il bagno di folla le sembr facile e leggero.
L'ora dodicesima era passata da un pezzo, ma l'osteria iniziava appena a sfollarsi. Usare via via i barili svuotati a mo' di seggiole, invece che ammucchiarli sul retro come al solito, era stata un'idea brillante. Mariuccia stava imparando
moltissimo sull'arte di arrangiarsi. Quando fosse giunto il suo momento di prendere le redini della conduzione,
confidava che sarebbe stata un'ostessa migliore di lei.
Una squadra di militi papali pag il conto in argento sonante e si radun intorno al baule di Astolfo, per recuperare
foderi e cinture.
Di solito a quell'ora cacciava fuori l'ultima mezza dozzina di beoni e se ne andava a dormire, ma quel giorno avrebbe fatto un'eccezione; c'era ancora una quarantina di avventori, nessuno dei quali ubriaco a un grado molesto. Conveniva approfittarne per mettere qualche altra moneta da parte, anche perch Mariuccia di recente passava
un po' troppo tempo a fissare le spalle muscolose di Gianni, mentre spaccava legna. Quando la figliola le avesse
chiesto il permesso di sposare il bravo giovane, voleva avere da parte denaro sufficiente per una buona dote.
Poggi gli avambracci sul bancone e riprese fiato, lasciando
scorrere lo sguardo sul locale. Non era ancora riuscita
a intonacare le pareti e il soffitto, ma se ripensava alle condizioni in cui quel buco versava al suo arrivo, aveva
fatto un lavoro pi che egregio.
Dalla strada venne un vociare concitato, di quelli che spesso precedono le zuffe. Oh, no, proprio al termine della
giornata di lavoro migliore di sempre? Ci mancava solo che le lasciassero un accoltellato sull'uscio. S'iss di nuovo
in piedi, gir attorno al bancone e claudic nella sala verso la finestra. L'anca aveva ripreso a dolerle.
L'uscio dell'osteria si spalanc di colpo e sput due soldati
armati di lunghe lance.
Agnese gett un gridolino e si blocc, nel locale cal un silenzio teso.
I due armigeri scrutarono l'osteria senza degnarla di un'occhiata e si disposero ai lati dell'ingresso. Altri uomini
in armi entrarono dietro di loro e si schierarono in due strette file tra le panche e le botti vuote, come a creare un corridoio centrale.
Chi siete voi? Non si entra armati nella mia osteria!
Dietro l'ultimo milite, entr un uomo in un ampio mantello di velluto color fuoco, con un colletto di bianca pelliccia
picchiettata di nero. Dai polsi e dalle caviglie si vedeva che era molto magro. Uno zucchetto era adagiato sulla tonsura del capo secco, da cui s'incurvava un vistoso naso a becco.
Era il papa.
Agnese si port le mani alle labbra. Il pontefice era nella sua osteria?
Dunque il messo di prima...?
Si prostr a terra, in fretta quanto le sue ossa le consentirono.
Non era mai stata molto devota verso la Chiesa, dopo aver scorto la verit sulle gerarchie ecclesiastiche.
Ma sapeva cosa poteva accadere a coloro che non mostravano la giusta deferenza, specie se erano donne.
Per la Vergine... Prima aveva scacciato il messo del papa, e lo aveva ridicolizzato davanti a una folla intera!
S-santit, vi imploro di perdonarmi balbett. Prima non avevo compreso che quello fosse davvero un vostro messo... Pensavo che qualcuno mi avesse giocato una burla.
Si morse le labbra. Qualsiasi cosa avesse detto, qualsiasi giustificazione, poteva aggravare la sua posizione. Meglio
tacere e pregare.
Dita delicate le sfiorarono la cuffia.
Finalmente ci rivediamo disse una voce che aveva un che di familiare. Su, su, alzati. Non c' bisogno di questo,
di fronte a un vecchio amico.
Agnese alz il viso. Quel naso, quella fronte corrucciata,
quegli occhi severi, appena addolciti da un sorriso...
Dal volto del pontefice riemersero le fattezze di Tedaldo Visconti.
Il fiato di Agnese si mozz. Aveva udito che il nuovo papa fosse originario di Piacenza, ma non aveva la minima idea che fosse lui!
Non so dirti che piacere sia rivederti, amica mia. Tedaldo le prese le mani e l'aiut a rialzarsi. C' un luogo dove possiamo conversare?
Parlava con la stessa naturalezza con cui, da ragazzo, le ordinava un boccale di birra. L'osteria s'era congelata come
uno stagno in gennaio.
Agnese si raddrizz e scrut le inservienti e i garzoni, che finsero di lavorare.
Doveva recuperare il contegno. Si lisci le pieghe del grembiule e indic le cucine con i palmi. Da questa parte.
Il papa fece cenno ai soldati di rimanere dov'erano e la segu. Inspir due volte dalle narici e sorrise. Questo profumo... lo stesso stufato che preparavi ai Tre Re.
Lei annu. Una ricetta di mia zia. Preferite qui o la legnaia?
Nessuna delle due  adatta a voi.
La cucina va benissimo. Il pontefice chiuse la porta sulla selva di sguardi esterrefatti e sedette sullo sgabello di legno scheggiato che usava Mariuccia per raggiungere le madie pi in alto.
Le pareti erano schizzate d'unto, l'acquaio era ingombro
di stoviglie sporche e il pavimento era una distesa di briciole e formiche. E il sovrano di Santa Chiesa se ne stava seduto su uno sgabello, sorridendo e frugando con lo sguardo la sua cucina.
Una vertigine le fece girare la testa; s'appoggi al tavolo di lavoro. L'intera situazione era del tutto straniante.
Chiuse l'anta verticale del pozzetto dei rifiuti, che comunicava
col recinto del maiale oltre il muro, e vi si sedette sopra.
Mi piace molto la tua cucina disse il papa.
Sono certa che sei abituato a ben meglio... Cosa ci fai qui?
Si sorprese delle sue stesse parole. Era come se avesse trattenuto il fiato fino a quell'istante.
Non posso fare visita ai vecchi amici?
Certo che puoi! Solo... mi ha sorpreso che tu ti sia preso tanto incomodo. Si tolse la cuffia e si pass le dita nei capelli sudati. Sei venuto con una delegazione di armigeri
nella mia osteria solo per incontrare me?
Non mi hai lasciato molta scelta. Ho provato a farti convocare, ma non c' stato verso! Cercava di scherzare,
ma non gli riusciva bene; era rigido, teso. Prese un respiro.
A Lione ho intenzione di indire un concilio che decider
il futuro della Chiesa. Ci vorr del tempo, ma prima di iniziare, volevo tornare nei luoghi in cui sono cresciuto.
Purtroppo, i pochi parenti ancora vivi di cui ricordavo il volto, ormai mi sembrano tutti degli estranei. Ti sembrer buffo, ma in molti dei miei ricordi pi felici c'eri anche tu.
Un nodo le strinse lo stomaco. Io invece preferisco dimenticarli, quei tempi.
Si pent subito di averlo detto. I-io...
Tedaldo alz la mano. No, non devi scusarti, ti capisco perfettamente. Il suo tono si fece grave. So cosa ti ha fatto Ottone.
Dentro di lei si mosse una massa gelida come una scheggia di ghiaccio. Non aveva mai tollerato che qualcuno facesse
quel nome in sua presenza: era un cadavere sepolto nel suo passato, e tale era giusto che restasse fino al Giorno del Giudizio.
Vostra Santit, perdonatemi, s'obblig a dire ma il mio vecchio amico non sa proprio niente.
Il pontefice s'irrigid di sorpresa, ma subito ritrov la pacatezza serafica. Non essere reticente, Agnese. In verit,
nessuno pu capirti meglio di me. Egli ci ha ingannati entrambi, facendoci credere che fosse un uomo degno.
Ma la triste verit  sotto i nostri occhi, e ora hai il dovere di non distogliere lo sguardo.
Agnese si torment l'orlo del grembiule. Perch rivangava quelle memorie?
Il papa aveva lo sguardo perso nel vuoto e un'espressione truce.
Ti ha portata a Desio quando ha lasciato Piacenza. E gi questo dice molte cose. Ma il peggio doveva ancora venire. Dopo averti trattata per anni alla stregua di una concubina, s' stancato di te e t'ha gettata via come un panno vecchio.
Un'orribile sensazione d'intrusione le afferr la pancia.
Non so come tu abbia saputo queste cose, Tedaldo, ma non  andata cos. E comunque, non mi va di rammentarlo.
Oh, Agnese. Strinse le labbra e aggrond le sopracciglia, in una smorfia di compassione. Buona, dolce Agnese...
Credimi, so davvero come ci si sente. Io amavo Ottone come un fratello. Puoi immaginare come mi sia sentito ingannato
e manipolato, quando nel corso degli anni ho scoperto il demonio che era in realt. Il braccio destro di Ubaldini.
Sput il nome come un grumo di catarro. Rovina della Chiesa e del mondo intero... E io non me ne accorsi.
Agnese distolse lo sguardo. Il cuore le batteva forte nel palato e ai lati della gola. Ti prego, parliamo di altre cose.
Raccontami dell'elezione...
Lui scosse la mano guantata. Sei una donna forte, Agnese. Lo sei sempre stata, e lo dimostra come hai saputo risollevarti dal tradimento di Ottone. Mi  stato detto che in una decina d'anni hai trasformato una bettola fatiscente
in una delle pi prospere e rinomate osterie della citt.
Agnese scroll le spalle e si sforz di sorridere. O cos, o la fame.
Questo ho sempre ammirato, di te! Tedaldo si batt il pugno sul palmo. La determinazione. Ma ora non c' pi bisogno che tu fugga dai tuoi ricordi dolorosi, amica mia. So che ti perseguitano come perseguitano me, ma sono venuto qui a portarti una lieta novella.
Agnese aggrott le sopracciglia. Che novella?
Che molto presto giustizia sar fatta. Quell'empio di mio cugino sta per avere finalmente ci che merita.
Ch-che vuoi dire?
Il papa abbass la voce. Quella carogna di Ubaldini mi ha fatto sapere che Ottone sta venendo qui per incontrarmi.
Si lev in piedi con un'espressione di dolore in volto, si massaggi i lombi. Immagino che mio cugino intenda grattare la nostra vecchia amicizia per spillarmi l'appoggio alla sua pretesa alla cattedra di Milano. Calpest
un nugolo di formiche, il suo ginocchio diede uno scricchiolio.
Ma al mio posto trover i sicari che i Torriani hanno mandato in citt su mia indicazione. Finalmente lui e quel ragno del suo maestro avranno ci che si meritano. Agnese non riusc a respirare.
Sicari?
Dodici in tutto. Conoscono l'aspetto di mio cugino e sorvegliano tutti gli ostelli della citt. Hanno l'ordine di radunarsi
e agire quando lui e Ubaldini si incontreranno. Ho gi impartito a ciascuno di loro l'assoluzione anticipata.
Ma non puoi ucciderli...  sbagliato!
Uno sguardo dolente attravers gli occhi di Tedaldo.
La mia letizia  fuori luogo, hai ragione. Ma il mondo sar migliore senza di loro, e inoltre io e te saremo liberi dai fantasmi che ci tormentano. Liberi di andare avanti con le nostre vite, di voltare pagina... Questo non ti rende lieta?
Lieta? Agnese si accarezz il collo. S, forse avrebbe dovuto.
La sua pena era stata cos straziante, dopo che aveva abbandonato Ottone a Napoli. Era tornata a Piacenza a piedi, un viaggio tremendo, solo per scoprire che la sua famiglia nel frattempo l'aveva ripudiata e che la gente ora la chiamava meretrice.
I due anni successivi erano stati senza dubbio i pi miserabili della sua vita.
Poi, poco per volta, le cose avevano ripreso ad andare.
Il vecchio Baffi, vedovo con una figliola e antico avventore dei Tre Re, rilev il San Donnino e le diede un lavoro. Lei in poco tempo raddrizz quel tugurio e lo accrebbe in dimensioni e reputazione. Alla fine, con gi un piede nella fossa, Baffi le chiese di sposarlo, cos da lasciarle in eredit
l'osteria e il suo buon nome. Al ricordo di quel volto brutto e buono, lacrime le scesero lungo le guance.
Piangi, Agnese?
Lei si strofin col polso. Non ripensavo al passato da tanto tempo.
Allora rallegrati, perch non dovrai pi versare lacrime!
Il pontefice gesticol.
Quel suo gaudio le diede un fastidio che sorprese lei per prima. I suoi sentimenti erano un groviglio irrisolto, che lei aveva abbandonato per troppo tempo a prendere polvere in un angolo della sua anima. Era giunto il momento
di provare a dar loro forma con le parole.
Io... non sono sicura di vederla come te, Tedaldo.
Lui inarc le sopracciglia. Era turbato e sconcertato;
con tutta la briga che s'era preso per venire da lei di persona,
gli doveva una spiegazione. Chiam a raccolta tutte le sue forze.
 vero, io provo ancora molta collera verso Ottone. E rammarico, per il suo cambiamento in un farabutto. A
lungo ho maledetto il suo nome, rimpiangendo che fosse entrato nella mia vita.
E ne hai tutte le ragioni! Tedaldo congiunse le mani con enfasi. Fu lui a corromperti, a rovinarti! A impedirti di condurre la vita serena che si conviene a una donna onesta!
Agnese scosse il capo. Ma sono stata io a scegliere di stargli accanto. E anche se lungo la strada si  smarrito e mi ha spezzato il cuore... non mi pento di averlo seguito da fanciulla. Perci che senso ha tenere accesa la fiamma dell'odio?
Ecco. Anche se con parole stentate, l'aveva tirato fuori.
Lei aveva sempre pensato e deciso con la propria testa, e ogni scelta della sua vita l'aveva presa da sola. Non era mai stata l'appendice di nessuno, nessuno l'aveva mai costretta.
Che diritto aveva di addossare la colpa a Ottone, e desiderare per lui una fine violenta?
Tir su col naso. Non sono abituata a parlare di cose simili. Ti prego, tu che sei erudito comprendimi meglio di quanto io sappia spiegarmi!
Il volto del papa era una maschera livida di astio e delusione.
Dopo tutto ci che quello scellerato ti ha fatto, tu... ne sei ancora innamorata?
Agnese si sent strangolare. Si abbracci le spalle. Eccolo,
il centro rovente di quel groviglio di ceneri: cosa provava per Ottone, dopo cos tanto tempo? Non lo sapeva.
Detestava il crudele calcolatore in cui era stato trasformato.
Lo odiava e disprezzava con tutta se stessa. Ma l'Ottone per cui aveva perso la testa, d'altra parte... Anche se ormai esisteva soltanto al centro di quel garbuglio di rimpianti, quello...
Non era una persona vera, certo; era pi che altro un ricordo, o forse uno spirito che viveva in profondit dentro
di lei. Quel ragazzo puro d'animo, idealista, sbruffone e generoso, pronto a gettarsi nel pericolo e a farsi in quattro
per gli altri, quell'Ottone che ormai non esisteva pi, lo amava ancora.
Altre lacrime le colarono dalle ciglia. Lo avrebbe amato per sempre.
Allora? ringhi Tedaldo a pugni stretti. Non rispondi?
No. Agnese si asciug le lacrime con il grembiule.
Perch non ti riguarda. E ora, se permetti, io ho un'osteria da mandare avanti, e tu la Chiesa. Perci ti prego di andartene.
...
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CAPITOLO 41.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Vicoli bui e rose scarlatte. Di nuovo due giorni dopo, venerd 21 aprile 1273. Osteria San Donnino, Piacenza.
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Sicari mandati dai Torriani? Ottone strabuzz gli occhi.
Con l'approvazione di mio cugino?
Agnese si rabbui, le sue labbra si strinsero. Annu.
Ubaldini, seduto accanto a lui, era bianco come un cencio
e fissava il tavolo con l'espressione di uno sfidante del rex ribaldorum a fine partita. No, lui non oserebbe mai...
non con me presente.
Lui chi, Cardinale? Che Satanasso sta accadendo? I suoi pensieri erano bloccati, la sua gola era riarsa come un deserto. Afferr l'impugnatura del boccale di birra sul tavolo e si costrinse a berla.
Ubaldini s'arricci il baffo sale e pepe; la sua fronte era un cimitero di rughe scavate di fresco. Sono la vostra esca. Dalle venature del tavolo, i suoi occhi color ferro si alzarono in quelli di Ottone. Lui sapeva che se ci fossi stato io, voi vi sareste fidato, Visconti. Il vostro caro Tedaldo vi ha teso una trappola.
A Ottone and di traverso il fondo schiumoso del boccale.
Toss, si pul le labbra. Non capisco... s'aggrapp allo sguardo di Ubaldini. Perch mai mio cugino dovrebbe
volermi morto?
Ora non c' tempo. Agnese si sporse oltre il tavolo e scost la tenda della finestra. Guardate l.
Indic un angolo dell'angiporto che conduceva alla chiesa di San Donnino.
Ottone si sollev a sbirciare i vicoli immersi nelle tenebre.
 buio pesto.
L tra le colonne, li vedi? sussurr Agnese.
Lui aguzz la vista. Ora che ci faceva caso, la base dei pilastri che reggevano il porticato era pi larga della sommit;
c'erano degli uomini nascosti l sotto.
Qualcosa di metallico riflesse le luci dell'osteria in un luccichio. Una lama? Ottone se la sent gi conficcata nello
stomaco. Satanasso, sono gi qui! Abbass di scatto il capo, si volt verso Ubaldini. Le mie guardie sono alla locanda... Avevate detto che la segretezza sarebbe stata la nostra difesa! Adesso che facciamo?
Io non far nulla lo gel il Cardinale, riprendendo a tormentare pezzi di pane nella zuppa. E voi che vogliono, non me.
Quelle parole scavarono un solco nell'addome di Ottone
e gli attanagliarono le viscere. Voi... vi lavate le mani di me?
Se  vero ci che ha detto la vostra amica, Ubaldini fece balenare gli occhi verso Agnese ovvero che Tedaldo ce l'ha con voi, allora dev'essere qualcosa di personale, altrimenti ne sarei al corrente. Ergo non riguarda me, ergo
non ho motivo di rimanerne coinvolto.
Quel tradimento colp Ottone come un pugno nello stomaco. Rimase boccheggiante, incapace di parlare.
Mi duole contraddirvi, Cardinale. Agnese si mise le mani sui fianchi. Ma temo proprio che i sicari abbiano direttive che riguardano anche voi.
Gli occhi grigi di Ubaldini dardeggiarono nei dintorni.
Tu menti.
Rimanete seduto qui e lo scoprirete; vieni Ottone, ti porter in salvo!
Un inaspettato calore gli stiepid il cuore. La donna che aveva maltrattato e perduto, colei che bruscamente era scomparsa dalla sua vita, stava cercando di salvarlo?
Ti prego, dimmi che dall'osteria c' un'uscita secondaria.
Da questa parte.
Ottone s'alz e la segu. Ubaldini si lev a sua volta in piedi e and loro dietro in silenzio.
Agnese li condusse nel locale cucine, chiuse la porta alle loro spalle e mise un piatto in equilibrio sulla maniglia.
Passarono in un piccolo magazzino che odorava di segatura, pieno di scope e legna accatastata. Da un portone
uscirono in un cortile recintato, disseminato di sterco, scarti d'ossa e rimasugli di verdure. Il fetore era cos pungente
che a Ottone lacrimarono gli occhi; un maiale grugn
sotto una tettoia.
Ma il Cardinale andava cos lento apposta, o era diventato mezzo zoppo?
Agnese li super e apr il recinto tra due edifici vicini.
Sbirci oltre l'angolo e si volt a guardarli. Che aspettate?
bisbigli. Da questa parte, presto!
Scortaci alla cattedrale disse Ubaldini. L saremo al sicuro.
No! Ottone tagli l'aria con la mano. Non voglio che sia coinvolta. Da qui in poi ce la caveremo da soli.
Lei esit, sulla sua fronte danzarono rughe d'apprensione.
Stai attento.
Nella fretta e nel timore, un fremito di euforia gli formicol in corpo.
Quell'emergenza aveva cancellato con un colpo di spugna il passare degli anni. All'improvviso, la burrasca che aveva spezzato la loro relazione era di nuovo qualcosa di recente, e Agnese aveva cessato di essere un dolore sordo nel petto, o un pugno di capelli in una scarsella di cuoio.
Lei era l. Davanti a lui, in carne e ossa. La sua Agnese.
Nel cuore di Ottone sgorg il desiderio di parlarle, spiegarsi; chiss se Dio ora gli avrebbe concesso un'altra occasione. Uno schianto di coccio infranto lo fece sussultare.
Agnese volt il capo verso la porta da cui erano usciti.
Stanno arrivando! Non si torna indietro, seguitemi.
Corsero in un orticello invaso dalle tenebre e poi in un vicolo tra due edifici. Invece di prendere a sinistra verso la piazza della cattedrale, Agnese scatt verso destra.
Dove vai? ringhi Ubaldini. Dall'altra parte!
Abbassate la voce, figlio di scrofa. Agnese prosegu nelle tenebre, senza voltarsi. Aveva ragione lei: se i sicari erano milanesi, non potevano conoscere la citt. Conveniva
procedere attraverso vie secondarie ed evitare i grandi snodi; a quanto pareva, Ubaldini non era pi quello di un tempo.
Al secondo incrocio, Ottone perse l'orientamento. Senza fiaccole per le strade e con la luna offuscata da un velo di nuvole, Piacenza era un intrico di spigoli, tettoie e viuzze schiacciate tra muri.
Il cuore di Ottone correva pi di lui. Segu Agnese tra gli oscuri budelli della citt. Era rassicurante mettersi nelle
sue mani. Se stava per morire, voleva che lei sapesse che perderla era stato il pi grosso sbaglio della sua vita.
All'ennesimo crocicchio, il Cardinale inizi a tossire e ad annaspare.
Ottone s'appress ad Agnese col cuore in gola. Ascolta,
io... devo parlarti.
Da uno squarcio tra le nuvole, la luna le gett una luce argentea sul viso. Le ciglia bionde si alzarono verso di lui.
Non ora.
Lo stomaco di Ottone si strizz; inghiott le parole che gli sobbollivano in petto. Non appena fossero stati in salvo,
le avrebbe raccontato tutto quanto.
Pallido come uno spettro, Ubaldini li raggiunse con un colpo di tosse. Senza aggiungere altro, lei svolt a destra.
In fondo al viottolo, un ubriaco barcollava farfugliando fra s. Lo superarono e passarono oltre; spandeva un atroce
tanfo di urina.
Uno scalpiccio alle loro spalle fece voltare Ottone.
Sagome incappucciate si mossero in fondo al vicolo.
Ottone sprofond. Dannazione, gli erano gi addosso!
Agnese lo tir al riparo dell'arcata di un angiporto. Ottone s'appiatt contro un muro incrostato di muffa e tese le orecchie: i passi concitati degli inseguitori erano svaniti. La citt era sprofondata nel suo silenzio sporco. Si udiva solo il vagito di un neonato in lontananza e il miagolio dei gatti in amore.
Badate, donna, il sibilo di Ubaldini era stridulo se lasciate che mi mettano le mani addosso, giuro sul mio nome che vi far processare per eresia!
Ma che diavolo diceva? Lei li stava gi aiutando! Non aveva mai visto il Cardinale cos nel panico.
Sst! Tacete, per carit. Agnese ricominci a guidarli.
Siamo arrivati.
Il vicolo sbuc in una piazza con una fila di lavacri, cinta da porticati. Sul lato opposto, il fianco della cattedrale di Santa Giustina comparve maestoso nella luce lunare. La porta secondaria della chiesa era socchiusa.
Che la Vergine sia lodata! Il petto di Ottone rifior di speranza. I sicari dovevano ancora star battendo le viuzze, come tanti piccoli minotauri nel labirinto di Piacenza.
Agnese gli trattenne la spalla e si guard attorno. Ho una brutta sensazione.
Dobbiamo sbrigarci, il Cardinale si toss nel pugno o ci prenderanno alle spalle.
Vado avanti io. Ottone si volt verso Agnese. Tu resta nascosta finch non sapremo che  sicuro, intesi?
Le labbra di lei s'incurvarono nell'accenno di un sorriso.
Intesi? ripet Ottone, stringendole la mano.
Lei abbass gli occhi e annu. Intesi.
Ottone frug le ombre ai due lati della piazza, poi si
gett di corsa sotto il porticato, verso l'ingresso della cattedrale.
Si sentiva una lepre selvatica in fuga dalle volpi.
Copr la distanza in dieci balzi, col petto in tumulto e il fiato in gola. Si gett al riparo oltre il battente: il tonfo dei suoi passi riecheggi nella cattedrale in penombra, l'odore
d'incenso e cera d'api lo avvolse. Profumo di salvezza.
Si gir a scrutare gli altri due. Ubaldini avanzava sotto il porticato con passo frettoloso, ma non si poteva dire che corresse. Gli tese la mano, gli fece cenni rapidi. Era lento in maniera esasperante. Agnese seguiva pi indietro, gli occhi puntati a sinistra. Aveva udito qualcosa?
All'improvviso, il Cardinale inciamp su di un ciottolo rialzato. Gett un grido e cadde lungo disteso, a pochi passi dall'androne.
Tel l! riecheggi in milanese dietro il lavacro.
Le viscere di Ottone si strinsero. Agnese lasci il porticato e si chin a soccorrere il Cardinale.
Vergine santissima, lo aiutava?
Venite, presto!
Il Cardinale si rialz e la scacci via come un mendicante
con la scabbia. Non mi toccare, donna! Il suo urlo risuon in tutta la piazza.
Un acciottolio di passi in corsa crebbe nei vicoli l attorno.
Sotto la luna, un uomo incappucciato in fondo alla piazza alz una balestra carica. Il cuore di Ottone diede uno strappo violentissimo. Non stava puntando lui, ma Ubaldini e Agnese.
Il tempo parve rallentare. L'arma del sicario emise uno schianto.
Attenti! Ottone spicc un tuffo con tutte le forze che gli restavano. Travolse il Cardinale e Agnese, cadde a terra con un brutale dolore a ogni parte del corpo. Gemette e afferr entrambi per le vesti. Una scarica disperata di energia gli pomp nelle braccia.
Presto, tutti dentro! Li trascin in chiesa.
La piazzetta si riemp di parole in milanese.
Ottone gett la propria mole contro il battente, che cigol
e si chiuse con un rimbombo, seguito da un tremito sordo come un colpo d'accetta: uno dei sicari doveva aver scagliato un pugnale o un dardo al battente. Con mani frenetiche, afferr il grande chiavistello di ferro e lo tir di lato: la sbarra corse nelle guide e s'infil di un palmo nel muro.
Siamo salvi! Ottone si volt.
Ubaldini sollev il busto, borbottando bestemmie. Agnese invece rimase sdraiata fra le lapidi di marmo incassate nell'antico pavimento. Un fiotto di preoccupazione lo strinse. Si chin su di lei.
Alla luce incerta delle candele, se ne stava sdraiata. Era pallida e bellissima come la ricordava nei suoi sogni.
Ma qualcosa non andava. Cosa stava stringendo al petto,
sotto i riccioli dorati? Una macchia scura si stava espandendo sul grembiule...
No!
Ottone la prese per le spalle e la scosse. La chiazza scarlatta si allargava come la corolla di una rosa, l'asta piumata
del quadrello sporgeva dal petto di quattro dita.
Era una ferita mortale.
Fauci fameliche divorarono le budella di Ottone. Agnese!
grid. No, non era vero! Non poteva essere vero: lei non poteva essere un pezzo di carne trafitto!
Ottone sussurr in un flebile tremito.
Sono qui! Le scans una ciocca dal viso. Sii occhi azzurri erano velati, guardava in alto come se non lo vedesse.
Ottone, tu... Le sue labbra gorgogliarono un sorriso.
Stai tornando quello... che eri.
Una tempesta di artigli gli lacer l'anima.
Non mi lasciare di nuovo! singhiozz, carezzandole il bel viso. Guardami! Resisti!
Gli occhi di Agnese divennero fissi, immoti, rivolti a
quello stesso cielo a cui un tempo avevano rubato il colore,
e che ora se ne stava muto oltre la volta di pietra, a nascondersi per non guardare.
No, ti prego! Iddio onnipotente... Ottone la sollev e se la strinse al petto con tutta la forza che aveva, come quando facevano l'amore, come quando passavano le ore a rotolarsi nei pagliericci, poveri e felici. Prima che lui smettesse di dare attenzioni alle cose importanti, prima di farsi consumare dall'ambizione. Prima di diventare un'imitazione
dell'uomo accanto a lui, che in taverna non aveva esitato ad abbandonarlo dopo un sodalizio di decenni.
Mentre lei... Oh, Vergine santissima! La strinse ancora pi forte, la cocca del dardo gli premette dolorosa sul petto,
il sangue caldo lo inzupp.
Agnese, Agnese... Le sue lacrime scesero a bagnare i boccoli dorati, che profumavano di mughetto.
Attorno a lui ci fu uno scalpicciare di passi e di voci, seguito da un clangore metallico. Non gliene importava niente. Voleva solo rimanere stretto ad Agnese. Perch quel quadrello non li trafiggeva entrambi? Perch aveva colpito lei?
Qualcuno gli aveva preso a calci il cuore come una palla
di stracci. Non c'era altra spiegazione a quel dolore sordo
che gli dilaniava l'anima.
Visconti gracchi la voce di Ubaldini. Figliolo...
avete intenzione di lasciare quel cadavere o no? Ormai  morta, mentre voi siete vivo. Potete solo pregare per la sua anima.
I fianchi e le reni formicolarono. Ottone alz gli occhi a guardarlo.
Dietro il Cardinale, un viavai di canonici, chierici e armigeri
sciamavano nella navata come formiche indaffarate.
Nessuno pareva badare a lui n ad Agnese. Ubaldini gli diede le spalle e s'avvi verso una porticina laterale. Seguitemi,
andiamo a parlare col priore.
Io non la lascio qui.
Il Cardinale si ferm, senza voltarsi. Fate come volete, rendete pure vano il suo sacrificio. Io intanto vado a cercare
di risolvere la situazione. Scomparve oltre la porta.
Un canonico in disparte s'avvicin, torcendosi le mani.
Andate pure, eccellenza. Penseremo noi alla salma.
Ottone si asciug le lacrime dalle guance. La sua testa era leggera e piena di ovatta. Pos un ultimo bacio sulla fronte di Agnese e le chiuse le palpebre sugli occhi azzurri.
Nessuna preghiera sembrava abbastanza importante per dirle addio, cos non ne disse alcuna. Si limit a tracciarle
il segno della croce sulla fronte.
La adagi con delicatezza sul pavimento di marmo.
Percorse le ripide scale di pietra verso la sacrestia col petto
scavato dal dolore. Si carezz la scarsella di cuoio che teneva al polso. Era umida. L'avvicin a una candela: era macchiata di scuro, come la sua veste.
Ebbe un capogiro, le ginocchia gli tremarono. Dovette fermarsi e prendere un gran respiro. Ogni cosa era irreale, come un sogno che non accennava a spezzarsi.
Vag a lungo, prima di trovare la porta che cercava.
Ubaldini parlava in tutta calma con il priore, un ometto basso e tozzo dall'aria assonnata.
Eccellenza? Venite, sedete pure. Gli indic un seggio,
ma appena Ottone avanz sotto la luce delle candele, sgran gli occhi e si fece pi volte il segno della croce.
Quella donna vi ha imbrattato la veste di sangue
comment il priore, premuroso. Ve ne faccio portare una pulita?
Non serve rispose lui a denti stretti.
Ubaldini lo fiss con occhi gelidi. Vedo che siete riuscito
a riprendervi, Ottone. Non preoccupatevi, vi perdono per poc'anzi. Questo attentato alle nostre vite  stato un gesto di estrema gravit, dovremo scegliere con cura le prossime mosse.
Ma cosa stava dicendo? Mosse?
Il corpo di Agnese era ancora caldo sul pavimento della cattedrale. Era stata uccisa perch s'era fermata a soccorrere
quell'intrigante. E lui stava gi ricominciando a intessere i suoi disegni?
La collera pi feroce gli riboll nello stomaco. Prima di rendersene conto, s'era alzato in piedi e aveva afferrato Ubaldini per il bavero del mantello.
Ma che vi prende?
Ottone lo spinse con la schiena contro gli scranni del coro della canonica.
Il priore gett un grido scandalizzato.
Voi! rugg Ottone a denti stretti. E stata tutta colpa vostra. Se non foste caduto a terra, lei... Lei...
Ubaldini recuper l'equilibrio e lo fiss, immoto come una statua di marmo. Quando parl, lo fece con il suo solito tono monocorde: Non abbiamo tempo per le vostre intemperanze, Ottone.
Intemperanze? ringhi. Agnese  morta, per salvarci!
E voi non siete... Non avete...
Il priore si frappose. Oh santa Maria Vergine, siete impazzito?
Aveva il volto arrossato. Per amor del cielo, tornate in voi.
Non preoccupatevi, scand il Cardinale Visconti abbaia ma non morde.
L'ira gli diede alla testa. Afferr una spalla del piccolo priore, lo scaravent fuori dalla sacrestia e sbatt l'uscio.
In piedi tra i braccioli degli scranni, Ubaldini si massaggi
la gola, toss e lo guard di sbieco. Ve lo ripeto. Se la smettete di comportarvi in modo ridicolo e vi calmate, possiamo trovare una via d'uscita da questa situazione. I
sicari dei della Torre sono tuttora l fuori, siamo ancora in pericolo. Volete fare la fine della vostra ex concubina?
Ottone si lasci cadere su una sedia, pos i gomiti sulle gambe e lo guard.
 finita.
Ubaldini sollev un sopracciglio e rimase in attesa. Non si abbassava mai a chiedere una spiegazione.
Per anni vi ho seguito, inizi cercando di imparare da voi. E quando le nostre strade si sono separate, ho continuato
ad agire ispirandomi al grande Ottaviano degli Ubaldini. Mi chiedevo sempre: Cosa farebbe il Cardinale?.
Per gran parte della mia vita non ho desiderato altro che essere come voi.
Fece una pausa e lo guard negli occhi, gelidi e inespressivi.
Ma mi sbagliavo di grosso. Voi non siete neanche un essere umano. Gli punt un dito contro.
Lo considero un complimento disse Ubaldini.
Voi siete un ragno sulla sua tela. Cos concentrato sui fili da aver dimenticato il mondo che c' l fuori. Non sapete
pi neppure cosa siano il bene, la fede o la compassione...
Ottone sent una lacrima scivolargli sul volto. Non credeva di averne ancora.
Ubaldini si schiar la voce. Parlate in questo modo solo perch le emozioni sono ancora roventi. La sua voce era smussata. Vi ho sempre messo in guardia contro di esse. Sono infide, distorcono la vostra percezione e obnubilano il giudizio, cos come gli affetti.
Una nuvola di rabbia gli sorse nella gola; Ottone la tenne a bada.
Ricordate la vocazione degli apostoli. Ubaldini incroci
le mani dietro la schiena. Ricordate le parole del Cristo: Chi ama sua moglie pi di me, non  degno di me. Pensate a dove siete arrivato quando vi siete liberato di quella donna. Non eravate che un diacono di provincia, e in pochi anni abbiamo fatto di voi l'arcivescovo di Milano.
Il potere richiede dedizione. Pensate che lo avreste raggiunto, se foste stato dietro ai malumori di una femmina?
Ottone afferr i braccioli dello scranno e si sporse verso di
lui. Ho barattato ogni cosa per la carriera, anche la mia anima. Ma a che scopo? Non ho conquistato altro che infelicit.
Il volto di Agnese da giovane si sovrappose per un istante a quello esangue dei suoi ultimi istanti di vita. Sotto
i suoi piedi si apr un pozzo senza fondo.
Uno dei ceri accesi si spense. Ubaldini lo guard e pass
la mano sopra il moccolo fumigante. La felicit  effimera
e vana quanto il fumo di questa candela. Lasciatela ai semplici. Sfreg le mani l'una contro l'altra e gli mostr
il palmo pulito. Noi che sediamo ai vertici abbiamo altre mete: il destino delle nostre casate e del nostro mondo,
minacciato dalle potenze esterne.
Il destino della propria casata. Ottone si morse le labbra; in un altro momento della sua vita, quelle parole pronunciate con tanta sicurezza e autorevolezza, avrebbero fatto colpo su di lui. Ma adesso le lezioni di Ubaldini avevano
il sapore della cenere.
Allora forse sono io a essermi sbagliato su me stesso.
Forse sono un uomo semplice... E al vostro fianco ho cercato
di diventare ci che non sono.
Era la verit. Agnese gliel'aveva fatto capire con le sue ultime parole: Stai tornando quello di un tempo.
Lo sguardo di Ubaldini scintill come una lama. Vi prego, non deludetemi ulteriormente. Non sopporterei di aver sprecato il mio tempo nell'appoggiarvi.
C' stato un tempo lontano, in cui ero orgoglioso di diventare un sacerdote. La tonaca per me aveva un significato
enorme... Ottone si guard l'abito imbrattato di sangue, il suo cuore si strinse ancor di pi.
Ubaldini inarc un sopracciglio. Varrebbe a dire?
Speranza, carit, fede... Il cemento dell'amore disinteressato
che Dio ci ha insegnato. E che stanotte Agnese mi ha rammentato.
Dio! Ubaldini sferr un calcio alla base del candelabro.
Dio  solo un mezzo per controllare le menti deboli,
un perno retorico per far leva sui potenti, un'arma di terrore
per controllare la plebe. Dopo tante evidenze non l'avete ancora compreso?
Credevo di s, ma forse mi sbagliavo. Lo scrut negli occhi. Forse anche voi vi sbagliate, che siete vivo solo grazie alla carit di Agnese.
Le narici di Ubaldini si dilatarono, i suoi zigomi si fecero rubizzi; non l'aveva mai visto cos arrabbiato.
La vostra ragionevolezza vacilla senza rimedio! La sua voce era acuta. Proprio come aveva vaticinato papa Urbano Quarto.
Urbano Quarto? La mente di Ottone balz indietro a undici
anni prima, quando durante la sua consacrazione arcivescovile,
il vecchio papa aveva sbirciato la pagina aperta dell'evangeliario. Una flebile curiosit si accese in lui: le voci raccontavano che dal versetto si sarebbe potuto trarre
una profezia sull'operato del nuovo vescovo.
Pensavo che quel segreto fosse morto con papa Urbano.
Dunque voi sapete cosa recitava il sacro testo?
Ubaldini alz appena il mento. Luca 22, 32: Ego au-
tem rogavi pr te ut non deficiat fides tua et tu aliquando conversus confirma fratres tuos.
Era una parte della Passione, parlava del tradimento di Pietro e della sua successiva conversione a credente.
Dunque... dopo molte peripezie, trover infine la fede?
Un intenso brivido gli pass nei nervi: quella profezia recava il segno della mano di Dio!
Ubaldini scosse il capo. S: liberatevi da queste idiozie!
Abbandonate una volta per tutte il mediocre che non avete mai cessato di essere e abbracciate la verit. La religione
 lo strumento pi potente al mondo. E chi lo sa usare, il mondo pu controllarlo. Le sue parole suonavano
come un ultimatum.
Ottone lo fiss per qualche istante, il disgusto gli bruci
nello stomaco.
Alcuni chierici irruppero nella stanza, seguiti dal priore.
Eminenza! Tutto bene? domand a Ubaldini. E voi, Visconti, sar meglio che andiate a sbollire altrove.
Non c' pericolo, padre. Ottone si sollev il cappuccio
sopra la testa e usc dalla sacrestia. Io e il Cardinale non abbiamo pi nulla da dirci.
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CAPITOLO 42.
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NAPO DELLA TORRE.
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Il papa a Milano. Alcuni giorni dopo, sabato 29 aprile 1273. Porta Romana, Milano.
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Le scale della Rocchetta che sovrastava Porta Romana erano ripide e strettissime. Napo aveva l'affanno; ora che i sessanta si avvicinavano, il fiato gli veniva meno sempre pi spesso.
Suo nipote Guido, il figlio di Francesco, era gi in cima ad attenderlo. Era facile per lui, che di anni ne aveva venti;
non appena lo vide, gli tese una mano per aiutarlo nell'ultimo tratto.
Un uomo deve farcela da solo. Ignor la mano protesa
e riusc a tirarsi su. Mosca, ci sei?
Dal basso gracchi una voce spompata: Arrivo, padre.
Le mani esili e sgraziate di suo figlio s'aggrapparono al pianale e tremarono per lo sforzo, accompagnate da gemiti
esagerati. Guido si avvicin per aiutarlo, ma Napo gli fece cenno di no con la testa.
Lascia che faccia da solo.
Con uno sforzo finale, Mosca si tir su annaspando. I soldati sogghignarono, e non avevano torto: bench suo figlio avesse oltre due decadi meno di lui, aveva il viso arrossato e i capelli zuppi di sudore. Era in occasioni come
quelle che Napo si pentiva di quel frutto del suo primo, sfortunato matrimonio.
Largo, fatemi largo! ordin ai soldati, che gli lasciarono
lo spazio tra la merlatura che sovrastava Porta Romana.
In mezzo ai mattoni crudi della torretta erano incastonati bianchi pezzi di marmo, recuperati dalle rovine romane che abbondavano nei dintorni. S'affacci ad ammirare la vista, il motivo per cui si era arrampicato fin lass.
La carovana della corte pontificia serpeggiava oltre l'ampio fossato, perdendosi a meridione lungo la via Francigena.
Non fosse stato per lo stemma papale che apriva la colonna, la si sarebbe potuta scambiare per un esercito invasore. Una marea di gente si era radunata agli angoli della strada per assistere allo spettacolo.
Questo  un gran giorno per la nostra famiglia proclam
Napo, solenne. Vedrete, tutto cambier adesso.
Il papa a Milano. Trasognato, Guido si sporse tra i merli: Sia lodato Ges!.
Mosca invece se ne stava indietro, intimorito dall'altezza
come al solito. Speriamo che ci tolga la scomunica borbott.
Ce la toglier. Napo gli diede uno scappellotto. E far molto, molto di pi per noi. Si sporse anche lui e mise le mani a cono. Nostro Signore Ges Cristo benedica Milano! grid, ma la voce invece gli usc roca, come quella di suo cugino Filippo, tanti anni prima. Maledizione, proprio ora devo trovarmi svociato?
Guido gli mise una mano sulla spalla. Datti pace, zio!
Sono settimane che organizzi banchetti e cerimonie per il papa. Un po' di voce in meno non conter di fronte allo sfarzo con cui lo accogli.
Napo annu, rasp con la gola e sorrise.
Hai speso troppo... borbott Mosca. Le gabelle straordinarie non piacciono alla gente, e di recente li stiamo gi spremendo come non mai.
I soldati presenti si scambiarono occhiate, Napo si sent
ribollire. Lo prese per il colletto della veste e a denti stretti mormor piano: Figlio debosciato. Se alla tua et non hai ancora capito cosa puoi dire di fronte agli inferiori
e cosa no, non meriti di essere il mio successore!.
Questa farsa mi ha stufato. Mosca gli scans la mano.
Tanto l'hai gi scelto, il tuo successore. Avrai pure litigato
con Francesco, ma Guido te lo tieni sempre attorno. Io scendo, ho gi visto abbastanza.
Ma s, che se ne andasse pure. Ogni volta che veniva a Milano, era sempre pi ombroso e lamentoso. Era una vera delusione; per forza Margherita l'aveva preso in antipatia.
Per fortuna sua moglie era gravida, e presto anche quel problema si sarebbe risolto.
Torn a guardare il corteo, Guido gli si avvicin con discrezione. Papa Clemente sembrava dalla nostra parte,
mormor e invece dopo la vendetta per la morte di zio Paganino ha scagliato l'interdetto su Milano. Pensi che questo papa invece ci favorir?
Non lo penso, lo so. S'infil i pollici sotto la cintura.
Appena l'hanno eletto, gli ho mandato un'ambasceria per farmelo amico. Sapevi che  cugino di Ottone Visconti?
Suo nipote strabuzz gli occhi. No che non lo sapevo!
Tra loro per non corre affatto buon sangue. Napo lanci un'occhiata alle guardie che seguivano la processione.
Ha benedetto i pugnali dei sicari che ho lasciato a Piacenza a occuparsi di suo cugino.
Madre di Dio... Guido aggrott le sopracciglia. Assassinare un arcivescovo, zio?
Un usurpatore arrogante, consacrato a quel titolo solo grazie agli intrighi di un cardinale ghibellino e senza dio.
Il Signore non l'ha in gloria, nipote. Dio sta con noi Torriani! Siamo noi i guelfi, i veri sostenitori del papato. Il Visconti  un lurido arrivista ed eretico, viste le frequentazioni
che ebbero la madre e la sorella. Ma forse dovrei dire che lo era gli sfugg un sorriso.
Dunque, i sicari...?
Napo annu. A quest'ora l'avranno gi spedito al Creatore.
E il pontefice, adesso, ci deve un favore.
Dopo le sfortune degli ultimi anni, tutto sarebbe andato per il meglio. Suo fratello Francesco aveva fallito a Brescia
e Novara, e alla schiera dei nemici dei Torriani s'erano aggiunti il conte di Langosco e il marchese del Monferrato.
Ma senza pi il casus belli di Ottone a radunare tutte le bandiere in un'unica impresa, l'unit di quei nobili si sarebbe dissolta come brina al sole.
Napo si asciug la fronte. La visita del papa  una manna. L'inizio di una nuova primavera per la nostra famiglia.
Guido torn ad ammirare la sfilza di carri e cavalieri in processione, e lo sguardo gli si accese di una luce vittoriosa.
Nostro Signore benedica Milano! grid.
I soldati subito lo imitarono, riecheggiando le sue parole.
Sotto di loro, la folla ammassata fuori e dentro Porta Romana
rispose in un boato gioioso. Anche i pescatori di gamberi che scivolavano nelle chiatte lungo il fossato si sbracciavano: la citt intera si radunava ad accogliere il pontefice.
Scese dalla torre. I cavalieri francesi che scortavano il papa erano penetrati oltre l'arco della porta e facevano largo
all'avanzare cauto della carovana. Napo mand avanti Guido a controllare che fosse tutto in ordine, poi balz sul suo destriero e si affianc ai primi carri. Li frug con lo sguardo, in cerca della tiara papale.
Eccola! Campeggiava sul capo di un uomo magro, con un gran naso appollaiato in viso come un guidone al vento,
seduto su una portantina coperta da un pallio rosso con frange auree.
Santit! Accost il cavallo alla colonna di picchieri che fiancheggiavano la bussola e chin il capo. Sono Napoleone
della Torre, vi reco i saluti della citt di Milano.
Sia lodato Ges Cristo!
Gregorio decimo sbuff. Perch siete venuto fin qui? Vi credevo a palazzo. Lo fiss con lo sguardo a mezz'asta, truce.
Che mai aveva fatto per contrariarlo? Certo, costume voleva che fosse l'arcivescovo della citt ad andare incontro al papa, ma Gregorio decimo ben conosceva la situazione.
Dopo una lunga esitazione, il papa fece cenno alle guardie
di lasciarlo avanzare. Le aste appuntite si scostarono, Napo tir le briglie e s'avvicin al pallio, che era di lampasso
d'oro e porpora e schermava dal sole. Il papa se ne stava seduto composto come in cattedra, con la schiena dritta e la testa alta sotto la pesante tiara d'argento e oro.
Aveva il Vangelo nella mano sinistra, con la destra salutava
la folla come l'effigie del Cristo Pantocratore. Perch non lo guardava in faccia?
Ho preparato grandi festeggiamenti per voi, Santit.
Due settimane di banchetti sontuosi e solenni cerimonie, come si addice a voi e alla vostra corte. Il vostro soggiorno sar indimenticabile, ve lo garantisco.
Il pontefice non sorrise. Per Ambrogio, aveva visto pi entusiasmo a un funerale! Per fortuna la gente di Milano non badava all'umore del papa. Ammassata oltre le arcate della lunga via Porticata, agitava i cappelli e levava canti di giubilo e preghiere. Il chiasso superava lo scampanio che risuonava ai quattro angoli della citt, e persino le quattro grandi campane della torre che Napo aveva fatto costruire l'anno prima nel complesso del Broletto.
Il papa finalmente si degn di posare gli occhi su di lui.
Ripartir domani stesso, della Torre.
D-domani? Napo si sent sprofondare. Non parlerete
sul serio, Santit...
Il pontefice volt il capo e lo fiss tra i paramenti scintillanti.
Perch, vi paio un menestrello?
Napo raggel, ingoi un blocco di bile e abbass gli occhi. Perdonate.  solo che...
Mi sarei fermato di pi, ma un recente incontro lungo la via Francigena mi ha fatto cambiare idea. Gregorio decimo fece un cenno alle sue spalle.
Napo volt il capo e scrut il corteo. Dietro i cavalieri di Francia della scorta, a capo chino e cappucci alzati, Rusco del Quadronno e il drappello dei suoi sicari incontrarono il suo sguardo.
La loro aria mesta fu pi eloquente di mille parole.
Hanno fallito? Era impossibile!
No, della Torre. Il papa salut la folla dall'altro lato.
Voi avete fallito. E questo cambia ogni cosa.
Un nuovo squarcio si apr nella pelle rosea dell'ampia schiena, strappando un mugolio di dolore a Simone da Locarno.
Allora ce l'hai la voce! fece Napo, abbassando la mano
della frusta col fiatone.
Sulla schiena del suo prigioniero preferito, le lunghe ferite rosse componevano una griglia con quelle violacee delle vecchie cicatrici, che si stava divertendo a rinnovare.
L'elvetico mugol qualcosa di incomprensibile.
Lo frust pi forte. Alza la voce, non si capisce quel che dici!
Il prigioniero sput un grumo di bava e torse il capo verso di lui. Perch continuate a fare questo? rantol col suo accento gutturale. Era smagrito, sanguinante, sofferente,
ma gli occhi dardeggiavano fieri. Non ho informazioni
da dare al vostro esercito e, se anche le avessi, piuttosto morirei. Non capisco perch mi teniate ancora in vita.
Non s'era ancora piegato. Ma ci sarebbe riuscito, prima o poi.
Perch gli ospiti vanno trattati col riguardo che meritano.
Sferz un nuovo colpo.
Margherita, sdraiata col ventre gonfio sull'antico triclino romano, applaud.
Voglio farlo anch'io. S'alz in piedi.
Nelle tue condizioni? Troppo pericoloso. Portava suo figlio nel ventre.
Sciocchezze! Margherita ridacchi. In questo bambino scorre il sangue dei della Torre. Un giorno potr dire che sferzava i nemici quando ancora era nel ventre de sa mre.
Napo sorrise a quella prospettiva. Le porse il manico della frusta.
Per fate attenzione nel movimento. Serve un gesto rapido e fluido, molto preciso, o si rischia di farsi molto...
Sua moglie sferr il primo colpo e prese in pieno la schiena di Simone, che soffoc un grido a denti stretti.
Napo inarc le sopracciglia. La mia sposa: un talento naturale.
Non  mica la prima volta. Lei gli restitu la sferza e s'accarezz il pancione. Sono tentata di continuare, ma serve pi a te che a me. Sei ancora furioso per via del papa.
Napo ripens al modo in cui l'aveva trattato Gregorio decimo e gli venne l'amaro in bocca.
Dannati Visconti ringhi. Maledette serpi traditrici!
Con foga rinnovata, scagli tutta la rabbia che provava sul prigioniero, finch rivoli di sangue fresco cominciarono
a inzuppargli le braghe e a gocciolare sul pavimento.
Sazio e ansimante, Napo arrotol la frusta e la gett sul tavolaccio. Fatelo medicare, dategli da mangiare e
riappendetelo nella sua gabbia ordin.
Un paio di uomini obbedirono e trascinarono fuori quell'ammasso di sangue mugolante.
Non capisco perch continui a farlo curare. Margherita s'avvicin coi suoi movimenti sinuosi, bagn il fazzoletto nel secchio e gli pul la guancia dagli schizzi di sangue.
Non preferiresti dargli il colpo di grazia e togliere di mezzo un nemico?
Napo sbuff. Ormai non posso pi. Per sfavorire Ottone,
il papa mi ha tolto la scomunica, ma con l'odiosa condizione
che io non ammazzi altri nobili a sangue freddo. E
in fondo, con lui mi diverto; ormai  una questione di principio.
Perci gli risparmi la vita? sbatt le palpebre Margherita, stupita. Ti facevo pi implacabile. Aveva le pupille dilatate, come sempre quando parlava in quel modo.
Dischiuse appena le labbra rosse, in un invito silenzioso.
Napo le si sdrai accanto e la tir su di s con delicatezza.
Margherita gli and cavalcioni, liber il membro dalle braghe e se lo accompagn fra le cosce tornite con un gemito di piacere. Era incredibile come fosse sempre pronta, calda e bagnata dopo le torture. E farlo mentre era incinta, per qualche oscura ragione, sembrava eccitarla anche di pi. Prese a muoversi avanti e indietro, si chin e gli morse un orecchio.
Ammazzalo per me sussurr.
Lo far. Le afferr i seni e le baci il collo. Ma solo quando avr un Visconti con cui sostituirlo.
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CAPITOLO 43.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Un boccone amaro. Un anno dopo, domenica 15 luglio 1274. Chiostro della cattedrale di Lione.
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I tre colpi sulla porta della celletta fecero sobbalzare Ottone. Era di nuovo sprofondato nel vuoto dei suoi pensieri.
Quando l'apr, si trov di fronte un giovane fratino che sembrava sul punto di farsela addosso.
Una... comunicazione da Sua Santit, vostra eccellenza.
Con mani tremanti, gli porse un messaggio ripiegato e chiuso con cordino e cera signatoria, su cui era impresso un semplice scudo merlato di tre pezzi alla guelfa, sormontato
dal copricapo papale; il messaggero fece un mezzo
inchino e corse sotto le volte del chiostro, trafelato.
Ottone rientr nella celletta e spezz il sigillo con un grugnito. Visto il comportamento del messaggero, sapeva gi cosa aspettarsi. Srotol la pergamena e scorse rapidamente
le parole vergate dagli scrivani pontifici; tante locuzioni
ampollose, una sfilata di titoli ma, di fatto, il papa gli stava negando udienza ancora una volta.
Schifoso codardo! appallottol la pergamena e la scagli a terra.
Suo cugino gli doveva delle dannate spiegazioni. Ma ormai era a Lione da un'eternit e Tedaldo non aveva fatto
che evitarlo e negarsi. Neppure durante le sessioni del concilio era riuscito ad avvicinarlo.
Era stato davvero lui a mandargli contro quei sicari? E
perch allora non lo faceva ammazzare ora? Aspettava il pugnale ogni notte, quando la spossatezza delle lacrime ammantava il dolore sconfinato e lo faceva sprofondare.
Ma, ogni volta, le campane del mattino lo risvegliavano, e il tormento ricominciava daccapo.
Non riusciva a darsi una spiegazione del fatto che il suo pi stretto amico lo volesse morto. Che mai gli aveva fatto per meritare una cosa del genere? Possibile che il fanciullo insieme al quale aveva passato gli anni pi spensierati della
sua vita, l'avesse venduto ai della Torre per farlo fuori?
Era il papa, dannazione! Uno degli uomini pi potenti al mondo! Ma allora perch continuava a evitarlo? Quella sospensione prolungata lo stava uccidendo. Il viso di Agnese non gli abbandonava mai la mente. Ormai era passato pi di un anno dai fatti di Piacenza, ma il lutto non aveva smesso di gravargli addosso.
Il suo ricordo gli morse lo stomaco, l'acido che lo tormentava
sal a bruciargli la gola.
Aveva bisogno di respirare; usc dalla celletta.
L'aria era frizzante nonostante l'estate. Oltre le arcate dell'ambulacro, il sole illuminava rose e ciuffi d'erbe medicinali.
Ottone inspir a fondo i loro profumi, sperando che gli dessero conforto. Si mise a camminare; doveva tenere
impegnata la mente con quel che aveva di fronte.
Lungo il portico, colonnine sottili sorreggevano archetti
dai capitelli scolpiti in volumetrie geometriche, o in foglie
di vite e d'acanto, o in conigli e teste di uomini. Svolt l'angolo. Su quel lato i capitelli raffiguravano varie scene della Genesi. Gli dispiaceva aver scoperto quel posto solo in quelle circostanze, quando agli occhi del suo animo ogni bellezza pareva opaca e inutile.
Gli occhi s'inumidirono di nuovo. Abbass lo sguardo agli scarpini di pelle morbida.
Non avrebbe ceduto di nuovo alla desolazione. Doveva agire, avere delle risposte. Alz gli occhi verso il lato di settentrione. Oltre le tegole del chiostro, le impalcature avvolgevano la sagoma della nuova cattedrale di San Giovanni,
che stava sorgendo sopra la chiesa precedente. L'edificio
era quasi terminato, mancavano solo un paio di campate e parte della facciata.
Partecipare alle sedute conciliari con i ponteggi sospesi sopra la testa gli dava sempre una lieve apprensione. Il giorno della riconciliazione con la Chiesa d'Oriente, una mazzuola da carpentiere era cascata con uno schianto terribile
e aveva infranto una piastrella, facendo sobbalzare l'intera delegazione greca.
Ormai non mancava molto alla chiusura del concilio: tutti i punti pi importanti erano stati discussi, dall'aiuto alla Terra Santa alla riforma dei costumi ecclesiastici. La successiva sessione, fissata per il giorno dopo, poteva essere
l'ultima. Doveva trovare il modo di costringere Tedaldo
a concedergli udienza. Se il papa fosse ripartito senza
riceverlo, Ottone era certo che non sarebbe pi riuscito a parlargli.
I suoi passi lo portarono nei pressi del refettorio. Un profumo di arrosto gli acu il mal di stomaco. Un religioso lanciato in corsa sbuc dalla soglia e lo urt. Ottone barcoll
e sollev il pugno. Fate attenzione! Per sant'Ambrogio,
vi sembra il modo?
Il chierico corse via senza una parola n un cenno di scuse.
Che razza di comportamento era quello? Pareva un fuggiasco. Dal refettorio giungeva un vociare concitato; vi si affacci.
Un capannello di religiosi era assiepato attorno a un tavolo. Ottone si fece largo tra le tonache. Seduto sulla panca, un uomo canuto con indosso un saio francescano se ne stava immobile, con la faccia immersa in un'ampia scodella.
Che  accaduto, qui?
Nessuno apr bocca. Visto che nessuno muoveva un dito,
Ottone afferr il religioso per le spalle e lo sollev un poco. Sotto al sugo che imbrattava il volto rugoso, le labbra
erano blu e contratte, gli occhi sgranati e immobili.
Morto... Oh, Satanasso! Quello era il Cardinal Bonaventura da Bagnoregio, il ministro generale dell'Ordine Francescano!
Voialtri! Cos' accaduto a sua eminenza?
Un frate alto e allampanato rantol e deglut. I-io ero accanto a lui... stavamo parlando.
E voi chi siete?
Pellegrino da Bologna, segretario e coadiutore del cardinale...
I suoi occhi vagavano sul tavolo senza fermarsi, come se non riuscissero ad abbracciare ci che vedevano.
Ebbene? Raccontate.
Ecco... poco fa io e il cardinale stavamo mangiando dello stufato. All'improvviso lui si  afferrato il collo ed  diventato paonazzo, come se non riuscisse a respirare.
Sembrava volermi dire qualcosa, ma non gli  uscita una sola parola. E p-poi si  accasciato cos, e poco dopo siete entrato voi. L'hanno avvelenato!
Ottone strabuzz gli occhi.
Avvelenato? Be', quel racconto e quell'aspetto potevano
farlo pensare, ma poteva anche essersi trattato di un boccone andato di traverso. Certo era che al Cardinal Bonaventura
non mancavano i nemici; lo stesso Ubaldini pi di una volta aveva preso in considerazione quel trattamento,
in passato. Bagnoregio era, anzi era stato, un dotto e influentissimo teologo; Tedaldo l'aveva consultato in veste di consigliere per tutto il concilio.
L'abitudine sugger a Ottone di fiondarsi nella sua cella a studiare il registrum peccatorum e i rapporti delle sue spie, per stilare una lista di possibili mandanti e spigolare materiale per futuri ricatti. Tuttavia, la sola idea gli diede il voltastomaco.
Appoggi piano il cranio del morto sul tavolo. Era meglio
non immischiarsi. Almeno, qualcuno  andato a chiamare il frate medico?
Padre Etienne c' andato di corsa. Doveva essere il tizio che aveva incrociato entrando.
Un'idea folgor Ottone: poteva approfittare di quella circostanza per ottenere un incontro con Tedaldo! Certo sarebbe stato poco rispettoso verso il morto, ma se Dio gli presentava un'occasione in quella forma, lui l'avrebbe colta.
Ors, scrut il gruppo di chierici e inservienti spostate
sua eminenza nella sua cella affinch venga pulito.
Portiamogli rispetto, non  uno spettacolo a cui assistere.
Venne obbedito. Ottone li segu mentre trasportavano il corpo alla sua stanza e rimase a sorvegliare le procedure di lavaggio della salma.
Il frate medico condusse il suo esame; Ottone trattenne due frati minori nella cella e chiese loro di inginocchiarsi e accompagnare le operazioni con preghiere. Nessuno ebbe nulla da ridire, e cos rimase l.
Uno dopo l'altro, gran parte degli alti prelati del concilio s'affacciarono alla celletta, chi per pregare, chi per esaminare
il morto al lume di un cero, chi per portargli un ultimo saluto. Le ginocchia di Ottone presero a dolere per il lungo sostare in piedi; sedette in un angolo a riposare.
Infine, un paio di scarpe porpora fecero capolino dalla porticciola. Il pontefice chiese al seguito di aspettarlo fuori
e si chiuse la porta alle spalle. La sua figura ondeggi nella luce debole di un cero. Non l'aveva scorto, al buio.
Il momento era finalmente giunto. Buongiorno, cugino.
Tedaldo sobbalz e si port una mano sul cuore. Allung
la candela nell'ombra.
Tu? I suoi occhi si strinsero. Mi tendi agguati, adesso?
Ottone si alz a fatica.  buffo che sia proprio tu a chiederlo a me.
Il papa storse il naso. Non neg, non fece domande.
Sapeva degli assassini dei della Torre.
Di' un po', cugino. Tedaldo indic la salma. Avevi qualche interesse nella sua morte o l'hai avvelenato soltanto
per potermi incontrare?
Rabbia e incredulit fecero groppo nella gola di Ottone.
In due passi gli fu addosso, gli afferr la veste sul torace e lo sbatt al muro. Piantala con le idiozie e dimmi perch l'hai fatto. Me lo devi!
Idiozie? Alla luce tremula, gli occhi del suo antico compagno di avventure lo scrutarono. Pensi che non mi siano giunti all'orecchio i tuoi peccati? Quelli come te sono
dita lebbrose, che contaminano e corrompono tutto ci che toccano. La sua voce grondava veleno. Tu e il tuo mentore siete la rovina della Chiesa, dell'umana specie
e del mondo intero!
La collera che vibrava in quelle parole era sconcertante.
Ottone moll la veste.
Hai ragione a disprezzarmi. Sono un peccatore e, ogni mese che passa, il peso delle mie azioni mi tormenta di pi. Lo scrut nella penombra. Ma non pu essere solo questo. Eri un brav'uomo, e in tutti questi anni ho udito solo novelle pie e di coraggio, sul tuo conto. E allora perch
tanto odio verso di me? Che t'ho fatto, per meritarmi dei sicari?
Tedaldo contrasse il volto. Come l'hai saputo?
Ottone sferr un pugno al muro accanto al suo orecchio.
Il dolore esplose sulle nocche e l'aiut a tenere a bada la furia che gli ribolliva nelle vene.
Te l'ha detto lei, non  vero?
Due colpi concitati risuonarono sulla porta. Santit, che succede?
Non mi seccate! Tedaldo riport lo sguardo su di lui.
Avrei dovuto immaginarlo. E stata lei a permetterti di
scamparla, non  cos? Lei t'ama! Tu le hai devastato la vita, e in tutto questo tempo non ha mai smesso di amarti.
Ottone strinse la mascella. Dalle nocche che ancora dolevano
contro il muro, una goccia di sangue col sulla calcina
bianca. Non parlare di Agnese, Tedaldo. La sua voce s'incrin, la commozione torn a pizzicare i suoi occhi.
Tu non devi osare mai pi parlare di lei, hai capito?
Il papa gli spinse via il braccio e si volt verso il corpo del cardinale. Sarai contento, immagino: potrai tornare ad approfittare di lei, anche se ormai sar troppo vecchia per i tuoi gusti. Scommetto che l'hai gettata via di nuovo, non  cos?
Il dolore ruppe ogni argine e gli invase il petto e la mente come flutti di tempesta. Le lacrime gli inondarono la vista, le gambe gli cedettero.
Cadde in ginocchio.
 morta, Tedaldo. Cerc col dito la sua fedele scarsella.
Che? Il papa si volt di scatto. Tu stai mentendo.
Il mento di Ottone ciondol sul petto. Non sai quanto lo vorrei. I sicari dei Torriani... Lei ci ha aiutati a scappare, e loro... Un singhiozzo gli serr la gola. Ottone si copr gli occhi con i palmi delle mani. Tu hai cercato di far uccidere me, e invece hai ammazzato lei.
Un attacco di pianto gli mand tremiti in tutto il corpo.
I passi di Tedaldo arretrarono contro il muro, ci fu uno sfregare di vesti.
Anche lui inizi a piangere.
Ottone s'impose di sollevare gli occhi. Dimmi perch.
Tu per me sei sempre stato come un fratello. Devi dirmi perch hai fatto tutto questo.
Seduto contro il muro, Tedaldo pieg le gambe, le abbracci
e nascose il volto nelle ginocchia.
Se ancora non l'hai compreso, singhiozz il pontefice
allora sei sempre stato cieco.
...
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CAPITOLO 44.
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TEDALDO ACCOLITO.
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Un amore rubato. Cinquantuno anni prima, gioved 4 maggio 1223. Monastero di San Sisto, Piacenza.
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Ecco le vostre cose, fratello Tufo. Tedaldo deposit gli oggetti di fronte all'erborista. Dalle labbra del canonico
non usc una parola. Si limitava a fissarlo. Tedaldo sent
un brivido percorrergli la spina dorsale. Aveva sbagliato qualcosa? Il suo periodo di punizione era appena terminato,
ci mancava solo un altro richiamo. Se ho fatto qualcosa
di sbagliato, vi prego di...
La scodella invetriata. Dov'?
Tedaldo la cerc sul bancone. C'erano le bende da lavare
e quelle che non aveva usato, il catino dell'acqua, la ciotola con l'unguento lenitivo e... in effetti la scodella invetriata
non c'era.
L'ho, ehm, l'ho dimenticata. Sono mortificato, vado subito a riprenderla!
L'erborista lo squadr come se avesse voluto incenerirlo.
Non c'era nessuno in tutto il capitolo pi geloso delle sue cose.
Tedaldo chin il capo un paio di volte mentre camminava
all'indietro. Appena fuori dallo studio, si invol per i corridoi. Doveva aver dimenticato la ciotola nella celletta di
Ottone. Non ci voleva, non poteva permettersi di far arrabbiare anche fratello Tufo!
Quel fuori programma, d'altro canto, poteva essere un segno.
Non gli andava gi di non aver ancora trovato la forza di confidare al cugino il suo segreto; poteva essere l'occasione
giusta.
Ottone era destinato a grandi cose, con la sua parlantina
e le sue doti. Non c'erano dubbi che avrebbe fatto strada
nelle gerarchie ecclesiastiche, e che avrebbe fatto tanto bene al mondo. Lui invece era importante soltanto l e il meglio a cui poteva ambire sarebbe stato di completare gli studi e rimanere per sempre a Piacenza.
Ma ora era il momento di guardare in faccia alla realt: non era quella la vita che desiderava.
Avrebbe rinunciato ai voti.
E avrebbe chiesto ad Agnese di sposarlo.
Non c'era nulla, in tutta la teologia o nella scienza degli antichi, che gli facesse battere il cuore quanto lei. Non c'erano parole che gli dessero brividi di rivelazione come quelle che uscivano dalle sue labbra rosa. Qualunque cosa gli riservasse la vita, qualunque traguardo futuro avesse in serbo la fortuna, l'avrebbe scambiato pi che volentieri per averla al suo fianco.
Non c'erano dubbi che lei avrebbe accettato; in fondo, era figlio del podest. Aveva un solo rimpianto, ad abbandonare
l'abito: dire addio a suo cugino.
Quegli anni in compagnia di Ottone erano stati i pi belli della sua vita. Era il fratello che non aveva mai avuto: la voce allegra che rompeva la sua malinconia, la risposta pronta che lo lasciava interdetto prima dello scoppio di una risata. Le spalle larghe che portavano il peso delle punizioni di entrambi, quando serviva.
Si arrest di fronte alla porta della sua celletta. S, era il momento di parlargli dei suoi sentimenti per Agnese.
Glielo doveva.
Aveva le gambe molli e il suo stomaco sembrava un alveare
impazzito, all'idea di affrontare quel discorso cos importante.
Alz una mano per bussare, ma dopo un istante gli ricadde
lungo il fianco. Non ci riusciva. Si guard attorno, timoroso che qualcuno lo vedesse fermo l impalato. Nessuno,
per fortuna. Per san Giorgio, come pensava di trovare
il coraggio di dichiararsi ad Agnese o di dire a suo padre
che voleva sposare una popolana, se non aveva neanche il coraggio di parlarne con il suo migliore amico?
Strinse i pugni pi forte che pot per qualche istante.
Poi alz di nuovo la mano.
La voce di Ottone risuon oltre la porta: Oh, Agnese.
Il pugno proteso si blocc a mezz'aria. Era la voce di suo cugino, non c'era dubbio. Perch aveva pronunciato il nome di Agnese? Non gli bastavano le nerbate che aveva
appena subito, voleva passare altri guai?
Allung la mano verso la maniglia, ma si ferm di nuovo.
Ascolt.
Dalla celletta venivano degli strani mugugni; anzi, erano delle parole. Qualcuno parlava sottovoce, troppo piano per riuscire a distinguere qualcosa.
Tese l'orecchio, curioso, ma per quanto si sforzasse non riusc a capire cosa stesse succedendo l dentro. Aveva lasciato
Ottone da poco... che si fosse addormentato e stesse
sognando di lei?
Tedaldo gett di nuovo uno sguardo attorno, per sincerarsi
che non ci fosse nessuno, poi spinse delicatamente la porta della celletta.
Sul letto, Ottone era sdraiato sopra una fanciulla e ansimava
come un animale in calore.
Per Satanasso, era forse impazzito? E chi c'era l con lui?
Possibile che...
Si sporse un po' di pi e aguzz la vista nella penombra.
Ogni dettaglio aument l'angoscia che gli squassava le viscere.
I capelli biondi scompigliati sul giaciglio, le gambe allargate bianche come latte, a terra una veste sbiadita da popolana. Vide persino il profilo di un seno nudo, e non era come quello delle donne che allattavano per strada. Un seno
compatto come una mela appena colta dall'albero, e una punta come una fragola di bosco.
Una vampa di calore nelle zone sbagliate s'aggiunse al senso d'infrazione e all'angoscia che montava. Tedaldo deglut a fatica.
Non poteva essere lei. Scacci quel sospetto con rabbia.
Ne avevano parlato pochi giorni prima e suo cugino aveva giurato! E Agnese... Lei era pura, lei era perfetta.
Non avrebbe mai commesso un atto tanto corrotto!
Ottone spost un braccio, liberando alla vista il profilo della ragazza.
Era lei.
Il mondo di Tebaldo and in frantumi, i pezzi gli caddero
addosso tutti insieme.
La sua mente si paralizz insieme a tutto il resto, a parte
l'inguine. Quello era in fiamme.
Un bisogno morboso lo costrinse a guardare ancora.
Agnese alz il mento, lo rovesci all'indietro e gemette.
Suo cugino non la stava solo disonorando, fornicando con lei fuori dal sacro vincolo matrimoniale, ma le stava anche facendo male!
Era paralizzato come una statua di sale. Doveva fermarlo?
Ma poi cosa sarebbe successo? Come poteva affrontare quei due? Loro, per lui, erano... Strizz le palpebre, e chin il capo. Avrebbe voluto non saperne nulla. Anzi, avrebbe desiderato scomparire, senza lasciare traccia.
Il suo cuore continuava a battere come se volesse balzare
fuori dalla gabbia toracica. Cammin all'indietro e socchiuse
la porta con le mani che tremavano. I gemiti cessarono
di colpo, Ottone mormor qualcosa.
Tedaldo trattenne il fiato e si mise una mano sulla bocca per non gridare. Aveva chiuso la porta troppo forte? L'avevano
sentito?
S'allontan in punta di piedi, poi acceler e si mise a correre. Corse fino in fondo al corridoio e poi gi per le scale. La visione di Ottone e Agnese avvinti nell'abbraccio
peccaminoso era marchiata a fuoco nella sua mente. I
suoi pensieri erano scompaginati da una gragnuola di emozioni affilate come rasoi.
Perch?
Ottone gliel'aveva giurato!
Perch?
Aveva promesso che non l'avrebbe disonorata!
Perch?
Era quello il valore che dava alla sua parola, ai giuramenti?
E lui l'aveva chiamato amico, l'aveva chiamato fratello!
Infame lurido lussurioso. Oh, quando l'avesse saputo padre Arnaldo! Non sarebbero bastate neanche cento nerbate. Se si sbrigava a chiamarlo, forse li avrebbe sorpresi
ancora insieme.
Si ferm a met scalinata.
Come poteva fare la spia? Se qualcuno li avesse scoperti
insieme, non soltanto suo cugino sarebbe stato punito, ma per Agnese sarebbe stata la fine. Sapeva bene a cosa andavano incontro le giovani disonorate, specie se seducevano
un uomo all'interno del capitolo. Lei avrebbe pagato
molto pi di suo cugino, e per una colpa non sua.
Era stato senz'altro Ottone a irretirla. Con il suo fascino,
i suoi modi; doveva averle prestato il libro sottratto alla biblioteca apposta per indurla al peccato!
La vergogna lo assal. Ma che andava pensando?
Ottone non era un poco di buono. A pensar male del prossimo si commetteva peccato; non doveva esserci stata premeditazione in quel che era successo. Forse era capitato
e basta, e magari suo cugino si sarebbe comportato da
galantuomo e ne avrebbe fatto sua moglie decentemente, rinunciando alla carriera ecclesiastica.
Per Ottone aveva giurato...
Strinse le mani a pugno; era lacerato. Non riusciva a non ribollire di astio, ma che motivo aveva di provare rancore?
Non aveva mai rivelato a Ottone i suoi sentimenti per Agnese, perci non aveva alcun diritto di mettersi di mezzo.
Doveva comportarsi da buon cristiano e augurare alla novella coppia un florido avvenire insieme. E lui doveva ingoiare il rospo e trovare la forza di conviverci.
S, era cos che doveva fare. Non era mica un meschino.
Tedaldo si morse l'incavo di una mano, strinse fino a farla pulsare di dolore e a vedere le stelle. Doveva rassegnarsi.
Ma per la Vergine, come avrebbe potuto convivere con una cosa simile? Come avrebbe fatto a vedere Ottone ogni giorno e a condividere con lui ogni attivit, con il ricordo
vivido del corpo chiaro di Agnese avvinghiato al suo?
Di colpo, il terreno sotto i suoi piedi non era pi solido.
Avrebbe voluto gridare tutta la sua rabbia, la frustrazione
e le lacrime. Invece tir su col naso e si impose il contegno.
La campana della chiesa suon il mezzod, subito seguita
da quella che convocava i canonici per il pranzo.
Doveva fare finta di nulla. Sarebbe andato nel refettorio a mangiare come sempre. Poi, con calma, si sarebbe fatto dare una ciotola di zuppa anche per Ottone. Per allora confidava che Agnese se ne fosse andata. A quel punto avrebbe recuperato anche la scodella invetriata per fratello
Tufo. Doveva fingere che fosse tutto come prima.
Entr in refettorio a capo chino. Tutti sapevano delle punizioni comminate a lui e a Ottone e nessuno gli rivolse la parola. Prese la sua ciotola di zuppa e si mise in disparte,
lontano sia dai canonici sia dagli altri chierici giovani.
Aveva lo stomaco contratto, la sola vista del cibo lo disgustava.
Inizi a girare il cucchiaio. Il suo cuore continuava a battere, il seno nudo di Agnese a biancheggiare nella sua mente.
Forse quei due si amavano.
Tedaldo?
Sobbalz, alz gli occhi verso Emanuele, un novizio suo coetaneo. S? Che succede?
Pensavo fossi diventato sordo! E un po' che ti chiamo.
Tuo padre ti ha convocato.
E che cosa vuole?
E io che ne so? Dai, muoviti!
Si alz a fatica. Si sentiva stanco, come se tutto quel pensare gli avesse risucchiato le energie. Riconsegn la ciotola e il bicchiere di terracotta e si avvi.
Oberto Visconti lo attendeva fuori dal priorato, seduto su un muretto di sassi. In testa portava il suo tocco cilindrico
preferito, tra le mani reggeva un gran ramo pieno di fronde verdi.
Buongiorno, figlio! Sto andando dal notaio, ma visto che sei di strada ho pensato di passare a portarti queste.
Parlava sempre cos in fretta da mangiarsi le parole. Gli porse il ramo; Tedaldo lo prese. Tra le foglie brillavano ciliegie mature. Le ha fatte il nostro albero, noi a casa ne stiamo mangiando tante da star male. Dividile con Ottone,
mi raccomando.
Tedaldo alz gli occhi su di lui. Ho un favore da chiedervi,
padre.
Lui pieg la testa, sorpreso. Tu? Non mi hai mai chiesto
niente da quando avevi tre anni... Che vorresti?
Voglio andarmene da Piacenza.
Vuoi andare via? E dove?
Gli sarebbe andato bene qualunque luogo, ma avrebbe destato sospetti se l'avesse detto.
Roma. Voglio completare i miei studi nella Citt Eterna.
E magari trovare un qualche impiego presso la curia del papa.
Oberto si lev il tocco e si gratt la testa calva. E ben lontana, non lo so se riesco a trovarti un buon posto laggi.
Mi accontento di qualcosa di umile. Ma ci terrei davvero
moltissimo, padre mio.
Lui sorrise e gli accarezz il mento, come faceva quand'era bambino.
Se ci tieni cos tanto... Dammi qualche settimana che chiedo in giro e ti faccio sapere.
Vi sono molto grato.
Andarsene era la cosa migliore. Forse a Roma, nella terra
dei papi, avrebbe dimenticato... Se si fosse impegnato anima e corpo per il bene del prossimo e avesse consacrato
se stesso alla Chiesa e al Signore, forse un domani il suo cuore avrebbe trovato lenimento al bruciore per Agnese e al tradimento di Ottone.
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CAPITOLO 45.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Rabbia purpurea. Cinquantun anni dopo, domenica 15 luglio 1274. Chiostro della cattedrale di Lione.
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Agnese uccisa dai s-sicari che io ho benedetto?
Gregorio decimo si raggomitol sul pavimento tra le falde bianchissime della sua dalmatica.
Dunque anche tu ne eri innamorato... Ottone era senza fiato. E lo sei rimasto per tutti questi anni?
Il papa pianse, la faccia nascosta nelle ginocchia. Satanasso, doveva trattarsi di un amore saldo e possente quanto il suo, se non era mai sbiadito nonostante la vita straordinaria che l'aveva reso pontefice.
Volli sperare in te, Ottone, singhiozz credere che l'avresti resa felice, visto che lei ti amava. Non interferii n allora n mai. Per questo mi misi da parte. Sollev il viso rosso e stravolto. Ma poi seppi che non avevi affatto abbandonato l'abito per sposarti. Che tenevi i piedi in due scarpe, e aiutavi quel demonio di Ubaldini. Torture, ricatti, ogni sorta d'inganno e spargimento di sangue. E infine seppi che avevi abbandonato Agnese nell'infamia! Punt l'indice verso di lui. E tu a Piacenza me lo giurasti, che non l'avresti rovinata! Lo giurasti, brutto mucchio di letame!
La sua gola era gravata da un collare di piombo. Riusciva a malapena a respirare.
Io... non volevo bisbigli. Non riusciva a pensare
nient'altro. Non volevo nulla di tutto questo... Nulla, di quella tragica catena di errori, a pagare i quali era stata soltanto Agnese.
La pi forte, la migliore di tutti e tre, l'unica che non s'era mai lasciata corrompere dal dolore n dalla miseria, che era sempre rimasta se stessa. Ora se n'era andata. E
loro, il papa e l'arcivescovo che l'avevano amata pi di loro stessi, ora se ne stavano seduti su quel pavimento a piangere sulle ceneri dei suoi ricordi, al baluginio di una candela funebre.
I singhiozzi di Tedaldo calarono, lo sguardo lucido s'iniett
di sangue. Se non fosse stato per te, sarebbe ancora viva!
 vero sussurr Ottone. E lo stesso vale per te.
Tedaldo esit, interdetto. Io non sono come te! Non avrei mai potuto trattarla cos, ferirla cos. Ero sul punto di abbandonare l'abito, per lei!
Anch'io stavo per...
Taci! Io avrei rinunciato a tutto, pur di sposarla e renderla una donna onesta.
Una donna onesta? Ottone scosse il capo con un sorriso
amaro. Si vede che non la conoscevi. Non sai quante volte gliel'ho proposto, lei si metteva a ridere. Ha sempre preso le sue decisioni da sola, inclusa quella, pessima, di starmi accanto.
Dolorose immagini della loro vita insieme gli sfilarono davanti agli occhi. Il sorriso che le illuminava il volto lentigginoso,
la voglia di vivere che accendeva il cielo dei suoi occhi...
Sei sempre stato un grande affabulatore. Il pontefice lo guard con diffidenza. Io stesso da ragazzo ero affascinato
dal tuo modo di parlare, ma pi ancora dai tuoi ideali. Tu credevi nella giustizia, ti facevi sempre carico degli
altri e avevi una fede di ferro, ma non per paura dell'autorit.
Io ti guardavo e mi dicevo: Ecco un uomo destinato
alla grandezza. Ecco un uomo come io non sar mai.
Ottone prov a sorridere. E adesso, tu sei il papa.
Tedaldo tir le labbra con sdegno. Lo sono. E ho fatto voto solenne di liberare la Chiesa da quelli come il Cardinale
e come te; sar lo scopo del mio pontificato.
Ho rinnegato Ubaldini. Ho tagliato i ponti con lui a Piacenza.
E questo dovrebbe assolverti, fare di te un uomo retto?
Ottone si morse la lingua. L'ostilit di suo cugino era un muro compatto e impenetrabile. No. Si ripieg su se stesso; gli veniva da dar di stomaco. La cosa pi dolorosa era che suo cugino aveva ragione. Ti auguro che la tua ricerca di purificazione abbia successo.
Gregorio decimo s'alz in piedi e si spazz il sedere. Ottone lo scrut con il cuore che batteva forte. Erano cos simili, poteva percepirlo con chiarezza. La loro fragilit, il loro dolore, la loro storia simmetrica e speculare.
Anch'io l'ho amata, Tedaldo confess con un filo di voce, sfiorando la scarsella.
Suo cugino and alla porta e gli diede le spalle. Se  la verit, allora perch non l'hai mai cercata? Perch non hai abbandonato tutto e l'hai seguita?
Ottone schiuse le labbra, ma non c'era una risposta. Il papa si asciug gli occhi. Vattene via, Ottone. Qui non c' pi niente per te.
Apr la porta e se ne and. Il lume del pomeriggio inond la cella e la salma contratta del teologo defunto.
Una volta tornato nella sua cella, Ottone si sedette sul letto.
L'incontro con Tedaldo l'aveva lasciato devastato. Il suo odio sedimentato, i suoi sentimenti per Agnese. L'importanza
che senza accorgersene aveva avuto per suo cugino da ragazzi; la responsabilit che aveva avuto nel plasmare ci che era diventato.
Si guard intorno. Sul suo scrittoio erano impilati parecchi dispacci militari ancora sigillati. Squarcino glieli faceva recapitare con regolarit, per informarlo sull'andamento della guerra. Si pass una mano sulla faccia.
Gi, la guerra. Anche in quel momento, da qualche parte in Lombardia, c'erano uomini che combattevano e morivano per lui. Era tuttora una guida per tante persone.
Era dalla sconfitta di Arona che non rifletteva sulle responsabilit
dell'essere un punto di riferimento per gli altri. E quel peso non gli era mai parso cos gravoso.
Basta. Calz gli stivali da viaggio, si gett sulle spalle un mantello
e usc da quel luogo opprimente. Sul muricciolo presso le stalle, Luccio alz gli occhi dal libro che stava leggendo. Passeggiate, vostra eccellenza?
No. Me ne vado da Lione.
Il giovane batt le palpebre alcune volte, chiuse il libro e si volt verso i garzoni.
Preparate carro e cavalli, e mandate qualcuno a raccogliere i bagagli dell'arcivescovo nella sua cella!
La sua efficienza, in quel momento, era quasi fastidiosa.
Prosegu lungo il grande edificio che ospitava i servi del capitolo.
Luccio lo rincorse. Dove siamo diretti, eccellenza?
Non lo so ancora. Decider strada facendo.
Volete raggiungere Squarcino Borri in Lombardia? Impegnato com' in continue sortite potrebbe essere ovunque e noi...
No.
Ma per non restare a corto di vettovaglie conviene stimare
in anticipo la durata del viaggio...
Partiamo e basta! Si dispiacque subito di aver alzato la voce. Ho solo bisogno di un posto dove pensare, lontano
da tutto e tutti.
Luccio annu con discrezione e torn indietro.
Ottone si spremette le meningi. Desiderava un luogo di pace, in cui raccogliere i pezzi.
All'esterno del complesso ecclesiastico c'era una piazzola
con una combriccola di fanciulli che giocava a mosca cieca. Mentre gli altri gridavano, uno emetteva solo mugugni di gola.
Era muto.
Il volto amichevole di Niccol gli scald un poco il cuore. Ora aveva una meta, dall'altro lato delle montagne. Squarcino
sembrava in grado di condurre la campagna contro i della Torre da solo; ne avrebbe approfittato per trascorrere del tempo a Oropa, ritirato tra le montagne. E l avrebbe preso una decisione definitiva sul proprio futuro.
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CAPITOLO 46.
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NAPO DELLA TORRE.
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Gabbie e ricatti. Sei mesi dopo, marted 15 gennaio 1275. Palazzo della Torre, Milano.
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Il messaggero lentigginoso si lev il capperone dalla testa e s'inginocchi davanti a lui. Messere, i Viscontei hanno
preso il ponte sul Ticino verso Novara, e Como  caduta in mano nemica in un giorno. Ci stanno circondando!
Napo tamburell il bracciolo intarsiato del grande scranno
di legno. Nonostante un robusto fuoco scoppiettasse nel camino, la sala era cos fredda che aveva il naso e le punte delle dita ghiacciate. Spifferi dannati! Aveva bisogno di un palazzo pi confacente, con una vera sala delle udienze.
Dammi una buona ragione per cui non dovrei strappare
la lingua dal buco che hai al posto della bocca.
Il giovane indietreggi. Relata refero...
In piedi al suo fianco, Guido pos una mano sullo schienale del seggio. Il tempo di messer Napoleone  prezioso, bada di non sprecarlo col tuo latino! C' altro?
Il messaggero stritol il cappello tra le dita. S.
Allora parla. Napo s'alz e sfoder la spada.
Un rivolo scuro col su una delle lunghe calze del messaggero.
A Como... hanno c-catturato il podest.
Napo serr l'elsa nella mano. Accursio Cutica! Questa non ci voleva, merda.
Messere, gli esuli... Il messaggero aveva ripreso a balbettare.
C-chiedono uno scambio di prigionieri. Libereranno
ser Cutica in cambio del rilascio di Simone Orelli, il condottiero di Locarno.
Il suo oggetto di tortura preferito? Come osano!
Napo sollev la spada sulla propria testa.
Guido fu pi lesto di lui: sferr un tale pugno sulla guancia del messo da spedirlo al suolo, a sputare sangue e un dente.
Sparisci da questa corte, url suo nipote o la collera di Milano si abbatter su di te!
Il giovane scivol sul pavimento, barcoll in piedi e corse via.
L'irritazione rosol nel petto di Napo. Guido gli rivolse una smorfia di rassegnazione. Che fastidio portare pazienza
con gli inferiori, eh zio? Del resto, o cos, oppure il Comune ci toglier i nostri privilegi.
Nel volto di suo nipote brillavano gli stessi occhi di Francesco, le stesse luci limpide separate dal medesimo naso dritto e lungo. Era tale e quale al padre. Entrambi potevano mangiar sterco e avere ancora l'alito che sapeva di rose.
In ogni caso, non aveva torto. Napo s'obblig a sbuffare
lo scorno dalle narici e a rinfoderare la spada.
Risolveremo tutto, zio. Facciamo due passi?
Non era una cattiva idea. Napo si gett la pelliccia addosso
e usc nel vento del cortile alle spalle del palazzo; i suoi cinque mastini correvano tra i meli avvolti di vite; gli corsero incontro scodinzolando e gli leccarono i palmi.
Guido si chin a grattare il collo del pi giovane. Cos' che ti cruccia, zio?
Cutica. E cruciale nell'intesa con la corte angioina, e conosce
troppi dettagli. Dobbiamo liberarlo assolutamente.
E che ci impedisce di fare lo scambio che chiedono?
Guido scroll le spalle. Cutica vale molto di pi di un vecchio guerriero nemico.
Di nuovo, parole ragionevoli; Napo si morse le labbra.
Sono quasi dodici anni che quel merdoso ghibellino fa avanti e indietro tra la mia sala delle torture e la gabbia sospesa. Il popolo lo vede ogni giorno; molti uomini erano
fanciulli, quando l'ho appeso lass. Serve a ricordare a tutti cosa succede ad appoggiare i nostri nemici. Se lo liberiamo,
che segnale daremo?
Guido ridacchi. Ma che ti frega del popolo, zio! Noi siamo i della Torre. Milano  nostra, e presto lo sar la Lombardia intera!
Appena libero, il prigioniero vorr cercar vendetta.
Combatter contro di noi.
A me non fa alcuna paura. E poco pi che uno scheletro,
un cencio d'uomo. Dubito che riesca ancora a salire in sella o a brandire una spada.
Napo si morse ancora le labbra. Margherita se la sarebbe
presa, se avesse dato via il loro balocco preferito. Aveva abortito il primo bambino, e il secondo era nato morto.
Infierire su Simone da Locarno pareva l'ultima gioia che le fosse rimasta; di recente facevano l'amore solo dopo averlo frustato.
Di sostituirla con una donna pi feconda, come gli era stato consigliato, non se ne parlava. Margherita gli era cresciuta dentro come un rampicante; era l'unica a capirlo davvero e a spronarlo a essere un grande signore.
Volt il capo verso il nipote. Andiamo dal prigioniero. Voglio vederlo.
Attraversarono il caseggiato fino alla piazza antistante;
la gabbia di Simone da Locarno pendeva dalla catena, come
al solito. Era da parecchio che Napo non usciva dal palazzo; il viavai di cittadini era pi scarso di quanto ricordasse.
Gli sguardi erano bassi, la gente chiacchierava poco.
Guarda com' tutto pelle e ossa. Guido indic verso l'alto. Simone da Locarno teneva le mani sulle sbarre e la fronte appoggiata fra di esse. Aveva gli occhi chiusi e le labbra in movimento.
Stava borbottando da solo? Forse era impazzito. Tese le orecchie per captare le sue parole.
Era una qualche tiritera in latino, piena di Pater noster e di caeli. Quel demente stava pregando; dunque non era pazzo, solo illuso.
Parrebbe proprio un avversario temibile. Guido ridacchi.
Te l'ho detto. Napo strinse i pugni. Non  lui,  ci che rappresenta. Perder la faccia se lo liberiamo. Ormai  diventato il simbolo dei traditori. Il popolo ama dileggiarlo,
sfogare la propria rabbia su di lui.
Secondo me si sono abituati. Guido schiocc le labbra.
 lass da troppo tempo, alla gente non importa pi.
Ora che ci pensava, era da parecchio che non si godeva un po' di ludibrio. Era proprio quello che gli ci voleva per tirarlo su di morale. Sta' a guardare.
Aspettate, zio...
Napo lo ignor, prese la rincorsa e salt su un carro vuoto. Apr le braccia verso la strada trafficata.
Popolo di Milano, a me gli occhi e le orecchie!
Molti rallentarono il passo e alzarono i visi torvi. Parevano orsi in letargo; avevano bisogno di un po' di divertimento.
Il dannato vescovo usurpatore, Ottone Visconti, ci implora di rimandargli il suo eroe da quattro soldi... e noi cosa risponderemo al traditore?
Nessuno fiat.
Occhi crucciati lo scrutarono da capo a piedi, come se non lo riconoscessero. Che gli prendeva, a tutti? Alcuni si avvicinarono al carro.
Un gruppetto di uomini in arme lasci il portico nobiliare
e accorse a schierarsi in sua difesa, le mani sulle impugnature
delle spade.
Che c', siete diventati tutti sordi? grid Napo. Io, il vostro signore, vi sto chiedendo una semplice cosa. Da che parte state?
Bassi mormorii serpeggiarono tra le barbe e i cappucci.
Tu non sei il nostro signore! strill qualcuno.
La rabbia gli artigli il ventre. Chi ha parlato?
Una palla di sterco prese il volo e si sfracell sulla sponda del carro. Schizzi fetidi gli inzaccherarono la veste.
Torriani tiranni! grid un uomo grassoccio con un copricapo di lana verde. La gente stava prendendo come bersaglio lui! Sbalordito, si ripar con il mantello di pelliccia.
Da sotto il carro, Guido gli tocc la veste e gli fece un cenno. Napo salt gi in un dolere di ginocchia e lo segu al riparo nel palazzo. Che gli  preso?
S'era levato un piccolo tumulto; si ferm sulla porta ad ascoltare.
Basta dazi! gridava la gente. I balzelli non ci permettono
di lavorare! Maledetti della Torre, ci state spolpando!
Tasse? Volt il capo verso suo nipote. Si lamentavano
per quello? Ho usato ogni moneta per loro! Per fare grande Milano, pagare gli stipendi all'esercito e combattere
i traditori!
Guido sembr meno sorpreso di lui. Ma loro quello non lo vedono. Quando li hai aizzati, hanno visto soltanto i tuoi anelli e la tua veste di velluto, e hanno pensato che la loro povert fosse colpa tua.
Ma cosa sono, stupidi? Pensano che vivremmo ancora tutti ammassati in questa piccola dimora, se spendessimo le loro tasse come farebbe un sovrano?
Il nipote alz le spalle.
Il pugno di armigeri della Torre arretr dalla porta, seguito
da una piccola cascata di terra e rifiuti. Napo trattenne
per la spalla Gianni il Nero, il pi ardito tra loro.
Raduna gli altri. Fate a pezzi questi ingrati. Che siano di monito.
Il Nero si tolse una manata di marciume dalla guancia e annu.
Ma zio. Guido si torse le mani. Sono solo dei poveracci
imbecilli... Forse su questo aveva ragione Mosca; in effetti quest'anno li abbiamo tassati molto. Troppi banchetti
d'onore, troppi sprechi... Il papa non si  neanche fermato un giorno intero; forse avremmo dovuto...
Napo interruppe quella lagna con un pugno in faccia.
Guido cadde col culo sul pavimento, dal labbro spaccato inizi a scorrere sangue.
Che il motivo sia cattivo o buono, nessuno pu mancarci
di rispetto a questo modo. Anni fa abbiamo impartito questa lezione alla nobilt di Milano, oggi  ora che impari anche la plebe. Si rivolse agli armigeri. Riportate l'ordine.
E trascinate qui quel ciccione col copricapo verde.
Simone Orelli da Locarno... La sua voce rimbomb nella sala lunga, tra i drappi con lo stemma di casata e l'affresco con scene di caccia divorato dall'umidit.
Davanti a lui, gli armigeri tenevano in ginocchio il magrissimo
carcerato, in catene. Il suo puzzo di piscio e sudore
stagionato aveva invaso la stanza.
Guido era accanto al suo scranno con il labbro ancora tumefatto. Margherita si era rifiutata di presenziare a quello che secondo lei era un errore madornale. E forse aveva ragione.
...Giura che non alzerai mai pi la tua spada contro Milano.
Napo inghiott un grumo di saliva che sapeva di fiele.
L'elvetico alz il cespuglio di barba bionda e lo trafisse con lo sguardo di ghiaccio. Lo prometto.
Giuralo! insistette Napo. Non riprenderai le ostilit contro la mia citt.
Il prigioniero si guard intorno per qualche istante e sospir. Giuro sulla testa di mio fratello che non combatter
contro Milano, n ora n mai.
Bene. Il tuo voto ti vincola, Orelli. Se vi verrai meno, la tua vita non avr pi valore dello sterco di cavallo.
L'uomo alz gli occhi e sostenne il suo sguardo.
Verrai scortato fino al luogo dello scambio, e solo allora
liberato. Ma se dovessi avere nostalgia, sulle mura del palazzo ci sar sempre posto per te. Napo sorrise.
Il prigioniero non ebbe reazioni.
E ora portatelo via, non voglio pi vedere il suo brutto muso.
I militi di casa sollevarono Simone da Locarno per gli avambracci e lo scortarono fuori.
Margherita era sul limite del portone della sala. Pareva pi pallida del solito, nel vestito viola cupo. Sul bel volto delicato era dipinto il disprezzo. Napo deglut e distolse lo sguardo.
Prima Francesco, poi Mosca. I membri della sua famiglia
continuavano a deluderlo e ad allontanarsi. Non avrebbe permesso che succedesse anche con Margherita.
S'aggrapp ai braccioli dello scranno.
Il Nero gli gett davanti un popolano panciuto, dagli occhi rossi e gonfi per le percosse. Cammin fino al suo scranno e gli porse un vecchio capperone di panno verde.
Ah, e cos sei tu il ribelle che mi ha mancato di rispetto oggi.
Mio signore, piet... Dalla sua bocca mancavano parecchi denti. Siate misericordioso, ho sei figli.
Dovevi pensarci prima.
L'uomo si butt in terra, implorando il suo perdono.
Che ne facciamo di lui, messer Napo? domand Gianni il Nero.
Si  liberato un posto nella gabbia del muro. Rinchiudetelo e buttate via la chiave.
Vi prego, no! rantol il plebeo dal volto tumefatto.
 tempo che la gente si ricordi chi  che comanda in questa citt.
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CAPITOLO 47.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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La decisione. Due mesi dopo, domenica 31 marzo 1273. Priorato di Castelletto Cervo, Biella.
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Ottone si sporse dalla finestrella del monastero in cerca di una boccata d'aria.
Oltre il castagno spoglio, il cielo era grigio come il suo umore. Pareva gi sera, nonostante fosse appena suonata l'ora nona; la cima del Mucrone era avvolta da una sciarpa di nubi lampeggianti, mentre i tuoni borbottavano in lontananza.
Una goccia gli bagn la fronte, seguita subito da un'altra.
Si ripar all'interno, sedette sulla cassapanca dipinta e si prese la testa tra le mani. Nel biellese pioveva spesso;
pareva il luogo ideale per il raccoglimento e la preghiera che purificava l'anima.
Ed era il luogo pi adatto per quello che stava per fare.
Eccellenza.
Ottone alz lo sguardo. Il volto ingrigito e spigoloso di Squarcino Borri lo fissava con la consueta deferenza. Sono
arrivati tutti, eccellenza. Siete proprio sicuro?
Quanta pacatezza, quanta fedelt... In tutti quegli anni, il suo capitano generale aveva continuato a guidare l'esercito
per lui e a combattere in prima linea. Le cicatrici che aveva accumulato e le due dita mancanti della mano lo fecero sentire in colpa.
Ma non cambiavano le cose. S, amico mio. Sono sicuro.
La sua decisione era presa. Doveva solo trovare la forza di comunicarla alla sua famiglia e a tutti gli alleati.
Ricordi, Squarcino? Ottone lanci uno sguardo al soffitto di travi e alla porta. Fu in questa stanza che noi due ci conoscemmo. E in questo stesso monastero dove ebbe inizio la nostra campagna militare, essa avr fine.
Il Borri si accigli. Rammento.
Ors, Squarcino. Mio pronipote Matteo ha sposato tua figlia Bonaccossa: siamo in famiglia. Apri il tuo cuore, dimmi liberamente che cosa pensi.
Poich lo desiderate... Una bassa nota di delusione trapel nella voce del soldato. Non comprendo perch abbiate deciso di rinunciare alla guerra.
Dritto al punto. Per molte ragioni. La prima delle quali  che ormai mi  chiaro che si tratta di uno sforzo futile.
Sar anche futile, ma voi l'avete indetta per riprendervi
la cattedra di Milano che vi spettava. E che tuttora vi spetta.
Irriducibile come sempre. Ottone sorrise e indic le montagne alla finestra. Sai, non lontano da qui  avvenuto
un evento miracoloso. Un uomo di mia conoscenza, a cui venne mozzata la lingua, ritrov l'uso della voce. Essere
testimone dell'operato di Dio...
Era difficile da esprimere a parole. Quel che sapeva era che poco per volta aveva iniziato a vedere ogni cosa sotto una luce differente. La testimonianza del suo vecchio amico
aveva acceso la scintilla di un cambiamento radicale, che era culminato con la tragedia di Piacenza, la rottura con Ubaldini e il burrascoso confronto con Tedaldo. Solo adesso iniziava a comprendere e ad accettare. Ma questo prefer tenerlo per s.
 giusto che in questo posto si concluda quella storia.
 un ramo secco che devo tagliare, per non soccombere sotto il suo peso.
Le labbra di Squarcino ebbero un tremito, gli occhi si abbassarono. Vado ad avvisare che scenderete tra poco.
Ottone attese che chiudesse la porta, si alz in piedi e si rassett la tonaca. Niente pi paramenti sontuosi, niente pi mitra o pastorale. Aveva gi congedato il fedele Luccio
con un bel gruzzolo di monete e una lettera di raccomandazione.
Non si era neanche preparato un discorso.
Non avrebbe usato trucchi per dipingersi migliore di quello che era. Avrebbe parlato dal profondo del cuore.
Tocc la sua fedele scarsella, da cui non aveva rimosso la macchia di sangue. Proteggimi da lass, Agnese mormor.
Poi prese un semplice crocifisso d'argento, lo baci e se lo mise al collo. Scese le scale.
Il brusio dei presenti era agitato e prometteva tempesta,
proprio come il cielo. Non l'avrebbero presa bene, ne era certo.
Sotto le tre arcate di pietra, i nobili se ne stavano in piedi o sedevano sulle panche lungo i muri a spiluccare ciliegie e pane caldo. Non c'erano pi solo esuli milanesi: il parlottio mescolava volgare astigiano, aostano, vercellese
e chiss che altro.
Qualcuno si accorse del suo ingresso; nella sala scese il silenzio. Lesse lo sconcerto negli occhi di suo nipote Baldo, semicalvo e appesantito dagli anni sui campi di battaglia.
Accanto a lui, il piccolo Matteo s'era fatto un uomo dal mento forte, con le spalle larghe dei Visconti e il naso un po' gibboso al centro. Con loro stavano altri della famiglia,
tra cui un prete dalle folte sopracciglia color rame e un uomo in camicione, con una tunica diaconale abbandonata
su una spalla.
Tutti quanti frugarono con lo sguardo il suo abito privo di gioielli e rifiniture. Il cipiglio si diffuse ovunque, soprattutto sul volto rugoso del conte Goffredo di Langosco, in piedi in mezzo alla sala e poggiato a un bastone, insieme al fratello Riccardo. Cosa succede, eccellenza? domand quest'ultimo.
Perch ci avete fatto convocare, zio? chiese Baldo, avvicinandoglisi con la fronte corrucciata. E cosa significano
quelle vesti da pretino?
Ottone alz le mani per chiedere a tutti silenzio e attenzione.
Vi ringrazio dal profondo del cuore per essere venuti cos solleciti.
Baldo si guard attorno. Dov' Luccio? Vi faccio portare pastorale e mitra.
Ottone gli fece cenno di lasciar perdere, e rispose a voce
alta: Non contano il pastorale, la mitra e gli altri paramenti
sfarzosi. Non importa se ci vestiamo come i nobili, o come l'ultimo dei servi; ci che importa  quel che abbiamo
nel cuore, e quel che manifestiamo con le nostre azioni.
Il prete dalla capigliatura ramata si illumin alle sue parole,
ma tutti gli altri presero a scambiarsi occhiate incerte e a bisbigliare.
Una persona a cui un tempo prestavo ascolto mi disse:
La fede  uno strumento. Aveva ragione, seppure non come la intendeva lui: la fede  uno strumento di Dio per agire in questo mondo. Se noi lasciamo che essa ci guidi, non possiamo sbagliare perch le nostre azioni sono ispirate da Cristo.
Nessuno apriva bocca, tutti pendevano dalle sue labbra.
Senz'altro cercavano sottintesi che non c'erano.
Ottone apr le braccia al cielo. Dio  amore,  carit,  perdono. Ci ho messo molto tempo per comprendere questa verit. Chi  senza peccato scagli la prima pietra;
ebbene, chi tra voi potrebbe scagliare la prima pietra contro coloro che sbagliano?
Ottone fiss Matteo negli occhi: il suo pronipote abbass lo sguardo, imbarazzato. Pass a sfidare gli sguardi degli
altri nobili. Tutti chinarono il capo.
Un momento, non era cos che doveva andare! Stava mentendo per omissione, stava ergendosi sopra a loro; ancora
una volta faceva ci che Ubaldini gli aveva insegnato.
Le vecchie abitudini erano dure a morire, doveva aggiustare il tiro.
Ma chi sono io, per parlarvi di questo? Pi di tutti io ho peccato. E non una volta sola, ma sempre, da decenni.
Era ci che aveva spezzato la relazione con Agnese.
Voglio porvi una domanda: perch combattete per me? Avanti, rispondete.
Nel salone risuonarono colpi di tosse e lo sfregamento irrequieto di calzari.
Seduto su una panca di legno, Guglielmo del Monferrato
si schiar la gola. Per scacciare i della Torre dal governo di Milano. Il marchese aveva circa trentacinque anni, ma il mento sbarbato e i capelli a paggetto gli conferivano un aspetto pi giovane.
E perch li volete scacciare?
Visto che sembrate tenerci molto a udire ovviet, ribatt
il conte di Langosco stiamo combattendo per mettere
voi sulla cattedra vescovile di Milano, che i Torriani hanno usurpato con tutte le sue rendite e pertinenze.
Ottone tir le labbra in un sorriso. Proprio cos. Non  per l'ambizione di guidare le anime meneghine che si combatte questa guerra, ma solo per la ricchezza della sua curia. Io stesso vi ambivo unicamente per avidit. E questo
lo confesso davanti a tutti voi.
Sguardi di astio e costernazione piovvero dai nobili. Si chiedevano se fosse impazzito, glielo leggeva sui volti. Il prete visconteo, invece, s'era messo una pergamena sulla coscia e vi scribacchiava con un carboncino.
Per molti anni riprese Ottone ho commesso questi peccati, che mi hanno condotto a misfatti orribili.  la ragione per cui vi ho riuniti qui oggi... La voce gli si spezz.
In fondo alla sala risuon la voce di Squarcino. Io invece combatto per vendetta, e continuer a farlo finch avr vita. Il suo capitano generale si fece avanti col mento alzato e il busto dritto e gli si ferm dinnanzi.
La tua sete di vendetta  giusta, mio capitano. Ottone
gli sorrise. Ma da quanti anni stai prestando la tua spada alla mia guerra? Se fosse stato il disegno di Dio che
io diventassi vescovo di Milano, niente e nessuno ci avrebbe
potuti fermare. Invece, non siamo pi vicini alla vittoria
ora di quanto lo fossimo all'inizio.
Squarcino abbass il volto, con gli occhi arrossati. Non l'aveva mai visto cos contrito. Gli mise la mano sulla spalla.
La tua impresa ha la mia benedizione, per quel poco che vale. Ma la mia decisione  presa.
Si volt verso l'assemblea. Qui di fronte a tutti voi, io rinuncio alla mia rivendicazione contro i della Torre. Il mio casus belli  decaduto.
Versi di sgomento echeggiarono tra le volte di pietra. Tutti s'alzarono in piedi.
Ottone prov un lieve senso di vertigine. Non era mai stato cos sincero in tutta la sua vita; si sentiva quasi nudo.
Parecchi nobili gli si strinsero attorno con preghiere e domande.
Ora che aveva detto ci che doveva, non aveva pi motivo
di stare l. Evit chi cercava di fermarlo e di rivolgergli
la parola e fece a due a due i gradini verso la stanza che
il priore gli aveva messo a disposizione.
Si chiuse la porta alle spalle, vi appoggi contro la schiena. Il legno fresco sulla nuca lo ristor un poco.
Ce l'ho fatta, Agnese. Si afferr la scarsella e la strinse forte. Ho rinunciato al titolo.
Era stato difficile, ma liberatorio. Ora non era pi l'uomo plasmato da Ubaldini, il mentitore, il manipolatore.
Quell'Ottone Visconti non esisteva pi.
Si stacc dalla porta e s'inginocchi sul tappeto, davanti
alla tavoletta dipinta di Nostro Signore.
Preg con il cuore, come non faceva da anni, e chiese a Dio di aiutarlo a trovare una nuova direzione, un segno.
All'esterno del priorato risuonarono nitriti e voci irate. Che i nobili sbrigassero i loro intrighi senza di lui, da l in avanti.
Ottone alz il mormorio della preghiera e vi s'immerse
con tutto se stesso. Di colpo, si sentiva cos leggero, cos libero! La morsa acida allo stomaco non stringeva quasi pi. Che fosse anche quello un miracolo di Dio? Lo lod per quel regalo inatteso e cos gradito.
Fuori era buio, quando bussarono alla porta. Zio, sono Baldo. Posso entrare?
Ottone si risollev a fatica sulle ginocchia intirizzite e insensibili e sedette sull'unica sedia della stanza. Vieni pure, Baldo. Entra.
Ti ho disturbato? Il nipote sedette sulla cassapanca accanto a lui.
Non ti preoccupare. Che volevi dirmi?
Baldo inizi a sfregarsi le mani. Ecco... Sembrava stesse cercando le parole da usare. Quello che hai detto prima, zio, ne sei proprio sicuro?
Assolutamente.
Non c' nulla che io possa dire per farti cambiare idea, vero?
No. Ottone gli prese la mano e la strinse. So che sei deluso. Hai dedicato anni della tua vita a combattere per me insieme a Squarcino. Ti chiedo perdono. Avrai per sempre la mia gratitudine, e se potr fare qualcosa per te o per la famiglia, non esitare a chiedermela. Ma sento che la decisione che ho preso  giusta, e non torner sui miei passi.
Le larghe spalle di Baldo si incurvarono. Rimase in silenzio
a lungo, meditabondo. Non l'aveva mai visto riflettere
con una tale intensit; non era mai stato abile nel ragionamento.
Era pi un uomo d'arme che un pensatore.
Infine alz gli occhi. Io per non smetter di lottare.
Lo so rispose Ottone.
La nostra famiglia  stata cacciata ingiustamente da Milano. Anche se tu ti tiri indietro, i Visconti non lo faranno.
N io intendo metter becco. La gestione degli affari di casata  il tuo compito.
Il cruccio del nipote si allevi un poco. S'alz, raggiunse l'uscio, si volt a guardarlo.
Hai detto che posso chiederti quel che voglio, ora che hai abbandonato la battaglia?
Ottone esit un istante. Chiedi pure.
Zio... Tu sei di gran lunga la persona pi saggia e avveduta
che io conosca. E visto che ora sarai molto meno impegnato di prima, e che non hai un gregge a cui badare, pensavo... si blocc.
Aveva vergogna a chiedere? Va' avanti, Baldo.
Ecco, potresti occuparti dell'istruzione dei giovani della famiglia? Stefanardo  un buon mentore, ma Matteo e i fanciulli ti vedono come una leggenda...
Stefanardo? chiese Ottone. Quel frate di pelo rosso?
Esatto. Stefanardo da Vimercate, un domenicano della piccola nobilt che  fuggito da Milano un paio di anni fa.
Passino i rampolli di casata, ma Matteo  ben grande per avere un istitutore. Ottone si accarezz la pappagorgia.
Perch hai menzionato anche lui?
Baldo sollev il labbro superiore. Perch, sai, lui  un uomo fatto. E sua moglie, la figlia di Squarcino,  incinta.
Oh, che gaudio!
Gi. E per, con la testa... Strinse le labbra e scosse il capo. Il punto  che ha l'ingegno troppo lesto e la lingua affilata. Non ascolta nessuno e si caccia sempre nei guai, come un fanciullo troppo cresciuto. Credo che tu potresti insegnargli molto, visto che un domani sar lui a, guidare la famiglia. Inoltre, cos vivremo tutti insieme.
Ottone sorrise. Quella proposta non gli dispiaceva per nulla; suonava come una sfida, qualcosa in cui mettere a frutto ci che aveva imparato errando nel secolo. S'alz, raggiunse Baldo e lo strinse tra le braccia.
Caro nipote, ho chiesto a Dio un segno, e tu me l'hai appena dato. Accetto con gioia! Grazie per avermi dato un nuovo scopo.
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CAPITOLO 48.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Guerra e filosofia. Un anno dopo, marted 12 maggio 1276. Priorato di Castelletto Cervo, Biella.
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Il piacevole tepore del sole si faceva largo attraverso il tessuto lieve della tonaca. Era un toccasana per i dolori che da qualche tempo lo affliggevano alla schiena e alle gambe, specie dopo un inverno rigido come quello precedente,
che aveva ghiacciato anche le sponde dei ruscelli.
Il pronipote teneva il calamo tra le labbra, le braccia incrociate dietro la testa e lo sguardo perso verso l'orizzonte.
Sopra di loro, oltre il colonnato del chiostro, il cielo era di un azzurro che nessun pittore sarebbe stato in grado di ritrarre.
Matteo? A me il testo pare ancora in latino.
Il giovane sput il calamo e si raddrizz. Scusate, zio, mi ero distratto dalla traduzione.
Vedo. Hai intenzione di portare Bonaccossa a cavalcare, pi tardi?
Chi ve lo ha detto?
Ricorda: anche i muri hanno le orecchie... e ci sentono benissimo.
In realt non era riuscito a prendere sonno, e all'alba si era fatto una lunga passeggiata. Nelle stalle, aveva udito due novizi del convento che ne parlavano, oltre a lamentarsi
della lunga permanenza di Ottone e dei Visconti, che mangiavano quanto cento monaci e occupavano spazio.
Mi rendo conto che la tua sposa abbia voglia di sgranchirsi,
dopo la gravidanza di Floramonda. Ma poich  di nuovo incinta, non  prudente che cavalchi.
Matteo tentenn e arross un poco. Esistono cose che voi non veniate a sapere prima di chiunque altro, zio?
No.
D'accordo, d'accordo. Allora faremo solo una passeggiata lungo il ruscello.
Quindi  vero che  di nuovo in dolce attesa. E quando pensavi di dirmelo?
Come? Matteo aggrott le sopracciglia. Ma allora non lo sapevate?
Quel che avevo era solo un blando sospetto, ma tu me l'hai confermato. Hai molta strada da fare, su come si amministrano
i segreti. Ottone si godette l'espressione costernata
del nipote. Pareva un giocatore di zara sconfitto.
Che soddisfazione, non aveva perso il suo smalto di fine osservatore!
Il pronipote annu e strusci un piede per terra.  ancora
presto per dare l'annuncio, volevo aspettare un po' per assicurarmi che non abortisca.
Pregher che non succeda. Vieni qui. Il pronipote rispose con qualche titubanza al suo abbraccio. Neppure Ottone era abituato a dare simili dimostrazioni d'affetto, ma quell'occasione meritava uno strappo alla regola.
Tuo suocero Squarcino sar entusiasta di saperlo!
Nel sentire il nome del generale, Matteo si rabbui.
Bene, bene. Meglio non fare domande, per il momento.
Riprendiamo la lezione?
Come desiderate.
Si chin di nuovo sui versi di Cicerone e riprese a tradurli.
Oggi si studia all'aria aperta? Stefanardo da Vimercate s'affacci dall'ambulacro. Al sole, il suo cespuglio di capelli rossi parve un mazzo di radici di robbia.
Ottone pieg il torso voluminoso. Una giornata troppo bella per lo scriptorium.
Stefanardo scocc uno sguardo in cagnesco a un frate cluniacense di passaggio e li raggiunse. Se continuate a spostare il luogo della lezione, io continuer a perdermene l'inizio.
Ottone nascose il fastidio dietro un sorriso. Stefanardo aveva una buona cultura e un talento nel comporre ballate,
ma era pi petulante di una zitella.
Bene Matteo, gi il calamo e rispondi a questa domanda.
Ottone si tamburell sulla coscia. Dunque, conosci la prova ontologica di Anselmo di Canterbury?
Un'ottima domanda comment Stefanardo, sedendo sulla panca di legno accanto a Ottone. Il legno, gi teso sotto la sua mole, emise un lamentoso stridio.
Il pronipote guard in alto e si morse le labbra. Secondo il dotto magister Anselmo, Dio ... id quo maius cogitavi nequit.
Corretto rispose Ottone.
Ma sai cosa significa? s'intromise Stefanardo.
L'irritazione punzecchi Ottone. Non poteva occuparsi dell'istruzione dei marmocchi e lasciare Matteo in mano sua? Sospir e decise di assecondarlo. Scendi in dettaglio nello spiegarmi questa definizione di Dio.
Il pronipote sbuff e fece saettare le pupille in alto. S, zio... Id quo maius cogitavi nequit significa che Dio  ci di cui non si pu pensare nulla di pi grande. E onnipotente, onnisciente ed eterno, ma tutte queste cose sarebbero nulla se non esistesse. Ne consegue che ci di cui non si pu pensare nulla di maggiore debba necessariamente possedere anche l'attributo dell'esistenza.
Stefanardo sorrise fiero, come se quella risposta fosse merito suo.
Ottone pieg il capo. E tu che ne pensi, nipote?
Una piccola ruga si form sopra al sopracciglio destro di Matteo, come sempre quand'era molto concentrato.
Non sono d'accordo.
No? Ottone finse sorpresa. Dunque non pensi che
l'Onnipotente sia la cosa pi grande che si possa immaginare?
Non mi convince. Matteo incroci le braccia. Dio non  una cosa. E non credo che si lasci confinare o definire
dal mio pensiero. Id quo maius cogitavi nequit sta tutto nella mia testa, ma Dio  molto di pi,  lui che abbraccia
noi e non viceversa.
E quale sarebbe la definizione dell'Altissimo, secondo Matteo Visconti da Milano?
Ah, non ne ho idea. Ma se proprio devo sceglierne una,  quella del Vangelo di Giovanni: Dio  amore, e chi dimora nell'amore dimora in Dio, e Dio dimora in lui.
Ben detto, ragazzo! Abbass la voce. Ma attento a non farti udire da un inquisitore dell'eretica pravit.
Suo nipote ridacchi. Gli dava enormi soddisfazioni: anche
se era gi un uomo, aveva curiosit e grande attitudine all'apprendimento. E questo, associato alla sua insofferenza
verso la stupidit e le convenzioni che non considerasse ben motivate, gli dava l'impressione di insegnare a un giovane
se stesso. Ma, a differenza sua, un giorno Matteo sarebbe diventato la guida della casata Visconti. Con le opportune correzioni, avrebbe avuto un futuro radioso.
Il domenicano dal pelo rosso tir fuori un taccuino di pelle e prese a scriverci sopra con un carboncino. Lo faceva
spesso, quando erano insieme.
Per curiosit, Stefanardo. Cosa scrivi sempre su quel plico? Appunti per le tue canzoni?
Oh, questo? Sono appunti per uno scritto a cui sto lavorando.
Ma pensa un po'. Di che tratter? Metodi didattici?
Mi ero ripromesso di non dirvelo, ma... in realt sarebbe su di voi, arcivescovo.
Ottone ristette. Un libro su di me?
Il frate annu. Vedete, voi forse non ci badate, ma siete di grande ispirazione in questi tempi tortuosi. La storia del vostro esilio e delle vostre peripezie per conquistare la
cattedra arcivescovile merita di essere tramandata, cos da documentare ci che condusse alla sconfitta dei della Torre!
Nel compiacimento di Ottone s'introdusse una nota di fastidio.
Ho rinunciato a quella pretesa. L'hai dimenticato?
Matteo si alz in piedi e gli scocc uno dei suoi sguardi impertinenti. Per zio, questo non vi fa molto onore.
Ecco che ricominciava. Spiegati.
Voi dovreste tornare a combattere con mio padre, con Squarcino e tutti gli altri. Matteo rote una mano nell'aria.
A differenza vostra, loro non si sono arresi all'esilio.
Ecco cosa lo rodeva, quando prima aveva menzionato il Borri.
Invece ve ne state qui a interrogarmi su retorica e pie questioni. Perdiamo tempo tutti e due, mentre mio padre calca i campi di battaglia e combatte per ristabilire il nome della nostra famiglia.
Il fervore gli aveva acceso le gote di purpureo. Quante volte aveva visto quella foga bellicosa negli uomini che andavano a morire in battaglia.
Matteo. S'impose un tono compassato. Io ti interrogo
sulle materie importanti per la tua educazione.  questo il mio compito, adesso. Per ogni cosa c' il tempo giusto:
per te verr la stagione delle battaglie, mentre per me  gi trascorsa.
Solo perch voi avete scelto cos. Matteo diede una pacca di frustrazione al tavolo. Perch avete paura!
Stefanardo salt su. Non mancate di rispetto al vostro reverendissimo zio! Non avete il diritto di questionare le sue ragioni. E sono sicuro che quando Iddio lo chiamer, egli non si tirer indietro.
Ottone guard di sbieco il frate. Ma da che parte stava?
Come ho detto, la mia guerra  finita. Ormai sono un vecchio:  tempo che la spada e lo scettro passino alla generazione
successiva. Io mi contento del crocifisso e della bacchetta da maestro.
Dannazione, zio! Matteo spazz via il piano da lavoro
con l'avambraccio, l'inchiostro tracci un taglio nero nell'erba. Con tutto il vostro sapere e la vostra saggezza vi siete nascosto qui come un eremita, mentre l fuori si combatte la tirannia!
Bada che stai passando il segno, Matteo. Fermati, prima che perda la pazienza.
Sua eccellenza ha ragione, devi calmarti. Anche se, in effetti... Stefanardo volt il capo verso di lui  un peccato che vi siate disinteressato al nodo dei Torriani. A Milano ormai scoppiano tumulti un giorno s e uno no, sapete?
Era stretto ai due fianchi; la situazione iniziava seriamente
a sfiancarlo. Visto che ci tenete tanto, va bene, spiegatemi. Tumulti per cosa?
Principalmente per le nuove tasse rispose al volo il domenicano. Napoleone della Torre ha ingaggiato un esercito di brutali alemanni per stroncare i nostri soldati, e pagare i loro stipendi sta dissanguando il popolo. Inoltre,
gira voce che commetta angherie per ragioni sempre pi futili, e che parli di spazzar via il Comune e di fare un rogo con le sue leggi, cos da incoronarsi tiranno assoluto della citt... Voi cosa ne pensate, eccellenza?
Per la verga di Ambrogio. Nel suo distacco dalle questioni
di Milano, non aveva avuto sentore che gli equilibri fossero degenerati tanto in fretta.
Nella mia esperienza, questi sono segnali che la casata  pronta alla caduta, oppure a fare un balzo in avanti nel sentiero del potere.
Allora  il momento di colpirli! Lo sdegno arricciava il naso di Matteo. Comincio a pensare che quel che eravate
sia appassito e che ormai non siate che un guscio imbelle e debole.
Ottone gli moll uno schiaffo cos forte da farsi formicolare il palmo. Il giovanotto barcoll indietro, s'appoggi
al tavolo per non cascare e si tocc la guancia.
Non cos debole da non poter raddrizzare la superbia di uno sciocco. Ottone protese la mano e fece un passo in avanti. Andiamo, che stavi dicendo? Continua!
Il nipote alz i palmi in segno di resa; i suoi occhi brillarono di sorpresa e timore.
N-no, zio... ho esagerato. La sua voce s'incrin di rabbia.  solo che non riesco a comprendere come facciate
a starvene qui, invece di fare il volere di Dio!
Erano parole sgorgate dal cuore; Matteo doveva aver covato quella domanda per lungo tempo. Ottone torn a sedersi sulla panca, stanco e amareggiato.
Ascoltami, nipote mio; e poni orecchio anche tu, Stefanardo, se davvero vuoi scrivere la mia cronaca.
Entrambi gli s'avvicinarono. Un cardellino si pos sulla tettoia e prese a cinguettare.
Io ho dedicato quindici anni a far guerra ai della Torre.
Non una guerra degna da canzone di gesta: tante piccole vittorie e guasti, pareggiate da poche grandi sconfitte. Poche
volte ho veduto quei campi di battaglia, ma sempre mi sono fregiato di fare la volont di Dio. Ora ho iniziato a prendere la questione pi seriamente.
Stefanardo fin di scrivere, ripose il taccuino e gli mise una mano sulla spalla.
Non si era mai preso tanta confidenza; Ottone non fece nulla per scacciarlo.
L'Onnipotente non manda mai sfide che non possiamo superare. Pensate alla definizione di Anselmo: Id quo maius cogitavi neguit. Cos come Egli  ci che di maggiore possiamo immaginare, Egli si aspetta da noi solo il meglio
che ci  consentito dalle nostre forze e dalle nostre virt, e non di pi.
 un bel pensiero. Ottone gli fece un cenno d'elogio.
Forse un po' dubbio d'ortodossia, ma tanto abbiamo stabilito che non ci sono inquisitori nei paraggi.
Dall'ambulacro giunse uno scalpiccio concitato.
Messer Matteo! Un cluniacense scort nel chiostro un messo scuro di polvere, che marci fino a lui. Da un
tubo di pelle rigida legato alla cintura estrasse un piccolo rotolo sigillato.
Che succede? Suo nipote afferr il rotolo e fece per aprirlo; Ottone alz l'indice. Ah-ah!
Matteo alz un paio d'occhi interrogativi.
Esamina sempre un sigillo, prima di spezzarlo. Una volta, con una missiva falsa, ho fatto capitolare Forl.
Matteo sgran gli occhi, Stefanardo recuper il suo taccuino
e per la fretta fece cascare il carboncino sull'erba.
Vi prego, disse Ottone al cluniacense accompagnate il messo a rifocillarsi. Sar stanco e affamato.
S, eccellenza.
Matteo scrut il cerchietto giallastro sotto ogni angolazione.
Il sigillo  quello del conte Langosco, l'ho visto un mucchio di volte.
Naturale. Ottone si avvicin e indic il disco. Ma oltre all'effigie, cerca di memorizzare i segni lungo il cerchietto.
Li vedi? Le persone pi accorte tracciano finte tacche di usura nei propri anelli, cos che i loro corrispondenti
pi fidati sappiano riconoscere un sigillo vero da uno contraffatto.
Che astuzia! Eccitato, Matteo studi il sigillo come un orafo con una gemma preziosa. Dovrei riuscire a ricordare
questi segni, li confronter con le prossime missive del Langosco. Posso rompere il sigillo, ora?
Ottone annu. Il mal di schiena s'era acuito; torn a sedere sulla panca.
Il cardellino continuava a cinguettare. Negli erti di l dal chiostro, le braccianti presero a cantare una nenia contadina. S'alz una brezza fresca che profumava di fumo e letame di vacca.
Matteo croll a sedere sulla panca, bianco in volto.
L'agitazione ruppe la tranquillit di Ottone. Che c' scritto?
Suo nipote alz dalla pergamena occhi lucidi di lacrime. Mio padre.
...
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CAPITOLO 49.
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BALDO VISCONTI.
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Fango e sangue. Due giorni prima, domenica 10 maggio 1276. Rocca di Angera, Lago Maggiore.
...
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Il tramonto strappava riflessi dorati dal biscione blu che garriva sul drappo bianco in cima alla torre pi alta della rocca lacustre.
Baldo Visconti scost lo stendardo e s'affacci tra due merli a coda di rondine; un paio di corvi appollaiati si levarono
in volo gracchiando.
La marea dei soldati alleati sembrava divorare la campagna.
Per la puttana impestata! ridacchi. Saranno tre, quattro migliaia.
Squarcino s'affacci accanto a lui. Se aggiungiamo pavesi,
genovesi e spagnoli, le migliaia diventano anche cinque.
Senza contare la gente del posto, che ama la vostra famiglia e contribuir con le vettovaglie.
Baldo gonfi il petto. Finalmente la fortuna ci arride.
Ma dobbiamo a voi queste alleanze, Borri. Avete fatto davvero un ottimo lavoro negli ultimi mesi.
Il merito non  stato mio soltanto.
Squarcino era di gran lunga il cavaliere pi modesto e fedele che Baldo avesse mai incontrato in vita sua. Ecco perch lo zio Ottone gli aveva sempre affidato gli incarichi pi delicati.
Gli diede una pacca sul fascio di muscoli del braccio.
Forza, andiamo ad accogliere il nostro nuovo alleato.
Discesero le strette scale di legno del torrione, piano dopo piano. Oltre le feritoie, l'orizzonte frastagliato s'abbass
sempre di pi.
Goffredo di Langosco, con il suo bastone laminato d'argento, li attendeva in salone, accanto al grande camino acceso.
Baldo rivolse un gesto a una serva e and incontro all'ospite.
Conte,  un piacere avervi ad Angera!
L'uomo chin il capo nel cenno cortese che ci si rivolgeva tra parigrado. Messer Visconti.
Squarcino incroci le braccia. Dunque anche Castelseprio  preso?
Conquistato e ripulito. Il conte s'accarezz la barba grigia.
Una notizia eccellente! Brindiamo alla vostra prodezza.
La serva port una brocca di vino e riemp tre coppe.
Il conte bevve un sorso e diede un mugugno di apprezzamento.
Ottimo vino! Lo fate qui?
Oh, no, questo viene dalla Grecia;  stato mio zio a farcelo scoprire e da allora non possiamo pi farne a meno.
Dalla Grecia! Il conte annus il liquido dorato. Pi liquoroso di quelli nostrani. Dovr dire a mio fratello di procurarne anche alla mia corte.
Dove avete lasciato Riccardo, a proposito?
A Castelseprio, a sbrigare le rogne che seguono qualunque vittoria. Mi annoiano sempre le brighe dell'incarcerazione
dei prigionieri e la richiesta dei riscatti.
Baldo prese un altro sorso di vino e ridacchi. Il nostro Squarcino ha risolto la noia di quelle brighe liberandoli tutti.
Il conte tir un labbro. Be', non proprio tutti, immagino.
Bisogna anche far cassa.
Squarcino scosse il capo. Dal primo all'ultimo. Cos
facendo, l'anno scorso abbiamo ottenuto di tirare fuori dalla sua gabbia Simone da Locarno.
Quel Simone da Locarno? L'eroe che salv Bellinzona da Federico Secondo?
Precisamente! Squarcino si gonfiava sempre d'orgoglio, quando ne parlava. Combatt al nostro fianco durante
la battaglia di Arona, ma fu fatto prigioniero e i della Torre lo torturarono per anni senza motivo n onore. Finalmente
siamo riusciti a liberarlo e a ridargli una spada.
Il sorriso del Langosco sfum; non pareva condividere l'entusiasmo del Borri. Generale, voi avete barattato prigionieri
del calibro di Accursio Cutica, ambasciatore presso la corte angioina e consigliere cruciale dei della Torre, con un milite attempato che ha trascorso l'ultimo decennio dentro una gabbia?
In effetti, anche a Baldo a quei tempi era parsa una cattiva
idea, ma Squarcino era sembrato cos convinto che aveva deciso di accontentarlo.
L'espressione del Borri s'indur. Era la cosa giusta da fare.
Il conte scol la coppa di vino, si pul i baffi e fece un cenno alla serva, che gliela riemp ancora. A me questa mossa pare un'idiozia; sono certo che l'arcivescovo non l'avrebbe
condivisa. Voi che ne pensate, messer Visconti?
Mica poteva scaricare la colpa addosso al suo generale...
Io penso invece che sia stata una buona cosa afferm con aria gioviale. Conte, non avete idea dell'effetto positivo
che Simone da Locarno ha avuto sul morale delle truppe nell'ultimo anno e mezzo.
Ah s?
Certamente. L'aveste visto quand' arrivato da noi!
Pareva un cadavere, con due occhi fuori dalle orbite e la schiena ridotta a un mantello di cicatrici. Si reggeva in piedi a stento e non riusciva a sdraiarsi. Ma dopo un mese di buon cibo camminava, e dopo altri cinque correva, cavalcava
e tirava di spada.
Langosco bevve una buona sorsata, il suo sguardo s'ammorbid. E questo  stato di sprone?
Altroch. Squarcino alz il naso. Ogni mattino  il primo a levarsi per l'addestramento, e ogni sera infiamma i soldati coi racconti delle atrocit di Napoleone della Torre e della sua strega provenzale. Il fuoco della vendetta arde in lui come una fornace che tempra gli animi.
Affascinante. Ma continuo a nutrire dubbi circa la liberazione indiscriminata dei prigionieri.
Abbiamo deciso per la clemenza. Niente uccisioni tranne che in battaglia, con onore. Ogni prigioniero graziato
oggi potrebbe diventare un nostro sostenitore domani.
Non bisogna sottovalutare la gratitudine dei milanesi.
Il Langosco si fece riempire la coppa una terza volta e lo fiss, la fronte solcata da rughe orizzontali. Poi i suoi occhi cerulei si accesero e alz la coppa al cielo.
Non chiedo di meglio che ammazzare qualche Torriano in uno scontro faccia a faccia!
Baldo e Squarcino si unirono al brindisi.
Le candele della tavolata si erano consumate di diverse dita quando un soldato s'avvicin al banchetto. Messer Visconti, c' un pescatore che desidera parlarvi con urgenza.
Baldo si strofin gli occhi appesantiti di vino e di stanchezza.
A quest'ora della notte? Non pu tornare di mattina come tutti gli altri?.
Pare che abbia notizie importanti sui della Torre.
Baldo pos le mani sul tavolo e gli fece cenno di procedere.
Poco dopo, torn con un popolano che puzzava di pesce, aveva un occhio gonfio e pochi denti in bocca, conciati male come i superstiti di un naufragio; barba e casacca di lino erano impiastricciate di sangue.
Per tutti i demoni, che ti  successo? gli domand, e gli porse una coppa di vino.
Il pescatore tracann tutto d'un fiato e poi inizi a raccontare.
Sun arriv all'or del desinare... Il suo volgare era stretto. L'eran tanti, malfatti, e mica capivo coma la parlavan. Parevan elvetici o alemanni, biondi com'eran.
M'han pesta, si son presi il pescato a essiccare... e poi si sono presi pure la moglie mia e la mia tosetta!
Le nocche grossolane dell'uomo erano bianche da quanto erano strette, e fra la sozzura del viso si fece strada la scia di una lacrima. Si sono presi tucc, che'l Segnor la ma perdoni, tucc!
Alemanni? Squarcino batt una mano sul tavolo.
Saranno le masnade che re Rodolfo ha mandato ai Torriani?
Credo anch'io disse il Langosco.
Baldo sospir e torn a guardare il pescatore. Dove sono ora?
Il popolano si port le mani al petto. L'han f la stessa, cosa ai miei vicini, l'han f! Ghe han sfonda le case e preso
le mogli. Cos ci siam raduna e li abbiam seguiti. Ghe ne son propri tanti! Stan alla Guazzer, vicin al Sass Cavalasc.
Sasso cosa? domand il Langosco.
 un grosso macigno in riva al lago, che ricorda il muso di un cavallo, disse Baldo la gente del posto lo chiama cos. C' altro? Hai visto qualche stemma?
Dopo un po' di titubanza, il pescatore rispose: El gn le insegne con un torrion e d lance.
A Baldo s'annod lo stomaco. Non servivano altre prove.
Mi ve preghi! Che la salviate le nostre donne! L'uomo si butt in ginocchio.
Baldo fece un cenno a una delle fantesche. Alloggiate questo pover'uomo e sfamatelo finch non si sar ripreso.
Poi si rivolse a Squarcino. Sono gi qua, quasi sotto il nostro naso. E nessuno s' accorto di nulla?
La zona di cui parla il pescatore  poco popolata. Il Borri storse la bocca. Le piene del torrente Guazza la
rendono un pantano cespuglioso. Vado dai battitori e cerco di scoprire qualcosa di pi. S'alz e usc dalla stanza.
Un vero colpo di fortuna, per noi. Il Langosco si carezz il mento barbuto. I mercenari si sono accampati vicino a noi per spiarci e aspettare il momento migliore per attaccare. Agiamo prima di loro!
Quando?
Stanotte. Non se l'aspetteranno.
Al buio, in un pantano? ribatt Baldo. Mi pare azzardato,
conte. Lasciamo che vengano, ci faremo trovare pronti qui alla rocca. Se uniamo i nostri uomini ai vostri, li respingeremo senz'altro.
Suvvia, bando alla vilt. Alla rocca di Arona non mi pare che questa strategia vi abbia dato buoni frutti. Dar l'ordine alle truppe di prepararsi.
Quell'uomo era indisponente. Vi ricordo che c' ancora il biscione visconteo sulle bandiere di questo esercito.
Dunque volete seguire le orme di vostro zio, che si  defilato come un codardo.
Baldo strinse le labbra. Noi non ci muoveremo da qui.
Il Langosco agit una mano con noncuranza. S'alz, spolver le braghe e s'avvi alla porta. Io e i miei uomini attacchiamo. Non mi far sfuggire l'occasione di infliggere una sconfitta ai Torriani, e Milano ricorder di certo a chi indirizzare la sua gratitudine.
Baldo esit, indeciso. Il Langosco si volt verso la porta e gli scocc un ultimo sorrisetto. E il resto dell'armata sapr che, pur di non correre rischi, avete lasciato delle povere innocenti a subire violenza dai nemici.
Nel gracidare sinistro delle rane, le casupole dei pescatori erano buie e immote come luoghi maledetti. Baldo deglut e guid i suoi uomini nel terreno fangoso in riva al lago.
Avanzarono alla luce della luna, tra salici e cespugli spettrali. Un fal comparve pi avanti, tra i tronchi. Baldo
fece un cenno agli esploratori, che si sparpagliarono in avanti. Poco distante, in uno spiazzo attorno al torrente Guazza, un gruppo di tende biancheggiava nella tenue luminescenza notturna. Tra il coro di gracidi e i richiami dei rapaci a caccia s'udiva un russare diffuso e il chiacchiericcio di pochi svegli.
S'erano acquattati ben vicini alla rocca, quei cani; se quel pescatore non fosse scampato alla morte, rischiavano davvero di essere presi di sorpresa, l'indomani.
Erano poche, quelle tende. I Torriani volevano assaltare una rocca come Angera con una compagnia tanto piccola?
Grida lacerarono la notte.
Erano gli uomini del Langosco: a meridione l'attacco era iniziato. Baldo sfil la spada dal fodero e l'alz al cielo, dando a sua volta il segnale. I soldati viscontei si lanciarono alla carica e gli sfrecciarono al fianco, sciamando verso l'accampamento. Dalle tende sbucarono nemici mezzi nudi e intontiti dal sonno; i suoi uomini li investirono e presero a trucidarli. Uno dei teutonici fugg senza armatura verso il bosco.
Baldo gli tagli la strada e lo trafisse con facilit. Si guard attorno nella luce scarsa.
Quello non era guerreggiare: era un massacro senza onore. Ma erano comunque nemici in meno.
Come l'alemanno che aveva trafitto, molti altri corsero dalle tende verso il riparo della selva, che riecheggiava di grida e parole gutturali.
Langosco! grid. Sono da questa parte, portate qui gli uomini!
Ma dove s'era cacciato? Nelle retrovie non era rimasto nessuno, ma tanto non ce n'era bisogno.
L'aurora inizi a rischiarare le tenebre.
Tra gli alemanni che fuggivano in camicione c'era un uomo con ricchi abiti sgargianti. Sulla sovracotta sfoggiava
una torre e due lance incrociate.
Baldo sobbalz e aguzz la vista. Era giovane e aveva i capelli biondi... Il figlio di Francesco della Torre? S, non cera dubbio! Era proprio Guido, il braccio destro di Napo.
Catturarlo poteva dare una svolta, nella guerra.
Prendete quell'uomo! grid con tutto il fiato che aveva in gola. Dannazione, i suoi soldati s'erano sparpagliati troppo.
In allarme, Guido della Torre inizi a correre. Non poteva
farselo sfuggire cos! Baldo si lanci all'inseguimento.
Il Torriano devi la corsa e s'infil tra i canneti accanto al torrente. Indossava un'armatura molto pesante e avanzava
a fatica nel pantano, ma a lui non andava molto meglio.
Il fango aveva formato due blocchi pesanti attorno ai suoi stivali.
Langosco! Baldo chiam ancora, costringendo i muscoli
delle gambe a spingerlo in avanti.
Il conte emerse dalla boscaglia, coperto di sangue. Teneva
per i capelli la testa mozzata di un alemanno. Visconti,
la testa del loro capitano! Vittoria!
Baldo si sbracci. Ma quale capitano! Il nipote di Napo della Torre  qui, sta scappando laggi!
Come? Il conte lanci via la testa, fischi tra le dita e lo raggiunse di corsa. Dobbiamo prenderlo! Non lasciamo
che s'infraschi!
Tafani e altri insetti presero a tormentarli. Rincorsero col fiato grosso il Torriano in mezzo a giunchi e tife.
Nonostante Guido fosse pi giovane di entrambi loro, stavano accorciando le distanze.
Ci siamo quasi! ansim il Langosco, rosso per lo sforzo.
Dopo altre due avemarie, sbucarono in una radura fangosa.
Guido smise di fuggire e si pieg per la fatica con le mani sulle ginocchia.
 finita, della Torre. Baldo allung la spada e s'avvicin.
Getta le armi e vieni con noi. Non ti verranno fatte villanie.
Il rampollo si volt verso di loro e sorrise. Non posso garantirvi altrettanto. Ora!
Dalla boscaglia si lev un coro di grida.
Un cappio di paura strinse il collo di Baldo. Soldati in armatura si fecero avanti dai cespugli e circondarono il Langosco. No, non pu essere!
Guido rise. Maledetto, li aveva attirati dritti in un agguato!
Scappa, Visconti! Il conte di Langosco men colpi di spada per tenere lontani i nemici. Corri ad avvertire Squarcino!
Col cuore in gola e il fiato ancora corto, Baldo si volt verso l'accampamento. I soldati Torriani gli avevano gi tagliato la strada e, col fiume sul fianco, non aveva scampo.
A monte, sulla riva, ranghi nemici avanzavano tra le betulle rischiarate dall'aurora, verso Angera. Erano centinaia, forse migliaia.
Un dolore improvviso gli esplose nella spalla. Rote, rovin nel fango. L'asta di una freccia gli sbucava dalla cotta di maglia; aveva trapassato gli anelli metallici e s'era arrestata nel gambesone. Il dolore gli mozz il fiato: doveva
essersi spezzato l'osso della clavicola. Sput nel fango, si iss in ginocchio.
Napoleone della Torre in persona cal la spada sul volto del Langosco. Il conte cadde riverso sul pantano. Il volto euforico del capocasata dei Torriani pareva uscito da un incubo.
Hai visto, zio? esult Guido. Li ho beccati tutti e due!
Fai onore al tuo sangue, nipote. Napo alz gli occhi su di lui. Ora dovremo decidere che fare di questa biscia.
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CAPITOLO 50.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Il ritorno dell'eroe. Due giorni dopo, marted 12 maggio 1276. Priorato di Castelletto Cervo, Biella.
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Afferr la spalla di suo nipote e lo scosse.
La missiva  di Squarcino, bisbigli Matteo c' stata una battaglia contro i mercenari alemanni alla Guazzer.
Un massacro. Abbiamo perso centinaia di uomini, e parte degli alleati sono in rotta. Il conte di Langosco  stato trucidato
e mio padre... la voce gli si ridusse a un filo. Mio padre  finito nelle mani di Napo della Torre.
L'angoscia attanagli Ottone. Matteo si aggrapp alla sua tonaca.
Dobbiamo salvarlo, zio, dobbiamo fare qualcosa!
Stefanardo gli sfil la lettera dalla mano e scorse l'ultima parte. Non hanno preso solo lui, ma anche una trentina
di cavalieri della nobilt, che ora sono loro prigionieri...
Ser Borri ha portato i sopravvissuti in salvo e chiede il nostro aiuto.
E noi risponderemo alla chiamata disse Matteo. Per non possiamo nemmeno lasciare mio padre nelle grinfie di Napo... quel bruto  un folle!
Ottone gonfi il petto dolente con un respiro, cercando di mandar gi l'acido che gi gli corrodeva lo stomaco.
Mandare un messaggero per chiederne il rilascio non baster.
Stefanardo prese a camminare avanti e indietro sull'erba.
Voi cosa suggerite, eccellenza?
Ottone chiuse gli occhi. La situazione era tremenda.
Baldo non era solo il figlio che non aveva mai avuto; era anche il capo della famiglia Visconti e il generale dell'esercito
che si opponeva alle crudelt dei della Torre. Quando s'era ritirato dalla guerra, la ribellione aveva iniziato a vedere
Baldo come il nuovo portabandiera; lui non l'aveva chiesto, ma con il suo tipico senso del dovere se n'era fatto carico.
Sono stato io a mettere quel peso sulle spalle di Baldo.
Ottone apr le palpebre. Perci andr io a parlamentare coi Torriani.
Matteo lo guard con gli occhi grandi di speranza. Lo farai davvero, zio?
 troppo pericoloso, eccellenza! Stefanardo si mise le mani nei capelli. Non c' garanzia che quei demoni si comporteranno onorevolmente! Che accadrebbe se decidessero
di catturarvi senza rilasciare lui?
Matteo contrasse la mascella, esit e abbass il capo.
Padre Stefanardo ha ragione, la sua voce era incrinata
non  una buona idea. Se entrambi finiste nelle loro mani,
l'alleanza non avr pi un capo... potrebbe andare allo sbando.
Per Ottone quella non era una possibilit, ma una certezza.
Il domenicano congiunse le mani. Date ascolto a vostro nipote! Voi siete l'unico che pu ancora tenerli uniti...
Vi prego, eccellenza, tornate in sella e radunate tutti sotto un solo vessillo.
Ottone scrut il figlio di Baldo. Stai imparando bene i principi della politica, nipote mio. E il fatto che tu sappia farti guidare dalla ragione persino in mezzo all'angoscia per tuo padre, conferma quel che penso sul tuo futuro.
Ottone chin il busto e poggi i gomiti sulle ginocchia.
Sotto il profilo politico, non abbiamo leve per riscattare Baldo e gli altri, perci la cosa pi conveniente sarebbe darli per spacciati. Rimettermi alla guida dell'esercito?
Sarebbe proficuo. Ho carisma, esperienza e conosco il cuore degli uomini. Perch non lo faccio?
Sfior la scarsella dei capelli di Agnese. Perch opporsi alla tirannia  giusto, e molti che combattono questa guerra hanno scopi santi. Ma io l'ho intrapresa per avidit e l'ho lordata coi mezzi pi empi a cui un uomo possa ricorrere.
Menzogna, crudelt, tradimento... Ho usato Dio come una giustificazione e lui ha punito me e tutti coloro che mi seguivano. Non sconfiggeremo mai i della Torre, in questo modo.
Matteo scosse il capo, spaesato. Ma allora perch Dio ha fatto s che mio padre venisse catturato? Credete che sia indegno anche lui?
Al contrario. Tuo padre combatte perch  la cosa giusta
da fare, ed  meritevole di una vittoria. No, Dio sta ancora punendo me.
Ma punirvi per cosa, eccellenza? Stefanardo sfior il suo taccuino. Conducete una vita da eremita.
Per i miei peccati. Ottone s'iss in piedi. Mi sono pentito per il mio errore e ho rinunciato al mio titolo e alla pretesa. Pensavo che fosse il prezzo dell'espiazione, ma ormai  chiaro che mi sbagliavo. Questa guerra  ancora
macchiata e la responsabilit  soltanto mia. Per questo
non ho intenzione di fare la mossa migliore, ma quella pi giusta. Andr a Milano e chieder il rilascio di Baldo;
i della Torre avranno me, in cambio.
Ma zio... Matteo era pallido.
Niente ma. La mia decisione  presa e non c' altro tempo da perdere. Stefanardo, vai alle stalle e fa' sellare il mio cavallo. Io andr a prendere le mie cose.
Con aria afflitta, il domenicano fin di appuntare qualcosa e annu.
Ottone s'avvi sulla scalinata a passi lunghi. C'erano ancora molte cose che avrebbe voluto insegnare a Matteo,
ma era sicuro che le avrebbe apprese da solo, nel tempo.
Fatemi passare grid qualcuno dal refettorio, con accento
gutturale. Devo vedere l'arcivescovo esiliato!
Ottone si ferm in cima alla rampa e si volt. Chi mi cerca?
Un uomo alto e spigoloso sulla sessantina comparve ai piedi dell'androne. Indossava una cotta di maglia sopra la veste imbottita, come in mezzo al campo di battaglia. Sal i gradini a due a due, con aria di burrasca. Aveva occhi slavati e la carnagione rosea di elvetici e teutoni, ricoperta delle pi orribili cicatrici che avesse mai visto.
Ottone arretr verso la porta della sua stanza.
Il guerriero lo raggiunse e si inginocchi con un gemito di fatica. Eccellenza, vi prego. Accettate la mia spada al vostro servizio.
Chi siete? gli domand lui, riprendendo a respirare.
Il guerriero alz il volto. Simone Orelli da Locarno.
Lo riconobbe soltanto allora. Aveva combattuto per lui, prima di essere catturato dai della Torre. Vergine santa,
quant'era smagrito e segnato! Faceva paura, pareva un fantasma risvegliato da qualche necromanzia. Che ci fate voi qui?
Voglio servirvi e proteggervi. E avere occasione di vendetta contro Napoleone.
Pensavo aveste giurato di non combattere pi i della Torre, cavaliere.
L'elvetico si port una mano sul cuore. Io ho promesso
di non combattere contro Milano rispose. Ma Napo della Torre non  Milano. E un morbo vivente, che va estirpato al pi presto. So di che parlo.
Un brivido di compassione rotol sulla pelle di Ottone.
So fin troppo bene che demonio senza Dio sia Napoleone.
Ma non sono la persona giusta per ricevere la vostra fedelt.
Quello scellerato adesso ha preso mio nipote. Ora sto andando a salvarlo.
Il guerriero esit per un istante. Non avete ancora saputo?
L'angoscia gli strinse il collo. Saputo cosa?
Napo della Torre ha portato vostro nipote a Gallarate insieme ai nobili catturati alla Guazzer. Parlava monotono,
con volto inespressivo. Li ha decapitati dal primo all'ultimo. Anche quelli che erano gi morti.
Un'ascia invisibile si conficc nel cuore di Ottone.
Quelle parole gli rimbombarono dentro il cranio.
Baldo? Il suo amato nipote, decapitato?
Le ginocchia gli cedettero. Si trov per terra, faccia a faccia col guerriero genuflesso. Non  possibile... La fonte
 sicura?
Ho visto le teste con i miei occhi. L'esercito  in rotta, il morale a pezzi. Solo una persona pu raccogliere il vessillo,
eccellenza. Voi.
Gli occhi di Ottone si annebbiarono di lacrime. La sua mente era in tempesta. Non posso... Ho fatto voto di rinuncia.
Voi mi chiamate eccellenza, come tutti, ma io non sono pi un arcivescovo. Non ne sono degno.
Il veterano sfregiato batt le palpebre. Tutti mi hanno sempre chiamato elvetico, per il mio aspetto e la favella simile. Ma in realt Locarno  in Italia. Tacque per un lungo istante, come a cercare le parole giuste. Non importa
come ci chiamano gli altri, ma cosa siamo chiamati a essere da Dio. Io ora sono chiamato a combattere e voi a fare da guida. Questo  quanto.
La nuvola di dolore dentro Ottone si condens in una pioggia di rivelazione. Dio, il Creatore onnipotente, che ogni cosa vedeva e udiva, gli aveva appena manifestato la sua volont. Non avrebbe potuto esserne pi sicuro nemmeno
se l'eroe attempato davanti a lui fosse stato un angelo
con la spada fiammeggiante.
Ottone si tocc la scarsella al polso e mormor il paternoster. Quando ebbe finito, s'alz in piedi con uno scricchiolare
di articolazioni.
Questo non  pi dunque il tempo di meditazioni e di scelte. Questo  il momento di fare ci che dobbiamo, a qualunque costo. Non so quanti anni durer ancora questa
guerra, ma prego Iddio che me ne conceda abbastanza per portarla a conclusione. Per tutti i nostri cari che sono morti, e per i vivi che ancora subiscono l'oppressione.
Tese una mano al veterano. Lui fece un cenno d'assenso e gliela strinse. Il patto era saldato.
...
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CAPITOLO 51.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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La scia della guerra. Otto mesi dopo, luned 18 gennaio 1277. Albizzate, tappa verso Seregno.
...
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...
A Ottone dolevano la schiena e le gambe. S'era sempre vantato della sua resistenza in sella ma, col suo peso e la sua et, cavalcare per otto ore era un'impresa che non poteva
pi permettersi.
Quel giorno avrebbero fatto sosta al paese di Albizzate.
Si trattava di stringere i denti solo per un altro po'. Per fortuna lo sforzo della cavalcata mitigava almeno in parte il freddo pungente.
Le ombre degli alberi s'allungavano nel sole basso sull'orizzonte.
Dopo aver costeggiato il Lago Maggiore, si erano lasciati alle spalle il clima appena pi mite che aleggiava
nei pressi delle sue acque per addentrarsi nelle basse collinette che fiancheggiavano il Ticino.
La strada, stranamente, l'avevano trovata sgombra dalla
neve, segno che doveva essere stata utilizzata spesso dopo
l'ultima nevicata. Era punteggiata solo di pozzanghere ghiacciate, una lastra sottile che i cavalli spezzavano con i loro zoccoli. Attorno a loro si susseguivano i rami spogli dei frassini e delle querce, ricoperti da un velo di brina.
Zio, volete fare una pausa?
Il pronipote doveva avergli letto nel pensiero. Grazie,
Matteo, ma non abbiamo tempo da perdere. Riposer quando saremo arrivati.
Avete risposto alle ultime missive, zio? Riccardo di Langosco e il marchese del Monferrato sono gi arrivati a Seregno; ci attendono con impazienza.
Anche noi abbiamo i nostri eserciti da spostare. Arriveremo al luogo dell'adunanza quando ci sar possibile.
Stefanardo, con il naso rosso per il freddo che sporgeva dal pesante cappuccio di lana, ridacchi, sfil un guanto e s'appunt qualcosa nel taccuino.
E dovete ancora rispondere alla vedova di zio Obizzo per quella questione dell'eredit gli ricord il pronipote.
Matteo, apprezzo l'aiuto che mi stai dando con le missive,
davvero. Senza di te non sarei riuscito a ricucire le maglie della diplomazia tra i nostri alleati in cos pochi mesi. Ma ora, per amor del cielo, voglio solo fermarmi, riposare.
Matteo s'adombr e non disse nulla.
Ottone sospir. Sapeva perch il pronipote si era buttato tanto a capofitto nell'impresa di aiutarlo. Anche a me manca Baldo. Ma  importante avere pazienza; ogni cosa ha il suo giusto momento, e spesso  meglio aspettare che agire male.
A me non pare che Simone da Locarno si sia fermato ad aspettare, quando ha sbaragliato la flotta Torriana sul Lago Maggiore.
Stefanardo alz il naso dal taccuino. Ma la battaglia di Germignaga l'ha persa.
Quello solo per colpa di Riccardo di Langosco. Non si fosse fatto sconfiggere a terra, la vittoria sarebbe stata nostra.
E io voglio battermi come l'elvetico, finch non vendicher mio padre!
Ottone mise una mano sul suo braccio. Vedi di non farti sentire dal Langosco. Non  un uomo paziente, come non lo era neanche il fratello.
Stefanardo ripose il taccuino e sfreg i palmi delle mani.
Fa troppo freddo anche per scrivere. Ecco perch non si combatte mai d'inverno.
Forse facevamo bene a portare pazienza e ad aspettare la bella stagione, eh, zio?
Ottone lev gli occhi al cielo. Matteo s'era fatto uomo, ma rimaneva sempre una peste.
Sarebbe stato meglio, nipote, ma purtroppo non ce lo possiamo permettere. I Torriani hanno stipulato nuove alleanze. Entro pochi mesi, la disparit tra le nostre forze sar del tutto insormontabile.
Scusate, eccellenza. Stefanardo si rimise i guanti, lo sguardo crucciato. Siete sicuro che qui troveremo ristoro?
Il paesaggio non promette bene.
I campi l attorno erano devastati. Dal numero di corvi che volteggiavano in cielo, dovevano esserci parecchi caduti
insepolti, da quelle parti. Le poche cascine lungo la strada erano distrutte e abbandonate.
Albizzate dovrebbe aver resistito. E un feudo dei Visconti da generazioni; pare che la gente di qui abbia scacciato
i Torriani con zappe e forconi.
Questo star benissimo nella mia nuova ballata! Il fiato del domenicano si trasform in nuvolette di vapore.
Ottone Visconti rialza la testa e riunisce le parti esiliate.
Persino la terra si mette a tremare, a Milano: i Torriani han le ore contate! Non son solo spade che vanno alla pugna...
ma la vanga e il bastone e pur anche... pur anche...
Il pescator che rete impugna? sugger Matteo.
Ottone immagin dei poveri pescatori scendere in battaglia muniti solo di reti rattoppate. Non mi pare un'immagine
edificante.
Avete ragione. Spero solo che la prossima battaglia sia davvero l'ultima.
Ottone guard davanti a loro. Lo sar, padre Stefanardo.
In un modo o nell'altro, lo sar.
Per un po' procedettero in silenzio, finch Albizzate non comparve tra i tronchi: una cinquantina di case grigie
radunate attorno alla strada, circondate da recinti e spogli frutteti. Al passaggio del loro seguito, uomini e donne s'affacciarono alle porte delle abitazioni, fissando con stupore il vessillo visconteo.
Abiti logori, volti scavati dalla fame, carnagioni pallide per le febbri che da oltre due mesi martoriavano la regione.
Una contadina con un bimbo in braccio s'avvicin con qualche esitazione. Era talmente magra che Ottone prov vergogna per la propria pinguedine.
Tir le redini e si chin su di lei. Buona donna...
Lei s'inginocchi e si crucesign con la mano libera;
quel gesto di rispetto lo riemp di piet. No, no. Alzatevi, vi prego.
Un giovane con il mento sfuggente e alcuni vecchi con dei cappelli flosci s'avvicinarono e si genuflessero.
In piedi, in piedi, buoni cittadini di Albizzate. Vi chiediamo
solo un po' d'acqua e ricovero per la notte.
Il bimbo vag; era attaccato al seno vizzo, ma non doveva
venirne nulla. La donna fece un cenno al giovane al suo fianco. Un secchio d'acqua, Bertoldo! Il ragazzo fil via, e torn due avemaria dopo con quanto richiesto.
Matteo vi immerse entrambi i loro otri e Ottone finalmente spense la sete che gli ardeva in gola.
Non abbiamo molto, vostra grazia disse un uomo, avvicinandosi alla donna di prima e cingendole le spalle con un braccio. Ma quello che abbiamo  vostro. Siete l'ultima speranza che ci resta.
Alcuni fanciulli portarono cesti di frutta secca, formaggio
e focacce. Gli uomini del seguito ringraziarono e si rifocillarono, ma lo stomaco di Ottone era serrato. Quella gente si toglieva il pane di bocca per permettere a loro di avere le energie necessarie.
Che voi siate benedetti disse, e strinse le mani callose di tutti i presenti. Stefanardo, segnati i nomi di costoro, li ricorderemo nelle nostre preghiere. E passami la scorta di triaca.
Il domenicano corrug le sopracciglia rosse ed estrasse l'involto dalla borsa della sella.
Ottone lo porse alla donna. Prendete questa medicina. Usatela per i vostri malati.
Stefanardo spalanc le palpebre. Eccellenza, ma quel rimedio costa quanto l'intero villaggio!
La donna strinse pi forte il bambino e accett il dono con le lacrime agli occhi.
Ottone smont di sella e affid il suo cavallo a Bertoldo.
Sai, Stefanardo, disse a bassa voce io ho sempre combattuto per me stesso. Per dare lustro ai Visconti e per le ricchezze della cattedra arcivescovile. Poi ho iniziato
a preoccuparmi dei cittadini banditi da Milano, che soffrivano il giogo della dittatura dei della Torre. Ma ora mi rendo conto che il popolo delle campagne ha subito anche di pi. Loro hanno vissuto l'andirivieni degli eserciti
in lotta e hanno pagato il prezzo pi alto.
 per questo che dovete vincere, eccellenza.
Non io. Saremo tutti noi, a vincere. Il domenicano tir fuori il suo taccuino degli appunti.
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CAPITOLO 52.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Riprendere le armi. Due giorni dopo, mercoled 20 gennaio 1277. Accampamento dei ribelli, Seregno.
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Era da prima dell'investitura che Ottone non si avvicinava cos tanto a Milano.
A nord-est, in lontananza oltre le colline boscose, fece capolino la cima frastagliata del Resegone.
Il suo cuore diede una stretta. La cittadina di Desio, dov'era stato canonico negli anni d'oro insieme ad Agnese,
era ad appena un paio di miglia da l, e il paesaggio che vi si scorgeva era il medesimo. Una pioggia di ricordi agrodolci
gli invase la mente.
Misero piede a Seregno sul calar della sera; le due torri campanarie della cittadina spiccavano contro il cielo livido;
l'accampamento dell'esercito si srotolava dalla piazza della chiesa di Sant'Ambrogio, nella parte bassa del paese, alle campagne che circondavano l'abitato, fin quasi al bosco
spelacchiato. Molti tronchi erano stati mozzati di fresco,
e innumerevoli fal e pennacchi di fumo s'alzavano tra le tende asserragliate una contro l'altra.
Gli accampamenti erano pensati per la stagione calda.
Nei mesi invernali, il fabbisogno di legna necessario a riscaldare
un intero esercito doveva essere estremamente pi alto del normale. Ottone non aveva mai riflettuto su
quel dettaglio, ma in effetti non era cosa da poco. Stavano chiedendo moltissimo non solo a contadini e fattori, ma anche ai soldati stessi.
Scese da cavallo sul fango duro. Tutti i piedi e gli zoccoli di passaggio avevano trasformato le strade e la piazza
di Seregno in un unico pantano. Condusse la cavalcatura per il morso attraverso la piazza con la sua sparuta corte.
Pochi prestavano loro attenzione. Gli occhi erano bassi e infossati, le vesti chiazzate di sporco vecchio, le labbra bluastre tremavano e le suole strisciavano a terra. Lo sconforto era come un miasma spesso che aleggiava tra gli uomini; se ne sentiva quasi l'olezzo. Il suo pronipote si guard attorno.
Perch questo posto  cos strano, zio?
Il morale  a terra. Troppe sconfitte, troppi morti; ma soprattutto, le condizioni di alloggio delle truppe sono pessime e il rancio  scarso. Capisci perch dicevamo che la guerra  molto meglio farla d'estate?
Matteo contrasse i muscoli della mascella e annu.
A questo aggiungi che, ormai, la novella dei nuovi eserciti che Napo sta raccogliendo dovrebbe essere giunta anche qui. Sapere di essere in grande inferiorit non aiuta a sollevare l'umore.
Stefanardo s'accost al suo orecchio. Eccellenza, guardate l.
Alcuni fanti in addestramento avevano abbassato le picche e mormoravano, fissandolo con occhi grandi di speranza. Alcuni s'erano aggiunti al suo codazzo, come in processione.
La vostra sola presenza opera un cambiamento! Stefanardo si
sfil i guanti, tir fuori il suo liuto e inizi a pizzicare le corde. La sua voce melodiosa inizi a cantare la storia della sua nomina ad arcivescovo e del veto dei della Torre; anche coloro che se ne stavano seduti e avvoltolati
nelle coperte levarono le fronti.
La musica risvegli la piazza dalla sonnolenza, mescol l'umore della gente e strapp persino qualche sorriso.
Con la testa leggera e i passi lenti, Ottone sal i gradini del sagrato di Sant'Ambrogio e si volt a scrutare la piazza.
Avevano bisogno di una guida; doveva dare a tutti l'occasione di imprimerselo nella memoria. Forse, prima di entrare a officiare la messa, era il caso di dire qualcosa.
Squarcino Borri alz la spada, e lo stesso fece Simone da Locarno. Il marchese del Monferrato si tolse il berretto di pelliccia dai capelli a scodella; ora che si era lasciato crescere la barba, non sembrava pi un giovincello. I nobili
alleati chinarono il capo, come pure Matteo e gli altri Visconti che s'erano uniti alla battaglia.
La piazza intera era gremita.
Fratelli! Alz le mani, come ad abbracciarli tutti.
Ho camminato tra voi e ho percepito la disperazione dei vostri cuori. So che molti meditano di andarsene, di lasciare
la lotta a cui hanno gi tributato tanta fatica e sangue.
I della Torre sembrano forti, addirittura invincibili...
ma non lo sono! Alz ancora di pi la voce. Io vi dico che  nell'ora pi buia che bisogna avere fede nella luce di Dio. E nell'ora pi buia che troveremo la forza per restare uniti e combattere per la nostra causa tutti insieme.
Un fervido mormorio serpeggi dai militi fino ai villici combattenti, assiepati in fondo alla piazza. Erano loro a pagare il prezzo pi salato per la guerra; coloro che dai conflitti dinastici non avevano nulla da guadagnare ma tutto da perdere.
Il mormorio s'attenu, Ottone riprese a parlare. Per un anno ho abbandonato la guerra contro i della Torre.
Lo sapete perch? Perch volevo che guerre e morti finissero.
Speravo che, rinunciando alla cattedra di Milano, la pace sarebbe ritornata. Ma mi sbagliavo. Questa non  pi una contesa tra nobili. E la guerra per la liberazione di un popolo! La voce gli trem per l'emozione. Ma ora
che ho appreso questa lezione, non lascer pi che gli innocenti soffrano per l'avidit dei superbi!
Un'ovazione s'alz dalla folla riunita.
Scem poco per volta; alla fine una voce dura si lev dal codazzo d'onore. E che volete fare? Era Guglielmo del Monferrato a parlare. I della Torre sono pi numerosi di noi, pi forti, meglio acquartierati. I loro mercenari alemanni
sono inarrestabili in battaglia, non abbiamo speranze.
Ottone allung una mano verso Matteo, che gli pass il pastorale. Lo tenne sollevato in modo che tutti lo vedessero.
Dio  speranza! Non c' nulla che ci possa fermare, poich con noi c' l'Onnipotente! Sentiva un nuovo fuoco ardergli nel petto. Non per noi, non per la nostra gloria o il denaro, ma per portare il sollievo a una terra arida e ferita. La tirannia dei della Torre va estirpata, ma non baster il ferro delle armi. Finch il nostro cuore sar pieno d'odio e avidit, falliremo. Solo con la speranza e affidandoci ciecamente a Ges nostro Salvatore avremo la vittoria. E, stavolta, intendo dare l'esempio io stesso!
Stefanardo riprese a suonare il suo liuto.
Ottone cammin fino al bordo del gradino pi alto e sollev il pastorale, cos che tutto l'esercito potesse vederlo.
Infatti, sappiate che sar io a guidare l'esercito nell'ultima battaglia. Ottone punt il pastorale sulla folla. E non dalle retrovie, come in passato, bens in prima fila, fianco a fianco con chi rischia la vita. Non in sella a un destriero corazzato, ma a piedi, perch avr Dio a guidare i miei passi. Non in armatura, perch non c' arma al mondo che possa scalfire la mia fede. E non avr spade o altre armi che questo! Alz ancora di pi il bastone. Il pastorale sar la mia unica arma!
L'ovazione esplose in un boato che gli fece fischiare le orecchie. Il petto di Ottone formicolava di gaudio: era stato sincero dalla prima all'ultima parola, ed era riuscito a ridare conforto alla sua gente!
Grazie, Agnese. Nel tumulto assordante, si sfior la scarsella.
Nelle prime file del corteo ci fu del trambusto. Nella calca, qualcuno cercava di farsi spazio per avvicinarsi.
Squarcino s'allarm e si frappose a scudo proteso sulle gradinate, la mano gi sull'elsa.
Ottone si sporse per vedere l'uomo che si stava sbracciando: i capelli avevano la tonsura, e la tonaca che indossava
era infangata, ma di fattura fine. Non sembrava un attentatore.
Fatelo passare, fatelo passare!
I membri della corte si fecero da parte. Un sacerdote col volto quadrato emerse tra di loro, sal alcuni gradini e si ferm al suo cospetto. Aveva un che di familiare.
Chi siete? Credo di ricordarmi di voi, ma non rammento il vostro nome.
Mi chiamo Leonardo, e sono il prevosto della parrocchia di Desio. Non pensavo vi sareste ricordato. Ci incontrammo
alcuni anni fa, a Biella.
Oh, ecco! Era stato presente alla rinuncia del suo casus belli. Che vi porta qui, padre Leonardo?
Una questione importante. Il prevosto s'inginocchi sul penultimo gradino. Eccellenza, quel giorno a Biella io percepii la sincerit nelle vostre parole. Era una decisione sofferta e scomoda, che voi come uomo credevate giusta. Ma oggi ho udito dalle vostre labbra la voce tonante dall'Onnipotente! La sua voce trem e si ruppe.
Allung i palmi, come un affamato che chieda il pane.
Sorpreso e toccato da tanto fervore, Ottone gli porse la mano. Lui la prese tra le dita tremanti e baci l'anello vescovile,
poi alz su di lui occhi pieni di urgenza.
Porto importanti novelle sui della Torre. Ho fatto pi in fretta che ho potuto...
Novelle? Dite, dite!
Il prevosto si mise la mano sul petto e fece un profondo respiro. Si tratta di Napo della Torre. Lui e suo fratello
Francesco, insieme ad alcuni nipoti e a Ponzio degli Amati,
podest di Milano, stamattina sono giunti a Desio con una scorta di poche centinaia di cavalieri.
Ottone trasecol, il suo cuore inizi a battere forte. I
suoi nemici, il cuore vivo della casata dei Torriani, radunati
tutti insieme a un paio di miglia da l, dove avrebbe potuto catturarli in una volta sola?
Poche centinaia di cavalieri, avete detto?
Il prete esausto annu. Non so il numero esatto. Alcuni
miei parrocchiani dicono ottocento o mille, ma secondo
i pi avveduti non raggiungono la met di quel numero.
I cavalieri alemanni del nemico erano guerrieri terrificanti,
ma mezzo migliaio erano un numero che forse potevano
affrontare. Era la loro ultima occasione!
Non metteva piede a Desio da decenni, ma ricordava un muro esterno e un'altissima torre di avvistamento, da cui senz'altro li stavano gi tenendo d'occhio.
Delle porte cittadine che mi dite? Quant' presidiato l'accesso alle mura?
Il religioso si torse le dita. Non sono un esperto di questioni militari, eccellenza. Tutto il complesso della basilica
 murato e pattugliato. Ma non credo che si aspettino un attacco in forze. Quello che so dirvi con certezza  che a Desio sono tutti stufi dei Torriani e che un pugno di arditi mi ha gi promesso che attender il vostro arrivo.
Appena udiranno che siete arrivati, insorgeranno e terranno aperte le porte cittadine per voi.
Ottone non osava credere alle proprie orecchie: niente intrighi, niente tradimenti, niente di niente! La fortuna gli era letteralmente piovuta tra le mani. Erano bastate la fede, l'umilt e la tenacia: qualcuno vegliava su di loro dall'alto dei cieli. Con gli occhi che formicolavano di commozione e speranza, Ottone strinse forte le mani del prete e fece un passo
indietro.
Ascoltate tutti quanti! So che siete stanchi, che molti di voi sono provati dal freddo e che altri hanno i piedi dolenti per la marcia da Como. Ma io ho una domanda molto importante per voi!
Ottone punt il pastorale sul cielo infiammato dal tramonto.
Voi desiderate che domani, a quest'ora, la guerra contro i della Torre sia conclusa per sempre?
La folla trattenne il respiro. Altroch se lo volevano: si sporsero tutti verso di lui, tesi come corde d'argano e con preghiere di speranza a fior di labbra.
E allora io vi chiedo un ultimo sforzo, guerrieri! Dio ci ha mandato un segno! Questa notte noi marceremo alla volta di Desio col favore dell'oscurit, cos che non ci scorgano. E domani all'alba avremo la nostra vittoria, una volta per tutte! Chi  con me?
La piazza rispose con un boato.
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CAPITOLO 53.
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NAPO DELLA TORRE.
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Teste sulle picche. Medesimo istante, mercoled 20 gennaio 1277. Piazza della basilica, Desio.
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Queste sono le ultime, messere. Con mani tremanti, il milite pos a terra un largo cesto di paglia intrecciata.
Napo guard all'interno.
Le teste erano di una donna e tre uomini. Anzi, due uomini e un fanciullo implume come suo nipotino Cassono. I suoi occhi vitrei lo accusavano in silenzio.
Anche in quel gelo, la puzza di putrido era pestilenziale.
Ora, prima che tu combini un altro macello. Napo sput a terra. Hai imparato s o no, come si infilano sulle picche?
Il soldato nascose le mani dietro la schiena, si mosse negli stivali ed evit il suo sguardo. Credo di s, messere.
Quel suo contorcersi nell'apprensione era buffo e gratificante.
Bene, allora verifichiamo. Dove va infilzata la picca?
N-nel collo mozzato, mio signore balbett il soldato.
Dentro la strozza.
Napo si finse sbalordito. Mi stai dicendo che quindi le teste non s'infilzano per la bocca?
Lui scosse il capo con decisione. No, messere.
E come mai no?
Perch cos guardano per terra e non dritte. E poi non stanno conficcate bene, e i corvi nel beccarle le fanno cadere.
E quindi dove va fatta passare, la punta della picca?
Nell'apertura della strozza, messere.
Fino a dove?
Il soldato abbass gli occhi e li mosse rapidi in ogni direzione, come se cercasse un suggerimento nella terra battuta.
Fino a dove la devi conficcare, soldato?
Finch non ... ben salda?
Napo gli agganci il collo con l'incavo del gomito e strinse la sua testa contro il petto. Stritol; quello diede un rantolo e gli tast i muscoli tesi dell'avambraccio, ma non os divincolarsi.
Fin dentro il palato molle gli bisbigli all'orecchio.
Lo sai dov' il palato molle, capra ignorante?
Non lo so, messere! Piet...
Prova a ripiegare quella lingua lurida all'indietro nella fogna che hai per bocca. Piegala. Stai piegando la lingua?
Il soldato mugugn un disperato assenso.
Bene, sussurr lo senti che c' un punto in cui il tuo palato, che  duro vicino ai denti, diventa invece molle come la polpa d'un frutto? Lo senti?
Lo sento! Lo sento, messere!
Bene, quello  il palato molle. Napo prese fiato e grid.
Ed  l dentro che devi infilzare quella fottuta picca! O
vuoi che le teste continuino a cascare dalle mura?
No, messere! Ho inteso!
Hai visto che per colpa tua da stamattina c' un merdoso
branco di cani randagi che passeggia sotto le mura?
Ad aspettare che cadano altre teste?
Gli moll il cranio. Il soldato si raddrizz, purpureo in volto. Non cadranno pi, messere!
Se ne farai cascare un'altra, quella dopo sar la tua.
Portale alla merlatura, non perdere tempo!
Il soldato si pizzic il collo arrossato e toss un paio di volte. S, messere! Si chin, afferr il cesto e lo sollev con uno sbuffo di fatica. Corse sui gradini di legno fino al camminamento, la cesta gocciol un filo di sangue.
Napo segu i movimenti frenetici del soldato mentre infilava
con attenzione i crani negli spiedi che aveva fatto disporre. Ormai il giorno languiva.
Era stata una scenetta che avrebbe molto divertito Margherita, un tempo.
Quel pensiero gli diede una stretta allo stomaco.
Dio era stato crudele, a punirla con un terzo aborto. Da allora s'era rinchiusa nei suoi silenzi e aveva smesso di interessarsi a qualsiasi cosa, se non alle sue bambole di stoffa, che ninnava e accudiva come dei veri neonati, da mattina
a sera.
Sul portone della torre d'avvistamento comparve Francesco con una fiaccola in mano.
Non ti stanchi mai di collezionare crani, fratello?
S'avvicin a lui. Era diventato grigio, ma non aveva perso quel suo sorriso triste, come di costante rimprovero.
Faccio quello che si deve per mantenere l'ordine. E tu lo sai bene. Lo scrut. A proposito, conte di Seprio, com' che t'interessi di nuovo alla famiglia?
Francesco scroll le spalle. Siete sempre stati tu e tua moglie a non apprezzare la mia presenza. Ma restiamo fratelli:
tu mi hai chiesto aiuto contro il Visconti, e io sono venuto.
Fingeva. Nascondeva il suo disprezzo. Lo faceva da sempre.
Devo proteggere la mia gente, Francesco. La nostra gente. Ma tu che ne sai? Tu non te le sporchi mai, le mani.
Come quella volta a casa Borri.
Lui aggrott le sopracciglia. Non rammento.
Quando ti cospargesti di sangue e cervella di vacca per farmi credere che avessi fatto strage di nemici.
Francesco ridacchi, evasivo. Oh,  vero! E chi se ne
ricordava pi... In ogni caso, stavolta combatter per te.
Siamo una famiglia,  tutto ci che conta.
Il fratello se ne and. Napo lanci un'occhiata alla trapunta
di stelle e inal l'odore ferroso del sangue. Dove s'era cacciato suo nipote?
Guido! grid. Guido!
Ohi, zio! Il suo erede designato s'affacci alla porta della sala di giustizia. Che c'?
Ma allora, novit da Lecco? Arriva l'esercito, o no?
Io di messaggeri non ne ho ricevuti. E ormai  buio, stasera non arrivano di certo.
Quei rognosi alemanni! Vedrai se non si saranno fermati
in qualche paese a far sacco e baldoria. Mi domando che li paghiamo a fare.
Paghiamo loro perch purtroppo sono i migliori a uccidere.
Comunque arriveranno entro un giorno o due, vedrai;
piuttosto, sappi che la gente di Desio  inquieta.
Napo sbuff e gli and incontro. Stai ancora ascoltando
le beghe dei popolani?
Il giovane allarg le braccia. Che vuoi farci? E sempre la solita storia. I nostri soldati si sfogano, i popolani borbottano
e io devo dannarmi l'anima ad ascoltare dei pomposi
portavoce e fingere che mi interessi qualcosa. E questi qui stanno perfino alzando la cresta.
Ah s? Fanno i galletti?
Eh, alquanto.
Napo sorrise. Portamene qui tre. Se guardi gli spazi tra un merlo e l'altro, indic la cima del muro ornato di teste noterai che ci sono ancora tre picche libere. E io detesto lasciare le cose incompiute.
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CAPITOLO 54.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Per Milano! Alcune ore dopo, gioved 21 gennaio 1277. Campagne di Desio.
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La luna creava arabeschi di ombre nella campagna brulicante di soldati viscontei.
Per suo ordine, neanche una fiaccola feriva la notte: l'esercito era una marea nera che scricchiolava sui ramoscelli
coperti di brina e bestemmiava sottovoce a ogni urto di una tibia contro una radice, una roccia affiorante o la gamba di un commilitone.
Ottone dava il passo a oltre mille cristiani in armi.
Un passo, uno sguardo al terreno, un passo. La campagna era dura sotto le suole dei suoi stivali. Gi grosse vesciche
gli si erano formate sulla pianta del piede, e ogni volta che li posava, una piccola fitta si diramava dalla schiena alle ginocchia. Non camminava cos tanto da decenni, ma il dolore non era importante.
Nulla lo era.
Desio era davanti a loro, affogata nella foschia.
Con il prevosto Leonardo alla sua sinistra, Stefanardo a destra e Matteo poco lontano, procedeva nella sua marcia sacra a testa alta. Gente che era stata strappata dalle proprie
case e radunata sotto un unico stendardo, come Stefanardo.
Gente che aveva visto ammazzare le proprie famiglie, come
Squarcino. Gente che si era ritrovata senza nulla, se non con un'anima d'acciaio temprata nel dolore, come Simone da Locarno. E adesso tutte quelle persone erano l, ciascuna con la propria storia, tutte radunate sotto
la sua guida, per mettere fine all'ingiustizia dei della Torre una volta per tutte.
Un brivido di fierezza e di gratitudine gli sal dalle reni.
Don Leonardo indic un piccolo fosso alla loro sinistra.
Non manca molto. Riprese a pregare sottovoce.
Sorella luna  con noi disse Stefanardo, alzando gli occhi al cielo.
Ma allora, da dove generava la paura che gli faceva accelerare il cuore?
Fratelli miei, credete che Cristo stia realmente guidando
i nostri passi? domand ai suoi accompagnatori.
I due preti annuirono come un sol uomo.
Ci sono stati momenti, nella mia vita, in cui ho creduto che nemmeno esistesse insistette sottovoce. E ogni accadimento
di cui ero testimone non faceva altro che rafforzare
quella convinzione. Cos' cambiato, secondo voi?
Siete cambiato voi rispose Stefanardo.
Ottone sorrise tra s. Era vero; stavolta non ne era solo convinto con la mente. Stavolta lo sapeva. Se lo sentiva dentro la pancia, dentro le ossa: Dio c'era. Aveva fatto entrare l'Onnipotente nel suo cuore, e adesso lo sentiva al proprio fianco, a guidare i suoi passi.
Accidenti, arcivescovo. Come fate a non inciampare mai, in questo buio? Il canonico di Desio ridacchi nuvolette
bianche e poi recit: Egli dar ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno
perch non inciampi nella pietra il tuo piede.
Quella notte, il salmo di re Davide sembrava essere stato
scritto apposta per lui.
Ottone volt il capo e scorse il profilo di Baldo.
Il suo cuore salt un battito.
Ma no... era Matteo, il suo amato pronipote. Bisbigliava
con Squarcino e procedeva a piccoli passi sicuri. Anche se a volte lo trattava come un ragazzo, ormai era un uomo. E
combatteva al suo fianco.
Il cielo d'oriente inizi appena a rischiararsi del pallore tenue dell'aurora. Dalla bruma emersero le mura di Desio.
La cittadina era avvolta nel silenzio; nessun allarme, nessun fuoco sulle mura. Con tutto il fracasso di quell'avanzata
furtiva, era quasi un miracolo che nessuno si fosse ancora accorto del loro arrivo.
Tuttavia, se si fossero mossi a cavallo sarebbe stato molto peggio; l'idea di Squarcino di lasciarli indietro era stata ottima. Se avessero vinto, Ottone l'avrebbe nominato
Capitano del Popolo di Milano. Se lo meritava, dopo tutto il coraggio, la fedelt e il buon cuore che aveva dimostrato.
Un movimento tra gli alberi lo fece sobbalzare. Un pastorello
sui dieci anni era gi al pascolo con le sue capre.
Li fiss con occhi sgranati, il bastone gli cadde a terra.
Un balestriere dell'avanguardia alz l'arma, ma Ottone lo ferm.
No,  solo un ragazzo.
Il pastorello s'irrigid con la bocca aperta. Buon Dio, era terrorizzato! Se ora avesse cacciato un grido, dalle mura l'avrebbero sentito senz'altro!
Matteo schiocc le dita e richiam l'attenzione del fanciullo.
Gli fece un bel sorriso e si mise un indice davanti alle labbra.
A bocca aperta, il pastorello annu. Passandogli accanto,
il suo pronipote gli accarezz la testa, gli mormor qualcosa
e prosegu. Il pastorello scapp via; sollievo e fierezza riempirono il petto di Ottone.
Sarebbe meglio metterlo a dormire, eccellenza. Il balestriere
si gratt il mento. Quello magari va a dare l'allarme.
Ottone alz il pastorale: tutti i borbottii cessarono.
La luce cresceva nell'aria limpida e rarefatta del mattino
e la fede gli riempiva il petto al punto da sottrarre ogni spazio al dubbio e alla paura. Ascolt per un lungo istante il silenzio, agitato solo dai miti campanacci degli armenti; lo assapor.
La quiete prima della tempesta.
Riprese a camminare sul fondo di sterpi ghiacciati, ciuffi d'erba e vecchi solchi d'aratro. Le mura di Desio si ergevano
alte e minacciose, sempre pi grandi a ogni passo. Ottone allung le falcate passo dopo passo; forz le ginocchia dolenti all'interno della tonaca. Senza nemmeno accorgersene, stava correndo come se avesse avuto ventanni di meno.
Il sole sorse all'orizzonte. Ottone sollev il pastorale nella sua luce, scintilli dorati baluginarono tra le ultime ombre, che parvero fuggire di fronte a lui e alla sua armata di luce.
Era il momento di dare il segnale. Inspir a pieni polmoni e grid.
Il coro di voci del suo esercito gli sorse alle spalle come
il rombo del tuono e s'infranse contro la citt come il mare
in tempesta contro gli scogli, con forza tale che per un attimo pens che sarebbero bastati i loro versi guerreschi a far crollare il muro, come a Gerico secondo il Libro di Giosu.
Gli elmi di un paio di guardie scintillarono in cima alle mura. Il rumore acuto di un corno si lev dalla citt.
Per un istante, l'antico tarlo del dubbio l'assal. Era stato
saggio venire l a piedi portando solo le proprie armi, senza scale n un ariete d'assedio? Se gli abitanti della citt
non avessero aperto le porte dall'interno, come avrebbero
potuto entrare in citt? Sarebbero rimasti chiusi l fuori a battere i denti, finch i cavalieri teutonici non fossero
sopraggiunti come un torrente di metallo, falciandoli come spighe mature. Stava basando l'attacco decisivo unicamente
sulle parole di un canonico e sull'impressione che ci fosse dietro la mano di Dio!
Si riscosse. Non poteva permettersi indugi. Strinse ancora
pi saldamente il pastorale. Sostenne la corsa quanto lo consentivano le cosce affaticate. Per Milano!
Il grido si trasform in un ruggito in tutta la valanga dei soldati in carica. Per Milano! Per Milano! I pi lesti lo superarono ai lati, e s'allungarono tra gli ultimi campi gelati
e le baracche fuori dalle mura. Giunsero alle porte di Desio senza che dalle mura cadesse la prima freccia.
Incassati nell'arcata d'accesso c'erano due spessi battenti
di quercia, punteggiati dalle capocchie dei chiodi.
Erano serrati cos strettamente che nemmeno un sorcio vi sarebbe potuto strisciare sotto.
Il cuore gli balz nella gola. Ancora un istante, e avrebbe scoperto se Dio l'aveva in gloria, oppure se sarebbe morto come il pi grande degli stolti, in quella gelida mattina di gennaio.
Dio, aiutaci! Rallent la corsa; aveva il fiatone e il naso gelato.
I suoi soldati si compattarono davanti alle porte chiuse e rimasero l sotto, a martellare le tavole di legno con i pomoli delle spade. Si ferm in mezzo a loro.
Per la verga di Ambrogio, sono chiuse! esclam Matteo.
Pareva aver assorbito la sua esclamazione pi volgare.
Che facciamo, zio?
Ottone s'accorse di essere perfettamente calmo. Abbi fede. Tutti quanti, aspettate che Dio si manifesti!
La calca di fanti vocianti sotto la porta s'allarg. Un altro
suono di corno risuon dall'interno.
Il Signore ha un disegno per tutti noi, oggi! Ottone si sgol per farsi udire da pi persone possibili. Di fronte a noi abbiamo la prova pi difficile della nostra vita. Da questa battaglia dipenderanno le sorti di Milano e di tutte le famiglie che ci vivono. Preghiamo!
Si crucesign con il pastorale. Tutti i guerrieri lo fecero con le spade.
Chiediamo l'intercessione della Beata Vergine, di
sant'Ambrogio e del santo che  venerato oggi, il ventuno di gennaio...
Una fitta di oblio gli oscur la memoria. Che santo si celebrava, quel giorno? Erano giorni che non controllava.
Che sciocca dimenticanza; gett un'occhiata d'aiuto a Stefanardo da Vimercate.
Oggi si celebra sant'Agnese, eccellenza.
Un fiotto di meraviglia gli mozz il fiato. Sant'Agnese?
Un torrente gli scrosci nel cuore e gli inumid gli occhi di mistica meraviglia.
Non poteva che essere cos! Lev gli occhi al cielo. O
bellissima Agnese! Tu che ci vegli da lass col tuo sguardo attento e la tua bont, odi la nostra supplica! Nel giorno consacrato al tuo nome, concedici la vittoria per Milano!
Lacrime calde gli zampillarono dalle ciglia, le asciug con la manica del mantello pastorale.
Un fervido coro di preghiere si lev dai soldati. Alcuni si misero in ginocchio, altri si cavarono dal gambesone crocifissi e minuscole icone dipinte.
Come in risposta a quelle richieste, i massicci battenti ebbero un tremito. Qualcuno dall'altra parte stava rimuovendo
la barra che li serrava!
Ottone sorrise e singhiozz allo stesso tempo. Grazie.
Io ti lodo, ti benedico e ti rendo grazie! Si pos la scarsella
contro la fronte e abbass la voce. Grazie di aprirmi questa porta, e di aver dischiuso quella ben pi pesante del mio cuore. Paura e ambizione l'avevano serrata, distogliendomi
dalla via dell'amore. Per avermi fatto ritrovare me stesso e la mia fede, ti rendo grazie, e te lo render in perpetuo.
I battenti si spalancarono, rivelando i volti di due popolani.
Entrate, presto!
Ottone baci la scarsella e si gett in avanti, insieme al fiume dei suoi soldati.
Matteo, Simone e Squarcino si riversarono in citt come
l'acqua da una chiusa sollevata. Diversi popolani erano
riversi al suolo, un gruppo di picchieri della Torre stava
massacrando i cittadini di Desio che avevano spalancato loro le porte. Vennero travolti dal loro impeto.
Padre Leonardo e Stefanardo gli si strinsero attorno e cominciarono a pregare il Signore. Le parole dei salmi riverberarono
tra il clangore di spade della battaglia.
In fondo alla via comparvero imponenti cavalieri vestiti di metallo, con scudi e mazze ferrate.
Gli alemanni! grid Squarcino Borri. Compattatevi! Lance in avanti!
Nella via stretta tra le file di case, i viscontei si spintonarono per scambiarsi di posto. Due di essi caddero e furono calpestati dai loro stessi compagni: dalle loro spalle, la calca di fanti oltre la strozzatura delle porte premeva inesorabile verso il centro cittadino.
Carit del cielo! Le vie cittadine sono troppo strette per movimenti coordinati.
L'elmo di Simone da Locarno annu. Vale anche per loro. Osservate.
Per Milano!
Il fiume di spade viscontee si scontr con i primi due cavalieri nemici; gli altri non avevano spazio sufficiente per stare affiancati, in quella stradina.
Il primo mercenario in sella abbatt un poderoso colpo di mazza contro il primo visconteo, che spar e fu sostituito da altri due, che gli pungolarono la cotta con lunghe aste.
Dalle file arretrate si lev una gragnuola di sassi, bastoni e asticciole, che investirono i cavalieri. Le bestie nitrirono, s'alzarono sugli zoccoli ferrati e cercarono di arretrare lungo
la via. Uno degli alemanni venne afferrato per la staffa e tirato gi dalla sella.
Il vantaggio  nostro. La voce sotto l'elmo era sorridente.
Ogni stipendiano a cavallo pu abbattere cinque fanti o anche pi, ma solo in campo aperto. Qui non possono
prendere slancio e nemmeno ripiegare.
Ottone conosceva quel concetto militare, ma solo come nozione: vedere con i suoi occhi i leggendari mercenari teutoni messi in difficolt da un assalto tanto sgangherato era stupefacente.
Altri di loro furono disarcionati; grida rauche in alemanno
richiamarono all'indietro la cavalleria, la fiumana viscontea riprese ad avanzare.
Avanti, Simone! Per Milano! Avanzarono insieme al torrente di spade.
Pi avanti la viuzza s'apriva nella piazza del mercato.
Nella foschia mattutina, tiratori della Torre li aspettavano appostati sui tetti e dietro le mura del complesso basilicale,
protetti a terra da formazioni di alemanni smontati di sella.
Ahi disse il veterano. Qui cominciano i dolori.
Gli scatti secchi delle balestre rivoltarono le viscere di Ottone. Una pioggia di quadrelle flagell la prima ondata
dei viscontei, che caddero e furono scavalcati da chi stava dietro. Squarcino Borri gett via il largo scudo trafitto
da due asticciole e guid la sua schiera contro gli alemanni, sollevando la spada con ambo le mani. Per Milano!
L'esercito visconteo dilag nella piazza in una selva di spade, ma stavolta la linea compatta dei nemici resse l'urto
senza vacillare.
Satanasso! Al confronto con le sue truppe, gli alemanni parevano giganti. Inoltre, ciascuno indossava gambesone, cotta e cervelliera, mentre almeno met dei fanti viscontei aveva elmi e armature di raccatto.
Dobbiamo spezzare subito lo schieramento disse il veterano in tono grave. O in questa piazza ci fanno tutti a pezzi.
Dalle abitazioni affacciate sulla piazza, volti di uomini, donne e bambini seguivano lo scontro. Alcuni di loro erano
attoniti, ma molti agitavano i pugni e li inneggiavano.
Scortami da quella parte, Simone! Ottone recit a gran voce il paternoster e avanz col suo drappello verso la linea
del tumulto.
Abitanti di Desio! grid con tutto il fiato che aveva in corpo. Il giorno della riscossa  giunto! Ribellatevi agli oppressori che vi hanno soggiogati! Sollev il pastorale dorato.
Molti sguardi si appuntarono su di lui, afflitti dall'indecisione. Come biasimarli: i guerrieri alemanni facevano paura. Serviva una prova; qualcosa che li convincesse che Dio era dalla sua parte.
Di l dalla piazza, sugli spalti merlati del complesso basilicale, qualcuno lo indic a tre balestrieri, che presero la mira.
Un sacro fuoco gli avvamp nei nervi, spazzando via ogni esitazione. Eccola, la prova che cercava! Si arrampic
su alcune casse. Eccellenza, no! Una delle guardie gli afferr il lembo del mantello scuro. State gi,  pericoloso!
Ottone liber la falda dalle sue dita e si mise in equilibrio
in cima a una cassa. Ora l'intera piazza poteva vederlo.
Gonfi il petto, allarg le braccia, alz il pastorale ingioiellato verso il cielo limpido del mattino. Coraggio, tiratori! Che aspettate?
Cos sfidati, due dei tre balestrieri si scambiarono occhiate incerte; il terzo invece scocc. L'aria vibr di un sibilo simile a quello delle vipere.
Sul fianco sinistro, le sue ampie vesti diedero uno strattone e si lacerarono. Ottone vacill sulla cassa e ritrov l'equilibrio; il dardo gli aveva forato il mantello appena sotto l'ascella. Alz di nuovo le braccia e il pastorale. Un boato di ovazioni si lev dagli abitanti di Desio stretti nelle loro case.
Sulle mura, gli altri due tiratori abbassarono le armi e presero a litigare col loro comandante. Dopo quel che avevano visto, non avrebbero pi osato tirare.
Le porte alle spalle dei mercenari si spalancarono una dopo l'altra. Una folla armata di vanghe, accette e forche da fieno si rivers sugli alemanni, prendendoli di sprovvista alle spalle.
La gente insorge, eccellenza! esult Stefanardo, la voce rotta dall'emozione. Avete fatto il miracolo!
No, sono i della Torre che hanno attirato la rovina.
Ottone scese dalla cassa e baci la scarsella. Io ho solo dato
il buon esempio. Fammi strada verso le mura, Simone!
Agli ordini.
La linea della battaglia si scompagin in una mischia furibonda. Rivoli di sangue scorsero tra i ciottoli sotto i loro piedi, si raccolsero in pozzanghere.
La furia del combattimento li circond, l'anello delle sue guardie and in pezzi. Ottone si ritrov lontano da Leonardo e Stefanardo.
Simone da Locarno si blocc davanti a un alemanno alto quanto lui. Le spade lampeggiarono. Il suo scudiero devi un paio di fendenti con la spada, poi scatt con l'altro
braccio e abbatt lo scudo brocchiere sull'elmo del nemico, che fece due passi indietro e cadde di schiena.
Era stata una botta poderosa, doveva avere perso i sensi.
L'eroe di Locarno espir sotto l'elmo e riprese ad avanzare.
Come faceva a sembrare tanto calmo e a suo agio, nel mezzo di quell'orgia di sangue?
Matteo! Ottone scrut la folla di soldati e popolani.
Squarcino!
Non ottenne risposta e non li vide.
I rintocchi delle campane troppo vicine lo assordarono.
Qualcuno lo urt sul fianco. Fin in terra. Un groviglio di gambe e corpi in movimento lo assedi da ogni direzione, impossibile dire se fossero amici o nemici. S'aggrapp al pastorale come un vecchio al suo bastone e si rimise in piedi. Dov'era finito Simone?
Si trascin in avanti per un pezzo, in mezzo al caos di uomini e armi. S'infil in un vicoletto a riprendere fiato.
Non era abituato a tutto ci. Neanche da giovane era
mai stato nel cuore di una battaglia. Non era tanto la brutalit
o la violenza a sconvolgerlo, quanto quella confusione,
l'assoluta impossibilit di capire cosa stesse realmente succedendo.
L'immagine di Matteo trucidato nella battaglia gli lampeggi
nella mente come un incubo. No, lui era forte, se la sarebbe cavata. Si schiaffeggi il volto sudato.
Non poteva lasciarsi scoraggiare: doveva proseguire.
Doveva farlo per Matteo, per Baldo, per la sua famiglia...
ma soprattutto per la gente coraggiosa di Desio, che si era gettata nel massacro per combattere con lui!
Si affacci di nuovo sul caos.
Combattenti di Dio! Il suo vocione sovrast il clangore
delle spade. Ricordate le parole di re Davide! La sua fedelt ti sar scudo e corazza, non temerai i terrori della notte n la freccia che vola di giorno!
Dei cavalli nitrirono, troppo vicini: tre mercenari Torriani
erano rimontati in sella e menavano brutali colpi di spada a qualsiasi cosa si muovesse, quasi mirassero a dei pesci in un barile durante una festa di paese.
Non temerai la peste che vaga nelle tenebre n lo sterminio
che devasta a mezzogiorno!
I cavalieri furono circondati da Matteo e altri Visconti corazzati. Gli uomini in sella colpirono alla cieca i loro scudi ed elmi, cercando di tenerli a distanza.
Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra;
ma nulla ti potr colpire. Basta che tu guardi, con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi!
Un forcone volante rimbalz da dietro sull'elmo di uno dei mercenari, che si sbilanci e venne subito afferrato e trascinato a terra. Il suo sangue schizz sul mantello di Ottone.
Gli altri due cavalieri gettarono le armi nella polvere e alzarono le mani.
Col cuore traboccante di gaudio, Ottone si guard attorno:
ovunque, nella piazza, gli alemanni si arrendevano.
La piazza era loro! Ormai mancava solo il complesso fortificato della basilica.
C'era solo un punto, in cui si combatteva ancora. Un nobile con blasone della Torre menava colpi di spada con valore tra i soldati viscontei. Ottone avanz in quella direzione.
Un colpo di vanga lev l'elmo del Torriano. Non era Napo: era biondo e molto pi giovane. I paesani lo accerchiarono e lo sovrastarono. Lo perse di vista.
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CAPITOLO 55.
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NAPO DELLA TORRE.
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Sangue e forconi. Medesimo istante, gioved 21 gennaio 1277. Piazza della basilica, Desio.
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Quei figli di una cagna rognosa li avevano colti con le braghe calate! Dovevano essere stati quegli inutili animali dei desiani ad aprir loro le porte, non c'era altra spiegazione.
Dove s'erano cacciati Guido, Francesco e quell'incapace
di suo figlio?
Scese i gradini ad ampi passi.
Il clamore e le urla l'avevano sorpreso ancora a letto.
Tutta colpa della popolana con cui si era intrallazzato la sera prima, che l'aveva fatto bere troppo e godere troppo poco.
E ora, Napo si trovava con un gran mal di testa, in camicione
e braghe, con solo la pelliccia di lupo sulle spalle e la spada legata alla vita.
La piazza della basilica pareva un formicaio impazzito.
Eccolo,  il capofamiglia! Cinque popolani armati di aste e martelli lo circondarono. Butta la spada, tiranno!
url un fabbro muscoloso e con gli occhi da pazzo.
Napo gett un'occhiata ai due mercenari biondi e mezzi
svestiti che osservavano in disparte. Mi volete togliere di dosso questi pezzenti o devo prima piantarvi uno stivale
nel culo?
Gli stupidi alemanni la smisero di tentennare e caricarono
alla buonora i popolani. Ne infilzarono un paio, poi il fabbro con gli occhi da pazzo spacc la testa a uno con una martellata.
Uno schizzo di sangue vol sul collo e negli occhi di Napo, che bruciarono. Merda! Non vedeva nulla. Non poteva perdere il controllo ora, ne andava della vita!
Abbassati! grid una voce nello schiamazzo della battaglia.
Francesco?
Napo si pieg sulle ginocchia, una lama fendette l'aria sopra di lui. Si sfreg gli occhi, batt le palpebre e si scrut attorno. Francesco estrasse la sua spada dal collo taurino del fabbro, che ricadde a terra, tingendo di sangue il lastrico
coperto di brina.
Fratello... mi hai salvato la vita?
Francesco si asciug la fronte e gli scocc il suo solito sorriso mesto. Certo. Nessun litigio pu cancellare il nostro
sangue.
Da chiss dove emerse uno stalliere lanciato in carica, armato di forcone.
Dietro, Francesco!
Il fratello si volt, ma non fece in tempo a schivare. I
denti dell'attrezzo gli trapassarono il ventre, infilzandolo come un pezzo di selvaggina.
No! Napo sfoder la spada e stronc il plebeo con un singolo colpo al collo.
Si chin sul fratello. Oltre le mura, i suoni della battaglia
si fecero ovattati. Volti, armi e cadaveri gli girarono attorno in una violenta vertigine.
Afferr Francesco, cerc di tenerlo in piedi, ma quello ricadde inerte sulle sue ginocchia.
Napo... gorgogli, sputando una bolla di sangue.
Napo gli prese il volto e se lo strinse al petto. No, ti prego, Signore, no!
Gli si afflosci tra le mani, senza una parola. Il suo
sguardo s'era spento. Lo lasci a terra, si lev in piedi e grid tutta la collera che aveva in corpo.
Come osate toccare i della Torre! Schiuma, saliva e sangue gli chiazzarono il petto e la camicia. Gli ultimi due mercenari, di guardia all'arco che collegava la piazzetta basilicale all'esterno, gettarono le armi e si piazzarono a braccia incrociate con la schiena al muro.
Significava che aveva perduto?
Una collera cieca gli mont in petto. Com'era accaduto?
Com'era stato possibile?
Se era cos, sarebbe caduto come si confaceva a un guerriero del nobile sangue di Carlo Magno, sul campo di battaglia! Avrebbe trascinato all'inferno tutti i Viscontei che avrebbe potuto. Sfoder la spada, attese che arrivassero da lui.
Avrebbe spezzato la spina dorsale del Visconti e lo avrebbe
decapitato, come si faceva con le vipere. E poi sarebbe stata la volta dei desiani. Uomini, donne, bambini... avrebbe
dato tutti alle fiamme. Solo cos Dio avrebbe purificato i loro peccati. Solo cos avrebbe vendicato suo fratello.
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CAPITOLO 56.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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Crollano torri. Medesimo istante, gioved 21 gennaio 1277. Desio.
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Un grido agghiacciante rimbomb in tutta la cittadina, sovrastando il clangore delle ultime spade. I mercenari se ne andavano alla chetichella, mentre la gente di Desio massacrava i Torriani e i loro seguaci a uno a uno.
Ottone sent un fiotto acido risalirgli la gola. Diede di stomaco.
Anche se era per una giusta causa, anche se quella era la reazione di una popolazione oppressa che trovava la forza di ribellarsi ai propri aguzzini... tutta quella violenza lo ripugnava.
Si asciug le labbra, rialz il pastorale e riprese a pregare.
Cammin tra i corpi sudati. L'aria aveva un odore dolciastro
e orribile, ovunque si voltasse c'era morte. Quanto meno, ora tutto quell'orrore sarebbe finito.
Preceduto da un pugno di soldati, Ottone s'affacci alla
piazzetta interna: un Torriano in piedi su un tappeto di cadaveri gridava improperi a squarciagola. Chi era? Aveva le spalle spioventi avvolte in una pelliccia di lupo, spada in pugno...
Quella cicatrice sul viso! La matassa di ricci s'era assottigliata e ingrigita nel tempo, ma non aveva dubbi.
Napoleone della Torre. Mastic quel nome tra i denti come un
boccone avvelenato. La sua nemesi alz su di lui gli occhi iniettati di sangue.
La gente di Desio irruppe nella piazzola e circond il nobile su ogni lato.
Vi ammazzo tutti! Agit l'arma col braccio muscoloso
rigato di vene; aveva la bocca cerchiata di spuma. I popolani si tennero a distanza; era spaventoso.
Visconti! Questo...  tutta colpa tua, dannata serpe! rugg Napo, e lo caric.
Ottone impugn il pastorale a due mani, ma un corpo si frappose tra loro e una spada intercett quella del nemico.
Finalmente faccia a faccia, figlio di cagna. Squarcino Borri spinse sull'elsa, le lame scivolarono l'una sull'altra e le spade rimasero agganciate all'altezza delle guardie.
Ma guarda, Napo allarg le gambe l'ultimo porco Borri che mi mancava da scannare! Snud i denti e spinse
sulla spada; sulla sua fronte prese a pulsare una vena biforcuta.
Squarcino vibr di sforzo. Arretr di un passo, si tese come un fascio di giunchi, arretr di un altro passo. Napo era troppo forte persino per lui?
Maledetto! ringhi il suo generale. Non ti lascer fare del male a Ottone!
Era la prima volta che il capitano lo chiamava per nome.
Ottone arretr al sicuro dietro una fila di militi viscontei.
Vieni via, Squarcino!
Per la prima volta, il Borri non gli ubbid. Ma era la sua vendetta, in fondo, una questione d'onore. Non aveva diritto
di intromettersi.
Sono curioso di vedere, latr Napo con un altro passo in avanti se griderai come tua madre e le tue sorelle, quando ti sgozzer.
Non ascoltare quel bruto! grid Stefanardo, l accanto.
Squarcino rugg. Scart di lato, liber la lama e la sollev sopra la testa.
Lesto come una lince, Napo lo infilz sotto l'elmo e gli trapass la gola.
Il mondo croll addosso a Ottone. No! ulul.
Il suo capitano rimase immobile per un istante e s'afflosci
a terra, come un sacco vuoto. La sua spada rimbalz sulle pietre lucide. Con un ghigno soddisfatto, Napo rigir
il cadavere di Squarcino.
Quel figlio del demonio l'aveva ammazzato! Il suo pi vecchio e fido amico, morto!
Tutti i presenti trattennero il fiato, dal cerchio di militi viscontei, Matteo avanz tintinnando nell'armatura con la sovracotta blasonata. Schifoso bastardo! Vieni qui, che t'ammazzo!
Ottone allung di scatto il pastorale. Fermatelo!
Quattro soldati bloccarono il capofamiglia Visconti, che si sbracci e si divincol per liberarsi. Lo trascinarono via a forza. Napo rise come un indemoniato.
Allora? Avete paura? Vi stendo tutti uno accanto all'altro! Fatevi sotto, chi  il prossimo?
Sono io. Sopra gli elmi comparve il faccione gelido di Simone da Locarno.
Napo si blocc per un istante e rise di nuovo. Il mio pendaglio preferito! Ma s, fatti avanti, stupido bestione.
Stabiliamo una volta per tutte chi  il pi forte tra noi.
L'eroe di Locarno avanz nell'anello vuoto tra gli astanti, la spada nel fodero; impugnava una balestra carica. Napo
abbass gli occhi e aggrott le sopracciglia.
E quella a cosa diavolo...
Simone scocc. La quadrella si conficc nel polpaccio sinistro di Napo e lo pass da parte a parte.
Il Torriano croll a terra con un grido. Maledetto codardo! Figlio di postribolo!
Con sguardo impassibile tra le cicatrici, il veterano avanz fino a Napo, gli calci via la spada e gli sput in faccia. Poi si volt verso Ottone.
 vostro, eccellenza.
Il sole s'alzava nel cielo. Desio risuonava di giubilo e festeggiamenti.
Seduto su una botte, Ottone riprese fiato.
Non riusciva ancora a crederci: Squarcino, il suo fedelissimo
Squarcino, era morto. Ora il massacro della famiglia Borri per mano dei della Torre era completo. Lo rincuorava
che almeno il sangue di quella nobile stirpe si sarebbe tramandato, mescolato a quello dei Visconti. Sperava che Matteo e la figlia di Squarcino avessero molti bambini.
Il suo pronipote, intanto, pareva essere di nuovo in s: camminava verso di lui con gli occhi arrossati ma felici.
Ce l'abbiamo fatta, zio. Li abbiamo presi tutti, anche il figlio e il nipote di Napo!
I soldati caricarono su un carro alcuni Torriani legati.
Uno era esile e stempiato, l'altro era quel biondo che era stato sopraffatto dalla folla, pesto di lividi e sangue.
Corrado, detto Mosca, e Guido della Torre. Matteo tir uno starnuto. Vieni. Stiamo aspettando te per occuparci
di quel demonio.
Ottone si iss in piedi. Fu una fatica immane: gli parve che il suo corpo fosse raddoppiato di peso.
Napo aveva le mani legate dietro la schiena e se ne stava in mezzo alla piazza col polpaccio ancora trafitto. Lasciatemi
andare, bisce schifose!
Taci, bestia! Matteo fece un cenno a Simone da Locarno, che lo costrinse in ginocchio all'ombra della torre.
Napo della Torre, decapitatore di Milano. Una tale solennit
sul volto del suo pronipote non l'aveva mai vista. 
il momento di riportare la pace in queste terre. Per aver ucciso mio padre e Borri e innumerevoli altri innocenti, per aver vessato questa gente con ogni scelleratezza, e per i tuoi molti altri crimini, preparati a ricevere il giudizio di Dio.
Napo rimase inginocchiato a gemere di sofferenza. Non rispose e non incontr lo sguardo di nessuno.
Il disgusto di Ottone si accentu, un'altra ondata acida
gli contrasse lo stomaco. Non ne poteva pi di sangue, non ne poteva pi di ammazzamenti.
Matteo sfoder la spada, si mise di fianco a Napo e alz la lama nell'aria del mattino.
Sul carro dei prigionieri, il biondo col volto pesto s'agit e si dibatt. Zio! No! Il suo tono era identico a quello
di Matteo, il giorno in cui gli giunse novella della morte di Baldo.
Matteo, fermo! Ottone lev la mano e fece un passo in avanti. Il pronipote arrest l'esecuzione e alz su di lui occhi gonfi di risentimento. Che c', zio? Non mi dirai che vuoi ammazzarlo tu.
Arona, Paganino, il Febbraio di Sangue, la Guazzer...
Ottone scosse il capo. Il sangue chiama altro sangue.
Se ora tu ucciderai Napo, la spirale delle vendette non avr mai termine.
Cio, tu vuoi che risparmi questo rifiuto? Matteo strabuzz gli occhi. Con tutto quello che ci ha fatto?
Con tutto quello che ha fatto a te!
Se non mostriamo piet, non saremo migliori di lui. Non pu pi nuocere a nessuno, ormai.
Napo alz su di lui il volto schizzato di rosso. Non voglio la tua piet. Lascia che la biscetta finisca il lavoro.
Ottone si guard attorno: tutta Desio e l'armata viscontea
seguivano la scena in un silenzio surreale; pareva che il tempo si fosse congelato in un istante di eternit. Con solenne
lentezza, allung il pastorale e abbass la spada di Matteo.
Un mormorio di stupore si propag in ogni direzione.
Basta con i morti. La prigionia perpetua sar il destino di questo scellerato.
Serpe vigliacca! Napo scatarr un grumo di muco.
Non hai neanche il coraggio di ammazzarmi?
Io sostengo la vostra decisione, eccellenza. Simone da Locarno incroci le braccia. Che costui assaggi la pena
della gabbia. Vediamo se resister a lungo quanto me.
La folla di soldati e popolani lo acclam.
Matteo prese un respiro profondo. Dio mio, l'avrei ammazzato come un cane. Ma mi fido della tua saggezza, zio. Rinfoder la spada.
Ottone abbracci il nipote. La tua temperanza dice grandi cose sul tuo futuro, Matteo. Un giorno diventerai pi saggio di me.
Il pronipote si strofin il naso con il polso. Se lo dici tu... per ora sono solo infuriato. Ma l'importante  che questa faccenda si chiuda qui. Legate questo animale e buttatelo sul carro insieme agli altri!
Il mondo rote all'improvviso attorno a Ottone. Ebbe una vertigine, s'appoggi a Simone. Di colpo era esausto;
ora che era tutto finito, la fatica degli ultimi due giorni gli grav le ossa. La cavalcata fino a Seregno, la marcia nella notte, la battaglia in assenza di sonno e di riposo. In effetti, era gi un miracolo che non fosse stramazzato al suolo.
Non pu essere finita cos! grid Napo, mentre lo portavano via. Non finir a marcire in una cella! No, lasciatemi!
Stefanardo da Vimercate emerse dalla folla con una seggiola in mano. Ottone vi si sedette con gratitudine.
Aveva vinto, ma non provava la gioia del trionfo che s'era pregustato per anni. Non era n eccitato n giubilante, solo sollevato e in pace. Era come se il mare del suo cuore, dopo tanti tumulti e bufere, si fosse finalmente chetato nella bonaccia.
Attorno a lui, i preti iniziarono a impartire le estreme unzioni, i soldati a raccogliere i corpi e i contadini a
spargere fieno sulle pozze scure della piazza. Il rosso inquietante del sangue sarebbe presto sbiadito, assorbito dalle crepe e lavato via dal giorno. Alcuni uomini e donne di Desio festeggiavano gi, danzando in tondo e gridando il suo nome e quello dei Visconti. Ottone sorrise. Nonostante tutti gli errori, alla fine, pareva che avesse fatto un buon lavoro. Quella mattina la luce era sorta su un nuovo mondo.
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Epilogo.
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OTTONE ARCIVESCOVO.
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A Milano. Il giorno dopo, venerd 22 gennaio 1277. Porta Romana, Milano.
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Milano lo accolse con una giornata tersa come cristallo di rocca. Fiocchi di nuvole bianche erano sparpagliati sulla
volta di un azzurro indescrivibile; non faceva nemmeno troppo freddo. O forse era solo il calore che gli scaldava il cuore.
L'allegro canto dei galli, che aveva accompagnato il corteo
per un lungo tratto, lasci il posto al rumoreggiare della folla che li aspettava ai lati di Porta Romana.
Pace! Pace! inneggiavano.
Sono tutti qui per voi, eccellenza. Stefanardo sorrise dal cavallo accanto al suo. La vostra gente vi acclama.
La sua gente. Gi, quello era il suo gregge. Un gregge vastissimo, ora che lo vedeva: persone in festa erano assiepate
sugli spalti delle antiche mura, sul ponte, persino sui tetti delle case del borgo circostante. Rozzi stendardi con biscioni cuciti alla bell'e meglio si agitavano sulle mura e tra la folla; arrampicate sulla piccola rocca difensiva,
bambine con cesti di vimini adornavano le statue con ghirlande di foglie e bacche invernali. Ottone alz una mano e le benedisse con tutto il cuore. Ovunque guardasse,
tutti si sbracciavano a salutare lui, l'arcivescovo di Milano.
Sperava di dimostrarsi all'altezza di quel compito. Si aggiust la mitra sul capo e si pieg verso Stefanardo.
Sai, era il ventidue luglio dell'anno di Nostro Signore
1262, quando divenni vescovo di Milano. Sono passati quasi quindici anni.
Il prete annu con solennit; nel sole, la sua barba pareva di braci.
Ottone si gett uno sguardo alle spalle: Matteo cavalcava in pompa magna, con indosso una veste viola cupo sottratta
alle cassapanche di Napo. Gli era un po' larga, ma non si notava poi molto. Al suo fianco, Bonaccossa Borri cavalcava alta e fiera come suo padre, cullando il neonato.
Il loro primo figlio maschio era nato il giorno prima, nel giorno di sant'Agnese, mentre loro affrontavano e sconfiggevano i della Torre. Quel simbolo di nascita e rinnovamento non poteva che essere un altro segno di Dio.
Ma dimmi una cosa, zio Matteo gli fece un cenno.
Noi che eravamo a settentrione, non potevamo entrare da Porta Comasina invece di fare tutto il giro attorno alla citt?
Bonaccossa alz lo sguardo al cielo. Sempre a lamentarti.
Ma lo dico per te! Matteo gesticol con le briglie in mano. Sei puerpera, non dovresti nemmeno stare in sella.
Ottone ridacchi; quella donna era proprio la figlia di Squarcino.  tradizione che il nuovo vescovo entri a Milano da meridione, come se giungesse da Roma dopo la nomina papale... Nel mio  caso, il viaggio ha fatto qualche deviazione.
Uno squillo di trombe si lev dalle mura.
Gli araldi con la croce e il pastorale aprirono la strada tra le ali di folla festante. Erano in tantissimi, persino sull'alta torre di guardia a sinistra di Porta Romana. Gli zoccoli del cavallo risuonarono sul ponte.
Ottone alz le mani e inizi a benedire la sua gente.
Avrebbe messo a frutto ogni cosa che aveva imparato, per riportare la giustizia a Milano e renderla pi grande e prospera che mai.
Una pioggia leggera gli cadde addosso. Non erano gocce; dall'alto della torre, i milanesi lasciavano cadere foglie d'alloro e fiori secchi di lavanda, che li accarezz e li accolse in una delicata nuvola di profumo. Sotto l'imponente arcata svettava il bassorilievo di un portastendardo con la croce, seguito  da una corte di soldati. Nella galleria attraverso le mura, le grida rimbombavano pi forte. Dette di sprone, per uscire di l alla svelta.
Appena giunto al di l delle mura, Ottone fu investito da un boato.
Ottone! Ottone!
Sia lode a Dio!
Evviva i Visconti!
Pace! Pace!
Il biscione dei Visconti serpeggiava ovunque posasse lo sguardo. Alcuni agitavano fronde d'ulivo, molti cercavano di toccarlo, e chi riusciva a sfiorargli il lembo dell'ampia pianeta usava la mano per farsi il segno della croce.
Che trasporto! Benedisse quel mare di folla fino alla basilica di Sant'Ambrogio.
Smont di sella e si volt. Aspettatemi tutti qui. Devo fare una cosa da solo.
Stefanardo tir subito fuori il taccuino del futuro Liber de rebus gestis in civitate Mediolani, Matteo e Bonaccossa sorrisero, Simone da Locarno annu, impassibile.
Ottone varc il quadriportico e arriv nell'ampio cortile
silenzioso. Una bassa coltre di neve rivestiva tutto lo spiazzo, interrotta solo da un paio di file di impronte. Dopo il bagno di folla, la pace che aleggiava l dentro gli diede conforto. Si ferm un istante per goderne.
La mente torn agli anni degli studi piacentini, alle battaglie a palle di neve con Tedaldo nel cortile di San Sisto.
Si chin e ne raccolse un po'; il soffice freddo gli baci il palmo.
Cugino, amico mio fraterno... mormor, il bianco del suo fiato si sciolse nell'aria immobile. Sei volato al Signore prima che potessimo rappacificarci. Ora riesci a perdonarmi? La neve nella mano si andava sciogliendo, la strinse forte tra le dita. Vorrei che fossi al mio fianco.
A gioire di questo momento e ammonirmi di non passare il segno, come quando eravamo fanciulli. Nel mio cuore, ci sei. Ottone apr la mano, vuota e bagnata, e guard il quadriportico in silenzio.
Rimase l ancora qualche momento, poi cammin verso le austere arcate che ornavano in due ordini sovrapposti la facciata della sua chiesa. L'avrebbe guidata e protetta finch avesse avuto vita.
Raggiunse il portale, spinse le decorazioni scolpite nel legno freddo. Le doppie ante fecero resistenza solo per un istante. La penombra profumata lo accolse nel suo ventre: la basilica era ancora pi bella di come la ricordasse.
Si crucesign e cammin verso il paliotto d'oro e gemme, che baluginava alla luce delle candele.
Arrivato all'altare, si sfil la scarsella di cuoio dal polso, la baci un'ultima volta e la poggi sul ripiano, proprio sopra le spoglie di Ambrogio.
Guarda dove siamo, amore mio. Alz il capo ai mosaici sul catino absidale. Siamo a casa. Grazie per avermi guidato.
S'inginocchi, congiunse le mani e pianse con gli occhi chiusi. Agnese sarebbe rimasta con lui per sempre. E un giorno, quando Dio avesse deciso che il suo compito a Milano era concluso, si sarebbero finalmente rincontrati.
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FINE.
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Postfazione.
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Scrivere un romanzo storico non  mai semplice. Oltre alla difficolt di calarsi nei modi e negli usi di un tempo lontano, vi  anche quella di scegliere cosa raccontare per risuonare con il lettore di oggi.
La Storia, quella con la s maiuscola,  raramente lineare come farebbe comodo a noi narratori. Pi ci si incammina indietro negli anni, maggiori diventano le difficolt a districare
i fatti. Man mano che diminuisce il numero delle fonti e si moltiplica quello delle incoerenze, il rumore di fondo aumenta al punto che spesso  impossibile udire pi di qualche eco labile, da quei personaggi e luoghi dei quali si vorrebbe ardentemente restituire il canto.
Qualunque opera di narrativa storica ha in s due anime:
una di ricostruzione e una di affabulazione. Per uno scrittore  come tenersi in equilibrio su un filo teso, dal quale cadere  altrettanto facile su entrambi i lati. Nello sforzo di fare il miglior lavoro possibile per servire una portata che risulti sia nutriente che gustosa al pi ampio pubblico possibile, le scelte da prendere non sono indolori.
E forse, a ben guardare, una scelta giusta nemmeno esiste.
Abbiamo voluto lasciare queste righe per ringraziare dal profondo del cuore voi lettori di questo romanzo, sperando
che le nostre scelte e i nostri sforzi abbiano incontrato
i vostri gusti. Ci auguriamo di essere riusciti a restituire
almeno una parte del fascino delle straordinarie vicende dimenticate che si celano nel medioevo italiano, e di aver innescato la vostra curiosit e voglia di approfondire.
Per gli appassionati del rigore storico, ci sembra giusto menzionare almeno alcuni dei principali nodi in cui abbiamo
scelto di alterare, optare tra versioni discordanti nelle fonti o semplificare la complessit soverchiante della Storia a fini narrativi.
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Tedaldo Visconti (poi papa Gregorio decimo) non  certo che fosse imparentato  con Ottone; apparteneva a una famiglia di Visconti che risiedeva a Piacenza, ma le fonti non sono concordi nell'affermare se i Visconti di Piacenza e quelli di Milano (collegati al nord e al Lago Maggiore) fossero imparentati o se si trattasse solo di un caso di omonimia. La giovent di Ottone  avvolta nel pi fitto mistero: si ignora dove abbia studiato per prendere i voti. Adottando l'ipotesi della parentela, abbiamo scelto di far studiare Ottone con il cugino a Piacenza, dove le fonti accertano abbia studiato Tedaldo.
Quest'ultimo entra nel seguito del Cardinal Pecorara, figura di spicco del clero piacentino, nel 1239, momento in cui intraprende la carriera ecclesiastica che lo porter a rivestire ruoli sempre pi importanti in alcune diocesi francesi, scalando le gerarchie, come rimuginato da Ottone all'alba del suo primo incontro con Ubaldini.
Fittizia  invece la partenza anticipata di Tedaldo per Roma, cos da separare lui e Ottone e impedire loro di chiarirsi.
 Un flagello comune dei romanzi storici  quello delle omonimie. In questa vicenda ha riguardato vari gruppi di personaggi, tra cui il padre di Ottone (Uberto), il padre di Tedaldo (Oberto) e il marchese Pelavicino
(Oberto), due dei quali per fortuna hanno richiesto uno spazio marginale. Non cos il nipote di Ottone, Baldo, che nella realt storica si chiamava Teobaldo/Tibaldo Visconti, indistinguibile perci dal Teobaldo/Tedaldo Visconti (poi papa Gregorio decimo). Di Baldo, per certo si sa che fosse il padre di Matteo, ma vi  incertezza su di chi fosse figlio, se tra Andreotto o Obizzo, entrambi fratelli di Ottone. Nel romanzo abbiamo optato per il secondo.
 Nella sua lotta per lo scranno vescovile di Milano, Ottone si  trovato ad affrontare diversi membri della famiglia della Torre: nel corso di quegli anni, a guidare la casata si sono infatti avvicendati Martino, Stefano, Filippo e Napoleone. Ma al protagonista di una narrazione giova avere un antagonista definito, e per questioni di caratura, et ed episodi riportati, non c'era dubbio che Napo fosse la scelta migliore. Perci abbiamo deciso di rendere pi personale la faida, annodando le vicende dei due rivali da prima di quanto sia documentato: dal loro primo scontro da trentenni a Milano, alla cerimonia per la nomina di Ottone a vescovo. Del loro reale incontro al culmine della Battaglia di Desio, invece,  testimonianza sicura e commovente l'affresco della Rocca di Angera, che raffigura Ottone proprio nell'atto di fermare la spada che sta per decapitare Napo.
 Solo di rado le battaglie medievali erano caratterizzate da tattiche che oggi troveremmo avvincenti. Per raffigurare e immortalare la battaglia di Arona in un modo che coinvolgesse il  territorio, ci siamo permessi di retrodatare di un paio di secoli l'esistenza della strada segreta, documentata dal 1439, e di farla sfruttare ai Torriani guidati dal marchese Pelavicino per assicurarsi la vittoria.
Simone da Locarno venne davvero catturato dai Torriani nel 1263, ma a Ponte Tresa e non ad Arona, come nel romanzo. Allo stesso modo, per condensare i fatti successivi alla battaglia di Arona con il passaggio di testimone tra Martino e il fratello Filippo, abbiamo scelto come data il 1263, anticipando di pochi mesi i fatti come realmente accaduti.
 Uno dei nodi documentari pi ardui da sciogliere sono stati i legami matrimoniali e di sangue di Napo della Torre. Le cronache e le fonti ufficiali a questo riguardo sono molto confuse e restituiscono informazioni in larga parte incoerenti e incompatibili. Secondo alcune fonti il matrimonio di Napo con Marguerite de Baux (da non confondersi con l'omonima di circa un secolo dopo), avvenne nel 1266, mentre per altri ella risulta gi morta dieci anni prima. Incoerenze, queste, che si moltiplicano in riferimento alla prole di Napoleone. A seconda della fonte, infatti, sembrerebbero avere avuto uno, nessuno o pi figli di et esageratamente diverse tra loro. In alcune di esse, addirittura, uno dei figli della coppia nasce vent'anni prima che loro due si conoscano.
Anche quando si parli di un figlio unico, il nome oscilla tra Corrado, Mosca, Cassono. Quest'ultimo, essendo
un nome destinato a farsi udire parecchio tra la generazione successiva di Visconti,  talvolta nominato non come figlio di Napo, bens come figlio di un fratello o di un altro figlio. Con fonti cos imprecise, abbiamo
optato per rendere la narrazione pi coerente e compatta possibile, lasciando poi a ciascuno la libert di approfondire la ricerca individualmente.
Ai tempi delle vicende del romanzo, sul luogo di quello che oggi  il grandioso santuario di Oropa esisteva (pare)
un sacello fondato nel  quartosecolo da sant'Eusebio, volto a sostituire il culto delle deit femminili celtiche con quello della Madre di Dio, e la Madonna nera di Oropa risale realmente a un periodo compreso tra la met del Duecento e l'inizio del Trecento. Fin da quei primi anni, il santuario assiste a una lunga tradizione di miracoli e grazie particolari, bench in epoche tanto remote ne manchino descrizioni precise. Per l'episodio del fittizio Niccol Faroldi abbiamo attinto suggestioni dalle vicende somiglianti di Giovanni Sa (1661) e Giovanni Battista Perrone (1718), a cui era stata mozzata la lingua, ma che anni dopo, giunti a Oropa e pregata la Madonna, se la videro ricrescere e riacquistarono la parola.
Le vicende narrate in questo libro coprono un arco temporale molto ampio e trattano, toccano o sfiorano innumerevoli eventi storici di grande portata. Tra quelli omessi in sede di impostazione del romanzo vi  stato il concistoro di papa Clemente quarto a Viterbo del 1266; non averlo narrato ha naturalmente richiesto qualche modifica alla storia di Ottone in quegli anni: ecco perch il nostro protagonista si ritira per un periodo a Biella e non proprio a Viterbo.
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Poche, tra le vicende dei nostri personaggi, mutano faccia da una versione all'altra come il rapporto tra Ottone e Tedaldo Visconti. Non soltanto non siamo sicuri se questi due principi della Chiesa (quasi) coetanei e col medesimo cognome fossero imparentati. Non sappiamo nemmeno con certezza se fossero alleati oppure nemici mortali: vi sono fonti a sostegno di entrambe le ipotesi. Stando ad alcune  ricostruzioni del viaggio verso Lione, Gregorio decimpo prese contatti con Ottone e gli assicur di intercedere per lui presso i nemici Torriani, chiedendogli nel frattempo di rimanere a Piacenza per non farli irritare; l'intercessione non and a buon fine, e Gregorio decimo ripart per la Francia subito, senza perdere altro tempo in discussioni vane. Fonti pi vicine a Ottone, invece, riportano  che il papa non poteva non sapere dell'agguato per lui apparecchiato in quel di Piacenza dai sicari dei Torriani. Contemporanea ai fatti stessi  l'ipotesi che l'organizzatore dell'attentato sia stato il medesimo pontefice, bench questo contrasti con la rettitudine e il carattere che Gregorio decimo dimostr durante il suo pontificato. Da queste fonti, il brevissimo soggiorno a Milano viene portato a prova dell'intenzione di porre quanta pi strada possibile tra lui e gli eventi di Piacenza, cos da chiamarsene fuori.
Di nuovo, di fronte a versioni tanto incoerenti, abbiamo selezionato quella che meglio si accordasse al tono che avevamo scelto per il  romanzo, e abbiamo annodato tra loro fili che la Storia lasciava aperti. Insomma, parenti serpenti: parlando di due Visconti,  proprio il caso di dirlo.
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Agnese  un personaggio di fantasia, cos come l'intrigo sentimentale tra lei, Ottone e Tedaldo. Tuttavia, ella  plasmata su un personaggio realmente esistito: le cronache dell'attentato piacentino a cui Ottone scamp per un soffio, infatti, menzionano che il merito del salvataggio and a una locandiera, che lo avvert poco prima dell'attacco. Come abbia fatto un'ostessa a venire a conoscenza di un piano sanguinario orchestrato da grandi nobili e papi rancorosi,  stata una delle domande che ha pi scatenato la nostra fantasia narrativa. Da l  germogliata la decisione di ritagliare per questo personaggio
un ruolo fondamentale nelle vicende degli altri personaggi.
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Le medesime cronache ci informano che, dalla fatidica aggressione, oltre a Ottone sfugg anche Ottaviano Ubaldini, che storicamente fu davvero mentore di Ottone e fu l'unico Cardinale, come ricorda Dante, a cui il tredicesimo secolo abbia attribuito la C maiuscola e l'onore dell'antonomasia. Vero  che il machiavellico prelato, ufficialmente, mor circa un anno prima, il 13 marzo
1273. Nel romanzo abbiamo scelto di concedergli il tempo di un ultimo intrigo, cos da farlo interagire con papa Gregorio decimo e chiudere il suo rapporto con Ottone.
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Piacenza  cos divenuta il cardine di molte vicende centrali.
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Stefanardo da Vimercate non  mai stato precettore di Matteo Visconti, ma si tratta di una figura autentica: il bardo domenicano narr le gesta di Ottone e l'ascesa dei Visconti nel suo Liber de gestis in civitate Mediolani, una delle fonti pi importanti per la documentazione di questo romanzo.
Le circostanze e la data esatta della morte di Squarcino Borri non ci sono purtroppo pervenute; sappiamo solo che avvenne in quel fatidico 1277, probabilmente nel periodo successivo all'occupazione Viscontea del ponte sul Ticino. Di nuovo, in assenza di certezze, abbiamo scelto di farlo capitolare a Desio contro Napo della Torre, cos da dare statuariet alla sua vicenda personale.
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Ringraziamenti.
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Questo romanzo non esisterebbe senza il contributo impagabile di Clara Beltrame e Valentina Grandi, nostre alfa lettrici e compagne.
Gratitudine immensa va a Flavia Imperi e Beppe Roncari, colleghi romanzieri, beta lettori e insostituibili consulenti narrativi.
La nostra profonda riconoscenza va anche a Elena Paganelli, la persona giusta al momento giusto, e a Francesca Lang, per averci dato l'occasione di scrivere questo libro.
Infine, un sentito ringraziamento a Gianni Teti per la consulenza dialettale, ad Anna Attiliani per la filologia materiale di oggetti e indumenti, a don Fabio Besostri per la storia della liturgia, a Silvia Gadina per l'aspetto originario della Rocca di Arona e a Rinaldo Rech, per i fatti della Battaglia di Desio.
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Livio Gambarini e Alex Calvi, novembre 2020, Milano e Pavia.
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FINE.